Canto XXXIII Paradiso, Divina Commedia | Video

Di Maria Carola Pisano.

Accompagnato da San Bernardo, Dante conclude il suo viaggio ultra terreno. Guarda il video sul Canto XXXIII del Paradiso

CANTO XXXIII PARADISO

Canto 33 Paradiso, video: spiegazione e analisi a cura di Chiara Famooss
Canto 33 Paradiso, video: spiegazione e analisi a cura di Chiara Famooss — Fonte: redazione

Il canto 33 del Paradiso segna la fine del viaggio di Dante. Il poeta si trova nell’Empireo e finalmente riesce a vedere Dio. Dante, in quest'ultimo canto della Divina Commedia, è accompagnato da San Bernardo, teologo e abate dell’ordine cistercense. Il teologo invoca la Vergine e presenta Dante come un viaggiatore che, per volere divino, si è innalzato dalla palude infernale fino ai cieli del Paradiso. San Bernardo prega la Vergine di intercedere per il poeta che deve concludere il suo viaggio con la visione di Dio.

San Bernardo insieme con Beatrice e la rosa dei beati, chiede pregando la Madonna, di conservare intatti i sentimenti del poeta mortale dopo la visione di Dio. La preghiera di san Bernardo ricalca nella struttura quella dell’Ave Maria, ma si discosta nettamente da essa arricchendola con richiami ad altri inni sacri come il Gloria, il Te Deum e il Salve, Regina

La Vergine non risponde esplicitamente alla richiesta di Bernardo, ma prima lo guarda negli occhi e poi si rivolge verso la luce di Dio, a questo punto anche san Bernardo si rivolge verso il poeta e, con un sorriso ed un cenno, gli fa segno di guardare in alto.

Dante, seguendo i consigli della sua guida, rivolge quindi lo sguardo in su verso la luce divina e, guardando quella, la sua vista diventa via via più chiara e acuta più si addentra in quella visione che la parola umana è incapace di descrivere. Ciò che rimane nella memoria del poeta è come l’impressione di un sogno che si è però dimenticato dopo il risveglio

A questo punto il Dante/autore invoca l’aiuto dell’Onnipotente affinché permetta al suo intelletto di ricordare e descrivere anche solo una minima parte di quanto visto, perché anche una singola scintilla di quella visione ha il potere di comunicare ai posteri la grandezza di Dio. Il Dante/protagonista allora fissa il suo sguardo nella luce divina, potentissima che, contrariamente alla luce normale, gli ferirebbe la vista se distogliesse gli occhi. Più il suo sguardo rimane fisso nella luce divina, più egli è in grado di leggere in quella luce e di vedere i misteri dell’infinito. 

Il Dante/viaggiatore continua a vedere sempre più chiaramente nella mente di Dio, dove tutto è perfetto, ammirando cose che sono impossibili da dire a parole. La visione rende Dante capace di comprendere i misteri divini.

Nella luce inizia a distinguere tre cerchi delle stesse dimensioni, ma di colori diversi. Il secondo sembra il riflesso del primo, come fossero due arcobaleni concentrici, il terzo è come una fiamma che avvolge entrambi i cerchi: ciò che qui viene descritta, è la rappresentazione della Trinità, cioè della potenza di Dio che arde d’amore e che si comprende in sé stessa. 

Nel secondo cerchio, che sembra un riflesso del primo, e che metaforicamente rappresenta il Figlio di Dio, il poeta scorge il mistero dell’incarnazione. Alla fine un rapimento mistico sovrasta la sua forza immaginativa, che l’autore non può descrivere. Ma, alla fine di questo rapimento, sente che la sua mente si muove in armonia, governata dalla volontà di Dio.  

Questo canto si divide in due grandi parti: l’iniziale invocazione alla Vergine e la visione di Dio. La seconda parte è quella più solenne: nel Paradiso Dante si addentra nei misteri della Fede fino ad un punto in cui la ragione, pur supportata dalla sapienza della Teologia, non riesce ad arrivare: le ultime verità, infatti, sono conoscibili solo tramite l’intuizione e l’estasi mistica. Nell’ultimo canto del Paradiso Dante si avvicina ai più mistici misteri della dottrina cristiana: il mistero trinitario e a quello dell’Incarnazione di Cristo.

Dante sottolinea l’incapacità di descrivere ciò che vede con le sole parole: questa è connessa all’uso della parola come esercizio intellettuale che ha bisogno, appunto, della razionalità. Ma il segreto divino è incomunicabile, la fede si sostiene sull’intuizione.

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