Canto XVII del Paradiso: testo, parafrasi, commento e figure retoriche

Canto XVII del Paradiso: testo, parafrasi, commento e figure retoriche A cura di Antonello Ruberto.

Testo, parafrasi, commento e figure retoriche del canto 17 del Paradiso di Dante, dove si parla di due profezie: dell'esilio di Dante da Firenze e delle gesta di Cangrande Della Scala

1Canto XVII del Paradiso: sintesi e struttura

Ritratto di Cangrande I della Scala (1291-1329)
Ritratto di Cangrande I della Scala (1291-1329) — Fonte: getty-images

Preceduto e seguito da 16 canti, il Canto XVII è perfettamente al centro dell’intera cantica paradisiaca, ne costituisce il nucleo argomentativo ed è anche l’ultimo della triade che ha per protagonista Cacciaguida, di cui Dante ascolta le rivelazioni.

Angosciato dalle parole dell’anima beata, Dante vorrebbe chiedergli delle spiegazioni ma esita, e allora Beatrice lo esorta ad esprimere la sua domanda: i beati già conoscono le sue richieste, potendole leggere nella mente di Dio, ma è bene che egli si abitui ad esplicitarle. Allora, rivolgendosi a Cacciaguida che sicuramente conoscerà bene ciò che l’aspetta potendolo leggere nella mente di Dio, il poeta chiede di spiegargli meglio quelle inquietanti profezie sul suo conto udite sia nel Purgatorio che all’Inferno, poiché un problema previsto è più facile da affrontare.

A questa domanda la luce beata lampeggia come una brace riavviata, e comincia a rispondere al poeta in modo diretto e comprensibile e per nulla oscuro: gli eventi del futuro, spiega, sono già scritti nella mente di Dio, ma non per questo sono inevitabili o necessari.

Cacciaguida preannuncia quindi a Dante che sarà costretto all’esilio e a lasciare Firenze a causa degli intrighi che Bonifacio VIII sta tessendo già da questo anno 1300 in quella corte papale dove si fa commercio di Cristo e delle cose sacre. All’inizio gli verrà addossata la responsabilità di quella condanna, ma poi i fiorentini verranno puniti e sarà nota la verità dei fatti. Dante dovrà perciò abbandonare la sua casa e tutto ciò che è abituato ad amare, e ad essere ospitato nelle corti dei vari signori provando com’è spiacevole il sapore del pane prodotto altrove e come è faticoso percorrere le scale dei palazzi altrui. Inoltre, per diverso tempo, Dante verrà accostato ad altri esuli fiorentini che, nonostante la comune sventura, vorranno comunque mettersi contro di lui, ma questo gruppo di esuli andrà incontro ad una fine sanguinosa nella battaglia della Lastra, in cui periranno dimostrando così le conseguenze del loro agire dissennato.  

Quanto al poeta, lo spirito dell’antenato gli preannuncia che troverà accoglienza e protezione presso Bartolomeo Della Scala, signore di Verona, che sullo stemma porta il simbolo dell’aquila imperiale: questi sarà talmente generoso verso di lui che gli darà il suo favore senza volere nulla in cambio. A Verona, inoltre, Dante conoscerà colui che fin dalla nascita è stato così benevolmente influenzato dal Cielo di Marte che le sue future imprese e la sua generosità sono destinate ad essere ricordate e giudicate benevolmente perfino dai suoi stessi nemici: finora nessuno si è accorto di quest’uomo straordinario perché ancora molto giovane, ma prima che Clemente V inganni Arrigo VII la sua giustizia, la sua umiltà e la sua grandezza saranno note a tutti. Poi Cacciaguida aggiunge ulteriori dettagli sulle future imprese del signore veronese, preannunciandogli cose incredibili per i mortali, ma su queste ultime gli impone il silenzio. Il discorso si conclude con l’esortazione dello spirito a Dante a non odiare i suoi concittadini, giacché la sua vita è destinata a durare ben oltre la punizione che il destino ha in serbo per loro.

Dante in esilio presso la corte di Ravenna
Dante in esilio presso la corte di Ravenna — Fonte: getty-images

Al termine di questo discorso, il poeta si rivolge nuovamente allo spirito dell’antenato per ricevere risposte ad un nuovo dubbio che ora lo attanaglia: ora è consapevole che lo attendono prove ed esperienze difficili e, dovendo lasciare la natìa Firenze, è bene che non si precluda la possibilità di chiedere ospitalità in altre città, magari a causa dei suoi versi. Nel corso del suo viaggio ultraterreno egli ha sentito cose che, se riportate per intero, saranno sicuramente sgradevoli per moltissime persone; d’altro canto, se non dirà tutta la verità rispetto a quanto visto e sentito, non avrà garantita alcuna fama presso i posteri.

Per tutta risposta la luce di Cacciaguida si accende e risponde che solo chi ha la coscienza sporca, per errori propri o di qualcun altro, proverà fastidio nel sentire il suo racconto, che dovrà essere riportato per intero e spoglio di qualunque menzogna. All’inizio i versi del poeta avranno un sapore senz’altro aspro, ma una volta digeriti si riveleranno un nutrimento spirituale vitale. Con il suo racconto Dante farà tremare i personaggi più in vista, motivo per cui nei tre regni gli sono apparsi solo le anime di quelle persone degne di nota e la cui opinione quindi, era in grado di attirare l’attenzione di chi avrebbe ascoltato il racconto in versi del fiorentino.   

Il Canto può essere quindi suddiviso in sei parti:   

  • Vv. 1-30: Dubbi e richieste di Dante a Cacciaguida rispetto alla sua vita futura.
  • Vv. 31-45: Cacciaguida allude all’onniscienza divina.
  • Vv. 46-69: Cacciaguida profetizza l’esilio di Dante.
  • Vv. 70-99: Il futuro di Cangrande della Scala.
  • Vv. 100-120: Nuovi dubbi di Dante sull’esilio e sull’opportunità della sua opera letteraria.
  • Vv. 121-142: Cacciaguida chiarisce i dubbi di Dante sulla sua missione poetica.

2La profezia e la missione poetica del Canto XVII

Il Canto conclusivo della trilogia di Cacciaguida continua e prosegue argomenti e temi già presenti nei due canti precedenti, come il rapporto filiale tra Dante ed il suo antenato, che non solo è ripreso da evidenti riferimenti come quello della ‘piota’ del v. 13, che conclude la metafora del Canto XV, v. 89, ma anche con riferimenti interni allo stesso Canto XVII, come accade con l’invocazione ‘padre mio’ del v. 106.

L’idea di un rapporto simile si poggia anche sui richiami alla mitologia greca che ruotano attorno al rapporto genitore-figlio sia in senso positivo che negativo. Se nei due canti precedenti il riferimento, più o meno esplicito, era stato all’Eneide virgiliana, qui invece vengono utilizzati i miti di Fetonte (vv. 1-3) e quello di Ippolito (vv. 46-48): il primo per significare il timore del figlio nei confronti di un padre nobile; il secondo, di segno completamente opposto, assimila Dante a Ippolito nella sua condanna all’esilio frutto di un tranello maligno.

I due nuclei fondamentali attorno a cui ruota l’intero Canto sono la profezia dell’esilio e la missione poetica di Dante.  Il primo nodo era già emerso nei due precedenti canti, in cui Cacciaguida descrive a Dante le virtù domestiche e civili completamente perdute di una Firenze ormai scomparsa: in quella presente il denaro e il mercato si sono sostituiti alla nobiltà e alle virtù militari provocando un degrado morale della città in cui Dante, a questo punto, non può più avere posto. Nel Canto XVI la causa del trionfo di mercanti e cambiatori di denaro veniva indicata ne ‘la gente ch’ al mondo più traligna’(cfr. Par. XVI, 58), cioè nella Chiesa, e allo stesso modo, nel presente Canto, le trame che porteranno anche all’esilio di Dante vengono preparate ‘là dove Cristo tutto dì si merca’ (v. 51) con riferimento alla curia papale di Bonifacio VIII: ancora una volta, quindi, il dramma personale e umano del protagonista/narratore viene inserito in un contesto di respiro universale in cui la rovina morale della città di Firenze è frutto del degrado delle istituzioni universali.

Statua equestre sulla tomba di Cangrande Della Scala a Verona
Statua equestre sulla tomba di Cangrande Della Scala a Verona — Fonte: ansa

La Commedia viene concepita e scritta dopo la cacciata di Dante da Firenze, motivo per cui l’intera opera può essere letta anche come una sorta di rivalsa personale dell’autore nei confronti di una città ormai moralmente corrotta, che costringe uno dei suoi cittadini, tra i più onesti e capaci, a provare le durezze dell’esilio, ad assaggiare quanto è salato il pane delle altre città (vv. 58-59, riferimento al fatto che in molte zone del Centro Italia il pane viene cotto senza sale, motivo per cui quello degli altri risulta salato) e quanto può essere umiliante cercare sostegno e riparo nei palazzi dei signori di altre città (vv. 59-60).

Eppure proprio da qui parte una lunga digressione in cui Cacciaguida preannuncia a Dante che troverà riparo presso la corte scaligera a Verona. In particolare, l’anima beata si sofferma ad elogiare Cangrande della Scala, membro della dinastia dei della Scala, condottiero militare e signore di Verona; la sua attività politica si volse all’appoggio della fazione ghibellina italiana di cui, in breve tempo, divenne il punto di riferimento. Tra le altre cose fu amico dell’Alighieri, e il maggiore protettore e, difatti, il poeta gli dedica l’intera Cantica del Paradiso.

2.1La missione poetica di Dante

La parte conclusiva del Canto è dedicata alla missione poetica, cioè al fine ultimo, della Commedia. Anche qui il preziosismo letterario del doppio ruolo di Dante che agisce come protagonista e narratore, serve a introdurre il solenne discorso conclusivo di Cacciaguida che esorta il discendente a non essere timido nel narrare quanto visto e udito nel viaggio ultraterreno, denunciando i mali del suo tempo e facendo tremare chi, ignobilmente, è alla guida politica delle varie istituzioni e degli Stati del Paese. La missione poetica di Dante, quindi, il dovere di narrare quanto visto nella sua immaginifica esperienza metafisica, si concretizza in una diversa modalità di continuare la sua attività e politica in maniera differente, agendo sul piano letterario.

3Testo e parafrasi del Canto XVII del Paradiso

Testo

Qual venne a Climené, per accertarsi
di ciò ch’avea incontro a sé udito,
quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi;

tal era io, e tal era sentito
e da Beatrice e da la santa lampa
che pria per me avea mutato sito.

Per che mia donna «Manda fuor la vampa
del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca
segnata bene de la interna stampa;

non perché nostra conoscenza cresca
per tuo parlare, ma perché t’ausi
a dir la sete, sì che l’uom ti mesca».

«O cara piota mia che sì t’insusi,
che, come veggion le terrene menti
non capere in triangol due ottusi,

così vedi le cose contingenti
anzi che sieno in sé, mirando il punto
a cui tutti li tempi son presenti;

mentre ch’io era a Virgilio congiunto
su per lo monte che l’anime cura
e discendendo nel mondo defunto,

dette mi fuor di mia vita futura
parole gravi, avvegna ch’io mi senta
ben tetragono ai colpi di ventura;

per che la voglia mia saria contenta
d’intender qual fortuna mi s’appressa;
ché saetta previsa vien più lenta».

Così diss’io a quella luce stessa
che pria m’avea parlato; e come volle
Beatrice, fu la mia voglia confessa.

Né per ambage, in che la gente folle
già s’inviscava pria che fosse anciso
l’Agnel di Dio che le peccata tolle,

ma per chiare parole e con preciso
latin rispuose quello amor paterno,
chiuso e parvente del suo proprio riso:

«La contingenza, che fuor del quaderno
de la vostra matera non si stende,
tutta è dipinta nel cospetto etterno:

necessità però quindi non prende
se non come dal viso in che si specchia
nave che per torrente giù discende.

Da indi, sì come viene ad orecchia
dolce armonia da organo, mi viene
a vista il tempo che ti s’apparecchia.

Qual si partio Ipolito d’Atene
per la spietata e perfida noverca,
tal di Fiorenza partir ti convene.

Questo si vuole e questo già si cerca,
e tosto verrà fatto a chi ciò pensa
là dove Cristo tutto dì si merca.

La colpa seguirà la parte offensa
in grido, come suol; ma la vendetta
fia testimonio al ver che la dispensa.

Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;

che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr’a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.

Di sua bestialitate il suo processo
farà la prova; sì ch’a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.

Lo primo tuo refugio e ‘l primo ostello
sarà la cortesia del gran Lombardo
che ‘n su la scala porta il santo uccello;

ch’in te avrà sì benigno riguardo,
che del fare e del chieder, tra voi due,
fia primo quel che tra li altri è più tardo.

Con lui vedrai colui che ‘mpresso fue,
nascendo, sì da questa stella forte,
che notabili fier l’opere sue.

Non se ne son le genti ancora accorte
per la novella età, ché pur nove anni
son queste rote intorno di lui torte;

ma pria che ‘l Guasco l’alto Arrigo inganni,
parran faville de la sua virtute
in non curar d’argento né d’affanni.

Le sue magnificenze conosciute
saranno ancora, sì che ‘ suoi nemici
non ne potran tener le lingue mute.

A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;
per lui fia trasmutata molta gente,
cambiando condizion ricchi e mendici;

e portera’ne scritto ne la mente
di lui, e nol dirai»; e disse cose
incredibili a quei che fier presente.

Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose
di quel che ti fu detto; ecco le ‘nsidie
che dietro a pochi giri son nascose.

Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie,
poscia che s’infutura la tua vita
vie più là che ‘l punir di lor perfidie».

Poi che, tacendo, si mostrò spedita
l’anima santa di metter la trama
in quella tela ch’io le porsi ordita,

io cominciai, come colui che brama,
dubitando, consiglio da persona
che vede e vuol dirittamente e ama:

«Ben veggio, padre mio, sì come sprona
lo tempo verso me, per colpo darmi
tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona;

per che di provedenza è buon ch’io m’armi,
sì che, se loco m’è tolto più caro,
io non perdessi li altri per miei carmi.

Giù per lo mondo sanza fine amaro,
e per lo monte del cui bel cacume
li occhi de la mia donna mi levaro,

e poscia per lo ciel, di lume in lume,
ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume;

e s’io al vero son timido amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico».

La luce in che rideva il mio tesoro
ch’io trovai lì, si fé prima corusca,
quale a raggio di sole specchio d’oro;

indi rispuose: «Coscienza fusca
o de la propria o de l’altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca.

Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua vision fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’è la rogna.

Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.

Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.

Però ti son mostrate in queste rote,
nel monte e ne la valle dolorosa
pur l’anime che son di fama note,

che l’animo di quel ch’ode, non posa
né ferma fede per essempro ch’aia
la sua radice incognita e ascosa,

né per altro argomento che non paia».

Parafrasi

Con lo stesso timore con cui andò da Climene, per accertarsi
di quello che aveva ascoltato contro di sé,
colui che ancor'oggi rende i padri poco tolleranti con i figli;

così mi sentivo io, e così mi avertiva
sia da Beatrice che da quella santa luce
che per me aveva cambiato di posto.

Perciò la mia donna mi disse:« Fai pure le
tue domande, e che siano
ben segnate dal tuo stato d'animo;

non perché la nostra conoscenza cresca
per le tue parole, ma perché tu ti abitui
a chiedere, così che ti venga dato».

«O cara mia radice che ti sei tanto innalzata,
così come le menti mortali capiscono che
in un triangolo non possono esserci due angoli ottusi,

altrettanto chiaramente vedi le cose umane
prima che avvengano, guardando a quel punto
in cui tutti i tempi sono contemporanei;

quando ero insieme a Virgilio
sia nel Purgatorio
che all'Inferno

sul mio avvenire mi vennero dette
parole pesanti, e allora è necessario che io sia
ben preparato al futuro;

ed il mio desiderio sarebbe d'esser contento
di sapere cosa mi aspetta per il futuro:
perché la freccia prevista viaggia più lenta».

Così dissi a quell'anima che
prima mi aveva parlato; e come volle
Beatrice, il mio desiderio fu espresso.

Non con ambiguità, con le quali i pagani
restavano invischiati prima che fosse ucciso
l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo,

ma con parole chiare ed un preciso
parlare rispose con amore paterno,
avvolto in quella letizia che mostrava:

«Gli avvenimenti umani, che fuori del limite
della vostra materia non si estendono,
sono quanti tutti visibili all'occhio di Dio;

tuttavia non sono inevitabili,
come non lo è il fatto che una nave discenda un
torrente solo perché qualcuno la osserva.

Dalla mente divina, così come alle orecchie
arriva una dolce armonia da uno strumento, mi
viene agli occhi il futuro che ti si prepara.

Come dovette partire Ippolito da Atene
per gli inganni della matrigna
così da Firenze ti dovrai separare.

Questo è ciò che si vuole e già si prepara,
e che presto verrà fatto per le trame di chi
tutto il giorno vende Cristo.

La colpa verrà data agli sconfitti
attraverso la cattiva fama, come di solito accade; ma la vendetta
divina indicherà i veri colpevoli.

Tu lascerai tutto ciò che più ti è
caro; e questa è quella freccia
che dall'esilio viene scoccata per prima.

Assaggerai com'è salato
il pane che si mangia altrove, e come sia faticoso
scendere e salire le scale degli altri.

E ciò che ti peserà di più sulle spalle,
sarà l’ignobile e malvagia compagnia
con la quale tu andrai in eilio;

Che, ingrata, composta di persone bestiali e blasfeme
andranno contro di te; ma in poco tempo,
saranno loro, non tu, ad avere le tempie rosse.

il modo di agire degli sconfitti sarà prova
del loro errore; sicché sarà stato per te onorevole
esserti allontanato da loro.

Il primo luogo dove troverai rifugio
sarà da quel signore lombardo che
ha per simbolo la scala e l’aquila;

che avrà così tanto riguardo nei tuoi confronti
che nel chiedere e nel rispondere, tra di voi,
farà prima lui a rispondere che tu a domandare.

In casa sua vedrai colui che è tanto influenzato,
per nascita, da questo pianeta guerriero,
che farà memorabili le sue imprese.

Le persone non se ne sono ancora accorte
per la sua giovane età, poiché per soli nove anni
questi cieli hanno girato attorno a lui;

ma prima che il Guascone inganni il grande Arrigo,
ci saranno le scintille della sua virtù
che non si curerà di ricchezze né delle fatiche.

La sua generosità verrà riconosciuta
più volte, al punto che i suoi nemici
non potranno non parlarne.

Rivolgiti a lui e al suo altruismo;
per opera sua molti cambieranno la loro posizione,
e si scambieranno la posizione i ricchi e i mendicanti;

queste cose dovrai ben ricordare
sul suo conto, ma senza raccontarle»; e poi disse cose
che gli uomini viventi non potrebbero mai credere.

Poi concluse: « Figlio mio, queste sono le spiegazioni
di ciò che ti ho detto; ecco i pericoli
che dovrai affrontare tra poco tempo.

Non voglio però che odi i tuoi concittadini,
che il prosieguo della tua vita
vedrà la punizione delle loro malvagità».

Dopo che, tacendo, l’anima beata
dimostrò di aver terminato il quadro
per il quale gli avevo dato la tela,

io dissi, come colui che desidera,
colto dal dubbio, il consiglio da una persona
che vede con stima e che ama:

«Vedo bene, o padre mio, come incalza rapido
il tempo verso di me, per darmi un colpo
tale, che è tanto più forte per chi è impreparato;

perciò è saggio che io debba armarmi di previdenza,
in modo che, se mi è tolto il luogo a me più caro,
io non perda anche gli altri per i miei versi.

Giù per l’Inferno,
e per il monte dalla bella vetta
dove mi condussero gli occhi di Beatrice,

e poi su per il cielo, di lume in lume,
ho imparato ciò che, se io lo ripeto,
a molti farà storcere la bocca;

ma se sarò prudente nel dire la verità,
ho paura di perdere la fama tra quanti
chiameranno antichi questi tempi nostri».

Il luccichio che faceva brillare quel tesoro
che avevo trovato in quel cielo, dapprima lampeggiò,
come un raggio di sole su uno specchio d’oro;

e poi rispose: « Qualche coscienza sporca
per colpe proprie o altrui
senz’altro avvertirà le tue parole brusche.

Ma nondimeno, privo di ogni falsità,
riporta ciò che hai visto;
e chi ha la rogna, se la gratti.

Ché se ciò che dici sarà sgradevole
al primo assaggio, un nutrimento vitale
lascerà poi, quando sarà digerita.

La tua voce sarà come un vento,
che scuote le cime più alte;
cosa che ti rende non poco onore.

Per tal motivo ti sono state mostrate in questi cieli,
nel monte del Purgatorio e alla valle dell’Inferno
solo quelle anime che sono note e famose,

perché l’animo di chi ascolta, non dà
credito ad un esempio che ha una
radice ignota e nascosta,

o ad un altro argomento di chiara evidenza».

4Figure retoriche del Canto XVII del Paradiso di Dante

  • V. 3, quei … scarsi: perifrasi per indicare Fetone: l'intera terzina fa riferimento al racconto mitologico di cui Fetonte è
  • protagonista.
  • V. 5, santa lampa: perifrasi per indicare l'anima di Cacciaguida.
  • Vv. 7-9, Manda … stampa: metafora in cui la curiosità di Dante diventa una fiamma che deve divampare dalla sua anima, e che deve rendere manifesto il suo stato d'animo.
  • V. 12, a dir … mesca: metafora in cui la curiosità diventa una sete che va soddisfatta con la richiesta d'acqua. Si può anche intendere come un presagio della successiva profezia e della situazione di necessità che Dante si troverà a vivere dopo il suo esilio.
  • V. 13, piota; insusi: 'piota' vuol dire 'radice', ed è quindi perifrasi per indicare Cacciaguida, antenato di Dante; 'insusi' è invece un dantismo.
  • Vv. 17-18, il punto … presenti: perifrasi per indicare Dio che, essendo eterno, non conosce passato o futuro.
  • V. 20, lo monte … cura: perifrasi per il Purgatorio.
  • V. 21, mondo defunto: perifrasi per l'Inferno.
  • V. 31, ambage: latinismo ricavato da ambages, che in latino vuol dire 'ambiguità'.
  • V. 51, là dove … merca: perifrasi per indicare la Chiesa.
  • Vv. 56-57, quello strale … saetta: metafora che si ricollega a quella del v.27, di cui riprende le forme.
  • V. 60, salir … scale: metafora che significa il chiedere aiuto ai potenti salendo, appunto, le scale dei loro palazzi.
  • V. 66, rossa la tempia: metafora con cui s’intende indicare che le tempie dei Gulfi Bianchi saranno rosse di sangue e vergogna a causa della sconfitta.
  • V. 72, la scala … uccello: perifrasi che indica Bartolomeo della Scala, signore di Verona, che aveva sul suo stemma il simbolo famigliare della Scala e quello dell’aquila imperiale.
  • V. 82, il Guasco; l’alto Arrigo: perifrasi che indica rispettivamente il papa Clemente V e l’Imperatore Arrigo VII. Clemente V, incoraggiò la discesa in Italia dell’Imperatore ma nel 1312 gli contrappose i Guelfi e il partito angioino.
  • V. 98, infutura: dantismo che sta ‘andare nel futuro’, cioè prolungarsi.
  • Vv. 101-102, la trama … ordita: si tratta di una metafora per cui la lunga risposta di Cacciaguida è paragonata ad un’immagine che viene dipinta su quella tela, cioè la domanda, che è stato Dante stesso a fornirgli.
  • V. 112, lo mondo … amaro: perifrasi per indicare l’Inferno.
  • V. 113, lo monte … cacume: perifrasi per indicare il Purgatorio; ‘cacume’ è latinismo che deriva da ‘cacumen’, cioè vetta.
  • Vv. 119-120, coloro … antico: perifrasi per indicare i posteri.
  • V. 121, La luce … tesoro: perifrasi per indicare l’anima di Cacciaguida.
  • V. 129, grattar … rogna: metafora dal tono piuttosto forte. La rogna è una malattia della pelle che provoca eruzioni pruriginosi, qui viene usata per significare le colpe cui, se Dante farà riferimento, daranno fastidio ai colpevoli come i suddetti sfoghi di rogna.
  • V. 134, le più … percuote: metafora per indicare le personalità più potenti.

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