Canto XI del Paradiso: testo, parafrasi, commento e figure retoriche

Canto XI del Paradiso: testo, parafrasi, commento e figure retoriche A cura di Antonello Ruberto.

Testo, parafrasi e spiegazione del canto XI del Paradiso di Dante, che racconta la vita di San Francesco attraverso le parole di San Tommaso d'Aquino

1Canto XI del Paradiso: trama e struttura

Canto XI Pardiso. Illustrazione di Franz von Bayros
Canto XI Pardiso. Illustrazione di Franz von Bayros — Fonte: getty-images

Tema centrale del Canto è il racconto della vita di san Francesco d'Assisi fatto da san Tommaso d'Aquino: obiettivo del filosofo domenicano è di lodare il fondatore dell'ordine francescano per evidenziare la decadenza dell'ordine cui egli stesso apparteneva.  

Il Canto comincia con un'invocazione di Dante, che sottolinea la vanità degli affanni terreni, e di come gli uomini perdano il tempo della loro vita alla ricerca dei piaceri terreni o di una gloria vana, magari ottenuta tramite frodi, sotterfugi o con la violenza; egli, ormai, si è sollevato al di sopra di questi affanni, motivo per cui riesce a sollevarsi in cielo insieme a Beatrice, dov'è accolto dalle anime beate.  

Finita questa parte introduttiva la narrazione si riaggancia al canto precedente che aveva lasciato alcune cose in sospeso: la corona di anime che stava ruotando si arresta ed una di esse, la stessa che aveva già parlato nel Canto X, ricomincia il suo discorso facendosi più luminosa. L'anima è quella di san Tommaso, il quale comincia a parlare dicendo che, attraverso la mente di Dio, ha capito che alcune delle cose che ha detto sono poco chiare al poeta (cfr. Par. X, 96 e 114), e necessitano quindi di essere meglio esposte.  

Tommaso inizia la sua spiegazione dicendo che la Provvidenza ha deciso della nascita di prìncipi (v. 35) che aiutassero la Chiesa a rimanere salda e la guidassero in un momento di tribolazione. Dei due prìncipi, uno fu pervaso di ardore mistico e perciò simile ad un Serafino, l'altro invece fu sapiente al punto da risplendere alla luce dei Cherubini: si tratta rispettivamente di san Francesco e di san Domenico. Tommaso, domenicano, parlerà di Francesco, giacché, avendo essi un medesimo scopo, lodando uno si loderà anche l'altro.

Il racconto della vita di Francesco copre la parte più importante del Canto intero, e comincia con una lunga descrizione dei luoghi in cui Francesco è nato che e acquistano anche un senso ulteriore con una serie di metafore che rimandano alla dimensione spirituale cui il santo sembra destinato già dal luogo di nascita, ed il fatto che Dante lo paragoni allo stesso sole per la funzione confortante delle sue virtù (v. 57).

San Franceso e i suoi primi compagni Bernardo da Quintavalle e Pietro Cattani. Affresco di Della Rovere
San Franceso e i suoi primi compagni Bernardo da Quintavalle e Pietro Cattani. Affresco di Della Rovere — Fonte: getty-images

Il racconto della vita del Santo d'Assisi si muove tutto, in una dimensione mistica e spirituale come dimostra il lungo preambolo che si muove tutto nell'ambito (vv. 55-75) della metafora che parla dell'unione dell'assisiate con una donna che, nonostante le sue virtù, era rimasta sola per più di millecento anni dopo la morte del primo marito e nessun altro uomo aveva voluto prenderla in sposa, e che per amor di essa egli andò incontro all'ira paterna: Tommaso scioglie la lunga metafora solo alla terzina dei vv. 73-75, dove esplicita che i due sposi di cui parla sono Francesco e la Povertà

Si tratta di un amore che suscita pensieri e sentimenti santi, al punto che ispirare altri a seguirli: il primo fu Bernardo di Quintavalle, che si scalzò (v. 80) e seguì Francesco sulla via della povertà, e presto altri compagni si unirono allo sposo per amore della sposa (v. 84). Divenuto ormai capo di quella famiglia, il Poverello d'Assisi si recò a Roma per chiedere, umilmente, a papa Innocenzo III di riconoscere la sua nuova regola ottenendo così una prima approvazione che fece crescere di numero i suoi seguaci e portò poi al definitivo riconoscimento di papa Onorio III. Poi, in cerca di martirio, se ne andò a predicare in Terra Santa alla corte del Sultano, che però si comportò in modo superbo e in quei luoghi trovò persone non disposte ad ascoltare le sue parole

San Tommaso d'Aquino, 1269
San Tommaso d'Aquino, 1269 — Fonte: getty-images

Tornò in Italia e si rifugiò sul monte Verna dove ricevette le stimmate, e con esse la definitiva approvazione del suo ordine; portò i segni della Passione di Cristo per due anni, cioè fino al momento della morte, quando, dopo aver raccomandato la sua donna ai suoi eredi (i confratelli francescani) la sua anima se ne ritornò in cielo.  

Finito il racconto, Tommaso si ricollega al momento iniziale del Canto e invita Dante a pensare a Domenico, l'altro principe della Chiesa insieme a Francesco, fondatore dell'Ordine domenicano. Chi si attiene alla regola dell'Ordine può trarne grandi benefici e arricchirsi spiritualmente, ma coloro si allontanano dalla regola in cerca di beni terreni s'impoveriscono, e questi ultimi sono la maggior parte degli appartenenti all’Ordine tanto che, arriva a dire il filosofo, per tessere tutte le tonache dei frati rimasti fedeli agli insegnamenti di Domenico, basterebbe pochissima stoffa: ecco spiegate le frasi del Canto X.  

Schematizzando, nel Canto XI si possono individuare cinque momenti:  

  • Vv. 1-27 : Invocazione iniziale di Dante e ripresa del discorso di Tommaso sui dubbi del poeta.
  • Vv. 28-42: Tommaso parla della missione di Francesco e Domenico.
  • Vv. 43-54: Descrizione del luogo della nascita di Francesco.
  • Vv. 56-117: Vita di Francesco dalle nozze mistiche con la Povertà fino alla morte dopo le stimmate.
  • Vv. 118-139: I problemi dell’Ordine domenicano.

1.1Il primo dei canti gemelli

I canti XI e XII si svolgono entrambi nel IV Cielo, quello del Sole che ospita le anime dei Sapienti, ed in entrambi i Canti si affronta il tema della crisi degli Ordini mendicanti, cioè dei Francescani e dei Domenicani, nati all’inizio del Duecento e che espressero in maniera diversa quella nuova sensibilità che stava attraversando la Chiesa.

Ai tempi di Dante, però, entrambi i movimenti sembrano aver perso lo smalto iniziale, essendosi discostati dagli insegnamenti e dalle regole dei loro fondatori, ed il fiorentino decide di affrontare il tema nei Canti XI e XII operando una sorta di chiasmo: se nel Canto XI è il domenicano san Tommaso a tessere le lodi di Francesco e ad evidenziare i problemi interni al proprio Ordine, in quello successivo sarà il francescano san Bonaventura a lodare san Domenico e ad evidenziare i problemi del suo Ordine.

2I protagonisti del Canto XI

2.1San Tommaso d'Aquino

San Tommaso d’Aquino nasce nel 1225 in provincia di Frosinone, entra nel monastero di Montecassino e poi si trasferisce per studio a Napoli. Diventa frate domenicano intorno ai vent’anni, e prosegue poi i suoi studi tra Parigi e Colonia, i primi scritti teologici risalgono agli anni ‘50 del secolo, lo stesso periodo in cui inizia ad insegnare teologia presso l’Università di Parigi, un ruolo per il quale era stato segnalato da Alberto Magno, suo vecchio maestro.

Inizia quindi in questo periodo l’attività scrittoria di uno dei filosofi più importanti del medioevo cristiano e della storia della filosofia; ovviamente viene considerato come uno dei massimi esponenti della Scolastica, ovvero della concezione filosofica medievale che tentava di conciliare le dottrine teologiche cristiane con le strutture della filosofia greca, in particolar modo quella aristotelica: in questo senso è estremamente rilevante il ruolo dell’intelletto nella sua concezione filosofica.

La sua profonda conoscenza delle Scritture e della filosofia crebbe notevolmente la sua fama e gli valse alcuni incarichi di enorme importanza, come quando nel 1265 venne richiamato a Roma da papa Urbano IV che gli affidò il ruolo di Maestro reggente ed il compito di formare i teologi curiali; è in questo periodo che comincia a scrivere la Summa Theologiae, la sua opera più importante.

Qualche anno più tardi, nel 1272, il Capitolo Generale dell’Ordine dei Domenicani gli affidò il compito di organizzare uno Studium di Teologia nella città di Napoli, allora governata da Carlo I d’Angiò, di cui gli fu offerto anche l’arcivescovado.

Morì all’inizio del 1274, durante il viaggio da Roma a Lione, dove avrebbe dovuto prendere parte al Concilio convocato per il maggio di quell’anno.

2.2San Francesco d'Assisi

San Francesco d'Assisi
San Francesco d'Assisi — Fonte: ansa

La figura di Francesco d’Assisi permea tutto il Canto e ne costituisce il nucleo centrale. Figlio del ricco mercante Pietro Bernardone nasce ad Assisi nel 1181, e conduce una vita di agi fino a che non viene colto, nel 1206, da una profondissima crisi spirituale che lo spinge a donare tutti i suoi averi ai poveri della città.

Questa scelta scandalosa spinge il padre a convocarlo davanti alla corte episcopale della città per costringerlo a ritornare sui suoi passi (vv. 61-62), ma Francesco si spogliò pubblicamente dei suoi ricchi vestiti comunicando, simbolicamente, il definitivo rifiuto dell’eredità paterna e di tutte le sue ricchezze.

Da questo momento Francesco comincia a vivere la sua vita in assoluta povertà seguendo alla lettera i precetti del Vangelo ed imitando la vita di Cristo; presto si guadagna molti seguaci che premono perché stenda una regola del nuovo Ordine che si sta formando e si rechi dal papa per farlo riconoscere dalla Chiesa: il nuovo movimento, che conosce una diffusione ed un successo rapidissimi, viene prima riconosciuto da Innocenzo III e poi, definitivamente, da Onorio III.

Nel movimento sorsero contrasti tra chi voleva che le posizioni di Francesco sull’assoluta povertà si ammorbidissero, e chi voleva invece continuare ad imitarlo: questi contrasti, alimentati dal sospetto sugli atteggiamenti troppo radicali di Francesco che sembravano accusare implicitamente la Chiesa per le sue troppe ricchezze, erano destinati ad esplodere dopo la morte del fondatore dell’Ordine.

Ritiratosi sul monte Verna per sottrarsi alle polemiche, nel 1224 ricevette il dono delle stimmate. Muore due anni dopo.

San Francesco d'Assisi riceve le stimmate. Monaco italiano che predicava semplicità, povertà e umiltà davanti a Dio, fondatore dell'ordine francescano
San Francesco d'Assisi riceve le stimmate. Monaco italiano che predicava semplicità, povertà e umiltà davanti a Dio, fondatore dell'ordine francescano — Fonte: getty-images

Dante fa un racconto della vita di Francesco impostato su un piano narrativo che è fortemente spirituale e si appiglia a simbolismi forti ed evocativi che emergono già dal discorso sui due “principi” inviati dalla Provvidenza (vv. 28-42) in cui Francesco e Domenico sono paragonati, rispettivamente, ai Serafini e ai Cherubini. Ma la dimensione simbolica e spirituale si fa forte quando poi il poeta descrive i luoghi di origine del santo e questi viene paragonato alla luce del sole quando sorge dal Gange, cioè dall’Oriente, in primavera (vv. 50-51) e, soprattutto, quando ne indica in “Ascesila città di nascita: con questo nome era nota Assisi ai tempi, ma non c’è dubbio che Dante abbia giocato sulla doppia lettura della parola che, com’è ovvio, può essere intesa anche nel senso dell’ascensione spirituale (vv. 53-54).

Il racconto vero e proprio della vita dell’assisiate si muove poi sulla linea del parallelo tra la sua figura e quella del Cristo, che comincia con l’unione mistica di Francesco con la Povertà, rimasta vedova dopo la morte del Figlio di Dio, e con la fondazione dell’Ordine che riceve ben tre sigilli: i primi due dai papi Innocenzo III e Onorio III, il terzo è quello delle stimmate, cioè dei segni fisici della Passione di Cristo, che Francesco riceve direttamente sul proprio corpo.

3Canto XI del Paradiso: testo e parafrasi

Testo

O insensata cura de’ mortali,
quanto son difettivi silogismi
quei che ti fanno in basso batter l’ali!

Chi dietro a iura, e chi ad amforismi
sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
e chi regnar per forza o per sofismi,

e chi rubare, e chi civil negozio,
chi nel diletto de la carne involto
s’affaticava e chi si dava a l’ozio,

quando, da tutte queste cose sciolto,
con Beatrice m’era suso in cielo
cotanto gloriosamente accolto.

Poi che ciascuno fu tornato ne lo
punto del cerchio in che avanti s’era,
fermossi, come a candellier candelo.

E io senti’ dentro a quella lumera
che pria m’avea parlato, sorridendo
incominciar, faccendosi più mera:

«Così com’io del suo raggio resplendo,
sì, riguardando ne la luce etterna,
li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.

Tu dubbi, e hai voler che si ricerna
in sì aperta e ‘n sì distesa lingua
lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna,

ove dinanzi dissi "U’ ben s’impingua",
e là u’ dissi "Non nacque il secondo";
e qui è uopo che ben si distingua.

La provedenza, che governa il mondo
con quel consiglio nel quale ogne aspetto
creato è vinto pria che vada al fondo,

però che andasse ver’ lo suo diletto
la sposa di colui ch’ad alte grida
disposò lei col sangue benedetto,

in sé sicura e anche a lui più fida,
due principi ordinò in suo favore,
che quinci e quindi le fosser per guida.

L’un fu tutto serafico in ardore;
l’altro per sapienza in terra fue
di cherubica luce uno splendore.

De l’un dirò, però che d’amendue
si dice l’un pregiando, qual ch’om prende,
perch’ad un fine fur l’opere sue.

Intra Tupino e l’acqua che discende
del colle eletto dal beato Ubaldo,
fertile costa d’alto monte pende,

onde Perugia sente freddo e caldo
da Porta Sole; e di rietro le piange
per grave giogo Nocera con Gualdo.

Di questa costa, là dov’ella frange
più sua rattezza, nacque al mondo un sole,
come fa questo tal volta di Gange.

Però chi d’esso loco fa parole,
non dica Ascesi, ché direbbe corto,
ma Oriente, se proprio dir vuole.

Non era ancor molto lontan da l’orto,
ch’el cominciò a far sentir la terra
de la sua gran virtute alcun conforto;

ché per tal donna, giovinetto, in guerra
del padre corse, a cui, come a la morte,
la porta del piacer nessun diserra;

e dinanzi a la sua spirital corte
et coram patre le si fece unito;
poscia di dì in dì l’amò più forte.

Questa, privata del primo marito,
millecent’anni e più dispetta e scura
fino a costui si stette sanza invito;

né valse udir che la trovò sicura
con Amiclàte, al suon de la sua voce,
colui ch’a tutto ‘l mondo fé paura;

né valse esser costante né feroce,
sì che, dove Maria rimase giuso,
ella con Cristo pianse in su la croce.

Ma perch’io non proceda troppo chiuso,
Francesco e Povertà per questi amanti
prendi oramai nel mio parlar diffuso.

La lor concordia e i lor lieti sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno esser cagion di pensier santi;

tanto che ‘l venerabile Bernardo
si scalzò prima, e dietro a tanta pace
corse e, correndo, li parve esser tardo.

Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
dietro a lo sposo, sì la sposa piace.

Indi sen va quel padre e quel maestro
con la sua donna e con quella famiglia
che già legava l’umile capestro.

Né li gravò viltà di cuor le ciglia
per esser fi’ di Pietro Bernardone,
né per parer dispetto a maraviglia;

ma regalmente sua dura intenzione
ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
primo sigillo a sua religione.

Poi che la gente poverella crebbe
dietro a costui, la cui mirabil vita
meglio in gloria del ciel si canterebbe,

di seconda corona redimita
fu per Onorio da l’Etterno Spiro
la santa voglia d’esto archimandrita.

E poi che, per la sete del martiro,
ne la presenza del Soldan superba
predicò Cristo e li altri che ‘l seguiro,

e per trovare a conversione acerba
troppo la gente e per non stare indarno,
redissi al frutto de l’italica erba,

nel crudo sasso intra Tevero e Arno
da Cristo prese l’ultimo sigillo,
che le sue membra due anni portarno.

Quando a colui ch’a tanto ben sortillo
piacque di trarlo suso a la mercede
ch’el meritò nel suo farsi pusillo,

a’ frati suoi, sì com’a giuste rede,
raccomandò la donna sua più cara,
e comandò che l’amassero a fede;

e del suo grembo l’anima preclara
mover si volle, tornando al suo regno,
e al suo corpo non volle altra bara.

Pensa oramai qual fu colui che degno
collega fu a mantener la barca
di Pietro in alto mar per dritto segno;

e questo fu il nostro patriarca;
per che qual segue lui, com’el comanda,
discerner puoi che buone merce carca.

Ma ‘l suo pecuglio di nova vivanda
è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote
che per diversi salti non si spanda;

e quanto le sue pecore remote
e vagabunde più da esso vanno,
più tornano a l’ovil di latte vòte.

Ben son di quelle che temono ‘l danno
e stringonsi al pastor; ma son sì poche,
che le cappe fornisce poco panno.

Or, se le mie parole non son fioche,
se la tua audienza è stata attenta,
se ciò ch’è detto a la mente revoche,

in parte fia la tua voglia contenta,
perché vedrai la pianta onde si scheggia,
e vedra’ il corrègger che argomenta

"U’ ben s’impingua, se non si vaneggia"»

Parafrasi

Oh, le insensate preoccupazioni degli uomini,
quanto sono sbagliati quei ragionamenti
che fanno volare verso il basso!

Chi dietro agli studi giuridici chi a quelli medici
se ne andava, chi inseguendo cariche ecclesiastiche,
chi governava con la forza o l'inganno,

chi rubava e chi si dedicava alla politica,
chi nei piaceri della carne si
affaticava e chi si dava all'ozio,

quando, liberato da queste cose,
ero salito in cielo con Beatrice
dov'ero stato accolto in modo così glorioso.

Dopo che ognuno fu tornato nel
punto dell'Empireo in cui era prima,
fermandosi, come candela nel candelabro.

E io sentì da quell'anima
che prima mi aveva parlato, sorridendo
incominciare, illuminandosi di più:

«Come io risplendo della Sua luce,
così, guardando la luce eterna,
comprendo la radice dei tuoi pensieri.

Tu dubiti, e vuoi che ti si chiarisca
con discorso aperto e chiaro
il mio parlare, che al tuo orecchio spieghi,

quando prima dissi: “Ove ci si arricchisce”,
e quando dissi: “Non ne nacque un altro”;
e qui è il caso che io distingua.

La Provvidenza, che governa il mondo
con quella saggezza in che per ogni creatura
risulta imperscrutabile,

affinché andasse verso il suo Diletto
la sposa di colui che tra alte grida
la sposò col suo sangue benedetto,

sicura di sé ed ancora più fedele,
due principi mise a suo servizio,
che le fossero da guida per un verso e per l’altro.

Uno di essi fu pieno d’ardore come un Serafino;
l’altro per la sua sapienza, sulla terra fu
splendido come di una luce angelica.

Dirò del primo, perché di qualunque dei due
si faccia lode, si parla anche dell’altro,
perché il loro scopo fu lo stesso.

Tra il Tupino e l’altro fiume
che scorre dal monte scelto da sant’Ubaldo,
un fertile pendio scende da un alto monte,

da qui Perugia prende i venti freddi e caldi
dal lato di Porta Sole; mentre dal lato opposto
per l’asprezza del monte Nocera e Gualdo.

Da questo lato, dove si fa più dolce
l’asprezza della roccia, sorse un Sole per il mondo,
potente come quello che a volte sorge dal Gange.

Perciò chi parla di questo posto,
non lo chiami “Assisi”, che sarebbe poco,
ma lo chiami “Oriente”, se proprio vuol parlarne.

Poco prima della nascita,
cominciò a far sentire alla terra
il beneficio della sua grande virtù;

che per una certa donna, da giovane, si scontrò
con il padre, per lei che, come fosse la morte,
non è amata da alcun uomo;

e davanti al tribunale ecclesiastico
e davanti al padre la sposò;
e poi l’amò sempre di più di giorno in giorno.

Questa, vedova del primo marito,
disprezzata e trascurata da più di millecento anni
fino a costui rimase sola;

non servì sentire che la si trovò sicura
insieme ad Amiclàte, davanti al suono della voce
di colui che intimorì tutto il mondo;

né le valse l’esser fedele e fiera
al punto che, mentre Maria rimase giù,
ella pianse con Cristo sulla croce.

Ma non continuerò a parlare in modo oscuro,
Francesco e la Povertà sono i due amanti
che devi intendere nel mio parlare.

La loro armonia e il loro aspetto felice,
l’amore la meraviglia e i loro sguardi dolci
li resero causa di santi pensieri;

tanto che il venerabile Bernardo
li seguì per primo, e dietro a tante beatitudine
corse, e pur correndo, li parve andar piano.

Oh, che ricchezza sconosciuta! Oh, bene fecondo!
Si fece frate Egidio, e poi anche Silvestro
seguendo lo sposo, innamorati della sposa.

Quindi se ne va quel padre e quel maestro
con la sua sposa e la famiglia
che già si cingeva dell’umile cinta.

E la viltà del cuore non gli appesantì gli occhi
per essere figlio di Pietro Bernardone,
né per apparire tanto utile da suscitare meraviglia;

ma la regola severa che intendeva seguire
espose ad Innocenzo, e da lui
ebbe la prima approvazione al suo credo.

Ma dopo che i poverelli crebbero
dietro di lui, della cui mirabile vita
si racconterebbe meglio se cantata come un Gloria,

venne incoronata da una seconda corona
dallo Spirito Santo tramite Onorio
la santa volontà di questo pastore.

E dopo di ciò, per desiderio di martirio,
alla presenza del superbo Sultano
predicò Cristo e gli apostoli,

ma vedendo che quella gente non si
convertiva, e per non rimanere lì inutilmente,
ritornò sul suolo d’Italia,

e sull’aspra montagna tra Tevere e Arno
da Cristo prese le stimmate,
che il suo corpo portò fino alla morte.

Quando a Colui che a tanto lo destinò
volle chiamarlo a sé come premio
che meritò per la sua umiltà,

ai suoi fratelli, come a degli eredi,
raccomandò la sua amata,
e gli ordinò che l’amassero fedelmente;

e da quell’abbraccio la luminosa anima
volle muoversi, tornando al suo regno,
e non volle bara per il suo corpo.

Adesso pensa a colui che fu degno
collega nel mantenere la
Chiesa sulla giusta rotta nell’alto mare;

questo fu il nostro fondatore;
per chi ne segue gli insegnamenti,
capisci bene che si arricchisca di santi meriti.

Ma il suo gregge di nuovi cibi
s’è fatto goloso, ed inevitabilmente
per diversi pascoli si espande;

e quanto le sue pecore smarrite e
lontane si allontanano da lui,
più tornano all’ovile impoverite.

Si, ce ne sono di quelle che temono le conseguenze
e si stringono al pastore; ma sono così poche,
che tutti i loro sài si fanno con poca stoffa.

Ora, se le mie parole non sono deboli,
e se mi hai ascoltato con attenzione,
se ciò che ho detto ti ritorna in mente,

in parte il tuo desiderio è soddisfatto,
perché vedrai la pianta dove marcisce,
e vedrai la correzione che argomenta

“Ove ci si arricchisce non ci si smarrisce”».

4Canto XI del Paradiso: figure retoriche

  • V.4, iura: latino per intendere gli studi giuridici; in latino le iura sono le leggi.
  • V.6, sofismi: si tratta di un tropo o traslato: la parola sofisma è qui da intendere nel senso di discorso fraudolento.
  • V. 15, come a candellier candelo: similitudine tra la disposizione delle anime luminose e quella di candele in un candelabro.
  • V. 16, lumera: perifrasi per indicare l'anima di san Tommaso.
  • V. 23, lingua: metafora per discorso.
  • V. 25, U': latinismo derivante da Ubi, cioè “dove”.
  • V. 31, Diletto: perifrasi per Cristo.
  • Vv. 32-33, la sposa...benedetto: perifrasi per indicare la Chiesa.
  • V. 35, principi: latinismo per capi, dal latino princeps, cioè “capo, guida”.
  • Vv. 50-54, nacque al mondo … dir vuole: metafora del sole.
  • Vv. 58-72, ché per tal … in su la croce: metafora della Povertà.
  • V. 69, colui … paura: perifrasi per intendere Caio Giulio Cesare.
  • V. 80, si scalzò: sineddoche per dire che Bernardo divenne il primo seguace di Francesco togliendosi le scarpe, giacché i francescani andavano in giro senza scarpe.
  • V. 82, ignota ricchezza: metafora di senso antifrastico: la povertà viene descritta come un tipo di ricchezza sconosciuta agli uomini.
  • V. 93, sua religione: metonimia in cui qui per religione s’intende in realtà al regola francescana.
  • V. 99, archimandita: grecismo per descrivere Francesco come pastore.
  • V. 107, ultimo sigillo: metonimia per le stimmate.
  • V. 109, colui … sortillo: perifrasi per Dio.
  • V. 113, donna … cara: perifrasi per la Povertà.
  • V. 137, la pianta: metafora per intendere l’intero ordine domenicano.
    Domande & Risposte
  • Di cosa parla il Canto XI del Paradiso?

    Tema centrale del Canto è il racconto della vita di san Francesco d'Assisi fatto da san Tommaso d'Aquino: obiettivo del filosofo domenicano è di lodare il fondatore dell'ordine francescano per evidenziare la decadenza dell'ordine cui egli stesso apparteneva. 

  • Oltre all'XI, qual è l'altro "canto gemello" del Paradiso?

    Il XII.