Canto X dell'Inferno di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche

Canto X dell'Inferno di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche A cura di Francesca Ferrandi.

Canto 10 dell'Inferno di Dante: testo, analisi, parafrasi e commento del canto in cui emerge la figura di Farinata degli Uberti

1Introduzione al Canto X dell’Inferno

Farinata degli Uberti nella battaglia di Montaperti
Farinata degli Uberti nella battaglia di Montaperti — Fonte: ansa

Il Canto X dell’Inferno si svolge all’interno del Sesto Cerchio, nella città di Dite: è qui che – dopo aver incontrato le anime punite per i peccati dell’incontinenzaDante inizia la sua discesa verso i Cerchi dove vengono puniti i peccati più gravi, legati alla malizia. Tra di essi l’eresia, la colpa che viene analizzata in questo Canto, in particolar modo in una delle sue diramazioni: la corrente filosofica dell’epicureismo.

Due i dannati, macchiatisi di questo peccato, con cui Dante instaura un dialogo: 

  • Farinata degli Uberti, capo riconosciuto dei Ghibellini di Firenze (vedi paragrafo 2.1);
  • Cavalcante de’ Cavalcanti, padre del celebre poeta stilnovista – nonché amico in gioventù di Dante – Guido (vedi paragrafo 2.2).

Ad animare l’ambientazione cimiteriale sono quindi tre personaggi – Dante, Farinata e Cavalcante – di origine fiorentina: Firenze diventa, quindi, sfondo delle disquisizioni tra i personaggi, tra lotte di fazione e ricordo nostalgico. È proprio legato alla città il punto nevralgico del decimo Canto dell’Inferno: ai versi 79-81, Farinata profetizzerà a Dante l’esilio, per la prima volta all’interno della Commedia

2Inferno, Canto X: i personaggi

2.1Farinata degli Uberti

Farinata descritto nel canto X: "(...) Vedi là Farinata che s’è dritto: da la cintola in su tutto ’l vedrai"
Farinata descritto nel canto X: "(...) Vedi là Farinata che s’è dritto: da la cintola in su tutto ’l vedrai" — Fonte: ansa

Primo personaggio del Cerchio degli eretici a interloquire con Dante, Manente degli Uberti – detto il “Farinata” – è probabilmente il vero protagonista del Canto X dell’Inferno: il dialogo tra i due, diviso in due sezioni, occupa ben 78 versi. Nato a Firenze intorno al 1212, egli appartenne alla nobile e ricca famiglia ghibellina degli Uberti, di cui prese le redini nel 1239; nello stesso anno egli divenne anche il massimo esponente dei Ghibellini di Firenze. 

Farinata ebbe un ruolo cardine nella vita politica della città: il 2 febbraio 1248 riuscì a sconfiggere i Guelfi e ad esiliarli grazie all’aiuto dell’imperatore Federico II di Svevia; dopo la morte di quest’ultimo, però, la fazione guelfa riuscì a riprendersi la propria rivincita a Figline Valdarno e rientrò così in città nel gennaio 1251, condannando all’esilio, a Siena, gli Uberti. Farinata decise così di prendere parte, il 4 settembre 1260, alla battaglia di Montaperti tra le truppe ghibelline senesi e i Guelfi di Firenze; dopo la vittoria, egli si oppose fermamente alla distruzione di Firenze e qui rientrò, per morirvi nel 1264.

Nel 1283 Farinata e sua moglie Adaleta subirono un processo postumo in cui l’inquisitore francescano Salomone da Lucca li accusò di eresia: le spoglie dei due coniugi furono dissepolte dalla Chiesa di Santa Reparata e disperse in terreno non consacrato, mentre agli eredi furono confiscati tutti i beni.

3Cavalcante Cavalcanti

La seconda anima con cui Dante dialoga nel Canto X dell’Inferno è quella di Cavalcante de' Cavalcanti, padre di Guido Cavalcanti, celebre poeta stilnovista nonché amico, in gioventù, di Dante. Nato a Firenze nella prima metà del secolo XIII, intorno al 1220, appartenne a una delle più antiche e nobili casate fiorentine di parte guelfa, avversaria di quella degli Uberti. 

Poche le notizie sul suo conto: nel 1257 divenne potestà di Gubbio e nel 1260, in seguito alla sconfitta nella battaglia di Montaperti, venne esiliato a Lucca e le sue case in San Pier Scheraggio vennero incendiate. Rientrò a Firenze solo nel 1266, dopo la vittoria ottenuta dai Guelfi nella battaglia di Benevento; qui, probabilmente, morì in una data imprecisabile tra il 1267 e il 1280.

Guido Cavalcanti (Firenze, 1258 - 1300)
Guido Cavalcanti (Firenze, 1258 - 1300) — Fonte: ansa

Per quale motivo Dante lo inserisce nel VI Cerchio infernale, quello destinato ad Epicuro e a «tutti suoi seguaci, / che l’anima col corpo morta fanno» (vv. 14-15)? Dell’eresia di cui Dante lo accusa poco sappiamo, se non quello che ci dicono il poeta stesso e i primi commentatori della Commedia: egli sarebbe stato quindi noto, all’epoca, per aver aderito alla filosofia epicurea, sostenendo la mortalità dell’anima. Della stessa colpa si sarebbe poi macchiato anche il figlio Guido.

L’intero episodio di Cavalcante si inserisce tra le due parti in cui è suddiviso il colloquio di Dante con Farinata: con grande maestria, il poeta riesce così ad addolcire i toni del Canto, ponendosi in netto contrasto con la prima sezione del testo e aprendo le porte alla tematica del dolore e dell’amore paterno, che torneranno anche nella ripresa del dialogo con Farinata.

Se quest’ultimo ci era apparso imperturbabile di fronte alla propria condizione, quasi fiero, Cavalcante è invece connotato dai tipici tratti di un essere umano sofferente. Egli si mostra angosciato non tanto per la propria pena, quanto per le sorti del figlio: anche Guido, infatti, ha piegato la sua «altezza d’ingegno» alle teorie epicuree, precludendosi così il viaggio salvifico nell’oltretomba che sta intraprendendo Dante (vv. 61-63). 

4Canto X Inferno: sintesi narrativa

Versi 1-21. Dante e Virgilio camminano per i sepolcri infuocati della città di Dite, nel Sesto Cerchio. Il primo chiede al secondo se può vedere le anime contenute all’interno di essi, dal momento che sono scoperchiati; il poeta latino gli risponde che dopo il Giudizio Universale quelle tombe verranno chiuse e che lì dove si trovano sono puniti Epicuro con gli eretici suoi seguaci, gli epicurei, che hanno affermato la mortalità dell’anima. 

Versi 22-51.  Improvvisamente una voce proveniente da uno dei sepolcri si rivolge a Dante, apostrofandolo: si tratta di Farinata degli Uberti che ha riconosciuto la provenienza del poeta per via del suo accento fiorentino. Dante si avvicina e i due iniziano a parlare: il poeta spiega chi sono stati i suoi antenati, e Farinata dice di averli cacciati per ben due volte da Firenze. Dante controbatte dicendo che essi sono stati in grado di rientrare, ma altrettanto bravi non possono dirsi i discendenti di Farinata.

Versi 52-72. Accanto a Farinata all’improvviso appare un altro dannato: si tratta di Cavalcante Cavalcanti, padre di un amico in gioventù di Dante, che chiede al poeta perché suo figlio non si trovi con lui in quel viaggio ultraterreno. Dante risponde che è perché ha disdegnato la Teologia, ma l’utilizzo da parte del poeta di un verbo al passato fa credere a Cavalcante che suo figlio Guido sia morto e, vedendo l’esitazione di Dante nel rispondere, l’anima si riaccascia nella tomba.

Versi 73-136. Farinata, imperturbabile di fronte all'accaduto, riprende il suo discorso con Dante lì dove si era interrotto: confessa che l’esilio dei suoi familiari lo tormenta più della pena a cui è sottoposto, poi predice l’esilio a Dante e gli chiede come mai i fiorentini siano così ostili nei confronti della sua famiglia. Dante gli risponde spiegandogli che il ricordo della battaglia di Montaperti è ancora vivo nella memoria dei cittadini, ma Farinata ribatte dicendo che egli non è stato l’unico responsabile di quella tragedia e che, anzi, è stato l’unico ad opporsi alla distruzione di Firenze, risparmiandola

Infine Dante chiede delucidazioni circa la facoltà chiaroveggente dei dannati e Farinata gli spiega che essi sono in grado di prevedere il futuro, ma non il presente o gli eventi imminenti; il poeta lo prega allora di dire a Cavalcante che suo figlio Guido è ancora vivo. Prima di andarsene, Dante gli chiede chi altro c’è nella tomba con lui; Farinata risponde che giacciono con lui, tra gli altri, Federico II e Ottaviano degli Ubaldini.
Sconvolto per la profezia circa il suo esilio, Dante viene confortato da Virgilio, il quale lo esorta a chiedere spiegazioni a Beatrice una volta giunto in Paradiso. I due giungono in fine di fronte ad una valle, dalla quale sopraggiunge un terribile odore. 

5Analisi del Canto X dell’Inferno: elementi tematici e narrativi

5.1La colpa: l’Eresia

Il decimo Canto dell’Inferno è ambientato nel Sesto Cerchio, all’interno della città di Dite: qui sono puniti gli eretici, coloro che hanno messo in dubbio i dogmi di una fede religiosa o ne hanno dato diverse interpretazioni.

Di particolare impatto è l’ambientazione del Canto: siamo di fronte ad una scenografia cimiteriale che presenta una distesa di tombe infuocate: al loro interno, come viene spiegato a Dante agens nel IX Canto dell’Inferno, sono rinchiusi «li eresïarche / con lor seguaci, d'ogne setta, e molto / più che non credi son le tombe carche. // Simile qui con simile è sepolto, e i monimenti son più e men caldi» (If IX, 127-131). Ne deduciamo, quindi, che i sepolcri sono ordinati in modo tale che all’interno di ognuno di essi vi siano l’iniziatore di una determinata eresia e i relativi seguaci.

In particolar modo, Dante si sofferma con attenzione su Epicuro e sugli epicurei, quegli eretici che – non credendo, sulla scia delle teorie del loro maestro, nell’immortalità dell’anima e nell’Aldilà – avevano posto le basi per una corrente filosofica che era quindi permeata nella società, nelle università e nella cultura dell’epoca. 

Qual è, quindi, la pena a cui sono sottoposti gli eretici? Essi sono posti in questi sepolcri scoperchiati, immersi nelle fiamme; dopo il Giudizio Universale, queste tombe verranno chiuse in maniera definitiva. Si tratta di una pena dalla doppia valenza: 

  • Dal momento che, nel Medioevo, gli eretici venivano messi al rogo, così nell’Inferno essi sono immersi nelle fiamme (contrappasso per analogia).
  • Così come essi – e, in particolar modo, gli epicurei – hanno sostenuto la mortalità dell’anima, così sono posti in delle tombe (contrappasso per analogia).

5.2La chiaroveggenza dei dannati

Ci eravamo già imbattuti, nel Canto VI dell’Inferno con la profezia di Ciacco legata alla città di Firenze, della capacità dei dannati di prevedere il futuro. Com’è possibile – si chiede allora Dante ai versi 94-99 del Canto X – che Cavalcante non sappia che suo figlio Guido è ancora in vita? È Farinata a rispondere a questo quesito, ai versi 100-108: Dio consente alle anime di vedere soltanto il futuro lontano, e non il presente o le cose imminenti. Questo spiegherebbe perché la morte di Guido, avvenuta il 29 agosto 1300 e quindi solo pochi mesi dopo l’incontro tra Dante e Cavalcante nell’Inferno, sarebbe sfuggita alla preveggenza del padre. Farinata ci offre, inoltre, un’altra informazione: dopo il Giudizio Universale il tempo non esisterà più e quindi questa capacità verrà completamente cancellata. 

6Canto X dell’Inferno: testo e parafrasi

Testo

Ora sen va per un secreto calle,
tra ’l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.


«O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi», cominciai, «com’a te piace,
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.


La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt’i coperchi, e nessun guardia face».

E quelli a me: «Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.

Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno.


Però a la dimanda che mi faci
quinc’entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci».


E io: «Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».


«O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patria natio
a la qual forse fui troppo molesto»
.

Subitamente questo suono uscìo
d’una de l’arche; però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio.


Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ’l vedrai».


Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’avesse l’inferno a gran dispitto.


E l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: «Le parole tue sien conte».


Com’io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?»
.

Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;
ond’ei levò le ciglia un poco in suso;


poi disse: «Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fiate li dispersi».


«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,
rispuos’io lui, «l’una e l’altra fiata;
ma i vostri non appreser ben quell’arte».


Allor surse a la vista scoperchiata
un’ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s’era in ginocchie levata
.

Dintorno mi guardò, come talento
avesse di veder s’altri era meco;
e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,


piangendo disse: «Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perché non è teco?».


E io a lui: «Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».


Le sue parole e ’l modo de la pena
m’avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.


Di subito drizzato gridò: «Come?
dicesti "elli ebbe"? non viv’elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?»
.

Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facea dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.


Ma quell’altro magnanimo, a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa:


e sé continuando al primo detto,
«S’elli han quell’arte», disse, «male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.


Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.


E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?».

Ond’io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio».


Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.


Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto».


«Deh, se riposi mai vostra semenza»,
prega’ io lui, «solvetemi quel nodo
che qui ha ’nviluppata mia sentenza.


El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo»
.

Quando s’appressano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.


Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta».


Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: «Or direte dunque a quel caduto
che ’l suo nato è co’vivi ancor congiunto;


e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che ’l fei perché pensava
già ne l’error che m’avete soluto».


E già ’l maestro mio mi richiamava;
per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu’ istava.


Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è ’l secondo Federico,
e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio».


Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.


Elli si mosse; e poi, così andando,
mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».
E io li sodisfeci al suo dimando.


«La mente tua conservi quel ch’udito
hai contra te», mi comandò quel saggio.
«E ora attendi qui», e drizzò ’l dito:


«quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell’occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il viaggio».


Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
per un sentier ch’a una valle fiede,


che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.

Parafrasi

Ora il mio maestro [Virgilio] procede per un sentiero stretto, tra le mura della città e i luoghi di tormento, ed io lo seguo. «O [uomo di] altissima virtù, che mi guidi attraverso i cerchi infernali» cominciai, «come tu vuoi, parlami, ed esaudisci i miei desideri. È possibile vedere le anime che giacciono nei sepolcri? Tutti i coperchi sono già sollevati
e nessuno gli fa la guardia».
Ed egli a me: «Tutti [i coperchi] saranno chiusi quando [le anime] faranno ritorno qui dalla valle di Giosafat, con i corpi che hanno lasciato lassù. Hanno il loro cimitero in questo luogo Epicuro e i suoi seguaci, che credono che l'anima muoia col corpo. Perciò la domanda che mi fai qui sarà soddisfatta tra poco qui dentro, e anche il desiderio di cui non hai parlato». Ed io: «Benevola guida, tengo nascosto a te il mio desiderio solo per parlare poco, e tu stesso mi hai insegnato a fare ciò, e non solo adesso». «O Toscano che te ne vai vivo per la città di Dite, parlando così dignitosamente, ti faccia piacere fermarti in questo luogo. La tua pronuncia manifesta che sei nato in quella nobile patria per la quale forse [io] fui troppo dannoso». Improvvisamente uscì questo suono da una delle tombe; perciò mi accostai, timoroso, un po' più alla mia guida. Ed egli mi disse: «Voltati! Che fai? Guarda là Farinata che s'è alzato in piedi: lo vedrai tutto dalla vita in su». Io avevo già fissato il mio sguardo nel suo; ed egli si ergeva con il petto e con la fronte come se nutrisse un grande disprezzo per l'Inferno. E le mani incoraggianti e sollecite della [mia] guida mi spinsero tra i sepolcri verso lui [Farinata], dicendo: «Le tue parole siano convenienti». Appena arrivai ai piedi della sua tomba, mi guardò un po', e poi, quasi sprezzante, mi domandò: «Chi furono i tuoi antenati?». Io, che ero desideroso di ubbidire, non glielo nascosi, ma tutto gli rivelai; al che egli sollevò un po’ in su le sopracciglia; poi disse: «Fieramente furono miei avversari, dei miei antenati e della mia fazione, tanto che per due volte li cacciai». «Se essi furono cacciati, essi tornarono da ogni parte», gli risposi, «l’una e l’altra volta; ma i vostri [antenati] non impararono bene quell’arte». Allora si eresse dall'apertura scoperchiata [della tomba] un’anima, accanto a questa, [visibile] fino al mento: credo che si fosse alzata in ginocchio.
Guardò intorno a me, come se avesse voglia di vedere se qualcun altro fosse con me; e dopo che il suo sospetto cessò del tutto, disse piangendo: «Se per questo buio carcere ti aggiri in virtù del tuo elevato intelletto, mio figlio dov’è? E perché non è con te?». Ed io a lui: «Non vengo per mia volontà: colui che mi attende là [Virgilio], attraverso questo luogo mi guida verso colei che forse il vostro Guido disdegnò. Le sue parole e il tipo di pena mi avevano già rivelato il nome di costui; per questo la mia risposta fu così completa. Alzato[si] all'improvviso gridò: «Come? Hai detto “egli ebbe”? Non è egli ancora vivo? La dolce luce [del sole] non colpisce [più] i suoi occhi? Quando si accorse di un certo indugio che avevo nel rispondere, cadde nuovamente supino e più non apparve fuori. Ma quell’altro nobile spirito, al cui invito mi ero fermato, non cambiò espressione, né mosse il capo, né piegò il suo busto; e proseguendo il discorso di prima, disse: «Se essi hanno imparato male quell'arte, ciò mi tormenta più di questo sepolcro. Ma non tornerà a risplendere cinquanta volte il volto della donna che qui [nell’Inferno] regna, che tu saprai quanto quell'arte sia difficile. E possa tu tornare nel dolce mondo [dei vivi], dimmi: perché quel popolo [dei fiorentini] è così crudele con la mia famiglia in ciascuna delle sue leggi? E io a lui: «La strage e il grande massacro che colorò di rosso l'Arbia, fa deliberare tali leggi nel nostro consiglio». Dopo che, sospirando, ebbe scosso la testa, disse: «A fare quella battaglia non fui il solo, né certamente mi sarei mosso con gli altri senza una ragione. Ma fui soltanto io, dove fu proposto da ciascuno di distruggere Firenze, colui che la difese apertamente». «Deh, possa un giorno trovare pace la vostra discendenza», io lo pregai, «scioglietemi quel dubbio che in questo cerchio ha confuso il mio giudizio. Sembra che voi [dannati] vediate, se ben comprendo, in anticipo quello che il tempo porta con sé, mentre per il presente tenete un diverso comportamento». Quando [gli avvenimenti] si avvicinano o accadono, la nostra conoscenza è vana; e se altri non ci informano, nulla sappiamo della vostra condizione umana. Perciò puoi comprendere che [questa] nostra conoscenza sarà annullata completamente nel momento in cui il futuro non ci sarà più». Allora, come colpito dal rimorso, dissi: «Ora direte dunque a colui che è ricaduto [nel sepolcro] che suo figlio è ancora tra i vivi; e se io, prima, esitai nella risposta, ditegli che lo feci perché già riflettevo sul dubbio che mi avete risolto». E già il mio maestro mi richiamava; perciò io pregai lo spirito di dirmi più in fretta chi stava con lui [nel sepolcro]. Mi disse: «Giaccio qui con moltissimi [spiriti]: qua dentro ci sono Federico II e il Cardinale; e taccio degli altri. Quindi si nascose [nella tomba]; ed io verso l’antico poeta [Virgilio] volsi i miei passi, ripensando a quelle parole che mi sembravano ostili. Egli si avviò; e poi, camminando, mi disse: «Perché sei così turbato?». Ed io soddisfai la sua domanda. «La tua memoria conservi quel che ha udito contro di te», mi raccomandò quel saggio. «E adesso sta’ attento a questo», e alzò il dito: «quando sarai di fronte al dolce sguardo luminoso di colei i cui begli occhi vedono tutto, da lei conoscerai il corso della tua vita». Poi diresse i suoi passi verso sinistra: ci allontanammo dalle mura [della città di Dite] e andammo verso l’interno [del Cerchio], per un sentiero che termina in una valle, che esalava fin lassù il suo puzzo sgradevole.

7Figure retoriche nel Canto X dell’Inferno

  1. 4, «O virtù somma»: metonimia
  2. 22, «città del foco»: perifrasi per indicare la città di Dite
  3. 26, «nobil patria»: perifrasi per indicare Firenze
  4. 47, «a me e a miei primi e a mia parte»: climax ascendente
  5. 58-59, «cieco / carcere»: enjambement e allitterazione
  6. 67-69, «Come? / dicesti "elli ebbe"? non viv’elli ancora? / non fiere li occhi suoi lo dolce lume?»: climax ascendente
  7. 69, «dolce lume»: metafora per indicare la luce del sole
  8. 75, «né mosse collo, né piegò sua costa»: doppia sineddoche
  9. 77, «S’elli han quell’arte», disse, «male appresa»: iperbato
  10. 80, «la donna che qui regge», perifrasi per indicare Prosperina
  11. 131, «tutto vede»: anastrofe