Canto VI del Paradiso di Dante: testo, parafrasi, commento e figure retoriche

Canto VI del Paradiso di Dante: testo, parafrasi, commento e figure retoriche A cura di Antonello Ruberto.

Testo, parafrasi e figure retoriche del canto VI del Paradiso di Dante, dove il poeta fa una digressione sulla storia dell'Impero romano e un'invettiva contro Guelfi e Ghibellini.

1Canto VI del Paradiso: trama e struttura

L'imperatore bizantino Giustiniano in un particolare dei mosaici di San Vitale a Ravenna
L'imperatore bizantino Giustiniano in un particolare dei mosaici di San Vitale a Ravenna — Fonte: ansa

Nelle cantiche dell’Inferno e del Purgatorio il VI Canto è dedicato al tema d’argomento politico: il Canto VI del Paradiso non fa differenza, tuttavia questo particolare Canto ha caratteristiche peculiari che lo rendono molto complesso dal punto di vista tematico, ed unico sotto il profilo dello stile letterario, distinguendolo così non solo dagli altri canti politici ma, per alcuni aspetti, da tutti gli altri canti dell’intera Commedia.    

Il Canto V infatti si era concluso con una domanda che il poeta viaggiatore aveva rivolto direttamente ad un’anima del cielo di Mercurio, e il Canto VI si apre con la risposta diretta dell’anima. Ecco la prima, e la maggiore, peculiarità di questo Canto: esso è interamente occupato dal discorso diretto del protagonista, l’imperatore Giustiniano, ed in esso non compaiono interventi, interruzioni o gesti da parte né di Dante né di Beatrice.    

In primo luogo l’anima narra la sua vita e si presenta: nato più di duecento anni dopo che l’imperatore Costantino aveva spostato la capitale dell’impero da Roma a Costantinopoli (vv. 4-5), egli ereditò il titolo di imperatore, ed il suo nome mortale fu Giustiniano. In un primo momento si aveva creduto alla fede monofisita (vv. 14-18) ma, in seguito all’intervento di papa Agapito, divenne cattolico. La grazia divina lo ispira dopo la conversione e Giustiniano inizia la stesura del suo codice di leggi, lasciando a Belisario la conduzione delle campagne militari.    

La risposta a Dante, però, non può concludersi qui. Perché Giustiniano sente che ad essa debba necessariamente seguire una spiegazione su quanto il simbolo imperiale debba essere onorato dai tempi del sacrificio di Pallante (vv. 34-36) sul perché sia sbagliato opporsi ad esso come fanno i Guelfi o, al contrario, strumentalizzarlo per esigenze di partito come fanno i Ghibellini.  

Inizia quindi una lunga digressione sul simbolo imperiale ed il suo significato e sul suo ruolo storico a partire da Enea fino ai tempi di Carlo Magno. Questo excursus, che occupa la maggior parte del canto dal v. 37 al v.96, inizia con il pronome “el” che, riferito al simbolo dell’aquila imperiale, sarà il soggetto dell’intero passaggio successivo. Giustiniano racconta quindi l’azione del simbolo imperiale nel condurre e guidare i protagonisti dell’ascesa di Roma in età repubblicana prima e imperiale poi fino al nascita di Cristo.  

Finita la lunga parentesi storica, il discorso di Giustiniano ritorna al presente. Il modo in cui Guelfi e Ghibellini si rapportano al simbolo imperiale svilisce il simbolo stesso: i primi lo contrastano, e cercano vanamente di sostituirlo con i gigli, simbolo dei nobili angioini (vv. 100-101), i secondi lo sfruttano per i propri interessi di partito, allontanandolo dall’ideale di giustizia che esso rappresenta.  

Canto 6 del Paradiso di Dante. Miniatura veneta del 14° secolo
Canto 6 del Paradiso di Dante. Miniatura veneta del 14° secolo — Fonte: istock

Le ultime battute del canto sono destinate alla descrizione del Cielo in cui Giustiniano appare: si tratta del cielo di Mercurio (v. 112), il più piccolo pianeta del sistema solare che si arricchisce delle anime degli spiriti attivi che, cercando la gloria terrena attraverso la politica, hanno certamente fatto del bene ma non si sono dedicati troppo all’amore divino, e così ora non godono pienamente della beatitudine divina: una condizione che non però li rende sofferenti. 

Il canto si conclude con il racconto della vita di Romeo di Villanova, che condivide lo stesso cielo dell’imperatore bizantino. In vita fu un politico al servizio di Raimondo Berengario, conte di Provenza, nonostante la sua fedeltà al signore, e la sua abilità politica, venne travolto dall’invidia dei cortigiani che lo accusarono di corruzione; cacciato dal palazzo, trascorse gli ultimi anni della sua vita da mendicante

Il Canto, quindi, si può suddividere in sei parti: 

  • Vv. 1-27: Giustiniano racconta la sua vita.
  • Vv. 28-36: Prima invettiva contro Guelfi e Ghibellini e ragione della digressione sull’Impero.
  • Vv. 37-96: Digressione sulla storia dell’impero di Roma e sull’aquila imperiale.
  • Vv. 97-111: Seconda invettiva contro Guelfi e Ghibellini.
  • Vv. 112-126: Situazione degli spiriti nel cielo di Mercurio.
  • Vv. 127-142: Storia di Romeo di Villanova.

Il Canto VI del Paradiso è l'ultimo dei “canti politici” della Commedia, quello che, dopo che nei precedenti erano stati affrontati i problemi di Firenze e dell'Italia, allarga la visuale fino all'orizzonte più ampio possibile, e portando avanti un discorso attraverso la voce solenne di un imperatore. 

1.1Giustiniano Imperatore nel Canto 6 del Paradiso

L’imperatore Giustiniano, protagonista unico di questo particolare canto, fu a capo dell’Impero romano d’Oriente dal 527 al 565. Educato in una famiglia di origine e cultura latina, egli non aderì mai alla fede monofisita, come invece crede Dante; il suo regno viene ricordato per il pesante impegno in campo legislativo e militare in un momento in cui, già dissoltasi la parte Occidentale dell’Impero, anche su quella bizantina gravava la pressione di popolazioni barbare che spingevano sui confini settentrionali. 

Le campagne militari condotte dal generale Belisario sotto l’egida di Giustiniano puntavano a riconquistare la parte Occidentale dell’Impero, in particolare l’Italia, ma lo scontro con le popolazioni gote insediatesi nella Penisola diedero l'avvio alla terribile guerra greco-gotica che, protrattasi per quasi vent'anni, la devastò impoverendola sensibilmente; alla fine delle campagne militari, i bizantini si erano attestati saldamente in sud Italia, a Roma, e in alcune importanti zone della costiera romagnola ma andando, perciò, parecchio lontani dagli obiettivi di riunificazione iniziali. 

Se l'azione militare di Giustiniano non può essere considerata un successo, quella amministrativa e legislativa era invece destinata a incidere il suo nome nella Storia. Egli, infatti, promosse e coordinò un'opera di collezione delle varie raccolte di leggi formulate dagli ultimi imperatori romani e, dopo un'opera di pulizia di cui si fa riferimento nel Canto (v. 12), le riorganizzò perché divenissero ossatura e riferimento della legislazione bizantina, in una raccolta che divenne nota con il nome di Corpus Iuris Civilis. Ciò che avevano sviluppato i giuristi giustinianei nella redazione di questa grande opera era un metodo di rapporto con le norme giuridiche destinato ad un successo secolare: basti pensare che nelle università dell'Italia comunale, cioè del tempo in cui viveva l'Alighieri, il Corpus giustinianeo ed il suo metodo, venivano studiati ed applicati ancora dopo più di sei secoli. 

2L'aquila e l'impero tra simbolismo e politica

2.1La funzione storica del simbolismo imperiale

Aquila imperiale, il simbolo del potere di Roma
Aquila imperiale, il simbolo del potere di Roma — Fonte: ansa

Il Canto nasconde una complessa concezione della Storia e della sua funzione che si può desumere da un'attenta lettura del lungo excursus che Dante fa recitare all'imperatore che si stende tra i vv. 37 – 96. Sia al v. 37 che al v. 40 compare quel 'el' che vale come soggetto di tutto il lungo racconto successivo, e che si riferisce al simbolo dell'aquila imperiale.  

Dante quindi apre ad una concezione metastorica in cui è l'aquila, il 'sacrosanto segno' (v. 32), ad essere protagonista della Storia in quanto riflesso del volere divino: è quel simbolo a guidare i romani dell'età repubblicana nella loro lotta contro gli etruschi e gli altri popoli italici (vv. 40-48), e Scipione nella sua vittoriosa guerra contro Annibale e i suoi 'Aràbi' (vv. 49-53); è sempre il simbolo imperiale a determinare le decisive scelte di Cesare, che Dante considera come il fondatore dell'Impero, e il suo trionfo nelle guerre civili (vv. 57-72). Questa concezione del potere imperiale come espressione del volere divino emerge in tutta la sua potenza quando ai vv. 86-90 si dice che aveva concesso a Tiberio, il 'terzo Cesare' del v. 86, l’enorme onore di crocifiggere il Cristo, eliminando così la macchia del peccato originale; similmente, ai vv. 91-93, l'uccisione del Figlio di Dio viene vendicata (v. 93) da Tito, che espugna Gerusalemme prima di diventare imperatore.  

Si capisce che, in quest'ottica, il percorso della Storia non segue il volere e le azioni degli esseri umani, quanto il disegno della Provvidenza, tant'è vero che il simbolo sopravvive alla caduta di Roma e, dopo aver guidato le gesta dei regnanti bizantini, conduce Carlo Magno alla vittoria sui Longobardi, che minacciavano la Santa Chiesa.  

2.2L'idea politica di Dante Alighieri: il De Monarchia

Molte delle idee e delle suggestioni che Dante sviluppa in questo Canto si ritrovano in un saggio d'argomento politico scritto tra il 1310 e il 1313, suddiviso in tre libri ed intitolato “De Monarchia”, in cui si affronta il cruciale nodo del ruolo e delle funzioni della monarchia e del suo rapporto con la Chiesa o, per dirla con altre parole, del rapporto tra potere temporale e potere spirituale

Quest'opera sembra collegarsi direttamente al Canto VI del Paradiso quando, nel secondo libro, la storia dell'ascesa e dell'affermazione del dominio di Roma viene letta come un avvenimento provvidenziale, voluto da Dio per riunire sotto un'unica legge tutti i popoli e prepararli alla venuta di Cristo. Questa seconda parte dell’opera si preoccupa di fornire una giustificazione storica e teologica dell'istituto monarchico la cui funzione, però, era già stata analizzata nel primo libro: missione del monarca è di garantire l'ordine e la concordia tra gli uomini sulla terra attraverso l'esercizio della giustizia ed il rispetto delle leggi, in questo senso la scelta di un imperatore come Giustiniano, passato alla Storia per la sua grandiosa opera legislativa, non è sicuramente casuale ma serve proprio ad enfatizzare il ruolo del re come custode della giustizia. 

L'ultimo libro del De Monarchia affronta il problema del rapporto tra potere papale e potere imperiale risolvendolo in un'ottica di concordia e di separazione dei due enti: compito dell'imperatore è di garantire la giustizia e la pace in terra tra gli uomini, quello del papa è invece di condurli alla felicità eterna attraverso l'insegnamento dei principi della fede. 

3Canto VI del Paradiso: testo e parafrasi

Testo

«Poscia che Costantin l’aquila volse
contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio
dietro a l’antico che Lavina tolse,

cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio
ne lo stremo d’Europa si ritenne,
vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;

e sotto l’ombra de le sacre penne
governò ’l mondo lì di mano in mano,
e, sì cangiando, in su la mia pervenne.

Cesare fui e son Iustinïano,
che, per voler del primo amor ch'i' sento,
d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano.

E prima ch’io a l’ovra fossi attento,
una natura in Cristo esser, non piùe,
credea, e di tal fede era contento;

ma ’l benedetto Agapito, che fue
sommo pastore, a la fede sincera
mi dirizzò con le parole sue.

Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,
vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi
ogni contradizione e falsa e vera.

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
a Dio per grazia piacque di spirarmi
l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;

e al mio Belisar commendai l’armi,
cui la destra del ciel fu sì congiunta,
che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.

Or qui a la question prima s’appunta
la mia risposta; ma sua condizione
mi stringe a seguitare alcuna giunta,

perché tu veggi con quanta ragione
si move contr’ al sacrosanto segno
e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone.

Vedi quanta virtù l’ha fatto degno
di reverenza; e cominciò da l’ora
che Pallante morì per darli regno.

Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora
per trecento anni e oltre, infino al fine
che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.

E sai ch’el fé dal mal de le Sabine
al dolor di Lucrezia in sette regi,
vincendo intorno le genti vicine.

Sai quel ch’el fé portato da li egregi
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
incontro a li altri principi e collegi;

onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi
ebber la fama che volontier mirro.

Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi
che di retro ad Anibale passaro
l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.

Sott’ esso giovanetti trïunfaro
Scipïone e Pompeo; e a quel colle
sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.

Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle
redur lo mondo a suo modo sereno,
Cesare per voler di Roma il tolle.

E quel che fé da Varo infino a Reno,
Isara vide ed Era e vide Senna
e ogne valle onde Rodano è pieno.

Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna
e saltò Rubicon, fu di tal volo,
che nol seguiteria lingua né penna.

Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,
poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse
sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.

Antandro e Simoenta, onde si mosse,
rivide e là dov’ Ettore si cuba;
e mal per Tolomeo poscia si scosse.

Da indi scese folgorando a Iuba;
onde si volse nel vostro occidente,
ove sentia la pompeana tuba.

Di quel che fé col baiulo seguente,
Bruto con Cassio ne l’inferno latra,
e Modena e Perugia fu dolente.

Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra.

Con costui corse infino al lito rubro;
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro.

Ma ciò che ’l segno che parlar mi face
fatto avea prima e poi era fatturo
per lo regno mortal ch’a lui soggiace,

diventa in apparenza poco e scuro,
se in mano al terzo Cesare si mira
con occhio chiaro e con affetto puro;

ché la viva giustizia che mi spira,
li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,
gloria di far vendetta a la sua ira.

Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:
poscia con Tito a far vendetta corse
de la vendetta del peccato antico.

E quando il dente longobardo morse
la Santa Chiesa, sotto le sue ali
Carlo Magno, vincendo, la soccorse.

Omai puoi giudicar di quei cotali
ch’io accusai di sopra e di lor falli,
che son cagion di tutti vostri mali.

L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.

Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott’ altro segno, ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte;

e non l’abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch’a più alto leon trasser lo vello.

Molte fïate già pianser li figli
per la colpa del padre, e non si creda
che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!

Questa picciola stella si correda
d’i buoni spirti che son stati attivi
perché onore e fama li succeda:

e quando li disiri poggian quivi,
sì disvïando, pur convien che i raggi
del vero amore in sù poggin men vivi.

Ma nel commensurar d’i nostri gaggi
col merto è parte di nostra letizia,
perché non li vedem minor né maggi.

Quindi addolcisce la viva giustizia
in noi l’affetto sì, che non si puote
torcer già mai ad alcuna nequizia.

Diverse voci fanno dolci note;
così diversi scanni in nostra vita
rendon dolce armonia tra queste rote.

E dentro a la presente margarita
luce la luce di Romeo, di cui
fu l’ovra grande e bella mal gradita.

Ma i Provenzai che fecer contra lui
non hanno riso; e però mal cammina
qual si fa danno del ben fare altrui.

Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
Romeo, persona umìle e peregrina.

E poi il mosser le parole biece
a dimandar ragione a questo giusto,
che li assegnò sette e cinque per diece,

indi partissi povero e vetusto;
e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe
mendicando sua vita a frusto a frusto,

assai lo loda, e più lo loderebbe».

Parafrasi

«Dopo che Costantino condusse l'aquila imperiale
contro il corso del cielo, che aveva seguito
andando dietro colui che sposò Lavinia,

più di duecento anni l'uccello divino
restò al confine dell'Europa,
vicino a quei monti da dove era sorta;

e sotto la protezione delle sue sante ali
governò il mondo da un imperatore all'altro
succedendosi così, fino ad arrivare a me.

Fui imperatore e sono Giustiniano,
che, ispirato da Dio,
dalle leggi tolsi ciò che era in eccesso e inutile.

Prima che mi dedicassi a quest'opera,
che in Cristo fosse una sola natura, non di più,
io credevo, e della mia fede ero contento;

ma il santo Agapito, che fu
papa, alla vera fede
mi indirizzò con i suoi insegnamenti.

Io gli credetti; e ciò che era nella sua fede,
lo vedo così chiaramente, come tu vedi
che in ogni frase contraddittoria c'una parte vera e una falsa.

Appena cominciai a camminare sulla via della Chiesa,
Dio mi fece la grazia di ispirarmi
alla nobile impresa, cui dedicai tutto me stesso;

mentre al mio generale Belisario lascia l'esercito,
il favore divino fu grande su di lui,
ed era segno che io mi dedicassi ad altro.

Della prima domanda qui termina
la mia risposta; ma la natura della domanda
mi costringe a continuare con qualche aggiunta,

perché tu vedi quanto ingiustamente
agisca contro quel sacro simbolo
sia chi vorrebbe appropriarsene e chi contrastarlo.

Considera quanta virtù l'abbia reso degno
di rispetto; cominciò dal momento
in cui Pallante morì per assicurare un regno ad Enea.

Poi dimorò ad Albalonga
per più di trecento anni, fino a quando
Orazi e Curiazi non si batterono per esso.

E sai cosa fece dal ratto delle Sabine
fino allo stupro di Lucrezia durante la monarchia,
vincendo i popoli attorno ad esso.

Sai cosa fece quando lo portarono i nobili
romani contro Brenno, contro Pirro,
contro gli altri regni e repubbliche nemiche;

per cui Torquato e Quinto, che per i capelli
ricci venne soprannominato, i Decii e i Fabii
ebbero quella fama che volentieri onoro.

Esso sconfisse la superbia dei cartaginesi
che seguendo Annibale passarono
le alture alpine, da cui Po, tu discendi.

Sotto le sue insegne trionfarono i giovani
Scipione e Pomeo; e al colle fiesolano
sotto cui nascesti apparve amaro.

Poi, avvicinatosi il tempo in cui il cielo volle
far diventare il mondo pacifico a sua immagine,
Cesare lo prese per volere del popolo di Roma.

E ciò che fece dal Varo fino al Reno,
lo vide l'Isère, la Loira e la Senna
e ogni valle che alimenta il Rodano.

Ciò che fece quando uscì da Ravenna
e passò il Rubicone, fu un volo così rapido,
che non potrebbe descriverlo né la lingua né la penna.

Verso la Spagna condusse gli eserciti,
poi verso Durazzo, poi scosse Farsalo
al punto che fino al caldo Nilo se ne sentì il dolore.

Rivide Antandro e Simeonta, da dove partì,
ed il sepolcro di Ettore;
e da lì si spostò, disgraziatamente per Tolomeo.

E quindi scese come un fulmine su Giuba;
e poi si rigirò verso il vostro Occidente,
dove suonavano le trombe di guerra dei pompeiani.

Per quel che fece con il suo successivo reggitore,
Bruto con Cassio latra all'inferno,
e Modena e Perugia furono danneggiate.

Ancora ne piange la disgraziata Cleopatra,
che, fuggendo dinanzi ad esso, con un morso si serpente
andò incontro ad una morte veloce e atroce.

Con questi corse fino al Mar Rosso;
e con questi diede al mondo cos' tanta pace,
che venne chiuso il tempio di Giano.

Ma ciò che il simbolo che mi fa parlare
aveva già fatto e avrebbe fatto poi,
per il regno mortale che governa,

diventa cosa scarsa e in apparenza oscura
se si guarda cosa fece in mano al terzo imperatore
con sguardo lucido e con sentimento puro;

perché la giustizia divina che mi ispira,
gli concedette, per mano di quell'imperatore,
la gloria di punire il peccato originale.

Ora invece considera ciò che ti aggiungo:
in seguito, con Tito, corse a vendicarsi
della vendetta del peccato originale.

E quando i longobardi attaccarono
la Santa Chiesa, sotto le sue ali
Carlo Magno, vittorioso, la soccorse.

Ora puoi giudicare quei tali
che io prima accusai e i loro peccati,
che sono la ragione di tutti i vostri mali.

I Guelfi alle sacre insegne i gigli di Francia
oppongono, gli altri se ne appropriano per la loro parte politica,
così è difficile capire chi sbagli di più.

Facciano i Ghibellini la loro politica
sotto un altro segno, che male lo serve
chi lo separa sempre dalla giustizia divina;

e non pensi di abbatterlo questo nuovo Carlo
con i suoi Guelfi, ma ne tema gli artigli
che a ben altri leoni tolsero la pelle

Molte volte già i figli pagarono
le colpe dei padri, e non credano gli uomini
che Dio cambi le sue insegne con i gigli francesi!

Il piccolo cielo di Mercurio si adorna
di quegli spiriti che furono attivi
e ricercarono onore e fama:

e quando i desideri sono rivolti a ciò,
in questo modo deviano, e fatalmente
sono meno rivolti a Dio.

Ma paragonare i nostri premi
con i meriti è parte della nostra beatitudine,
perché non li vediamo né maggiori né minori.

Qui la giustizia divina addolcisce
il nostro animo a tal punto, che non potrebbe
mai torcersi verso un sentimento sbagliato.

Voci diverse fanno dolci melodie;
così diversi gradi di beatitudine
fanno una dolce armonia in questi cieli.

Ed in questo cielo
splende l’anima di Romeo, la cui
opera fu bella e grandiosa, ma sgradita.

Ma i Provenzali che lo avversarono
non furono felici; e perciò procede male
chi si considera male le buone azioni altrui.

Ebbe quattro figlie, ed ognuna fu regina,
Raimondo Beregario, e ciò per merito di
Romeo, persona umile e straniera.

E contro di lui mossero accuse infamanti
e gli chiesero conto delle sue azioni di uomo giusto,
che centoventi volte tanto gli aveva arricchiti,

e perciò se ne andò vecchio e povero;
e se il mondo sapesse con quale dignità
passò la sua vita mendicando ogni tozzo di pane

lo loderebbe di più di quanto fa».

4Canto VI del Paradiso: figure retoriche

  • V. 2, contro il corso del ciel: metafora per dire che Costantino portò le insegne imperiali da Occidente (Roma), verso Oriente (Costantinopoli), andando quindi contro al normale scorrere del cielo, da Oriente verso Occidente.
  • V. 3, l'antico ... tolse: perifrasi per Enea che, arrivato in Italia, sposò Lavinia.
  • V. 4, l'uccel di Dio: perifrasi che si riferisce all'aquila imperiale.
  • V. 10, Cesare fui: sineddoche dove con il nome Cesare s'intende la stessa carica imperiale.
  • V. 31, quanta ragione: antifrasi con senso ironico che sottolinea, appunto, l'irragionevolezza di chi avversa l'idea imperiale e di chi la strumentalizza: ovviamente qui il riferimento è ai Guelfi e ai Ghibellini.
  • V. 41, el: inizia qui un lungo elenco di avvenimenti storici in cui il protagonista sono sempre le insegne imperiali.
  • V. 48, mirro: dantismo che fa derivare il verbo dal sostantivo “mirra”.
  • V.51, labi: latinismo derivato dal verbo latino labāri che significa “discendere”.
  • V.55, il tempo: si riferisce qui al momento della nascita di Cristo.
  • V.81, delubro: latinismo derivato da delubrum, cioè “tempio”.
  • V.83, fatturo: latinismo derivato dalla costruzione perifrastica attiva, da cui trae anche il senso.
  • V.97, quei cotali: dopo la lunga digressione storica il discorso si riaggancia all'attuali con il riferimento ai Guelfi e ai Ghibellini.
  • V.103, Faccian … faccian: l'anafora o iterazione è la ripetizione dello stesso elemento all'interno o all'inizio di frasi e versi per enfatizzare un concetto.