Canto V Inferno di Dante: parafrasi, commento e figure retoriche del canto di Paolo e Francesca

Canto V Inferno di Dante: parafrasi, commento e figure retoriche del canto di Paolo e Francesca A cura di Silvia Corelli.

Canto V dell'Inferno: parafrasi, commento e spiegazione del celebre canto dedicato alle anime dei lussuriosi e ai personaggi di Paolo e Francesca

1Introduzione al canto V dell'Inferno

La struttura dell'Inferno di Dante
La struttura dell'Inferno di Dante — Fonte: ansa

Nel canto V dell'Inferno, Dante e Virgilio si lasciano alle spalle il Limbo, Primo Cerchio della voragine infernale e luogo di cui il Poeta ci ha parlato nel quarto canto, e si avviano verso il secondo Cerchio, dove ha inizio il vero e proprio Inferno. All’ingresso di questa zona fa la sua comparsa un personaggio mostruoso: Minosse. Terrorizzate dal suo aspetto, e soprattutto dal suo giudizio, le anime dei dannati si presentano al suo cospetto per essere giudicate. A Minosse basta guardarle per sapere quale pena infliggere, e comunica la sua sentenza arrotolando la coda tante volte quanti sono i cerchi dell’Inferno a cui l’anima è destinata. Anche Dante e Virgilio si presentano davanti al giudice infernale che, come già aveva fatto Caronte sulle sponde dell’Acheronte, cerca di intimidire Dante impedendogli di continuare il suo viaggio. Virgilio risponde con la formula che riserva ai guardiani dell’Inferno quando questi cercano di bloccare il suo compagno: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare!   

I due superano Minosse e, finalmente, ecco stagliarsi davanti a Dante il primo vero scenario infernale. Non c’è luce, l’aria è tenebrosa e scossa da una fortissima tempesta di vento dentro la quale sono sbattute e percosse le anime dei dannati. Ci troviamo davanti un contrappasso: che significato assume questa pena? Il vento rappresenta la mancanza di lucidità e di ordine, l’assenza di razionalità e l’abbandono del corpo agli istinti corporali e alla passione sessuale: in questo cerchio sono puniti i lussuriosi. Le anime, in questa tempesta, non vagano alla rinfusa ma sono suddivise in schiere in base al tipo di amore che condussero. La schiera che attira l’attenzione di Dante è quella di quei dannati che morirono per amore. Fra queste, dopo un elenco di personaggi che viene riportato da Virgilio a Dante, il Poeta è attratto da due amanti in particolare che, a differenza degli altri, sono scossi dalla tempesta restando abbracciati e saldi uno all’altra. Sono le anime di Paolo e Francesca.  

2I personaggi del canto V dell'Inferno: Paolo e Francesca

Ritratto di Dante Alighieri
Ritratto di Dante Alighieri — Fonte: ansa

Il quinto canto dell’Inferno è il canto di Paolo e Francesca. Qui, come in altri canti, Dante disegna due personaggi che attraverseranno i secoli della letteratura e che saranno bagaglio culturale di intere generazioni. Tutti conoscono i nomi di Paolo e Francesca, gli amanti dannati, ma la loro storia deve essere approfondita. I personaggi che incontriamo nell’Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso, sono estratti da Dante dalle Sacre Scritture, dalla letteratura, dalla mitologia e anche dalla storia: il Poeta non inventa nessun nuovo personaggio, ma gli attribuisce un valore e un significato nuovi e universali.
Paolo Malatesta e Francesca da Polenta fanno parte della storia contemporanea di Dante, potremmo dire della cronaca nera del suo tempo. Sono due cognati uccisi dal marito di lei (e quindi dal fratello di lui) solo pochi anni prima della discesa di Dante nell’Inferno. Sappiamo infatti, dalle parole di Francesca, che suo marito, Gianciotto Malatesta, è ancora vivo e che la zona dell’Inferno detta Caina sta aspettando che lui muoia per accoglierlo e fargli scontare la sua pena. Gianciotto ha ucciso i suoi familiari, e nella Caina sono puniti i traditori dei parenti. 

La storiografia interpreta in diversi modi questo omicidio di cui Dante parla nel canto V dell'Inferno. Si pensa che Francesca, com’era normale a quei tempi, fosse stata promessa in sposa a uno dei fratelli Malatesta, e che lei avesse inteso di dover sposare il più bello e attraente Paolo quando invece si presentò, per chiedere la sua mano, Gianciotto. Francesca, dimessa, sottostà alla decisione paterna e sposa l’uomo che il padre ha scelto, ma la simpatia e l’attrazione fra lei e Paolo è sempre forte e i due finiranno per diventare amanti, tradendo Gianciotto che, scoperto il tradimento, li uccide entrambi. Tolto l’equivoco iniziale, non sappiamo se reale o meno, certo è che Francesca e suo cognato divennero amanti e che Gianciotto li uccise. 

Fin qui la cronaca, ma Dante ci dice altro, va oltre, inserisce in questa storia – una storia forse anche banale in fin dei conti – un tipo di amore tratto dalla letteratura. Al tempo di Dante le riflessioni sulla natura e gli effetti dell’amore sono numerose e approfondite e Dante conosce bene le idee e i temi di queste riflessioni che non si limitano alla letteratura ma che coinvolgono anche dei trattati, come ad esempio il famoso De Amore di Andrea Cappellano. L’amore si manifesta in modo immediato e inaspettato, a partire dal contatto visivo fra i due innamorati che, spinti dalla bellezza l’uno dell’altro, sono pervasi dalla passione amorosa. Inoltre, l’amore non è solo un sentimento, viene presentato attraverso una prosopopea (cioè una personificazione) ed è visto quindi come un vero e proprio personaggio che agisce con la sua volontà sui cuori di chi ha deciso di far innamorare. Come si legge nel testo del canto V dell'Inferno, infatti, Francesca non dice “l’amore” ma “Amore” (con la maiuscola).   

Il Castello di Gradara, dove è ambientata la storia di Paolo e Francesca raccontata nel quinto canto dell'Inferno
Il Castello di Gradara, dove è ambientata la storia di Paolo e Francesca raccontata nel quinto canto dell'Inferno — Fonte: ansa

Sono questi i caratteri della passione che nasce fra due personaggi della letteratura francese che hanno una storia molto simile a quella di Paolo e Francesca: Lancillotto e Ginevra. Probabilmente anche la storia di questi due innamorati è nota a chiunque. Lancillotto è il primo cavaliere di re Artù, è legato a lui da un vincolo di fedeltà feudale (come Paolo è legato a Gianciotto da un vincolo di fedeltà parenterale) e si innamora di sua moglie, Ginevra (parallelo di Francesca). È proprio la lettura di questo romanzo che fa capire ai due cognati di non poter più nascondere il loro amore: un giorno, per passare il tempo, rimasti soli senza Gianciotto, Paolo e Francesca leggono la storia di Lancillotto e Ginevra, e arrivano al punto in cui i due amanti, grazie all’intervento di Galeotto che li fa incontrare in segreto, finalmente si ritrovano e si baciano. Paolo e Francesca si rendono conto di essere esattamente come Lancillotto e Ginevra e, come i personaggi stanno facendo nel libro, si baciano dando sfogo finalmente al loro profondo amore. Gianciotto li scopre in questo momento, infatti Francesca dice che quel giorno, dopo quel bacio, non poterono più continuare a leggere: erano stati assassinati.
Sono stati uccisi insieme, perché volevano amarsi e stare insieme: neppure all’Inferno saranno mai divisi. 

3Commento al canto V dell'Inferno

Come dice lo stesso Dante, se Dio lo concede, vorrebbe poter parlare con quelle due anime. All'altezza del quinto canto, il viaggio è appena cominciato e non sappiamo ancora quali siano le regole esatte a cui il Poeta deve sottostare per attraversare i tre regni dell’Oltretomba. Può parlare con i dannati: un confronto diretto con le loro anime permetterà al Poeta di comprendere profondamente la natura dei peccati e delle pene e di procedere così verso il suo percorso di salvazione, un percorso individuale che diventa universale quando anche il lettore, attraverso questo eccezionale racconto, comprende a pieno gli insegnamenti. Dante prova sentimenti di vario tipo verso i dannati, si mette nei loro panni, li biasima o prova empatia. Per Paolo e Francesca sopraggiunge una profonda pietà, sentimento raro all’Inferno dove, generalmente, dovrebbe essere una sensazione di condanna quella che si prova verso i dannati. Certo Dante non perdona i loro peccati, perché sa bene che Paolo e Francesca hanno commesso un atto che va contro i principi della morale, ma allo stesso tempo sente compassione. Pensiamo anche che Francesca, l’unica che parla con Dante, è poco più che un’adolescente. La figura di questa ragazza, giovanissima e bella, appena sposata, che si rivolge al Poeta con parole dolcissime in un luogo così cupo e disgraziato, crea una forte tensione. C’è un contrasto drammatico fra la dolcezza di Francesca, il suo amore per Paolo, e le grida, le bestemmie dei dannati, il vento che ulula in sottofondo. Dante è commosso, capisce quanto amore e quanta sofferenza li ha uniti, quanto viscerale desiderio li tenga ancora stretti, in eterno, uno all’altra, ed è talmente scosso dai suoi sentimenti contrastanti e dalla visione del loro dolore, che sviene, ponendo fine al canto V.  

[...] sì che di pietade / io venni men così com’io morisse. // E caddi come corpo morto cade.

Dante Alighieri, Inferno, Canto V, vv.140-142

4Parafrasi del canto V dell'Inferno

Testo

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia,
e tanto più dolor, che punge a guaio.


Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.


Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata


vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.


Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
dicono e odono, e poi son giù volte.


«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,


«guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?


Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».


Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.


Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.


La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.


Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.


Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.


E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali;


di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.


E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,


ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?».


«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.


A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.


Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.


L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.


Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.


Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.


Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.


I’ cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri».


Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».


Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».


Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere dal voler portate;


cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.


«O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,


se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.


Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.


Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.


Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.


Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.


Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.


Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».


Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».


Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.


Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».


E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.


Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.


Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.


Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.


Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,


la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».


Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.


E caddi come corpo morto cade.

Parafrasi

In questo modo discesi dal primo cerchio nel secondo, più piccolo rispetto al primo ma colmo di maggior dolore. Qui c’era Minosse, che ringhia in modo orrendo, vede le colpe dei dannati all’ingresso dell’Inferno e poi le giudica e le condanna secondo come si avvinghia. Intendo dire che quando l’anima dannata si trova davanti Minosse si mostra nella sua vera natura e Minosse, che conosce bene i peccati, comprende quale luogo dell’Inferno è più adatto a quell’anima e si avvinghia intorno la coda tante volte quanto vuole che siano i cerchi in cui sarà collocata. Sempre davanti a lui si trovano moltissime anime, vanno da lui una ad una per essere giudicate e poi sono spinte giù nell’Inferno. “Oh tu che vieni in questo albergo di dolore – disse a me Minosse quando mi vide, interrompendo il suo importante lavoro – stai attento a come entri e a chi ti affidi e non farti ingannare dalla grandezza dell’entrata”. E il mio duca, Virgilio, rispose a Minosse: “Perché continui a parlare? Non impedire il suo cammino voluto dal fato (fatale andare), così vuole la volontà divina e non chiedere altre spiegazioni!”. Ora si cominciano a sentire le voci colme di dolore, ora sono davvero arrivato nel luogo dove c’è tanto pianto da sentirmi profondamente scosso. Arrivai in quel momento nel luogo privo di ogni luce che muggisce come un mare in tempesta quando è battuto da venti contrastanti. La bufera infernale non cessa mai e scrolla gli spiriti nel suo vortice e li tormenta rigirandoli e percuotendoli. Appena i dannati giungono dentro questa tempesta si alzano grida, compianti, lamenti e anche bestemmie contro l’onnipotente Dio. Capii subito che in questo tipo di tormento erano condannati i peccatori carnali, cioè i lussuriosi, che sottomettono la ragione agli istinti (il talento). E come gli stormi portano le loro ali verso l’inverno così quel vento (fiato) strapazza gli spiriti dei dannati in alto, in basso senza nessuna speranza di potersi fermare o di poter provare una pena minore. E come le gru si lamentano facendo nell’aria una lunga riga, così io vidi venire, facendo lamenti (traendo guai), le anime portate da questo vento e io dissi: “Maestro, chi sono queste anime che il vento infernale castiga?”. Virgilio allora mi disse: “La prima di quelle di cui tu vuoi avere informazioni, fu imperatrice di diversi popoli (molte favelle, cioè persone con lingue diverse). Ebbe una lussuria senza freni tanto che rese la libidine legale per non essere incolpata lei stessa della sua condotta. È Semiramide (regina degli Assiri) che salì al trono dopo Nino e fu sua moglie governando la città del Sultano (Babilonia). L’altra è quella che si uccise per amore dopo aver rotto il giuramento di fede fatto alle ceneri di Sicheo (si parla cioè di Didone che si uccise per amore di Enea), poi c’è la lussuriosa Cleopatra. E guarda anche Elena per cui si fece guerra per lungo tempo, e vedi il grande Achille che dopo aver combattuto tanto alla fine fu vinto dall’amore. Vedi Paride, Tristano…” e più di mille altre anime che morirono per amore mi mostrò e mi nominò indicandole. Dopo che io ebbi ascoltato il mio maestro nominare le donne dell’antichità e i cavalieri, mi smosse una grande pietà verso di loro e quasi mi sentii smarrito. Io cominciai a parlare e dissi: “Poeta (cioè Virgilio) io vorrei parlare con quei due che sono abbracciati insieme e sembrano essere tanto leggeri così scossi dal vento”. E lui rispose a me: “Quando saranno più vicini a noi pregali in nome di quell’amore che li ha condannati e loro ti ascolteranno”. Così appena il vento li condusse vicino a noi io cominciai a parlare: “O anime affaticate, venite a parlare con noi se Dio (altri) non ve lo nega!”. Come delle colombe chiamate dal mio desiderio con le ali alzate riposate nel dolce nido, quelle due anime vennero nel vento uscendo dalla schiera dove si trovava anche Didone attraverso la tempesta infernale e con un grande affetto una di loro disse: “O essere vivente cortese e benevolo che stai visitando questo mondo privo di speranza, noi che sporcammo il mondo col nostro sangue pregheremmo Dio, se questo ci fosse amico, di concederti sempre la pace visto che mostri pietà per il nostro dolore. Di quello che sentirai e che vuoi chiedere noi ti diremo finché il vento ci concede una tregua. La terra dove sono nata si trova nella costa dove ha la foce il Po, cioè Ravenna (il fiume si unisce al mare come fanno tutti gli altri fiumi: per aver pace co’ seguaci suoi). Amore, che rapisce facilmente un cuore gentile, fece innamorare costui (Paolo) del bel corpo che mi venne tolto in un modo che ancora mi offende. Amore, che a nessuno risparmia di amare quando è amato, mi prese a sua volta della bellezza di costui (Paolo) in un modo tanto forte che ancora non mi abbandona. Amore ci condusse insieme ad una stessa morte e Caina attende chi ci tolse la vita”. Queste parole ci furono riportate. Quando io compresi il dolore di quelle anime afflitte chinai il viso e lo tenni tanto basso che Virgilio mi chiese: “A cosa pensi?” e io risposi: “Ahimè, quanti dolci pensieri e quanto profondo desiderio condusse loro alla morte!”. Poi mi rivolsi a loro e cominciai a dire: “Francesca, il tuo tormento mi rende triste e penoso. Ma dimmi: al tempo del vostro innamoramento in che modo l’amore ti fece capire di essere innamorata?”. E Francesca rispose: “Non c’è maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nei momenti di miseria, e questo lo sa bene il tuo maestro (Virgilio). Ma se hai tanto a cuore conoscere l’origine del nostro amore te lo dirò, ma parlerò piangendo (come colui che piange e dice). Noi un giorno stavamo leggendo, per divertimento, la storia di Lancillotto e di come si innamorò; eravamo soli e senza nessun sospetto del nostro amore. Quella lettura più volte ci spinse a guardarci l’un l’altra e piano piano diventavamo pallidi in viso, ma solo un punto in particolare fu quello che non ci fece più resistere: quando leggemmo della bocca sorridente (di Ginevra) essere baciata da colui che l’amava (Lancillotto), questo (Paolo) che mai deve essere separato da me, mi baciò tremando. Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: quel giorno non potemmo continuare a leggere oltre.” Mente l’anima di Francesca diceva queste cose, Paolo piangeva, e io fui tanto sconvolto dalla pietà che mi sentii morire e caddi in terra come un corpo privo di vita.

Amor, ch’al nullo amato amar perdona, mi prese costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona… Dante Alighieri