Canto I del Paradiso di Dante: testo, parafrasi, commento e figure retoriche

Canto I del Paradiso di Dante: testo, parafrasi, commento e figure retoriche A cura di Antonello Ruberto.

Testo, parafrasi, commento e figure retoriche del canto 1 del Paradiso di Dante che si svolge il 13 aprile del 1300 nel Paradiso Terrestre. Il canto inizia con l'invocazione di Apollo

1Canto I del Paradiso: sintesi e struttura

Dante e Beatrice raffigurati nell'opera di Adolfo De Carolis: "Paradiso"
Dante e Beatrice raffigurati nell'opera di Adolfo De Carolis: "Paradiso" — Fonte: ansa

Il I Canto del Paradiso ha, naturalmente, carattere introduzione e proemio a tutta la cantica. Si apre con l’enunciazione di Dante del suo viaggio attraverso i dieci cieli che compongono il Paradiso fino all’Empireo. Nel suo viaggio ha visto cose che la ragione, e quindi la parola razionale, non possono rendere, o possono descrivere solo con estrema difficoltà (vv. 1 - 12), motivo per cui il poeta richiede tutta l’assistenza di Apollo, il dio delle arti e della poesia. 

La lunga invocazione alla divinità greca (vv. 13 - 36) apre la porta ad un complesso artificio retorico in cui Dante da una parte ostenta umiltà dichiarando la necessità del massimo aiuto divino per descrivere l’ultima parte del suo viaggio, mentre dall’altra fa trasparire (vv. 22-33) una piena consapevolezza della grandiosità dell’opera che si avvia a portare a compimento, e per cui meriterebbe d’essere incoronato con l’alloro, pianta simbolo di Apollo, usata per celebrare poeti e generali vittoriosi. 

Quella dell’Incoronazione poetica era una cerimonia simbolica che ricalcava cerimonie simili che avvenivano nel mondo romano, in particolare il collegamento, poi rivelatosi filologicamente scorretto, era rivolto all’incoronazione del poeta latino Papinio Stazio. La prima cerimonia di questo tipo avvenne a Roma nel 1341, quando il re Roberto d’Angiò pose una corona d’alloro sul capo di Petrarca in un contesto carico di richiami all’antico e significati simbolici e politici; tutte caratteristiche che mancavano alla cerimonia d’incoronazione di Albertino Mussato, incoronato a Padova nel 1315. Anche per Dante venne proposto un simile onore, ma non morì prima di poter essere incoronato. 

Finita l’invocazione ad Apollo il racconto riporta il lettore nell’azione. Dante fornisce indicazioni temporali descrivendo il sorgere del sole con una serie di complessi riferimenti astronomici che risultano di difficile lettura ma che indicano di certo che il suo viaggio procede sotto i migliori auspici astronomici (vv. 37-42), mentre ai vv. 43-45 indica che l’azione si svolge a mezzogiorno. Inizia a questo punto l’ascesa di Dante e Beatrice (vv. 45-63): il poeta vede la donna fissare il sole e la imita, meravigliandosi di come i suoi occhi riescano a reggere la luce del sole diretta così a lungo.   

Inizia così la trasumanazione di Dante (vv. 64-81). Il poeta osserva e Beatrice perdendosi nel suo aspetto al punto da subire una trasformazione che paragona a quella subita da Glauco (v.68), personaggio della mitologia greca la cui storia viene narrata da Ovidio nelle sue Metamorfosi: secondo il poeta latino, questo giovane pescatore divenne una divinità marina dopo aver mangiato delle erbe miracolose. Il verbo “trasumanar” (v.70) esprime un’esperienza che non è possibile descrivere a parole, cioè attraverso un discorso logico e raziocinante: Dante non sa più se sia ancora corpo o solo puro spirito, e rimane rapito dalla luce dei cieli e dalla loro rotazione, che produce una musica meravigliosa.   

Questa nuova situazione disorienta il poeta e Beatrice, quasi leggendogli dentro (v. 85), inizia a parlargli, iniziando così la sua funzione, non solo di guida del Regno dei Cieli ma anche di maestra di cose divine (sul piano simbolico, infatti, essa rappresenta la Teologia). Il suo disorientamento, spiega Beatrice al poeta, è dovuto al fatto che sta entrando in un luogo dove le leggi terrestri non valgono, ed il ragionare ancora come se si trovasse sulla Terra lo fa cadere in errore: essi, infatti, stano risalendo al Cielo più veloci di un fulmine.  

L’ultima parte del Canto (vv. 94-142) è quella più importante e complessa. Dante ha un altro dubbio: si chiede come possa, un essere mortale come lui, ascendere ai luoghi più alti del cielo. Beatrice lo guarda come una madre guarda un bambino che dice cose insensate (vv. 100-102) e comincia quella che, per il lettore, è una vera e propria lezione di metafisica, in cui la concezione tomistica del mondo e dell’universo, diffusa nel medioevo e propria di Dante, viene spiegata in versi dalle parole della sua guida paradisiaca.  

Il Canto è quindi strutturato in queste cinque parti

  1. 1-36: Proemio ed invocazione ad Apollo
  2. 37-36: Ascesa di Dante e Beatrice
  3. 64-81: Trasumanazione di Dante
  4. 82-93: Primo dubbio di Dante
  5. 94-142: Secondo dubbio di Dante

1.1Mito di Apollo e Marsia

Rilievo in marmo che raffigura la sfida musicale tra Apollo e Marsia. Atene, Museo Archeologico Nazionale, IV secolo a.C.
Rilievo in marmo che raffigura la sfida musicale tra Apollo e Marsia. Atene, Museo Archeologico Nazionale, IV secolo a.C. — Fonte: getty-images

Il proemio al Paradiso è assai più lungo di quello che apre le altre cantiche, e contiene la lunga invocazione ad Apollo (vv. 13-36) che si caratterizza per i suoi molteplici riferimenti: anzitutto quello simbolico che richiama l’arcaica sovrapposizione della figura del dio greco al Cristo, o quello all’alloro poetico di cui si è già parlato, o al Parnaso o al mito di Apollo e Marsia.  

Nella mitologia greca Apollo è il dio delle arti e della poesia, motivo per cui viene spesso raffigurato mentre suona una cetra. Secondo la tradizione abita sul monte Parnaso, un monte della Grecia che ha due picchi: l’Elicona e la Cirra, sulla prima risiedono le muse delle arti, mentre la seconda ospita proprio il dio Apollo. Se fino ad ora per Dante l’aiuto delle muse è stato sufficiente per descrivere le meraviglie del suo viaggio, ora necessita anche dell’aiuto della Cirra (v. 36), cioè di Apollo in persona.  

Nella struttura dell’invocazione un momento particolare è nella menzione del mito di Marsia (vv. 22 - 21). Questi era un sileno, cioè una creatura dei boschi, che s’era appropriato del flauto di Minerva ed aveva iniziato a suonarlo scoprendosi estremamente bravo, bravo a tal punto d’essere convinto di poter superare lo stesso Apollo in una gara di musica.  

Il dio, venuto a conoscenza della cosa, volle sfidare l’insolente sileno in una gara il cui vincitore avrebbe potuto fare quello che voleva dello sconfitto; Apollo ovviamente vinse e, per punire la superbia del suo sfidante decise di scorticarlo vivo (si allude alla terribile punizione ai vv. 20 -21). 

Il richiamo dantesco a questo mito serve come dichiarazione d’umiltà, in quanto Dante non potrebbe in alcun modo affrontare il difficile compito di descrivere il Paradiso senza un aiuto divino, sia per non apparire superbo quando, nei versi seguenti, dice di mirare all’alloro poetico. 

2L'universo di Dante

Schema dell'Universo di Dante
Schema dell'Universo di Dante — Fonte: getty-images

Il secondo dubbio di Dante apre la strada ad una lunga risposta di Beatrice (vv. 94 - 142) che spiega a Dante la disposizione dell’Universo. Si tratta di un brano che racchiude in sé la visione dell’Universo propria del poeta e che deriva dall’astronomia tolemaica e dalla filosofia tomista e che spiega il funzionamento del creato in funzione del Creatore, fornendo, cioè, una descrizione delle leggi universali che è metafisica più che fisica. Ovviamente bisogna tener ben presente che ci troviamo di fronte all’ennesima finzione letteraria di un Dante che è allo stesso tempo auctor e autor, e che esprime la sua visione del mondo, è davvero il caso di dirlo, per bocca di uno dei suoi personaggi. 

Nei primi versi della risposta di Beatrice (vv. 103-108) viene detto esplicitamente che tutto l’esistente è stato modellato sull’impronta di Dio; ogni creatura ha in sé un diverso grado di somiglianza, una diversa raffinatezza d’anima che l’avvicina in maggiore o minor misura all’Eterno (vv. 109 - 111) e che la spinge verso il suo naturale destino e ne spinge lo spirito verso la luna (v. 115).  

Il cielo lunare è il primo che si incontra dopo aver attraversato la corona di fuoco che cinge la Terra e che è il luogo dell’ascesa e della trasumanazione di Dante (vv. 37 - 81): tendere a quel cielo significa, essenzialmente, tendere all’Empireo dei beati, tutti ugualmente compartecipi della Grazia divina.  

Il principio divino muove l’animo degli animali, cioè delle creature che hanno anima mortale (v. 116), tiene coesa la Terra (v. 117), e, naturalmente, determina l’esistenza degli Uomini che sono dotati di sentimenti ed intelletto (vv. 118 - 120). La forza che agisce come principio determinante di tutte le cose ha sede nell’Empireo, che è l’ultimo dei cieli, immobile, infinito ed eterno, da cui si muove il nono cielo, più rapido di tutti (vv. 121 -126). 

La natura delle anime dovrebbe quindi reindirizzarle verso il loro Creatore, ma qui Dante introduce un concetto importantissimo, cioè quello del libero arbitrio: le singole anime senzienti, quelle umane, nella loro naturale tensione verso Dio possono essere distolte dalla ricerca di un “falso piacere” (v. 135). Detto altrimenti: la natura spinge l’essere umano al cielo, alla Grazia, proprio come i fulmini naturalmente cadono a terra (vv. 133 - 134), ma la volontà dell’Uomo può spingerlo ad andare contro la sua stessa natura e, perciò, nel peccato. 

Ma, spiega Beatrice nell’ultima parte del suo discorso (vv. 136 - 141), Dante sta seguendo il suo percorso naturale, essendosi purgato nel passaggio dall’Inferno al Purgatorio e purificato nel Paradiso Terrestre; anzi dovrebbe considerare la sua ascesa naturale come la discesa di un fiume giù da una montagna (vv. 136 - 138). 

2.1La filosofia tomistica

Nella concezione di Dante la Terra, sferica, è al centro dell’Universo e attorno ad essa si irradiano in cerchi concentrici i 9 cieli che corrispondono agli altrettanti pianeti del sistema solare e in cui ci sono le stelle e le costellazioni che, con il loro influsso, determinano le inclinazioni degli esseri umani. Ciò che il poeta qui ci restituisce è, quindi, una concezione dell’intero universo che risponde ai principi della fisica geocentrica, che vedeva cioè la Terra al centro dell’Universo, e della filosofia tomistica. 

Il tomismo, cioè la filosofia di stampo metafisico di san Tommaso d’Aquino, studia la realtà nell’orizzonte più ampio possibile, nella sua assolutezza, nella sua struttura e nei suoi principi. Nella sua concezione filosofica e fisica Tommaso coniuga la filosofia aristotelica e la teologia scolastica; Tommaso identifica nella forza creatrice divina il concetto aristotelico del primo motore immobile, cioè di un entità prima in grado di determinare tutte le altre. Tuttavia Dio non viene concepito come un’entità fisica, che agisce concretamente, ma come puro intelletto, e la sua definizione di “primo motore immobile” si comprende col fatto che Esso venga descritto come causa prima di tutte le cose (cioè forza creatrice) ed “immobile” in quanto, non essendo creato, è eterno e non soggetto a mutamenti; infine, una delle sue caratteristiche è quella di agire come forza attrattiva nei confronti delle sue creature. 

Tutti questi concetti si ritrovano nella concezione dantesca dell’Universo enunciata da Beatrice, ma che sottende tutta la Commedia, a cominciare dall’idea di un Empireo infinito e immobile in cui Dio risiede con tutti i beati e che dà forza motrice a tutti i cieli che racchiude fino ad arrivare alla Terra. 

3Testo e parafrasi del Canto I del Paradiso

Testo

La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.

Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;

perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.

Veramente quant’io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto.

O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro.

Infino a qui l’un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.

Entra nel petto mio, e spira tue
sì come quando Marsïa traesti
de la vagina de le membra sue.

O divina virtù, se mi ti presti
tanto che l’ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti,

vedra’ mi al piè del tuo diletto legno
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno.

Sì rade volte, padre, se ne coglie
per trïunfare o cesare o poeta,
colpa e vergogna de l’umane voglie,

che parturir letizia in su la lieta
delfica deïtà dovria la fronda
peneia, quando alcun di sé asseta.

Poca favilla gran fiamma seconda:
forse di retro a me con miglior voci
si pregherà perché Cirra risponda.

Surge ai mortali per diverse foci
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giugne con tre croci,

con miglior corso e con migliore stella
esce congiunta, e la mondana cera
più a suo modo tempera e suggella.

Fatto avea di là mane e di qua sera
tal foce, e quasi tutto era là bianco
quello emisperio, e l’altra parte nera,

quando Beatrice in sul sinistro fianco
vidi rivolta e riguardar nel sole:
aguglia sì non li s’affisse unquanco.

E sì come secondo raggio suole
uscir del primo e risalire in suso,
pur come pelegrin che tornar vuole,

così de l’atto suo, per li occhi infuso
ne l’imagine mia, il mio si fece,
e fissi li occhi al sole oltre nostr’uso.

Molto è licito là, che qui non lece
a le nostre virtù, mercé del loco
fatto per proprio de l’umana spece.

Io nol soffersi molto, né sì poco,
ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,
com’ ferro che bogliente esce del foco;

e di sùbito parve giorno a giorno
essere aggiunto, come quei che puote
avesse il ciel d’un altro sole addorno.

Beatrice tutta ne l’etterne rote
fissa con li occhi stava; e io in lei
le luci fissi, di là sù rimote.

Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.

Trasumanar significar per verba
non si poria; però l'essemplo basti
a cui esperïenza grazia serba.

S’i’ era sol di me quel che creasti
novellamente, amor che ’l ciel governi,
tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti.

Quando la rota che tu sempiterni
desiderato, a sé mi fece atteso
con l’armonia che temperi e discerni,

parvemi tanto allor del cielo acceso
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso.

La novità del suono e ’l grande lume
di lor cagion m’accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume.

Ond’ella, che vedea me sì com’io,
a quïetarmi l’animo commosso,
pria ch’io a dimandar, la bocca aprio

e cominciò: "Tu stesso ti fai grosso
col falso imaginar, sì che non vedi
ciò che vedresti se l’avessi scosso.

Tu non se’ in terra, sì come tu credi;
ma folgore, fuggendo il proprio sito,
non corse come tu ch’ad esso riedi".

S’io fui del primo dubbio disvestito
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo più fu’ inretito

e dissi: "Già contento requïevi
di grande ammirazion; ma ora ammiro
com’io trascenda questi corpi levi".

Ond’ella, appresso d’un pïo sospiro,
li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante
che madre fa sovra figlio deliro,

e cominciò: "Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante.

Qui veggion l’alte creature l’orma
de l’etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma.

Ne l’ordine ch’io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine;

onde si muovono a diversi porti
per lo gran mar de l’essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti.

Questi ne porta il foco inver’ la luna;
questi ne’ cor mortali è permotore;
questi la terra in sé stringe e aduna;

né pur le creature che son fore
d’intelligenza quest’arco saetta,
ma quelle c’ hanno intelletto e amore.

La provedenza, che cotanto assetta,
del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto
nel qual si volge quel c’ ha maggior fretta;

e ora lì, come a sito decreto,
cen porta la virtù di quella corda
che ciò che scocca drizza in segno lieto.

Vero è che, come forma non s’accorda
molte fïate a l’intenzion de l’arte,
perch’a risponder la materia è sorda,

così da questo corso si diparte
talor la creatura, c’ ha podere
di piegar, così pinta, in altra parte;

e sì come veder si può cadere
foco di nube, sì l’impeto primo
l’atterra torto da falso piacere.

Non dei più ammirar, se bene stimo,
lo tuo salir, se non come d’un rivo
se d’alto monte scende giuso ad imo.

Maraviglia sarebbe in te se, privo
d’impedimento, giù ti fossi assiso,
com’a terra quïete in foco vivo".

Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.

Parafrasi

La gloria di Colui che tutto muove
attraversa l’universo, e fa risplendere
alcune cose più di altre.
Nel cielo che prende la maggior parte di luce
fui, e vidi cose che ripetere
non può, ne sa, chi da lì discende;
perché avvicinandosi alla meta del suo desiderio,
il nostro intelletto sprofonda tal punto
che la memoria non può ricordare quei pensieri.
Tuttavia ciò di cui del regno santo
ho conservato nella mia mente,
sarà ora argomento del mio cantare.
O buon Apollo, all’ultima fatica
rendimi un vaso pieno della tua virtù,
come richiedi per concedere il desiderato alloro.
Fin qui una sola vetta del Parnaso
mi bastò; ma ora con entrambe
ho bisogno di entrare nello spazio rimasto.
Entra nel mio petto, con la tua forza
come quando Marsia tirasti fuori
dalla sacca della sua pelle.
O divina virtù, se mi aiuti
al punto che l’immagine del regno beato
si manifesti impressa nella mia mente,
mi vedrai ai piedi del tuo albero prediletto
venire, per incoronarmi di quelle foglie
di cui tu e l’argomento mi farete degno.
Così raramente, o padre, viene colto
per celebrare un generale o di un poeta,
per colpa e vergogna dei vizi umani,
che generare gioia dalla serena
divinità di Delfi dovrebbe l'albero
di Peneo, quando qualcuno ne ha sete.
Una piccola scintilla provoca un grande incendio:
forse dopo di me con voce più degna
si pregherà per la risposta di Cirra.
Arriva agli uomini da diversi punti
la luce del mondo; ma da quella
che unisce quattro cerchi formando tre croci,
esce unendo una migliore costellazione
ed un miglior destino, e la materia terrena
lavora e definisce con la sua potenza.
Aveva fatto di là mattina e di qua sera
quella fonte, e quasi tutto bianco era di là
quell'emisfero, e l'altro nero,
quando vidi Beatrice alla mia sinistra
rivolta a guardare il sole:
nemmeno un'aquila l'avrebbe guardato così.
E così come solitamente il secondo raggio
si separa dal primo e risale in su,
come vuol ritornare in quota il falco,
così quel gesto, che dagli occhi era rimasto impresso
nella mia mente, ripeté il mio sguardo,
e fissai il sole più a lungo di quanto facciamo di solito.
Molte cose lì sono permesse, che sulla Terra non sono
possibili alle nostre capacità, in virtù del luogo
fatto da Dio proprio per la specie umana.
Quella vista non la soffrii molto, ma neppure
così poco da non vedere la luce sfavillare,
come ferro bollente che esce dal fuoco;
e subito mi sembrò che alla luce altra luce
si aggiungesse, come se il Creatore
avesse adornato il cielo d'un altro sole.
Beatrice le eterne cerchie dei cieli
fissava; e io su di lei
fissai i miei, ormai distolti dal sole.
Guardandola mi sentii
come Glauco quando assaggiò la pianta
che lo fece membro degli dèi del mare.
Il senso del trascendere a parole
non si può spiegare; ma quest'esempio
basti a quelli cui la Grazia riserverà l'esperienza.
Se io ero solo ciò che tu creasti
per ultimo, Dio,
lo sai tu, che mi sollevasti con la tua luce.
Quando la rotazione celeste che il desiderio
di Te rende eterno, prese la mia attenzione
con quell'armonia che regoli assegni ad ogni parte,
allora mi sembrò che il cielo fosse così illuminato
dalla fiamma del sole, che né pioggia né fiume
fecero mai un lago così ampio.
Il nuovo suono e la luce così ampia
m'accesero un desiderio di conoscerne la causa
che mai sentii così forte.
E Beatrice, che mi leggeva dentro,
per calmare il mio animo agitato,
prima che potessi domandare, aprì la bocca
e cominciò a parlare:« Ti porta in errore
la tua falsa immaginazione, che non ti mostra
ciò che vedresti se avessi rimosso gli errori.
Tu non sei sulla Terra, come credi
ma la luce, allontanatasi dal sole,
non corse veloce come te che ritorni al cielo».
Se mi venne tolto questo primo dubbio
per queste brevi parole dette sorridendo,
fui subito catturato da un secondo
e dissi:« Ero contento che fosse placata
il mio grande stupore; ma adesso mi stupisco
di come io salga tra questi corpi leggeri».
Ed ella, dopo un pietoso sospiro,
mi guardò con gli stessi occhi di
una madre verso il figlio delirante,
e disse:« Tutte le cose
sono ordinate tra di loro, e questo è il principio
che rende l’universo simile al suo Creatore.
Qui i beati vedono la forma
della virtù divina, che è lo scopo
per cui queste sono ordinate a quel modo.
In quest’ordine sono disposte tutte
le cose create, in diverso modo,
più o meno somiglianti al loro Creatore;
così si muovono ai loro diversi fini
nel gran mare dell’essere, ognuna
spinta dall’istinto che la conduce al suo destino.
È la forza che porta il fuoco verso il cielo;
che fa muovere gli animi mortali;
che rende la terra stretta e coesa;
e non solo le creature prive
d’intelligenza fa muovere,
ma anche quelle dotate di intelletto e sentimenti.
La Provvidenza, che tutto ciò dispone,
con la sua luce rende il suo cielo sempre quieto
e a cui si volge quello che si muove con più fretta;
E ora lì, come ultima meta,
ci porta quell’istinto che come un arco
indirizza alla felicità tutto ciò che scocca.
Ma è vero che, come la forma non s’accorda
molte volte all’intenzione dell’artista,
perché la materia risponde come dovrebbe,
così da questa via si distanzia
a volte l’uomo, che ha il potere
di piegarla, spingendola così da un’altra parte;
e così come si può veder cadere
il fuoco da una nuvola, così l’istinto naturale
lo spinge a terra deviato da falsi piaceri.
Non devi stupirti, se giudico bene,
della tua ascesa, più che di vedere un fiume
che dalla cima di un monte in basso.
Dovresti meravigliarti se, senza
impedimenti, fossi rimasto fermo giù,
come se una fiamma ardente rimanesse ferma».
Quindi volse lo sguardo al cielo.

3.1Figure retoriche

  • 1, La gloria di colui che tutto muove: perifrasi per indicare Dio.
  • 10, Veramente…: latinismo per “tuttavia”.
  • 24, diletto legno: perifrasi per indicare l’albero di alloro, prediletto da Apollo.
  • 34 – 36, Poca favillaCirra risponda: metafora per significare che l’invocazione è terminata e, benché il poeta la reputi breve, si auspica che venga ascoltata.
  • 39 – 40, che quattromigliore stella: questa complessa metafora indica che è il giorno dell’equinozio di primavera ed il sole è in congiunzione con la costellazione dell’ariete.
  • 38, lucerna del mondo: perifrasi per indicare il Sole.
  • 49 – 54, E sì comeoltre nostr’uso: complessa similitudine in cui l’istinto di Dante di imitare il gesto di Beatrice viene paragonato alla somiglianza con cui il riflesso di un raggio di sole somiglia al raggio stesso; mentre la rapidità con cui compie il gesto viene paragonata a quella del falco pellegrino.
  • 73, amor che ‘l ciel governi: perifrasi per indicare Dio.
  • 116, cor mortali: perifrasi per indicare le anime degli animali, che non sono immortali.

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