Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia A cura di Maria Cristina Cabani

Canto notturno di Leopardi: l'inquietudine tutta moderna di un antico pastore-filosofo, il lamento alla Luna, il pessimismo rassegnato

1Canto notturno di Leopardi: testo annotato e parafrasi

Testo

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.

Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.

Sorge in sul primo albore;
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi?
dimmi:ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?


Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l'ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso;
infin ch'arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu volto:
abisso orrido, immenso,
ov'ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale
è la vita mortale.


Nasce l'uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento
per prima cosa; e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell'esser nato.

Poi che crescendo viene,
l'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
con atti e con parole
studiasi fargli core,
e consolarlo dell'umano stato:

altro ufficio più grato
non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perché dare al sole,
perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura,
perché da noi si dura?

Intatta luna, tale
è lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,
e forse del mio dir poco ti cale.


Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che sì pensosa sei, tu forse intendi,
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir dalla terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.

E tu certo comprendi
il perché delle cose, e vedi il frutto
del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a chi giovi l'ardore, e che procacci
il verno co' suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.

Spesso quand'io ti miro
star così muta in sul deserto piano,
che, in suo giro lontano, al ciel confina;

ovver con la mia greggia
seguirmi viaggiando a mano a mano;
e quando miro in cielo arder le stelle;

dico fra me pensando:
a che tante facelle?

Che fa l'aria infinita, e quel profondo
infinito seren?
che vuol dir questa
solitudine immensa?
ed io che sono?
Così meco ragiono e della stanza
smisurata e superba,
e dell'innumerabile famiglia;

Poi di tanto adoprar, di tanti moti
d'ogni celeste, ogni terrena cosa,
girando senza posa,
per tornar sempre là donde son mosse;

uso alcuno, alcun frutto
indovinar non so.
Ma tu per certo,
giovinetta immortal, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell'esser mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors'altri; a me la vita è male.


O greggia mia che posi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!
non sol perché d'affanno
quasi libera vai;
ch'ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
tu se' queta e contenta;
e gran parte dell'anno
senza noia consumi in quello stato.

ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
e un fastidio m'ingombra
la mente, ed uno spron quasi mi punge
sì che, sedendo, più che mai son lunge
da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,
e non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,
non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:
dimmi: perché giacendo
a bell'agio, ozioso,
s'appaga ogni animale;
me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?


Forse s'avess'io l'ale
sa volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo ,
più felice sarei, dolce mia greggia,
più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,
mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dì natale.

Parafrasi

Che cosa fai luna nel cielo? dimmi che fai, o luna silenziosa? Sorgi la sera e ti muovi contemplando i deserti, quindi tramonti. Non sei ancora sazia di ripercorrere gli eterni sentieri del cielo? Ancora non ti è venuto a noia, ancora desideri contemplare queste valli? La vita del pastore somiglia alla tua. Si alza alle prime luci dell’alba, spinge avanti il gregge per il campo e vede greggi, sorgenti e prati; poi, stanco, si riposa sul far della sera: nient’altro desidera. Dimmi, o luna, che scopo ha la vita per il pastore, e la vostra per voi (corpi celesti)? Dimmi: quale meta hanno questo mio breve vagare e il tuo cammino eterno? Un vecchio dai capelli bianchi, malato, quasi nudo e scalzo, con un pesantissimo carico sulle spalle, attraverso montagne e valli, attraverso sassi acuminati e alte sabbie e fratte, al vento, alla tempesta, quando la stagione brucia e poi quando gela, corre via, corre, ansima, supera torrenti e paludi, cade, si rialza e, ferito e sanguinante, ancor più si affretta senza sosta o riposo; finché arriva là dove erano rivolti il suo cammino e la sua grande fatica: una voragine spaventosa, immensa, precipitando nella quale dimentica tutto. O vergine luna, così è la vita degli uomini. L’uomo nasce destinato alla fatica, e già alla nascita rischia di morire. Per prima cosa prova sofferenza, e già nei primi momenti di vita la madre e il padre cominciano a consolarlo di essere nato. Poi, a mano a mano che cresce, entrambi (i genitori) lo sostengono e di continuo, con atti e con parole, si sforzano di incoraggiarlo e di consolarlo del fatto di appartenere alla specie umana: i genitori non esercitano un compito più gradito di questo nei confronti dei figli. Ma perché dare alla luce, perché mantenere in vita dei figli che poi sarà necessario consolare di essere vivi? Se la vita è sofferenza, perché noi la sopportiamo? Intatta luna, questa è la condizione degli uomini. Ma tu non sei mortale, e forse poco ti importa delle mie parole. Eppure tu, solitaria, eterna viaggiatrice, che sei così pensosa, tu forse capisci che cosa siano questa nostra vita terrena, la nostra sofferenza, il nostro sospirare, capisci che cosa siano questo morire, questo estremo scolorire del viso e lo scomparire dalla terra e il mancare alle persone che ci erano familiari e che ci volevano bene. Tu certamente comprendi il perché delle cose, e vedi l’utilità del mattino, della sera, del silenzioso infinito scorrere del tempo. Tu sai certamente a quale suo caro innamorato sorrida la primavera, a chi porti giovamento il caldo estivo, e che cosa procuri l’inverno con i suoi ghiacci. Tu sai mille cose, mille ne scopri che sono nascoste al pastore ignorante. Spesso quando io ti guardo sovrastare così silenziosa la pianura deserta che all’orizzonte confina con il cielo; oppure seguirmi passo passo mentre mi sposto con il mio gregge, e quando guardo le stelle brillare in cielo, dico fra me e me riflettendo: a che cosa servono tante luci? A che scopo esiste il cielo infinito, e quel profondo infinito azzurro? Che cosa significa questa immensità nella quale l’uomo è solo? E io che cosa sono? Così penso e parlo con me stesso: e dell’universo smisurato e grandioso e della sterminata famiglia degli esseri viventi e poi di tanto affaccendarsi, di tanti movimenti di ogni corpo celeste e di ogni ente terreno, che girano incessantemente per tornare sempre al punto di partenza non so immaginare alcuna utilità e scopo. Ma tu, immortale giovinetta, certamente conosci il tutto. Questo io conosco e percepisco,che dei moti celesti perpetui, della mia fragile esistenza,qualcun altro avrà forse qualche vantaggio o soddisfazione: per me la vita è male. O mio gregge che riposi, beato te che non conosci, io credo, la tua miserevole condizione. Quanto ti invidio! Non solo perché sei quasi libero dal dolore, dal momento che dimentichi subito ogni patimento, ogni perdita, ogni grande paura, ma soprattutto perché non provi mai la noia. Quando ti riposi all’ ombra, sul prato, sei tranquilla e contenta; e gran parte del tempo lo passi così, senza provare noia. Anch’io sto fermo sul prato, all’ombra, e tuttavia mi occupa la mente un senso di angoscia e una irrequietezza quasi mi ferisce, così che, pur stando fermo, sono più che mai lontano dal trovare pace o riposo. Eppure non desidero nulla e finora non ho motivo di pianto. Io non so dire di cosa e quanto tu goda, ma certamente sei fortunato. E anch’io godo di pochi piaceri, o gregge mio, e non sono l’unico a lamentarmi di ciò. Se tu sapessi parlare, io ti chiederei: dimmi: perché stando comodamente sdraiato e in ozio ogni animale è soddisfatto, mentre se io giaccio in riposo mi assale la noia? Forse, se avessi le ali per volare sopra le nubi e contare le stelle a una a una, o potessi errare come il tuono di monte in monte, io sarei più felice, dolce mio gregge, sarei più felice, o candida luna. O forse, considerando il destino di altre creature, il mio pensiero si allontana dalla verità; forse in qualsiasi specie fisica, in qualunque condizione, in una tana o in una culla, quello della nascita è un giorno di lutto per chi nasce.

2Canto notturno di Leopardi: Analisi

Ritratto di Giacomo Leopardi
Ritratto di Giacomo Leopardi — Fonte: redazione

Il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia fu composto fra il 22 ottobre 1829 al 9 aprile del 1830 (le date sono indicate puntualmente dallo stesso Leopardi) ed è il 23° componimento dei Canti

2.1Origine del componimento

Il Canto notturno di Leopardi prende spunto dalla recensione al resoconto di un viaggio in Oriente apparsa su una rivista francese (il «Journal des Savantes») che Leopardi leggeva nella biblioteca del Gabinetto Vieusseux. Affascinato dall’argomento esotico, Leopardi aveva trascritto nello Zibaldone, in data 3 ottobre 1828, un passo del resoconto, nel quale era descritta la consuetudine dei pastori nomadi Kirghisi di passare la notte seduti su una pietra a guardare la luna e a improvvisare canti. L’argomento non poteva non interessarlo, perché da tempo il poeta rifletteva sulla saggezza ‘pura’ dei primitivi in antitesi a quella, corrotta, dei moderni.   

Nello stesso tempo, le osservazioni relative ai canti dei pastori primitivi venivano in qualche modo a confermare le sue idee intorno alla priorità del genere lirico sugli altri generi: secondo Leopardi, infatti, la lirica è la forma di espressione primigenia e più naturale, perché solo attraverso il canto l’uomo è in grado di manifestare i sentimenti e gli affetti. Essa svolge inoltre una funzione ricreativa e consolatoria nei riguardi dei dolori dell’esistenza.

2.2Struttura e temi

La Luna cantata da Leopardi
La Luna cantata da Leopardi — Fonte: istock

Il Canto notturno di Leopardi è una canzone libera di 143 versi suddivisi in 6 stanze o lasse. Il Canto ha la forma di  un’allocuzione lirica rivolta da un nomade pastore, del tutto coincidente con l’autore, alla luna.

La precisazione che si tratta di un pastore dell’Asia, alquanto generica, più che localizzare il soggetto che canta allude al fatto che esso appartiene a un mondo lontano e primitivo e come tale è interprete di una saggezza antica e forse più vicina alla verità: un pastore filosofo alla ricerca disperata del senso della vita.

Nella prima stanza il pastore si rivolge direttamente alla luna e la interroga sul senso del suo moto perpetuo constatando l’analogia che corre fra la monotonia del corso lunare e quella della vita quotidiana del conduttore di greggi. La luna è qui l’emblema della Natura, alla quale Leopardi non cessa mai di rivolgere i suoi interrogativi (lo stesso accade, sul versante della prosa, nel Dialogo della Natura e di un Islandese del 1824).  

Nella seconda strofa la vita umana è equiparata al cammino faticoso di un vecchio infermo, perseguitato dalle avversità del clima e diretto all’ultimo precipizio.

Giacomo Leopardi dipinto da Lolli
Giacomo Leopardi dipinto da Lolli — Fonte: ansa

Nella terza i tormenti dell’esistenza sono estesi al neonato, che ha bisogno di essere consolato già dalla nascita e poi nella crescita dei mali dell’esistenza, con l’amara conclusione che «se la vita è sventura» sarebbe forse meglio non nascere.

Se non è dato conoscerla all’uomo, forse la luna potrebbe sapere il senso della vita e della morte – si chiede il pastore nella quarta stanza; da parte sua lui può soltanto rispondere che la vita è dolore.

Nella quinta strofa un nuovo paragone, questa volta fra l’uomo e il gregge (simbolo della naturalità animale), ribadisce l’infelicità umana: mentre il gregge riesce infatti a riposarsi perché non ha memoria del dolore e non prova la noia, l’uomo è sempre ‘ingombrato’ da «un fastidio», da un’accidia (noia, depressione) esistenziale che non gli dà pace.

Forse se sapesse volare come un uccello o vagare fra le sommità dei monti (figure dell’impossibile) l’uomo potrebbe essere felice; o forse e più probabilmente l’uomo è condannato all’infelicità in qualunque circostanza e in qualunque fase della vita e «funesto a chi nasce è il dì natale» (ultima stanza).

2.3Un pessimismo rassegnato

Nelle sue stanze, ciascuna riservata a un quadro diverso (luna, vecchio, bambino, gregge), ma tutte volte a ribadire la stessa amara considerazione, la canzone declina un unico motivo, e cioè che la vita «è male» sempre e comunque.

Ma il pessimismo che la attraversa non si esprime qui con i toni accesi e disperati che acquista altrove; la canzone è infatti una sorta di cantilena, un lamento sommesso e rassegnato, una nenia: si noti in particolare il monotono ritorno della chiusura in -ale continuamente riecheggiante la parola-chiave «male» («immortale, tale, mortale, cale, frale, animale, assale, natale»).

La cantabilità del componimento sembra rispondere alla volontà di riprodurre il canto primitivo, con frasi brevi e paratattiche, versi tendenzialmente coincidenti con le pause sintattiche, insistite ripetizioni.

2.4Che cosa c’è di nuovo

Nel quadro dei canti pisano-recanatesi Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia si distingue a prima vista per la scelta di un’ambientazione esotica. Mentre gli altri componimenti di questo gruppo tendono infatti a collocare il discorso dell’io lirico nei paesaggi familiari recanatesi, i più idonei a sollecitare il ricordo, nel Canto di un pastore errante Leopardi allude, nel titolo, a un luogo lontano, l’Asia, senza peraltro fornirne una caratterizzazione precisa. Sappiamo solo che il pastore si muove in un paesaggio deserto nel quale riposa il gregge e splende la luna. 

Un notturno che ha molti tratti vaghi e indefiniti, tipici di questa stagione della poesia leopardiana, e molti termini (il «deserto piano», il «profondo / infinito seren», la «solitudine immensa») evocativi dell’ Infinito, peraltro menzionato due volte a pochissima distanza l’una dall’altra («Che fa l’aria infinita, e quel profondo infinito seren?», vv. 87-88). 

La seconda grande differenza – anche questa più apparente che reale – consiste nel fatto che l'io lirico non è quello del poeta, ma di un uomo 'primitivo', vicino alla Natura e teoricamente vergine nel modo di pensare. Ma l'essere primitivo non ha il valore positivo che poteva avere nella prima fase del pensiero leopardiano: il pastore errante, infatti, mostra tutti i tratti, tutti i rovelli e tutta l'infelicità dell'uomo moderno.

Quel pastore è pervenuto, con Leopardi, alla conclusione che nascere e vivere significano soffrire e che forse alla luna, cioè alla natura, non «cale» ('non interessa, non importa') di ascoltare il lamento degli uomini. È anche vero, però, che la natura non appare propriamente una nemica dell'uomo (come accadeva nel Dialogo della Natura e di un Islandese, scritto sei anni prima), ma piuttosto una compagna silenziosa del suo dolore. 

Alla ricerca di una seppur muta solidarietà, il pastore umanizza la luna rifacendosi implicitamente al mito che la identifica con la vergine cacciatrice Diana («Vergine luna», v. 39). Nello sviluppo del componimento la luna è sempre definita con caratteri umani: oltre che «vergine», essa è di volta in volta «intatta» ('immacolata'), «solinga, peregrina, silenziosa, muta, pensosa, giovinetta immortal». La bianchezza è associata alla verginità della «giovinetta immortal», ma anche alla sua lontananza e intangibilità. La luna non risponde, ma forse potrebbe farlo, a differenza del gregge, al quale il pastore non chiede risposta («se tu parlar sapessi»).

E tu certo comprendi / il perché delle cose, e vedi il frutto / del mattin, della sera, / del tacito, infinito andar del tempo.

Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia (vv. 69-72)