Canto IV Paradiso, Divina Commedia | Video

Di Redazione Studenti.

Canto IV Paradiso, Divina Commedia: Chiara Famooss ci spiega il canto 4, in cui Dante si concentra su temi di carattere filosofico

CANTO 4 PARADISO

Canto 4 Paradiso: analisi e spiegazione con Chiara Famooss
Canto 4 Paradiso: analisi e spiegazione con Chiara Famooss — Fonte: redazione

Nello scorso canto abbiamo lasciato Dante nel cielo della Luna, appena dopo l’incontro con Piccarda Donati. In particolare, se ti ricordi, Dante era sul punto di tempestare Beatrice di domande, ma la donna lo aveva fermato prima che potesse farlo. Bene: nel quarto Canto del Paradiso della Divina Commedia, Dante chiarisce tutti i suoi dubbi su Piccarda e sulle anime difettive. 

Se ti ricordi, nel III canto Dante aveva incontrato le anime difettive, ovvero degli spiriti impalpabili che in Paradiso sono posizionati più lontano degli altri rispetto a dio, ma non per propria colpa. E questo è il primo dubbio di Dante: perché, se la colpa non è la loro, sono comunque costrette a scontarla? Capisci bene che è un dubbio importante, perché riguarda il concetto di giustizia divina.

C’è poi un altro dubbio, che riguarda invece la posizione delle anime nel Paradiso. Dante immagina una struttura del cielo del Paradiso simile a quella descritta da Platone, e vuole saperne di più. E cosa risponde Beatrice?

Innanzi tutto, che gli spiriti difettivi si sono manifestati al poeta in quel cielo non perché effettivamente vi risiedano stabilmente, ma perché lui potesse comprendere appieno in cosa consistesse il loro minore stato di grazia. L’intelletto umano apprende attraverso i sensi:  è lo stesso motivo per cui le Sacre Scritture e la Chiesa attribuiscono a Dio e agli arcangeli attributi ed aspetto umani, che ovviamente non hanno.

Riguardo alla posizione delle anime, Beatrice spiega a Dante che tutte le anime hanno posto nell’Empìreo, il cielo di Dio. Tutte le anime, comprese quelle degli spiriti difettivi, che sono anch’esse destinate a rimanervi in eterno. Beatrice spiega anche che l’idea di assegnare un preciso cielo alle anime è figlia del pensiero platonico, ma è sbagliata, perché interpreta in senso letterale qualcosa che invece dovrebbe essere metaforico.

La spiegazione più importante, e - se vuoi - umana, Beatrice però la fornisce subito dopo. Quando Dante le chiede come mai Piccarda e Costanza, che furono vittime di una violenza di altri, sono costrette ora a scontare quella violenza, Beatrice risponde che sì, è vero che furono vittime, ma non reagirono come avrebbero dovuto. Insomma: è come se in qualche modo con il loro comportamento si fossero rese complici passive della malvagità dei loro carnefici. Se avessero avuto una volontà indomabile, sarebbero infatti ritornate in convento non appena ne avessero avuto la possibilità, cosa che invece non fecero.

E qui Dante solleva un altro dubbio. Piccarda aveva detto di essere stata sempre fedele al velo monastico, ma ora Beatrice sostiene il contrario: com’è possibile? Le anime beate non possono mentire.

Beatrice allora fa una distinzione fra volontà assoluta e relativa. La prima non si piega al male, mentre quella relativa lo fa per compromesso, temendo di cadere in un male maggiore se non lo fa. Beatrice conclude che Piccarda parlasse alludendo alla volontà assoluta, mentre lei si riferiva a quella relativa, motivo per cui entrambe dicevano il vero senza entrare in contraddizione. 

I dubbi di Dante sono finalmente placati, e vorrebbe esprimere adeguatamente la sua gratitudine nei confronti della sua guida divina, ma non ne è in grado. Dante si chiede se sia possibile compensare il voto mancato con un’opera buona. Beatrice non risponde, ma guarda il poeta con un sorriso talmente pieno d’amore che lui è costretto ad abbassare gli occhi per non rimanere abbagliato.

Su questa immagine possiamo quasi concludere il nostro viaggio nel quarto canto. Prima di lasciarti però mettiamo in luce un altro paio di cose che possono tornarti utili per comprendere ancora meglio.

La prima è che, come avrai notato, quasi tutto il canto si fonda su una discussione teologica. Abbiamo detto tante volte che Beatrice rivesta il ruolo della teologia laddove invece Virgilio era una guida filosofica e intellettuale. Qui addirittura la filosofia che viene discussa è quella platonica del Timeo, uno dei più complessi e profondi dialoghi di Platone, in cui il filosofo affronta i temi della cosmologia e della fisica, introducendo la figura del Demiurgo, che opera una mediazione tra il mondo delle Idee e quello delle cose; questo mediatore divino verrà accostato al Dio ebraico-cristiano, e ha il compito di plasmare la materia a immagine delle Idee.

La seconda è che nel parlare della ferrea volontà che purtroppo Piccarda e Costanza non hanno manifestato in vita, Beatrice tira in ballo alcuni personaggi tratti dalla mitologia o dalla storia antica. Fra questi c’è San Lorenzo, che fu vittima delle persecuzioni contro i cristiani e che preferì la morte al tradimento. C’è Muzio Scevola, che si autopunì per un errore lasciando bruciare la sua mano destra in un braciere. Insomma, i riferimenti sono tanti e tutti da scoprire.

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