Canto III Paradiso, Divina Commedia | Video

Di Redazione Studenti.

Canto 3 Paradiso, Divina Commedia: analisi e spiegazione del terzo canto ambientato nel cielo della Luna, in cui Dante incontra gli spiriti difettivi. A cura di Chiara Famooss

Canto III Paradiso, Divina Commedia

Canto 3 Paradiso | Video
Canto 3 Paradiso | Video — Fonte: redazione

Il 3 Canto del Paradiso della Divina Commedia di Dante si svolge nel cielo della Luna. Qui Dante incontra Piccarda Donati, una nobildonna fiorentina che dialogherà col poeta per tutto il canto. I due, infatti, si conoscono. O almeno, questo è quello che Dante lascia intendere fra i versi 61 e 63. 

In apertura, Dante mostra un certo senso di smarrimento: attorno a lui infatti ci sono strane figure evanescenti, i cosiddetti spiriti difettivi. Sì, è una parola strana, ma il concetto in realtà è molto semplice. Gli spiriti difettivi sono figure indefinite, incorporee: un po’ come se fossero riflesse in un vetro o in uno specchio d’acqua. Sono quelle che si trovano più distanti dalla fonte di beatitudine, e tra un momento capiremo il perché.

Tra quegli spiriti, dicevamo, c’è anche quello di Piccarda, che si trova assegnata al Cielo più basso poiché in vita fu monaca, ma non rispettò i suoi voti. Tuttavia, dice Piccarda, lei non soffre di questa condizione. Dante le chiede come sia possibile, e lei spiega che le anime difettive, essendo pervase dalla carità, non desiderano più di quel che hanno. Anzi, il loro stato di beatitudine consiste proprio nel far coincidere i propri desideri con quelli di dio.

Dante chiede allora a Piccarda come mai non abbia tenuto fede ai suoi voti, e lei gli spiega che in gioventù aveva scelto di seguire i voti dell’ordine fondato da santa Chiara, ma alcuni uomini malvagi la rapirono e l’allontanarono definitivamente dalla vita che aveva scelto. Stessa triste sorte, dice Piccarda indicandola, era toccata all’anima che le sta accanto: Costanza d’Altavilla, moglie dell’imperatore Enrico VI di Svevia e madre di Federico II. 

Finita la spiegazione, l’anima scompare intonando l’ave Maria, come un sasso inghiottito dall’acqua, dice Dante. Il poeta si volta verso Beatrice. Ma proprio quando sta per chiederle qualcosa, la donna, con uno sguardo eloquente, gli fa intendere che non c’è spazio per altre domande.

Piccarda, abbiamo detto, è una giovane donna fiorentina appartenente alla nobile famiglia dei Donati. E chi sono i Donati? Sono tra i protagonisti della vita politica di Firenze nella seconda metà del XIII secolo. Dante allude a Piccarda già in un altro canto della Commedia, il XXIV del Purgatorio, quando incontra Forese Donati nella cornice dei golosi. Forese è uno dei fratelli della donna, che gli lascia intendere che sua sorella è certamente tra i beati. L’altro fratello è Corso, esponente dei Guelfi Neri. Con ogni probabilità è lui che, quando era podestà di Bologna, rapì Piccarda dal convento di clarisse, per darla in sposa ad un altro esponente politico dei Guelfi Neri. Corso muore assassinato nel 1308, cioè dopo la scrittura della Cantica, ma prima del viaggio immaginifico di Dante. Per questo motivo il poeta può far profetizzare a Forese che il fratello finirà per certo all’Inferno. Della vita di Piccarda invece, oltre a ciò che viene narrato da Dante, si sa ben poco, ma è probabile che sia morta poco dopo il suo rapimento.

L’altro importante personaggio è Costanza d’Altavilla, che nei fatti non prese mai i voti, ma che p comunque protagonista di una leggenda del tempo. Secondo quanto si dice, Costanza venne portata via dal convento nel quale si era ritirata per ordine di papa Celestino III. Fu lui, per convenienze politiche, ad imporle il matrimonio con Enrico VI di Svevia, unione dalla quale nacque Federico II.

Bene, questa è in estrema sintesi la trama del canto. Ti facciamo notare un’ultima cosa, prima di lasciarti: il tono aulico del discorso di Piccarda. Addirittura, quando la donna parla della volontà dei beati che finisce per coincidere naturalmente con quella di dio, utilizza parole in latino. Sempre Piccarda, quando parla dei suoi rapitori, non usa parole di odio o condanna, ma di commiserazione.

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