Canto VI Purgatorio di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche

Canto VI Purgatorio di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche A cura di Francesca Ferrandi.

Testo, parafrasi e figure retoriche del canto 6 del Purgatorio. Spiegazione del canto in cui prosegue la rassegna delle vittime di morte violenta. L'unica anima di questo canto che incontra Dante è del poeta Sordello da Goito

1Introduzione al Canto VI del Purgatorio

"Dante in Purgatorio", Joseph Anton Koch
"Dante in Purgatorio", Joseph Anton Koch — Fonte: ansa

In perfetta continuità con il Canto precedente, il Canto VI del Purgatorio si apre con una lunga rassegna di anime vittime di una morte violenta. Questo plumbeo elenco, oltre a rendere meno brusco il passaggio da un Canto all’altro, ha un altro fondamentale compito: permettere a Dante auctor di anticipare quello che sarà il vero argomento di questi versi. Il Canto VI del Purgatorio, infatti, così come i corrispettivi dell’Inferno e del Paradiso, presenta una tematica politica: Dante si concentra qui, nello specifico, sull’Italia e sul suo disordine politico e sociale, cause scatenanti di quel quadro di sangue e di violenza con cui si apre il Canto. Non è un caso, in effetti, che cinque dei sei personaggi elencati dall’autore della Commedia siano toscani e che l’altro sia un uomo di corte: la Toscana, la regione in cui si segnala nel Duecento il più alto tasso di violenza, e le corti, luogo in cui si annidano odio e invidia (come abbiamo visto nel Canto XIII dell’Inferno), sono l’emblema di quell’Italia contro cui Dante si scaglierà nella seconda parte del Canto.

Cruciale, in tal senso, la figura di Sordello da Goito (vedi paragrafo 2.1), unica anima del Canto VI del Purgatorio a prendere parola e ultimo baluardo, insieme a Dante stesso, di quei valori – come l’amor di patria – che sono andati perduti e la cui assenza ha generato disordine politico e sociale.

2Purgatorio, Canto VI: i personaggi

Illustrazione di Franz von Byros del Purgatorio di Dante
Illustrazione di Franz von Byros del Purgatorio di Dante — Fonte: ansa

2.1Sordello da Goito

Nato a Goito, nei pressi di Mantova, tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII secolo, Sordello fu uno dei più noti poeti in lingua provenzale dell’Italia Settentrionale. Nei primi anni della giovinezza, lavorò probabilmente come giullare. Trascorse un breve periodo – tra il 1220 e il 1221 – alla corte di Azzo VII d’Este, a Ferrara: qui imparò i primi rudimento dell’arte poetica. Successivamente si spostò a Verona, dove fu alla corte di Rizzardo di San Bonifacio; qui, incaricato da Ezzelino III da Romano, nel 1226 rapì Vunizza, la moglie di Rizzardo. In seguito sposò in gran segreto la nobile Otta di Strasso, la cui famiglia era contraria alle nozze. Fu probabilmente per questo motivo che nel 1229 lasciò Verona e l’Italia: dopo aver viaggiato in Spagna e in Portogallo e dopo aver soggiornato in diverse corti, nel 1233 si stabilì in Provenza, divenendo cavaliere del conte Raimondo Berengario IV.
È a questi anni che risale gran parte della sua produzione poetica più nota: le liriche di argomento vario, che spaziano dalla tematica politica a quella amorosa, l’Ensenhamen d'onor, poemetto contenente precetti d'onore e di virtù, e infine il Compianto in morte di ser Blacatz, la sua opera più nota, un planh in cui il poeta, con tono polemico, invita i prìncipi del suo tempo (tra cui figura anche l’imperatore Federico II) a mangiare il cuore del nobile morto per poter così assumere e far proprie quelle virtù che essi non possiedono.
Alla sopraggiunta morte di Raimondo, Sordello passò al servizio del suo erede, Carlo d’Angiò, nuovo conte di Provenza. Nel 1265, con Carlo, scese nuovamente in Italia dove nel 1269 ricevette in dono dei feudi in Abruzzo. È qui che probabilmente morì nello stesso anno; della sua morte per assassinio non si hanno fonti pre-dantesche.  

Il Purgatorio, particolare del monumento a Dante Alighieri, di Cesare Zocchi, in Piazza Dante a Trento
Il Purgatorio, particolare del monumento a Dante Alighieri, di Cesare Zocchi, in Piazza Dante a Trento — Fonte: ansa

All’interno del Canto VI del Purgatorio, Sordello assume un ruolo emblematico, se pensiamo che è proprio il suo scenografico abbraccio con Virgilio a dare il la alla lunga invettiva dantesca nei confronti dell’Italia e di Firenze (vedi paragrafo 4.1), vero nucleo tematico del Canto. C’è di più: il personaggio di Sordello ci viene presentato in forte contrasto con la scena caotica iniziale – dalla quale egli è ben lontano, seduto altrove in completa solitudine – e i suoi atteggiamenti ci vengono dipinti con le tinte dell’austerità, della rigorosità, della magnanimità, tanto da permetterci di assimilarlo alla statuaria e rigorosa figura di Farinata nel Canto X dell’Inferno. Sordello assume quindi il ruolo del personaggio esemplare, che ha saputo giudicare i potenti del suo tempo nel Compianto in morte di ser Blacatz e che guarda al passato e ai suoi valori – la cortesia, l’amor di patria, la nobiltà d’animo – con nostalgia, proprio come Dante auctor.  

3Canto VI Purgatorio: sintesi narrativa

Versi 1-57. Dante si allontana dalle anime dei morti di morte violenta, che lo circondano chiedendogli suffragi. Una volta liberatosi dalla pressa, sottopone a Virgilio un dubbio che lo attanaglia: nell’Eneide, infatti, è chiaramente scritto che le preghiere non possono piegare la Volontà divina; è quindi vana la speranza delle anime che chiedono a Dante proprio questo? Virgilio spiega al poeta fiorentino che le preghiere, pronunciate con ardore di carità, possono abbreviare il tempo della pena ma non cambiano la sentenza di Dio. Aggiunge, inoltre, che nell’Eneide la colpa non poteva essere lavata dalla preghiera perché a pronunciare questa era un’anima pagana, quindi lontana da Dio. Infine, esorta Dante a porre questa questione anche a Beatrice, che incontrerà sulla vetta del monte del Purgatorio.

Versi 58-75. Virgilio indica a Dante un'anima solitaria, che potrà loro indicare la via più rapida per salire. Lo spirito, però, non risponde alla domanda dei poeti, ma chiede loro chi siano e da dove vengano. Non appena Virgilio pronuncia il nome «Mantova», l’anima – che si presenta come Sordello da Goito, anch’esso mantovano – si slancia per abbracciare l’autore dell’Eneide.

Versi 76-126. Al ricordo di questa scena, di questo affetto mosso solo dall’essere concittadini, Dante autore pronuncia un’indignata invettiva contro la mancanza di pace dell’Italia, resa schiava e abbandonata da chi dovrebbe prendersi cura di lei. L’accusa di Dante è rivolta ad Alberto d’Austria, che non si è curato del Bel Paese, e agli ecclesiastici, che ne hanno approfittato per ottenere il potere temporale, che invece non appartiene loro.

Versi 127-151. Dante autore si rivolge infine a Firenze: ironicamente, osserva come la città può sentirsi fiera del non essere toccata da questa digressione. In realtà, l’apostrofe ironica è utile al poeta per elencare i mali che attanagliano Firenze, come la mancanza di giustizia e i continui mutamenti politico-sociali.

4Analisi del Canto VI del Purgatorio: elementi tematici e narrativi

4.1Un canto politico

Come già accaduto nel Canto VI dell’Inferno e come accadrà anche nel Canto VI del Paradiso, anche il Canto VI del Purgatorio presenta una forte tematica politica. Se nella prima cantica l’interesse di Dante auctor era puntato sul Comune, qui, in un crescendo di prospettiva, l’invettiva è rivolta all’Italia tutta; si passerà poi nell’ultima cantica all’esaltazione dell’Impero.
Nel Canto VI del Purgatorio, in un seguendo di apostrofi, Dante – dopo aver paragonato l’Italia ad una schiava, privata della propria libertà – rivolge la sua critica prima alla popolazione italiana, tutta volta a farsi la guerra e quindi causa della mancanza di pace all’interno della penisola, per poi passare all’accusa verso la Chiesa e verso Alberto d’Asburgo, colpevole di aver abbandonato l’Italia a sé stessa e di averla lasciata priva di un imperatore. Infine, Dante auctor prosegue con l’ironica invettiva a Firenze, exemplum massimo di instabilità politica, di scissione interna, di popolazione in perpetua lotta intestina.
Secondo Dante, quindi, le cause dell’instabilità politica dell’Italia sono da ritrovarsi nella mancanza di un imperatore, nella corruzione politica e nelle mire espansionistiche delle Signorie, e infine nelle ingerenze della Chiesa volta ad ottenere il potere temporale senza riuscire poi ad esercitarlo.  

4.2L’importanza della preghiera

Come abbiamo visto nei Canti precedenti, nel Purgatorio la preghiera assume un’importanza cruciale, tanto che ogni anima sottopone a Dante la medesima richiesta: chiedere ai vivi, una volta tornato sulla Terra, di pregare per lei. Nel passo finale del Canto III scopriamo la motivazione di questa supplica: è Manfredi stesso a dichiarare che, attraverso le preghiere dei vivi (a patto che essi siano in Grazia di Dio), gli spiriti penitenti possono veder ridotta la propria pena.
Solo nel Canto VI del Purgatorio, però, ci viene spiegato il valore etico-teologico che la preghiera assume all’interno della seconda cantica della Commedia. È Dante stesso a porre il quesito dottrinale al suo maestro Virgilio, sottolineando come nell’Eneide si affermi che nessuna preghiera può piegare la Volontà divina. Virgilio spiega dunque a Dante che la sentenza di Dio, come quella di un giudice, è immutabile: le preghiere dei vivi non possono incidere sull’entità della condanna divina, ma soltanto sugli anni di permanenza dell’anima all’interno del Purgatorio. Aggiunge inoltre come, all’interno dell’Eneide, Dio non potesse esaudire la preghiera, perché a pronunciarla era Palinuro, un pagano.  

5Parafrasi del canto VI del Purgatorio

Testo

Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara;

con l’altro se ne va tutta la gente;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual dallato li si reca a mente;

el non s’arresta, e questo e quello intende;
a cui porge la man, più non fa pressa;
e così da la calca si difende.

Tal era io in quella turba spessa,
volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
e promettendo mi sciogliea da essa.

Quiv’era l’Aretin che da le braccia
fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
e l’altro ch’annegò correndo in caccia.

Quivi pregava con le mani sporte
Federigo Novello, e quel da Pisa
che fé parer lo buon Marzucco forte.

Vidi conte Orso e l’anima divisa
dal corpo suo per astio e per inveggia,
com’e’ dicea, non per colpa commisa;

Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
mentr’è di qua, la donna di Brabante,
sì che però non sia di peggior greggia.

Come libero fui da tutte quante
quell’ombre che pregar pur ch’altri prieghi,
sì che s’avacci lor divenir sante,

io cominciai: «El par che tu mi nieghi,
o luce mia, espresso in alcun testo
che decreto del cielo orazion pieghi;

e questa gente prega pur di questo:
sarebbe dunque loro speme vana,
o non m’è ‘l detto tuo ben manifesto?».

Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;
e la speranza di costor non falla,
se ben si guarda con la mente sana;

ché cima di giudicio non s’avvalla
perché foco d’amor compia in un punto
ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;

e là dov’io fermai cotesto punto,
non s’ammendava, per pregar, difetto,
perché ‘l priego da Dio era disgiunto.

Veramente a così alto sospetto
non ti fermar, se quella nol ti dice
che lume fia tra ‘l vero e lo ‘ntelletto.

Non so se ‘ntendi: io dico di Beatrice;
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e felice».

E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,
ché già non m’affatico come dianzi,
e vedi omai che ‘l poggio l’ombra getta».

«Noi anderem con questo giorno innanzi»,
rispuose, «quanto più potremo omai;
ma ‘l fatto è d’altra forma che non stanzi.

Prima che sie là sù, tornar vedrai
colui che già si cuopre de la costa,
sì che ‘ suoi raggi tu romper non fai.

Ma vedi là un’anima che, posta
sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne ‘nsegnerà la via più tosta».

Venimmo a lei: o anima lombarda,
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta e tarda!

Ella non ci dicea alcuna cosa,
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.

Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo dimando,

ma di nostro paese e de la vita
ci ‘nchiese; e ‘l dolce duca incominciava
«Mantua...», e l’ombra, tutta in sé romita,

surse ver’ lui del loco ove pria stava,
dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

Quell’anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;

e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
di quei ch’un muro e una fossa serra.

Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s’alcuna parte in te di pace gode.

Che val perché ti racconciasse il freno
Iustiniano, se la sella è vota?
Sanz’esso fora la vergogna meno.

Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ciò che Dio ti nota,

guarda come esta fiera è fatta fella
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.

O Alberto tedesco ch’abbandoni
costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni,

giusto giudicio da le stelle caggia
sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia!

Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto,
per cupidigia di costà distretti,
che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
e vedrai Santafior com’è oscura!

Vieni a veder la tua Roma che piagne
vedova e sola, e dì e notte chiama:
«Cesare mio, perché non m’accompagne?».

Vieni a veder la gente quanto s’ama!
e se nulla di noi pietà ti move,
a vergognar ti vien de la tua fama.

E se licito m’è, o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

O è preparazion che ne l’abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l’accorger nostro scisso?

Ché le città d’Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene.

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
di questa digression che non ti tocca,
mercé del popol tuo che si argomenta.

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir sanza consiglio a l’arco;
ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.

Molti rifiutan lo comune incarco;
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».

Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
tu ricca, tu con pace, e tu con senno!
S’io dico ‘l ver, l’effetto nol nasconde.

Atene e Lacedemona, che fenno
l’antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno

verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch’a mezzo novembre
non giugne quel che tu d’ottobre fili.

Quante volte, del tempo che rimembre,
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato e rinovate membre!

E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,

ma con dar volta suo dolore scherma.

Parafrasi

Quando si conclude il gioco della zara, colui che ha perso rimane amareggiato, ripetendo i tiri [del dado], e deluso impara; con il vincitore se ne vanno tutti gli spettatori; chi gli cammina davanti, chi lo afferra da dietro, e chi al suo fianco gli si raccomanda; ma egli non si ferma, e ascolta gli uni e gli altri; a chi egli porge la mano, questi smette di pressarlo, e così si difende dalla massa. Nella stessa situazione ero io in quella fitta schiera [di anime], volgendo loro lo sguardo, di qua e di là, e facendo promesse mi liberavo da essa. Là vi era l’Aretino che fu ucciso dalle feroci mani di Ghino di Tacco, e l’altro che annegò inseguendo i nemici. Là pregava con le mani protese Federigo Novello, e quel pisano che fece sembrare il virtuoso Marzucco forte. Vidi il conte Orso e colui la cui anima fu divisa
dal suo corpo per odio e per invidia, come egli
diceva, non per una colpa commessa;
parlo di Pierre de la Brosse; e a questo provveda mentre è ancora in vita la donna di Brabante, così da non finire in una schiera peggiore. Appena mi fui liberato da tutte quante quelle anime che mi pregavano solo perché altri pregassero [per loro], così che s’accelerasse la loro purificazione, io cominciai: «Mi sembra che tu, o mia luce, neghi esplicitamente nella tua opera che le decisioni del Cielo possano essere piegate dalla preghiera; ma queste anime pregano solo per questo: sarebbe dunque vana la loro speranza, o non mi sono ben chiare le tue parole?». Ed egli a me: «Il mio testo è semplice, e la speranza di costoro non è vana, se ben si esamina con la mente sgombra [da errori]; perché l'altezza del giudizio [di Dio] non si abbassa per il fatto che il sentimento di carità dei vivi esaurisca in un istante ciò deve espiare chi si trova qui; e nel passo in cui io io parlai di questo argomento, non si espiava, grazie alla preghiera, la pena, perché la preghiera era separata da Dio. Tuttavia non fermarti di fronte a un dubbio così profondo, se non te lo dice colei che farà la luce tra la Verità e l’intelletto. Non so se capisci: parlo di Beatrice; tu la vedrai più in alto, sulla vetta di questo monte, sorridente e felice». Ed io: «Signore, procediamo più in fretta, perché già mi stanco meno di prima, e vedi che ormai il monte proietta la propria ombra». «Noi proseguiremo con la luce di questo giorno», rispose, «ormai quanto più potremo; ma la situazione è diversa da quel che pensi. Prima di arrivare lassù, vedrai tornare colui che già si nasconde dietro la parete [del monte], così che tu non interrompi più i suoi raggi. Ma vedi là un’anima che, posta sola soletta, guarda verso di noi: quella ci indicherà la via più veloce [per salire]». Ci avvicinammo a lei: o anima lombarda, come te ne stavi fiera e disdegnosa e come eri onesta e pacata nel muovere il tuo sguardo! Essa non ci diceva nulla, ma ci lasciava avanzare, limitandosi a guardare come un leone quando sta in riposo. Tuttavia Virgilio si avvicinò a lei, pregandola di mostrarci la salita più agevole; e quella non rispose alla sua domanda, ma ci chiese il nostro paese di provenienza e la nostra identità; e la mia dolce giuda cominciò: «Mantova…» e l’anima, tutta chiusa in se stessa, si slanciò verso di lui dal luogo dove stava prima, dicendo: «O Mantovano, io sono Sordello, della tua città!» e si abbracciavano l’un l’altro. Ahimè Italia, fatta schiava, albergo di dolore, nave senza nocchiere in mezzo ad una grande tempesta, non più donna di popoli, ma prostituta! Quell’anima nobile fu così veloce, solo per [aver udito] il dolce nome della sua città, a far festa al suo concittadino; mentre adesso nei tuoi confini i tuoi abitanti non riescono a stare senza farsi la guerra, e l’un l’altro si combattono coloro che sono racchiusi in un unico muro e in un unico fossato. Cerca, o misera, lungo le coste i tuoi territori marini, e poi guarda i tuoi territori interni, se esiste alcuna parte di te che gode della pace. A cosa serve che Giustiniano abbia riaggiustato il freno [dell’autorità], se il trono è vuoto? Senza questo fatto la vergogna sarebbe minore. Ahimè gente che dovresti essere devota [a Dio], e lasciare sedere l’imperatore sul trono, se ben comprendi quello che Dio ti insegna, guarda come questa bestia è divenuta indomabile per non essere governata dagli speroni, da quando hai preso in mano la briglia. O Alberto d’Austria che abbandoni costei che è divenuta indomabile e selvaggia, mentre dovresti salire sulla sua sella, un giusto castigo dal Cielo ricada sulla tua stirpe, e sia straordinario ed evidente, tale che il tuo successore ne abbia timore! Perché tu e tuo padre avete sopportato, presi dalla brama di conquista della Germania, che il giardino dell’Impero fosse abbandonato. Vieni a vedere i Montecchi e i Cappelletti, i Monaldi e i Filippeschi, o uomo incurante: i primi già decaduti, gli altri timorosi! Vieni, o crudele, vieni, e osserva l’oppressione dei tuoi vassalli, e ripara i loro errori; e ti accorgerai di com’è decaduta Santafiora! Vieni a vedere la tua Roma che piange, vedova e abbandonata, e giorno e notte invoca: «Imperatore mio, perché non mi accompagni?». Vieni a vedere quanto si ama la gente! E se ciò non ti muove ad alcuna compassione verso di noi, vieni a vergognarti almeno della tua fama. E se mi è lecito, o Cristo che fosti crocifisso per noi in Terra, sono i tuoi giusti occhi rivolti altrove? O forse è una preparazione che tu disponi, nell’abisso della tua mente, ad un futuro bene del tutto estraneo alla nostra comprensione? Perché le città d’Italia sono tutte piene di tiranni, e ogni villano che si pone alla testa di un partito diventa un Marcello. Firenze mia, puoi essere ben contenta di questa digressione che non ti riguarda, grazie al tuo popolo che si dà da fare. Molti hanno il senso della giustizia nell’animo, ma tardi viene manifestato perché non venga attuato senza la giusta riflessione; ma il tuo popolo ce l’ha sulle labbra. Molti rifiutano le cariche pubbliche; ma il tuo popolo prontamente risponde senza essere chiamato, e grida: «Io accetto!». Ora sii felice, perché tu ne hai ben motivo: tu ricca, tu in pace, tu saggia! Se io dico il vero, i fatti non lo nascondono. Atene e Sparta, che scrissero le antiche leggi e furono così civilizzate, diedero per il bene comune un piccolo contributo rispetto a te, che crei così sottili provvedimenti, che a metà novembre non giunge ciò che avevi emanato ad ottobre. Quante volte, del tempo che ricordi, hai cambiato leggi, moneta, istituzioni e consuetudine, e hai rinnovato i cittadini! E se ti ricordi bene e vedi con chiarezza, ti vedrai simile a quella malata che non può trovare pace sulle piume [del letto], ma voltandosi continuamente cerca sollievo dal dolore.

6Figure retoriche nel Canto VI del Purgatorio

vv. 65-66, «ma lasciavane gir, solo sguardando / a guisa di leon quando si posa»: similitudine
v. 84, «di quei ch’un muro e una fossa serra»: perifrasi per indicare gli abitanti di una stessa città
v. 99, «arcioni»: sineddoche per indicare la sella
vv. 106, 109, 112 e 115, «Vieni»: anafora
v. 130, «e tardi scocca»: metafora per indicare la giustizia d’animo che viene manifestata
v. 139, «Atene e Lacedemona»: metonimia per indicare i legislatori delle due città greche, Licurgo e Solone