Canto VI dell’Inferno di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche

Canto VI dell’Inferno di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche A cura di Francesca Ferrandi.

Divina commedia, canto 6 dell’Inferno: parafrasi, testo e figure retoriche del canto che si svolge nel terzo girone dove risiedono le anime dei golosi

1Introduzione al Canto VI dell’Inferno

Continuando la propria discesa agli Inferi, Dante incontra – nel VI Canto dell’Inferno – il secondo gruppo di dannati: i golosi. Siamo nel III Cerchio, nell’Alto Inferno: si tratta di un luogo colpito da un’incessante pioggia sporca e gelida che, mischiandosi con il terreno, crea una disgustosa fanghiglia maleodorante.

Cerbero, cane mitologico a tre teste
Cerbero, cane mitologico a tre teste — Fonte: istock

Custode di questo luogo è Cerbero, personaggio tratto dalla mitologia pagana che ha le sembianze di un cane a tre teste; i suoi terribili latrati riecheggiano nell’aria, assordando gli spiriti. L’unica anima con cui Dante e Virgilio si fermano a parlare è Ciacco, un cittadino fiorentino contemporaneo dell’autore al quale è affidata una delle profezie contenute nella Commedia: quella inerente al futuro prossimo della città di Firenze. 

Il Canto VI dell’Inferno, nel suo complesso, è quasi totalmente privo di azione; grande risalto è invece dato a tre tematiche che ne costituiscono lo scheletro:  

  • La tematica politica. Il VI Canto di ciascuna delle tre cantiche, nella struttura della Commedia, è di ambito politico. In questo caso ad essere sviscerate sono le lotte intestine che hanno dilaniato la città di Firenze, una tematica che Dante sente particolarmente cara in quanto è proprio a causa di esse che egli è stato esiliato.
  • La tematica etico-morale. Nel ripercorrere gli eventi che hanno segnato la città di Firenze, Dante – per bocca di Ciacco – riesce ad individuarne le cause: superbia, invidia e avarizia. Anche l’aspetto politico è quindi influenzato da quello morale. In quest’ottica è significativo l’esempio di cinque illustri personaggi fiorentini che si sono impegnati virtuosamente nell’ambito politico; essi, spiega Ciacco, sono dannati all’Inferno, per via di peccati ancor più gravi di quello della Gola. Si evince quindi chiaramente come l’operare politico, seppur giusto, non sia sufficiente ad ottenere la salvezza divina.
  • La tematica religioso-dottrinale. Nell’ultima parte del sesto Canto dell’Inferno, Virgilio illustra a Dante il futuro delle anime dannate. Esse, dopo il Giudizio Universale, si riapproprieranno dei propri corpi: la loro sensibilità aumenterà ed avvertiranno la pena eterna con maggiore intensità, in accordo con le teorie della filosofia aristotelica.

2Inferno, Canto VI: i personaggi

2.1Cerbero

Il primo nuovo personaggio che Dante e Virgilio incontrano all’ingresso del III Cerchio è Cerbero, una figura mostruosa posta a custodia delle anime dei golosi.
Come già avvenuto per Caronte (vedi: Inferno III) e Minosse (vedi: Inferno V), anche il personaggio di Cerbero è desunto dall’antica mitologia pagana: figlio di Tifone ed Echidna egli era uno dei mostri posti a guardia dell’Ade, rappresentato come un cane a tre teste con colli avvolti di serpenti.

I precedenti illustri più cari a Dante sono sicuramente Virgilio,  

che inserisce la figura di Cerbero nel libro VI dell’Eneide, e Ovidio, che descrive questo personaggio nel libro IV delle Metamorfosi, entrambe due opere particolarmente care a Dante il cui materiale è spesso riutilizzato per la stesura della Commedia.   

A differenza delle sue fonti, però, Dante nel Canto VI dell’Inferno ridimensiona il ruolo di Cerbero, rendendolo non più custode degli Inferi ma di un Cerchio solo, il terzo, quello dei golosi. Egli è privo, inoltre, di una qualsiasi autorevolezza: a dimostrazione di ciò, basti pensare quanto a tranquillizzarlo sia sufficiente una sprezzante manciata di terra gettatagli nelle fauci.
Pur perdendo dignità, il cane a tre teste acquisisce nella Commedia una fortissima carica grottesca: egli è una belva feroce che presenta però diversi tratti umani (come, ad esempio, la barba). 

2.2Ciacco

Il personaggio a cui viene dato più spessore all’interno del Canto VI dell’Inferno è senza alcun dubbio Ciacco, unica tra le anime dei golosi a prendere parola. Sull’identità storica di quest’uomo non possediamo alcuna notizia; tutto ciò che sappiamo lo dobbiamo a questi versi di Dante e ad una novella del Decameron di Boccaccio, in particolar modo l’ottava della nona giornata. Egli fu, quindi, un cittadino di Firenze (come apprendiamo dai vv. 49-51) che conobbe Dante (vv. 40-42); per questo motivo si suppone possa essere nato intorno al 1250. 

Banchetto medievale
Banchetto medievale — Fonte: getty-images

Sebbene diversi critici abbiano tentato di identificare il portavoce delle anime dei golosi con Ciacco dell’Anguillara, poeta duecentesco, quest’ ipotesi sarebbe tuttavia da scartare. Allo stesso modo, molti dubbi esistono sulla teoria secondo cui “ciacco” non sarebbe il nome proprio del personaggio, bensì un nome comune dal significato di “porco”: questo vocabolo, secondo gli studi, non era infatti utilizzato ai tempi di Dante con questo significato.  

Quello che deduciamo dal testo è che “Ciacco” potrebbe essere un soprannome o un diminutivo: l’ipotesi più accreditata è che si tratti di una deformazione di Giacco, diminutivo di Giacomo, un nome piuttosto diffuso nella Toscana dell’epoca.

Privo di spessore storico, Ciacco si presenta ai nostri occhi nell’unica veste, attestata dal testo stesso, che ci interessa: quella di un comune cittadino di Firenze

In virtù di questo suo ruolo egli può esprimere tutto il proprio dissenso per le sorti della città, divisa al suo interno dalle lotte intestine tra i Bianchi e i Neri, e illustrarne efficacemente – anche attraverso il ricorso a un lessico municipale – vizi e difetti.  

3Canto VI Inferno: sintesi narrativa

Versi 1-33. Dante riprende i sensi e si ritrova nel terzo Cerchio dell’Inferno, dove sono punite le anime dei golosi: sommersi da una disgustosa fanghiglia, essi sono tormentati da una incessante pioggia nera e gelida. A custodia del Cerchio vi è Cerbero, un demoniaco cane a tre teste che graffia violentemente i dannati e latra orribilmente sopra di essi. Non appena la belva vede Dante e Virgilio, gli si avventa contro, ma l’autore dell’Eneide prontamente raccoglie una grossa manciata di terra e gliela getta in bocca; in questo modo si placa.

Versi 34-57.  Dante e Virgilio continuano ad attraversare il Cerchio dei golosi, camminando sopra le anime sdraiate sulla fanghiglia; una di esse improvvisamente si mette a sedere e, rivolgendosi a Dante, gli chiede se si ricorda di lui. Il suo aspetto, però, è talmente stravolto dal dolore e dalla sporcizia, che il poeta non riesce a riconoscerlo. L’anima si presenta: egli è stato un cittadino di Firenze ed in vita era conosciuto con il nome di Ciacco; è punito lì per via del suo peccato di Gola.

Benedetto Caetani diventato papa Bonifacio VIII dal 1294 al 1303
Benedetto Caetani diventato papa Bonifacio VIII dal 1294 al 1303 — Fonte: getty-images

Versi 58-93. Visibilmente dispiaciuto per l’angosciosa condizione di Ciacco, Dante gli pone tre domande riguardanti Firenze: quale sarà il futuro della città, divisa dalla presenza di due fazioni? C’è qualche fiorentino giusto? Quali sono le cause della discordia civile? Ciacco risponde con parole profetiche: dopo una lunga alternanza di potere, i due partiti giungeranno allo scontro armato; a vincere sarà la fazione dei Neri, anche grazie all’aiuto di un personaggio (papa Bonifacio VIII) che adesso si mostra neutrale ma non lo è. La fazione vincitrice conserverà il potere per lungo tempo, opprimendo quella dei Bianchi. Ciacco aggiunge inoltre che i giusti sono pochissimi e non ascoltati e che le cause della discordia civile sono la superbia, l’invidia e l’avarizia.

Farinata degli Uberti, capo dei ghibellini, dirante la battaglia di Serchio
Farinata degli Uberti, capo dei ghibellini, dirante la battaglia di Serchio — Fonte: ansa

A questo punto, Dante chiede all’anima ulteriori informazioni, in particolar modo riguardo il destino ultraterreno di quei fiorentini che tanto si sono impegnati nella vita pubblica, come Farinata Degli Uberti, Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci e Mosca dei Lamberti. Ciacco gli spiega che che essi sono tutti dannati nei cerchi inferiori a quello in cui si trova. Infine, prima di ricadere nel fango insieme alle altre anime golose, chiede a Dante di ricordarlo ai vivi una volta tornato sulla Terra.

Versi 94-115. Virgilio ricorda a Dante il destino di Ciacco: egli si rialzerà solo il giorno del Giudizio Universale, al suono della tromba angelica. Sarà allora che tutte le anime si riapproprieranno dei loro corpi e ascolteranno la definitiva sentenza di Dio. Dante pone allora una domanda alla sua guida: dopo il Giudizio Universale, i tormenti dei dannati aumenteranno, diminuiranno o resteranno invariati? Virgilio gli spiega che, riunendosi ai propri corpi, le anime acquisiranno maggiore perfezione e sensibilità e perciò, in base alla filosofia aristotelica, soffriranno maggiormente.

4Analisi del Canto VI dell’Inferno: elementi tematici e narrativi

4.1La colpa: la Gola

La colpa punita del sesto Canto dell’Inferno è quella della Gola, uno dei sette peccati capitali. Si tratta, secondo Dante, del vizio che più rende l’uomo simile ad una belva, allontanandolo dalla propria natura spirituale.

Tutto il Canto insiste infatti su questa bestialità della Gola, cui richiamano diversi elementi: 

  • Il linguaggio, crudo e aspro, evocativo di un senso di disgusto e ricco di vocaboli popolari;
  • Cerbero, belva feroce e ingorda che diventa quasi emblema delle anime dei golosi, tant’è che tra i dannati e il loro custode si crea un forte parallelismo (si veda ad esempio il verso 19: «Urlar li fa la pioggia come cani»);
  • La pena inflitta.

Quest’ultimo aspetto merita un’analisi più approfondita. La pena che Dante auctor infligge alle anime dei golosi è talmente molesta che lo stesso poeta giunge ad affermare all’interno del Canto che «s’altra è maggio, nulla è sì spiacente». Le anime dei golosi sono, infatti, flagellate da una continua pioggia sporca e gelida, semimmerse in una disgustosa e maleodorante fanghiglia; inoltre, sono graffiate e tormentate da Cerbero, che le assorda con i suoi latrati.

 Siamo di fronte ad una pena dal doppio significato: 

  • Come in vita, per via del peccato della Gola, le anime si sono disumanizzate divenendo sempre più simili a delle belve, così sono immerse in una fanghiglia sudicia, al pari dei porci (contrappasso per analogia);
  • Come in vita hanno ceduto ai piaceri del cibo e alle sue prelibatezze, così sono ora punite con il cattivo odore e il sudiciume del fango (contrappasso per antitesi).

4.2Un canto politico

Il VI Canto dell’Inferno è un canto politico. Cosa significa? La tematica politica, estremamente importante per Dante e che viene trattata in diverse delle opere dell’autore (il Convivio e la Monarchia, per fare due esempi), trova spazio anche all’interno della Commedia, in una modalità schematica e strutturale.

Sebbene, infatti, i richiami alla sfera politica siano presenti in tutta l’opera, sono nello specifico i canti VI delle tre cantiche ad essere destinati a questo tema, in un progressivo ampliamento dell’ambito di riflessione:

  • Il Canto VI dell’Inferno è dedicato alla dimensione cittadina di Firenze
  • Il Canto VI del Purgatorio è dedicato alla dimensione nazionale d’Italia
  • Il Canto VI del Paradiso è dedicato alla dimensione universale dell’Impero

Nello specifico, la riflessione di Dante si focalizza sulle lotte di fazione all’interno di ciascuno di questi ambiti, che minano il disegno di unità e pace che è nella volontà divina.

Nel sesto Canto dell’Inferno a parlare è Ciacco, un comune cittadino di Firenze che, facendosi portavoce di Dante auctor, si scaglia contro il municipalismo che affligge la città e le lotte di fazione tra Bianchi e Neri che la dilaniano – e che, non dimentichiamolo, saranno la causa dell’esilio del poeta dalla città natale. In particolare l’anima, dopo aver ripercorso tramite il ricorso ad una profezia post-eventum gli eventi che si susseguiranno a Firenze dopo il 1300, smaschera le cause morali che si celano dietro queste contese: la superbia, l’invidia e l’avarizia. In questo modo, si arriva ben a comprendere come per Dante anche gli eventi politici siano il risultato di determinati comportamenti etici e rientrino perciò nella sfera della morale.

5Parafrasi del testo del canto VI dell’Inferno

Testo

Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d’i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,


novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
e ch’io mi volga, e come che io guati.


Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.


Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.

Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.


Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.


Urlar li fa la pioggia come cani;
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.


Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.


E ’l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.


Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ’l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,


cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.


Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.


Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante.


«O tu che se’ per questo ’nferno tratto»,
mi disse, «riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».


E io a lui: «L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.

Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
loco se’ messo e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».


Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena
d’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.


Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.


E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa». E più non fé parola.


Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno


li cittadin de la città partita;
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ha tanta discordia assalita».

E quelli a me: «Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.

Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti.

Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’hanno i cuori accesi»
.

Qui puose fine al lagrimabil suono.
E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni,
e che di più parlar mi facci dono
.

Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,


dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
ché gran disio mi stringe di savere
se ’l ciel li addolcia, o lo ’nferno li attosca».


E quelli: «Ei son tra l’anime più nere:
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i potrai vedere.

Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non ti rispondo».

Li diritti occhi torse allora in biechi;
guardommi un poco, e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi.

E ’l duca disse a me: «Più non si desta
di qua dal suon de l’angelica tromba,
quando verrà la nimica podesta:

ciascun rivederà la trista tomba,
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch’in etterno rimbomba».

Sì trapassammo per sozza mistura
de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura
;

per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti
crescerann’ei dopo la gran sentenza,
fier minori, o saran sì cocenti?».


Ed elli a me: «Ritorna a tua scienza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza.


Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta».


Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando più assai ch’i’ non ridico;
venimmo al punto dove si digrada:


quivi trovammo Pluto, il gran nemico.


 

 

 

 

 

 

 

Parafrasi

Una volta ripresi i sensi, che avevo perso per via della compassione nei confronti dei due cognati, che mi aveva sconvolto per la tristezza, nuove pene e nuove anime sofferenti mi vedo intorno, in qualunque modo mi muova e mi volti, e in qualunque direzione io guardi. Mi trovo nel terzo cerchio, quello della pioggia eterna, maledetta, fredda e opprimente; la sua intensità e la sua natura non cambiano mai. Cerbero, belva crudele e mostruosa, con tre fauci latra come un cane sulle anime che qui sono sommerse. Cerbero, belva crudele e mostruosa, con tre fauci latra come un cane sulle anime che qui sono sommerse. Ha gli occhi rossi, la barba unta e nera, il ventre largo, e le dita con artigli; graffia gli spiriti, li scuoia e li squarta. La pioggia li fa ululare come dei cani; con un fianco riparano l'altro; si rigirano continuamente i miserabili peccatori. Quando ci vide Cerbero, mostro orrendo, aprì le bocche e ci mostrò le zanne; non c’era parte del suo corpo che tenesse ferma. E la mia guida [Virgilio] tese in avanti i palmi delle sue mani, raccolse della terra, e con i pugni pieni la gettò dentro le gole affamate. Come un cane che abbaiando mostra il suo desiderio [di cibo], e si calma dopo aver addentato il pasto, perché è tutto intento e impegnato solo a divorarlo, così si calmarono quelle facce sporche del demonio Cerbero, che stordisce a tal punto le anime, che vorrebbero essere sorde. Noi passavamo sopra le anime che la pesante pioggia opprime, e ponevamo i piedi sopra la loro inconsistenza che sembra un corpo vero. Esse giacevano tutte quante per terra, all'infuori di una che si alzò a sedere, non appena ci vide passarle davanti. «O tu che sei condotto per questo inferno», mi disse, «riconoscimi, se riesci: tu nascesti prima che io morissi». E io a lui: «La sofferenza che tu provi forse ti cancella dalla mia memoria, tanto che non mi pare di averti mai visto. Ma dimmi chi sei, tu che sei stato messo in un luogo così doloroso e subisci una tale pena, che, se qualcun’altra è superiore, nessuna è tanto spiacevole». Ed egli a me: «La tua città, che è piena di invidia al punto che il sacco ne trabocca, mi ebbe con sé durante la mia vita serena. Voi concittadini mi chiamaste Ciacco: per il dannoso peccato della gola, come vedi, mi logoro sotto la pioggia. Ed io, anima infelice, non sono sola, perché tutte queste scontano la stessa pena per la stessa colpa». E non disse più una parola. Io gli risposi: «Ciacco, la tua agonia mi addolora al punto che induce a piangere; ma dimmi, se lo sai, che cosa attende i cittadini della città divisa; se c'è qualche [uomo] giusto; e spiegami la ragione per cui tanta discordia l'ha colpita». E lui a me: «Dopo una lunga contesa giungeranno allo scontro sanguinoso, e il partito selvaggio caccerà l’altro, con grande violenza. Dopodiché è destino che questo soccomba, nello spazio di tre anni, e che l’altra fazione prevalga con l’aiuto di un tale che adesso si mostra neutrale. [La fazione dei Neri] Per lungo tempo terrà in alto la testa, tenendo l'altra [fazione] sotto una pesante oppressione, per quanto [questa] di ciò si lamenti o si sdegni. Due sono i giusti [cittadini], e non sono ascoltati; superbia, invidia e avarizia sono le tre scintille che hanno infiammato i loro cuori». Qui [Ciacco] pose fine alle sue parole dolorose. Ed io a lui: «Vorrei che tu altro ancora mi rivelassi, e che mi facessi dono di altre tue parole. Farinata e il Tegghiaio, che furono così degni, Iacopo Rusticucci, Arrigo e il Mosca e gli altri che applicarono il loro ingegno al bene [della citta], dimmi dove sono e fa’ sì che io conosca la loro sorte; perché ho un gran desiderio di sapere se il Cielo li addolcisce o l'Inferno li tormenta». Ed egli: «Essi sono tra le anime più colpevoli; diverse colpe li hanno spinti giù in fondo: se scenderai così in basso, là potrai vederli. Ma quando tornerai nel dolce mondo, ti prego di ricordarmi alla memoria degli altri uomini: non ti dico altro e più non ti rispondo». Allora torse obliquamente gli occhi; mi guardò un po' e infine chinò il capo: cadde con essa a terra, al pari degli altri dannati. E la mia guida mi disse: «Non si rialzerà più di qui fino al suono della tromba angelica, quando arriverà il potente nemico [dei dannati]: ciascuno rivedrà la triste tomba, riprenderà il suo corpo e le sue sembianze, udirà ciò che rimbomberà in eterno». Così oltrepassammo quel lurido miscuglio di anime e di fango, a passi lenti, parlando un po' della vita eterna; per cui dissi: «Maestro, questi tormenti aumenteranno in seguito al Giudizio Universale, diminuiranno, o saranno altrettanto dolorosi?». Ed egli a me: «Rammenta la tua dottrina filosofica, che afferma che, quanto più una cosa è perfetta, più avverte il piacere e allo stesso modo la sofferenza. Sebbene queste anime dannate non procedano giammai verso la perfezione, si aspettano tuttavia di essere più perfette dopo il Giudizio Universale rispetto ad ora». Aggirammo in tondo quel tragitto, parlando molto più di quanto io riferisca; arrivammo nel punto dove si discende: qui trovammo Pluto, il grande nemico.

6Figure retoriche nel Canto VI dell’Inferno

v. 4, «novi tormenti e novi tormentati»: figura etimologica
v. 18, «graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra»: climax ascendente e verso sonoramente onomatopeico
vv. 28-32, «Qual è quel cane ch’abbaiando agogna, / e si racqueta poi che ’l pasto morde, / ché solo a divorarlo intende e pugna, // cotai si fecer quelle facce lorde / de lo demonio Cerbero»: similitudine
v. 50, «trabocca il sacco»: metafora per indicare abbondanza
v. 69, «tal che testé piaggia»: perifrasi per indicare Papa Bonifacio VIII
v. 70, «Alte terrà lungo tempo le fronti»: iperbato
v. 75, «tre faville c’hanno i cuori accesi»: metafora per indicare le cause della discordia