Canto V Purgatorio di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche

Canto V Purgatorio di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche A cura di Francesca Ferrandi.

Testo, parafrasi e figure retoriche del canto 5 del Purgatorio. Spiegazione del canto in cui Dante si raffronta con le anime morte di morte violenta pentite in fin di vita come Bonconte da Montefeltro e Pia de Tolomei

1Introduzione al canto V del Purgatorio

Pia de Tolomei viene portata in Maremma. Dipinto di Pompeo Molmenti (1819-1984)
Pia de Tolomei viene portata in Maremma. Dipinto di Pompeo Molmenti (1819-1984) — Fonte: ansa

Il Canto V del Purgatorio, ambientato come i precedenti nell’Antipurgatorio, vede Dante raffrontarsi con quelle anime che, morte di morte violenta, si sono pentite in fin di vita. Con uno schema già consolidato, l’auctor inscena il dialogo con questi spiriti attraverso un pretesto narrativo – quello dello stupore delle anime di fronte all’ombra proiettata da Dante sul terreno. Se, però, le anime del Canto precedente erano pigre e immobili, queste mostrano un immediato dinamismo, avvicinandosi e quasi rincorrendo i due poeti con l’intento di riuscire a dialogare con Dante per far sì che egli le ricordi una volta tornato nel mondo dei vivi.
La dinamicità è richiamata anche dal susseguirsi dei racconti dei tre spiriti – Jacopo del Cassero, Bonconte da Montefeltro e Pia senese – che portano in scena tre diverse tipologie di morte, accomunate dalla violenza e dal territorio in cui sono state perpetrate, l’Italia. In quest’ottica, il Canto V del Purgatorio apre le porte al Canto successivo, il sesto, dove risulterà chiaramente che la morte e l’odio sono una costante del territorio italiano.   

2Purgatorio, Canto V: i personaggi

Le tre anime di morti di morte violenta che prendono parola all’interno del Canto V del Purgatorio, pur essendo caratterizzate da esperienze diverse, sono accomunate dallo stesso destino di salvezza: per questo motivo i drammi individuali sono messi in scena con gesti, desideri e parole simili; tutto riporta alla coralità della schiera, che si muove e canta compattamente.

2.1Jacopo del Cassero

Il primo dei tre personaggi morti di morte violenta a prendere parola nel Canto V del Purgatorio è Jacopo del Cassero, esponente di una nota famiglia marchigiana guelfa. Pur non rivelando mai il proprio nome, è probabile che la vicenda legata alla sua vita e, soprattutto, alla sua morte, fosse talmente nota da divenire immediatamente riconoscibile per i lettori dell'epoca e per i commentatori di Dante.

Nato a Fano intorno al 1260, fu valoroso uomo d'armi e importante uomo politico. Tra il 1288 e il 1289 prese parte con i Guelfi marchigiani alla Battaglia di Campaldino; fu in quest'occasione che, probabilmente, conobbe Dante. Nel 1296 divenne podestà di Bologna, opponendosi alle mire espansionistiche sulla città di Azzo VIII d'Este, marchese di Ferrara, di cui si attirò l'odio. Quando, nel 1298, Jacopo venne chiamato come podestà a Milano, decise di raggiungere la città passando da Venezia, evitando così di entrare nel territorio estense. La vendetta di Azzo lo trovò comunque: forse tradito dai signori di Treviso, i Da Camino, signori di Treviso, e dai padovani, fu raggiunto dai sicari di Azzo VIII e ucciso a Oriago, sulle rive del Brenta.

 Purgatorio Canto V: Il corpo di Bonconte da Montefeltro nell'Arno. Disegno di Gustave Dore (1832-1883)
Purgatorio Canto V: Il corpo di Bonconte da Montefeltro nell'Arno. Disegno di Gustave Dore (1832-1883) — Fonte: getty-images

2.2Bonconte da Montefeltro

Figlio di Guido da Montefeltro, Bonconte nacque ad Arezzo intorno al 1250. Di fede ghibellina, nel 1287 prese parte alla cacciata dei Guelfi dalla città e, l'anno seguente, si pose a comando dei Ghibellini aretini nell’imboscata di Pieve del Toppo contro i senesi, che vennero sconfitti.
Sempre nelle file dei Ghibellini aretini, Bonconte prese parte alla Battaglia di Campaldino del 1289, alla quale parteciparono anche Dante e Jacopo del Cassero; secondo il Commento di Benvenuto da Imola alla Commedia, Bonconte era contrario alla battaglia per motivazioni di strategia. Nonostante ciò vi partecipò e qui venne ucciso e morì l'11 giugno del 1289; il suo corpo non venne più ritrovato.
Bonconte, macchiatosi in vita di diverse malefatte, è l’unico che – all’interno del Canto V del Purgatorio – racconta del suo pentimento in fin di vita. La disputa tra il diavolo e l’angelo per l’ottenimento della sua anima ricordano la contesa tra il diavolo e San Francesco per quella di Guido da Montefeltro, padre di Bonconte, raccontata nel Canto XXVII dell’Inferno (versi 112-123). La contrapposizione tra i due episodi serve a Dante per ribadire nuovamente quanto già affermato nel Canto III del Purgatorio, con l’episodio di Manfredi, e cioè anche una sola «lagrimetta» di pentimento, se sincera, è sufficiente a Dio per spalancare le sue braccia misericordiose, mentre una vita ascetica come quella condotta da Guido ma priva di pentimento porta alla dannazione eterna. 

2.3Pia

Dante parla con Pia de Tolomei
Dante parla con Pia de Tolomei — Fonte: getty-images

Dell'ultimo personaggio a prendere parola nel Canto V del Purgatorio, Pia, sappiamo poco e nulla. Secondo i primi commentatori di Dante si tratterebbe della moglie di Nello di Inghiramo dei Pannocchieschi, podestà di Volterra e signore guelfo del castello maremmano della Pietra; ella pare fosse una donna appartenente alla influente casata senese dei Tolomei, anche se nei documenti della famiglia non vi è traccia di alcuna Pia. Molti dubbi vi sarebbero anche sulla causa del delitto della donna, e due sarebbero le ipotesi più accreditate: da una parte la punizione di un'infedeltà, dall'altra il desiderio da parte di Nello di sposare un'altra donna, la nobile maremmana Margherita Aldobrandeschi, il cui matrimonio con Loffredo Caetani venne legalmente annullato nel 1297.

La donna pronuncia poche parole, distribuite in sei versi (tre di richiesta e tre di racconto della propria vicenda), mantenendo il fascino dell’ignoto e assumendo un tono quasi elegiaco. Inevitabile il confronto con la protagonista del Canto V dell’Inferno, Francesca: entrambe vittime della violenza del marito, le due donne però sono sottoposte ad una pena decisamente diversa; se Pia, pentitasi in punto di morte per le proprie colpe, è destinata alla salvezza, Francesca, non pentitasi e ancora presa dal «piacer sì forte» per Paolo, alla dannazione eterna.

3Canto V Purgatorio: sintesi narrativa

Versi 1-63. Una delle anime dei negligenti si accorge meravigliato che Dante proietta la sua ombra; il poeta rallenta il passo e Virgilio, allora, lo esorta ad essere perseverante e saldo e a continuare il proprio cammino senza lasciarsi distrarre. I due poeti si imbattono così in una schiera di anime che cantano il Miserere. Una volta confermato ad esse che Dante è un essere vivente, e che quindi può essergli d’aiuto rimembrandoli ai vivi, gli spiriti si avvicinano al fiorentino, affermando di essere morte violentemente pentendosi in fin di vita. 

Versi 64-84. La prima anima a prendere parola è quella di Jacopo del Cassero, il quale prega Dante di raccontare la verità sulla sua sorte ai suoi parenti e racconta la propria vicenda: perseguitato dai sicari di Azzo VIII d’Este, fu raggiunto e ucciso in una palude nel territorio di Padova. 

Versi 85-129. La seconda anima a parlare è quella di Bonconte da Montefeltro. Dante chiede lui che fine abbia fatto il suo corpo, scomparso dopo la Battaglia di Campaldino; lo spirito racconta di essersi trascinato alla foce del fiume Archiano e di essersi pentito. A quel punto, sottratta l’anima al demonio per una lacrima in fin di vita, questo si sarebbe vendicato suscitando una tempesta che, provocando la piena dell’Archiano, spinse il corpo di Bonconte in balia delle acque, dove venne sepolto dai detriti. 

Versi 130-136. La terza e ultima anima a prendere parola è quella di Pia, una donna senese che morì in Maremma per mano del marito. 

4Analisi del Canto V del Purgatorio: elementi tematici e narrativi

Pentiti cantano il Miserere
Pentiti cantano il Miserere — Fonte: getty-images

4.1La colpa: il pentimento nel punto estremo della vita dei morti di morte violenta

La colpa che le anime del Canto V devono espiare, prima di accedere al Purgatorio, è ancora quella della negligenza – aver atteso, cioè, fino all’estremo della vita per chiedere perdono dei propri peccati – ma stavolta caratterizzante quegli uomini che sono morti di morte violenta. Questi spiriti devono attendere nell’Antipurgatorio un tempo pari alla durata della loro vita; nel frattempo esse camminano compatte lungo la costa del monte, cantando coralmente il salmo Miserere. Si tratta di un contrappasso per antitesi: come in vita ignorarono la misericordia di Dio, adesso la invocano.
La tipologia della morte delle anime richiama al grande nucleo tematico del Canto V del Purgatorio, quello cioè del corpo straziato dal delitto che porta gli spiriti a mostrarsi nostalgici verso quell’unità che è stata frantumata e violentemente portatagli via.  

5Parafrasi del canto V del Purgatorio

Testo

Io era già da quell’ombre partito,
e seguitava l’orme del mio duca,
quando di retro a me, drizzando ‘l dito,

una gridò: «Ve’ che non par che luca
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si conduca!».

Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
e vidile guardar per maraviglia
pur me, pur me, e ‘l lume ch’era rotto.

«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,
disse ‘l maestro, «che l’andare allenti?
che ti fa ciò che quivi si pispiglia?

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti;

ché sempre l’omo in cui pensier rampolla
sovra pensier, da sé dilunga il segno,
perché la foga l’un de l’altro insolla».

Che potea io ridir, se non «Io vegno»?
Dissilo, alquanto del color consperso
che fa l’uom di perdon talvolta degno.

E ‘ntanto per la costa di traverso
venivan genti innanzi a noi un poco,
cantando ‘Miserere’ a verso a verso.

Quando s’accorser ch’i’ non dava loco
per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;

e due di loro, in forma di messaggi,
corsero incontr’a noi e dimandarne:
«Di vostra condizion fatene saggi».

E ‘l mio maestro: «Voi potete andarne
e ritrarre a color che vi mandaro
che ‘l corpo di costui è vera carne.

Se per veder la sua ombra restaro,
com’io avviso, assai è lor risposto:
fàccianli onore, ed essere può lor caro».

Vapori accesi non vid’io sì tosto
di prima notte mai fender sereno,
né, sol calando, nuvole d’agosto,

che color non tornasser suso in meno;
e, giunti là, con li altri a noi dier volta
come schiera che scorre sanza freno.

«Questa gente che preme a noi è molta,
e vegnonti a pregar», disse ‘l poeta:
«però pur va, e in andando ascolta».

«O anima che vai per esser lieta
con quelle membra con le quai nascesti»,
venian gridando, «un poco il passo queta.

Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,
sì che di lui di là novella porti:
deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?

Noi fummo tutti già per forza morti,
e peccatori infino a l’ultima ora;
quivi lume del ciel ne fece accorti,

sì che, pentendo e perdonando, fora
di vita uscimmo a Dio pacificati,
che del disio di sé veder n’accora».

E io: «Perché ne’ vostri visi guati,
non riconosco alcun; ma s’a voi piace
cosa ch’io possa, spiriti ben nati,

voi dite, e io farò per quella pace
che, dietro a’ piedi di sì fatta guida
di mondo in mondo cercar mi si face».

E uno incominciò: «Ciascun si fida
del beneficio tuo sanza giurarlo,
pur che ‘l voler nonpossa non ricida.

Ond’io, che solo innanzi a li altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e quel di Carlo,

che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
in Fano, sì che ben per me s’adori
pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.

Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
ond’uscì ‘l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,

là dov’io più sicuro esser credea:
quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
assai più là che dritto non volea.

Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
quando fu’ sovragiunto ad Oriaco,
ancor sarei di là dove si spira.

Corsi al palude, e le cannucce e ‘l braco
m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’io
de le mie vene farsi in terra laco».

Poi disse un altro: «Deh, se quel disio
si compia che ti tragge a l’alto monte,
con buona pietate aiuta il mio!

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch’io vo tra costor con bassa fronte».

E io a lui: «Qual forza o qual ventura
ti traviò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?».

«Oh!», rispuos’elli, «a piè del Casentino
traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
che sovra l’Ermo nasce in Apennino.

Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano,
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini’, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.

Io dirò vero e tu ‘l ridì tra’ vivi:
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
gridava: "O tu del ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui l’etterno
per una lagrimetta che ‘l mi toglie;
ma io farò de l’altro altro governo!".

Ben sai come ne l’aere si raccoglie
quell’umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove ‘l freddo il coglie.

Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con lo ‘ntelletto, e mosse il fummo e ‘l vento
per la virtù che sua natura diede.

Indi la valle, come ‘l dì fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento,

sì che ‘l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde e a’ fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse;

e come ai rivi grandi si convenne,
ver’ lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la ritenne.

Lo corpo mio gelato in su la foce
trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce

ch’i’ fe’ di me quando ‘l dolor mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse».

«Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via»,
seguitò ‘l terzo spirito al secondo,

«ricorditi di me, che son la Pia:
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria

disposando m’avea con la sua gemma».

Parafrasi

Io mi ero già allontanato da quelle anime, e seguivo i passi della mia guida, quando dietro a me, puntandomi il dito, un’anima gridò: «Guarda come non sembra che risplendano i raggi [del sole] dal lato sinistro di colui che sta più in basso, e sembra che si muova come un uomo vivo!» Al suono di queste parole volsi indietro lo sguardo, e le vidi guardare meravigliate proprio me e la luce del sole che era interrotta. «Perché il tuo animo si lascia tanto distrarre», disse il mio maestro, «che rallenti l’andatura? Che ti importa di ciò che là si bisbiglia? Vieni dietro a me, e lascia parlare le persone:
sta’ come una torre solida, a cui non crolla
mai la cima per il soffiare del vento;
poiché l’uomo in cui un pensiero si sovrappone ad un altro, sempre allontana da sé la meta, perché l’intensità del secondo indebolisce il primo». Che cosa potevo rispondere io, se non «Io vengo»? Così dissi, cosparso un poco di quel rossore che talvolta rende l’uomo degno di perdono. E intanto, lungo la parete [del monte] trasversalmente, avanzavano anime poco più sopra di noi, cantando ‘Miserere’ a versetti alternati. Quando si accorsero che io non davo modo con il mio corpo ai raggi solari di trapassare, mutarono il loro canto in un «oh!» lungo e roco; e due di loro, in veste di messaggeri, corsero incontro a noi e ci domandarono: «Rendeteci nota la vostra condizione». E il mio maestro: «Voi potete tornare e riferire a coloro che vi inviarono che il corpo di costui è fatto di carne viva. Se si fermarono per aver visto la sua ombra, come io ritengo, questa risposta è loro sufficiente: lo accolgano cortesemente, e ciò può essere loro vantaggioso». Non vidi mai stelle cadenti attraversare così velocemente il cielo sereno al principio della notte, né, al calar del sole, le nuvole d’agosto, rispetto a quelle anime che tornarono indietro più rapide, e, giunte , tornarono indietro verso di noi con le altre, come una folla che corre sfrenata. «Queste anime che fanno ressa intorno a noi sono molte, e vengono per pregarti», disse il poeta: «perciò continua a camminare, e mentre cammini ascolta». «O anima che procedi per conquistare la beatitudine con quelle membra con le quali sei nato», gridavano avvicinandosi, «ferma per un po’ i tuoi passi. Guarda se hai mai visto qualcuno di noi, così da portarne notizie in Terra: deh, perché continui a camminare? Deh, perché non ti fermi? Noi siamo stati tutti uccisi violentemente, e siamo stati peccatori fino all’ultimo istante; in quel momento la Grazia divina ci rese consapevoli, cosicché, pentendoci e perdonando [i nostri uccisori], lasciammo la vita riconciliati con Dio,
che del desiderio di vederlo ci tormenta».
E io: «Per quanto guardi nei vostri volti, non riconosco nessuno; ma se desiderate qualcosa che io possa fare, o spiriti destinati alla salvezza, ditemelo, e io lo farò in nome di quella pace che, seguendo i passi di questa autorevole guida, mi si induce a cercare dall’uno all’altro mondo dell’oltretomba». E un’anima incominciò a dire: «Ciascuno di noi si fida del bene che prometti senza bisogno di giuramento, a meno che una impossibilità non impedisca il compiersi della tua volontà. Perciò io, che da solo prima degli altri parlo, ti prego, se mai dovessi visitare quel paese che si estende tra la Romagna e il Regno di Carlo, che tu cortesemente rivolga le tue preghiere ai miei familiari di Fano, così che ben si preghi Dio per me affinché io possa espiare i miei gravi peccati. Io fui di quella città; ma le profonde ferite da cui uscì il sangue in cui io avevo sede, mi furono inferti nel territorio di Antenore, là dove io credevo di essere più al sicuro: me le fece infliggere il signore d’Este, che mi aveva
in odio molto di più di quanto ne avesse diritto.
Ma se io fossi fuggito verso Mira, quando fui raggiunto ad Oriago [dai sicari], sarei ancora là dove si respira. Corsi invece verso la palude, e le canne e il fango mi impacciarono cosicché io caddi; e lì vidi formarsi in terra una pozza con il sangue delle mie vene». Poi parlò un altro: «Deh, possa realizzarsi quel desiderio che ti spinge sulla vetta del monte, con buona aiuta il mio! Io fui di Montefeltro, sono Bonconte; Giovanna e gli altri familiari non si curano di me; per cui io cammino tra queste anime con la testa bassa». E io a lui: «Quale forza o quale sorte ti trascinò così lontano da Campaldino, che non si seppe mai dove fosti sepolto?». «Oh!» rispose egli, «ai piedi del Casentino scorre un fiume che si chiama Archiano, che nasce sull’Appennino sopra l’Eremo di Camaldoli. Là dove perde il suo nome, arrivai io con la gola trafitta, fuggendo a piedi e insanguinando il terreno. Lì persi la vista e la parola; spirai pronunciando il nome di Maria, e là caddi, e non rimase altro che la mia carne. Io ti racconterò la verità e tu riferiscila tra i vivi: l’angelo di Dio prese la mia anima, e l’emissario dell’Inferno gridava: “Oh tu del cielo, perché me ne privi? Tu porti via l’anima immortale di costui per una lacrimuccia [di pentimento] che me la sottrae; ma io tratterò ben diversamente il suo corpo!”. Tu sai bene come si addensi nell’aria quel vapore acqueo che si riconverte in acqua, non appena dove il freddo lo raggiunge. Quel demonio congiunse la sua malvagia volontà, che desidera solo il male, con il suo intelletto, e agitò il vapore e il vento con i poteri che la natura [di angelo] gli concesse. Quindi, appena la luce del giorno scomparve, coprì di nebbia dal Pratomagno alla catena dell’Appennino; e rese il cielo sovrastante denso di vapore, cosicché l’aria satura di umidità si trasformò in acqua; cadde la pioggia, e confluì nei fossati quella parte che la terra non assorbì; e non appena confluì nei torrenti, verso il fiume principale si riversò, tanto velocemente che nulla riuscì a trattenerla. L’Archiano impetuoso trovò il mio corpo gelido alla sua foce; e quello lo spinse nell’Arno, e sciolse dal mio petto la croce che io avevo fatto con le braccia quando fui sopraffatto dal dolore; mi rivoltò contro le sponde e sul fondo, poi con i suoi detriti mi ricoprì e mi avvolse». «Deh, quando sarai tornato sulla Terra e ti sarai riposato del lungo cammino», seguitò un terzo spirito dopo il secondo, «ricordati di me, che sono la Pia; nacqui a Siena, morii in Maremma: lo sa bene colui che promettendo di volermi come sposa mi aveva cinto il dito con il suo anello».

6Figure retoriche nel Canto V del Purgatorio

v. 14, «sta come torre ferma»: metafora per indicare la saldezza d’animo
v. 18, «perché la foga l’un de l’altro insolla»: iperbato
v. 84, «de le mie vene farsi in terra laco»: iperbole
v. 95, «un’acqua»: sineddoche per indicare il fiume
v. 97, «Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano»: perifrasi per indicare la foce del fiume
v. 129, «mi coperse e cinse»: endiadi
v. 134, «Siena mi fé, disfecemi Maremma»: chiasmo
vv. 135-136, «colui che ‘nnanellata pria // disposando m’avea con la sua gemma»: perifrasi per indicare il marito di Pia
v. 136, «gemma»: sineddoche per indicare l’anello