Canto IV Purgatorio di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche

Canto IV Purgatorio di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche A cura di Francesca Ferrandi.

Testo, figure retoriche e parafrasi del canto 4 del Purgatorio di Dante. Spiegazione del canto in cui Dante e Virgilio incontrano Belacqua

1Introduzione al Canto IV del Purgatorio

Dante Alighieri
Dante Alighieri — Fonte: getty-images

Il Canto IV del Purgatorio è stato, nel corso dei secoli, sottoposto a diverse interpretazioni: c’è chi lo ha considerato di scarsa incisività e rilevanza, soprattutto se paragonato al precedente in cui grandeggia la figura di Manfredi; al contrario, soprattutto in tempi recenti, alcuni critici ne hanno rivalutato la portata, sottolineandone la varietà stilistica – tra una parte iniziale dal registro dottrinale e una seconda decisamente più colloquiale – in correlazione ad una unità narrativa molto solida.

Ambientato nell’Antipurgatorio, il Canto IV si divide infatti in due macrosezioni:

  • Una prima, di natura dottrinale, in cui Dante contrapponendosi alle teorie di natura platonica e averroistica sulla triplice anima umana, asserisce che l’anima è invece una sola e, per questo motivo, quando i sensi sono impegnati l’intelletto non percepisce lo scorrere del tempo;
  • Una seconda, in cui si staglia il colloquio tra Dante e il suo amico Belacqua (vedi paragrafo 2.1), in cui l’anima spiega a Dante che dovrà attendere all’ombra di un masso, un tempo pari alla durata della sua vita, prima di accedere al Purgatorio.

Entrambe le sezioni si rivelano funzionali ad un più ampio discorso sul trascorrere del tempo, vero motivo del Canto IV del Purgatorio.

2Purgatorio, Canto IV: i personaggi

Virgilio
Virgilio — Fonte: getty-images

2.1Belacqua

Protagonista del Canto IV del Purgatorio è indubbiamente Belacqua, personaggio del quale si hanno poche notizie certe. I primi commentatori della Commedia, in particolar modo l’Anonimo Fiorentino, tendono ad identificarlo con Duccio Bonavia, soprannominato Belacqua, un liutaio amico di Dante ancora vivo nel 1299 e già morto nel 1302, noto per essere particolarmente pigro; a tal proposito, sembra che egli si giustificasse spesso della propria pigrizia pronunciando la frase aristotelica «sedendo et quiescendo anima efficitur sapiens».
Si tratta certamente di una figura di basso profilo, che Dante inserisce probabilmente con un duplice scopo: 

  • esplicare quale pena attende i pigri (vedi paragrafo 4.1);
  • introdurre il tema della virtù della pazienza, necessaria per intraprendere il cammino penitenziale – spesso impervio e faticoso – che conduce alla Grazia di Dio.

In quest’ottica, la figura di Belacqua, pur nella leggerezza dei toni amichevoli e confidenziali di cui si fa portavoce, diventa di rivelante importanza affinché Dante (e, con lui, il lettore) possa ricevere quei suggerimenti fondamentali per proseguire sulla strada della redenzione. 

3Canto IV Purgatorio: sintesi narrativa

Monte Bismantova
Monte Bismantova — Fonte: ansa

Versi 1-18. Dante, preso com’era dal dialogo con Manfredi, non si è reso conto dello scorrere del tempo. Questo porta l’autore ad accostarsi a quella teoria filosofica secondo cui l’anima dell’uomo sarebbe una sola e, per questo motivo, mentre la potenza sensitiva è occupata, quella intellettiva non può percepire lo scorrere del tempo.

Versi 19-54.  I due poeti, sotto consiglio delle anime degli scomunicati, si avviano verso il sentiero per salire, ma questo si rivela particolarmente impervio. Una volta giunti, con fatica, al balzo, si siedono ad ammirare la strada percorsa.

Versi 55-87. È in questa occasione che Dante si accorge di avere il sole a sinistra, contrariamente a quel che accade sulla Terra; Virgilio gli spiega che questo dipende dal fatto che Gerusalemme e il Purgatorio hanno la stessa latitudine, ma opposta.

Versi 97-139. Concluso il discorso, i due sentono una voce che commenta i loro discorsi. Appartiene a un’anima seduta, insieme ad altre, all’ombra di un grosso sasso. Dante la riconosce: si chiama Belacqua ed è un suo caro amico noto per essere estremamente pigro. Questi spiega al poeta che si trova lì fermo perché deve attendere ancora diverso tempo prima che gli sia concesso accedere al Purgatorio; questo periodo può essere accorciato solo dall’intercessione delle preghiere dei giusti. Finito il colloquio, Virgilio riprende il cammino e invita Dante a seguirlo.

4Analisi del Canto IV del Purgatorio: elementi tematici e narrativi

4.1La colpa: la negligenza

Le anime del Canto IV del Purgatorio sono colpevoli di aver atteso tutta la vita prima di rivolgersi a Dio e pentirsi. Si tratta di un aspetto, quello della negligenza, che lega tutti gli spiriti dell’Antipurgatorio, ma con sfumature diverse: in questo caso ad essere punita è la pigrizia. Tramite il dialogo di Dante con Belacqua, veniamo a conoscenza della pena inflitta a questa tipologia di anime: esse devono attendere sedute, appoggiate a un grosso masso, un tempo pari alla durata della loro vita, prima di poter entrare in Purgatorio ed iniziare il cammino di redenzione che porterà al Paradiso. Si tratta di una pena sottoposta alla legge del contrappasso, per analogia: come in vita sono state pigre, adesso le anime attendono indolenti all’ombra di un sasso. 

5Parafrasi del canto IV del Purgatorio

Testo

Quando per dilettanze o ver per doglie,
che alcuna virtù nostra comprenda
l’anima bene ad essa si raccoglie,

par ch’a nulla potenza più intenda;
e questo è contra quello error che crede
ch’un’anima sovr’altra in noi s’accenda.

E però, quando s’ode cosa o vede
che tegna forte a sé l’anima volta,
vassene ‘l tempo e l’uom non se n’avvede;

ch’altra potenza è quella che l’ascolta,
e altra è quella c’ha l’anima intera:
questa è quasi legata, e quella è sciolta.

Di ciò ebb’io esperienza vera,
udendo quello spirto e ammirando;
ché ben cinquanta gradi salito era

lo sole, e io non m’era accorto, quando
venimmo ove quell’anime ad una
gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».

Maggiore aperta molte volte impruna
con una forcatella di sue spine
l’uom de la villa quando l’uva imbruna,

che non era la calla onde saline
lo duca mio, e io appresso, soli,
come da noi la schiera si partìne.

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
montasi su in Bismantova ‘n Cacume
con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;

dico con l’ale snelle e con le piume
del gran disio, di retro a quel condotto
che speranza mi dava e facea lume.

Noi salavam per entro ‘l sasso rotto,
e d’ogne lato ne stringea lo stremo,
e piedi e man volea il suol di sotto.

Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo
de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,
«Maestro mio», diss’io, «che via faremo?».

Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;
pur su al monte dietro a me acquista,
fin che n’appaia alcuna scorta saggia».

Lo sommo er’alto che vincea la vista,
e la costa superba più assai
che da mezzo quadrante a centro lista.

Io era lasso, quando cominciai:
«O dolce padre, volgiti, e rimira
com’io rimango sol, se non restai».

«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,
additandomi un balzo poco in sùe
che da quel lato il poggio tutto gira.

Sì mi spronaron le parole sue,
ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,
tanto che ‘l cinghio sotto i piè mi fue.

A seder ci ponemmo ivi ambedui
vòlti a levante ond’eravam saliti,
che suole a riguardar giovare altrui.

Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
poscia li alzai al sole, e ammirava
che da sinistra n’eravam feriti.

Ben s’avvide il poeta ch’io stava
stupido tutto al carro de la luce,
ove tra noi e Aquilone intrava.

Ond’elli a me: «Se Castore e Poluce
fossero in compagnia di quello specchio
che sù e giù del suo lume conduce,

tu vedresti il Zodiaco rubecchio
ancora a l’Orse più stretto rotare,
se non uscisse fuor del cammin vecchio.

Come ciò sia, se ‘l vuoi poter pensare,
dentro raccolto, imagina Siòn
con questo monte in su la terra stare

sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn
e diversi emisperi; onde la strada
che mal non seppe carreggiar Fetòn,

vedrai come a costui convien che vada
da l’un, quando a colui da l’altro fianco,
se lo ‘ntelletto tuo ben chiaro bada».

«Certo, maestro mio,», diss’io, «unquanco
non vid’io chiaro sì com’io discerno
là dove mio ingegno parea manco,

che ‘l mezzo cerchio del moto superno,
che si chiama Equatore in alcun’arte,
e che sempre riman tra ‘l sole e ‘l verno,

per la ragion che di’, quinci si parte
verso settentrion, quanto li Ebrei
vedevan lui verso la calda parte.

Ma se a te piace, volontier saprei
quanto avemo ad andar; ché ‘l poggio sale
più che salir non posson li occhi miei».

Ed elli a me: «Questa montagna è tale,
che sempre al cominciar di sotto è grave;
e quant’om più va sù, e men fa male.

Però, quand’ella ti parrà soave
tanto, che sù andar ti fia leggero
com’a seconda giù andar per nave,

allor sarai al fin d’esto sentiero;
quivi di riposar l’affanno aspetta.
Più non rispondo, e questo so per vero».

E com’elli ebbe sua parola detta,
una voce di presso sonò: «Forse
che di sedere in pria avrai distretta!».

Al suon di lei ciascun di noi si torse,
e vedemmo a mancina un gran petrone,
del qual né io né ei prima s’accorse.

Là ci traemmo; e ivi eran persone
che si stavano a l’ombra dietro al sasso
come l’uom per negghienza a star si pone.

E un di lor, che mi sembiava lasso,
sedeva e abbracciava le ginocchia,
tenendo ‘l viso giù tra esse basso.

«O dolce segnor mio», diss’io, «adocchia
colui che mostra sé più negligente
che se pigrizia fosse sua serocchia».

Allor si volse a noi e puose mente,
movendo ‘l viso pur su per la coscia,
e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».

Conobbi allor chi era, e quella angoscia
che m’avacciava un poco ancor la lena,
non m’impedì l’andare a lui; e poscia

ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,
dicendo: «Hai ben veduto come ‘l sole
da l’omero sinistro il carro mena?».

Li atti suoi pigri e le corte parole
mosser le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: «Belacqua, a me non dole

di te omai; ma dimmi: perché assiso
quiritto se’? attendi tu iscorta,
o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».

Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?
ché non mi lascerebbe ire a’ martìri
l’angel di Dio che siede in su la porta.

Prima convien che tanto il ciel m’aggiri
di fuor da essa, quanto fece in vita,
perch’io ‘ndugiai al fine i buon sospiri,

se orazione in prima non m’aita
che surga sù di cuor che in grazia viva;
l’altra che val, che ‘n ciel non è udita?».

E già il poeta innanzi mi saliva,
e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco
meridian dal sole e a la riva

cuopre la notte già col piè Morrocco».

Parafrasi

Quando a causa di una sensazione piacevole o dolorosa, che coinvolge una delle nostre facoltà, l’anima è assorta completamente ad essa, diventa evidente che non badi più a nessun’altra facoltà; e ciò contrasta con l’erronea teoria che ritiene che in noi un’anima prenda vita sopra a un’altra. E per questo, quando si sente o si vede qualcosa che trattenga strettamente l’anima rivolta a sé, il tempo scorre e l’uomo non se ne accorge; poiché una è la facoltà che percepisce [il passare del tempo], e un’altra è quella che avvince l’intera anima: la seconda è vincolata dalla concentrazione, mentre l’altra ne è sciolta. Di ciò feci esperienza diretta, udendo e ammirando quello spirito; perché di ben cinquanta gradi era salito il sole, e io non me n’ero accorto, quando giungemmo laddove quelle anime tutte insieme ci gridarono: «Questo è il luogo che ci avete chiesto [di indicarvi]». Spesso, quando l’uva matura, il contadino chiude con una piccola forcata dei suoi arbusti un varco più largo di quanto non fosse il sentiero per cui salì la mia guida, con me dietro, soli, non appena la schiera [di anime] si allontanò da noi. Si sale a San Leo e si discende a Noli, si ascende in cima al monte Bismantova e al monte Cacume con i soli piedi; ma qui è necessario volare; intendo dire con le ali veloci e con le piume di un forte desiderio, dietro a quella guida che mi dava speranza e mi illuminava. Noi salivamo per il sentiero scavato nella roccia, le pareti ci stringevano da entrambi i lati, e il terreno sotto a noi richiedeva [l’uso di] mani e piedi. Quando raggiungemmo il bordo superiore della ripida parete, sullo slargo aperto, io dissi: «Mio maestro, quale via prenderemo?». Ed egli a me: «Nessun tuo passo svii; avanza verso la cima del monte dietro a me, finché non apparirà una guida esperta [del luogo]». La cima era tanto in alto che superava la mia facoltà visiva, e la pendice molto più ripida di una linea che congiunge la metà del quadrante con il centro del cerchio. Io ero stanco quando cominciai: «O dolce padre, voltati, e guarda come rischio di rimanere solo, se non ti fermi». «Figliolo mio», disse, «spingiti fin lì», indicandomi un ripiano poco più in alto che da quel lato cingeva tutto il monte. Le sue parole mi spronarono a tal punto, che io mi sforzai procedendo carponi dietro di lui, fino a quando il ripiano mi fu sotto i piedi. Lì ci ponemmo entrambi a sedere rivolti verso oriente da dove eravamo saliti, che riguardare di solito giova alla gente. Dapprima volsi lo sguardo verso la bassa spiaggia; poi lo alzai verso il sole, e mi meravigliavo del fatto che esso ci colpiva da sinistra. Il poeta ben si accorse che io ero tutto stupito nel guardare il sole, nel punto in cui esso si alzava tra noi e il vento Aquilone. Per cui egli a me: «Se Castore e Polluce fossero in congiunzione con quello specchio che riflette la propria luce su e giù, tu vedresti la zona rosseggiante dello Zodiaco ruotare ancora più vicina all’Orsa Maggiore e all’Orsa Minore, a meno che [il sole] non deviasse dall’abituale orbita. Se vuoi poter capire come ciò avvenga, concentrato in te stesso, immagina che Gerusalemme e questo monte siano posti sulla Terra in modo tale che entrambi abbiano la stessa latitudine ma differenti emisferi; per cui la rotta che sfortunatamente Fetonte non seppe percorrere col carro, vedrai come rispetto a costui deve trascorrere da destra a sinistra, mentre rispetto a Gerusalemme dal lato opposto, se il tuo intelletto fa ben attenzione». «Certo, mio maestro», dissi io, «in quelle situazioni in cui il mio ingegno sembrava manchevole non ho mai compreso così chiaramente come ora comprendo che il circolo mediano del Primo Mobile, che si chiama Equatore in astronomia, e che sempre si trova tra [la latitudine de] il sole e [quella de] l’inverno, per la ragione che hai esposto, da qui si allontana verso nord, tanto quanto gli ebrei lo vedevano lontano verso sud. Ma se ti è gradito, mi piacerebbe sapere quanta strada dobbiamo percorrere; poiché il monte si eleva più di quanto possano [vedere] i miei occhi». Ed egli a me: «Questa montagna è tale che sempre, all’inizio della scalata, è difficoltoso [salire]; ma quanto più si sale, meno è arduo. Perciò, quando ella ti apparirà tanto agevole, che salire ti sembrerà facile come navigare nel senso della corrente, allora sarai al termine di questo sentiero; aspetta di giungere là per riprendere fiato. Di più non posso svelarti, e questo so con sicurezza». E appena egli pronunciato le sue parole, una voce vicino risuonò: «Forse sentirai prima la necessità di sederti!». Al suono di essa entrambi ci voltammo, e vedemmo a sinistra un grosso masso, del quale né io né Virgilio prima ci accorgemmo prima. Ci spostammo fin là; e lì vi erano delle anime che se ne stavano all’ombra dietro al masso, come colui che per pigrizia se ne sta seduto. E una di loro, che mi pareva stanca, sedeva e abbracciava le ginocchia, tenendo il volto abbassato tra esse. «O mio dolce signore», dissi io, «guarda attentamente colui che si mostra più negligente di quanto [sarebbe] se la pigrizia fosse sua sorella». Allora si volse verso noi e ci prestò attenzione, alzando il viso soltanto sopra la coscia, e disse: «Ora va’ su tu, che sei bravo!». Allora riconobbi chi fosse, e quell’affanno che m’accelerava ancora un poco il fiato, non mi impedì di andare verso di lui; e dopo che gli fui giunto vicino, alzò la testa appena, dicendo: «Hai ben compreso il motivo per cui il sole si muove dalla parte sinistra?». I suoi pigri movimenti e le sue concise parole mossero le mie labbra a un lieve sorriso; poi cominciai: «Belacqua, non mi dispiace più per te ormai; ma dimmi: perché stai seduto proprio qui? Attendi una guida, oppure hai ripreso le vecchie abitudini?». Ed egli: «Oh fratello, a che cosa serve salire su? Dal momento che l’angelo di Dio, che siede sulla porta [del Purgatorio], non mi lascerebbe accedere ai tormenti. Prima occorre che il cielo ruoti intorno a me fuori dalla porta [del Purgatorio] tante volte quanto lo fece quando io ero in vita, poiché rimandai all’ultima ora il pentimento, se non mi aiutano le preghiere nate dal cuore di chi vive in Grazia di Dio; le altre che valore hanno, dal momento che in cielo non vengono ascoltate?». E il poeta già saliva davanti a me e diceva: «Vieni ora; guarda che il meridiano è già raggiunto dal sole e sulla costa la notte già copre con il piede il Marocco».

6Figure retoriche nel Canto IV del Purgatorio

vv. 19-23, «Maggiore aperta molte volte impruna / con una forcatella di sue spine / l’uom de la villa quando l’uva imbruna, // che non era la calla onde saline / lo duca mio»: similitudine
v. 59, «carro della luce»: perifrasi per indicare il sole
vv. 62-63, «quello specchio / che sù e giù del suo lume conduce»: perifrasi per indicare il sole