Canto III Purgatorio di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche

Canto III Purgatorio di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche A cura di Francesca Ferrandi.

Canto 3 del Purgatorio di Dante: testo, parafrasi e analisi del canto ambientato nell'Antipurgatorio dove dimorano le anime degli scomunicati

1Introduzione al Canto III del Purgatorio

Virgilio
Virgilio — Fonte: getty-images

Il Canto III del Purgatorio, ambientato nell’Antipurgatorio, mette in scena il dialogo di Dante con le anime degli scomunicati che si sono pentite in punto di morte e hanno, quindi, guadagnato il perdono di Dio, la cui misericordia è infinita e non comprensibile con la sola ragione umana. In quest’ottica, il Canto può essere suddiviso in tre sezioni: 

- Il dialogo tra Dante e Virgilio, in cui vengono affrontate tematiche teologiche e dottrinarie e, soprattutto, viene sottolineata la limitatezza della conoscenza umana, riallacciandosi al filone che unisce il Canto I dell’Inferno, dove la perdita di Dante nella selva oscura diventa emblema della perdizione a cui l’uomo giunge inseguendo la sola ragione, con il Canto XXVI dell’Inferno, in cui il «folle volo» di Ulisse alla ricerca del superamento dei limiti della conoscenza umana viene punito con la morte.

- L’incontro dei due poeti con le anime degli scomunicati, dimostrazione di quanto smisurata sia la misericordia di Dio.

- Il colloquio con Manfredi, figlio dell’imperatore Federico II di Svevia, la cui vicenda si trasforma in un pretesto per Dante di muovere la sua accusa contro il papato, che troppo spesso utilizza per fini politici l’arma della scomunica, tentando di prevaricare con le proprie leggi il giudizio divino.

2Purgatorio, Canto III: i personaggi

Federico II di Svevia
Federico II di Svevia — Fonte: ansa

2.1Manfredi

Pur prendendo parola solo alla fine, Manfredi è il protagonista del Canto III del Purgatorio. Figlio naturale di Federico II di Svevia e Bianca Lancia del Monferrato, egli nacque nel 1232. Fu educato alla corte palermitana e si distinse per cultura. Morto il padre, nel 1250, divenne reggente del Regno di Sicilia e dell’Italia Meridionale di cui lasciò poi le redini a Corrado IV, l’erede legittimo, non appena egli giunse in Italia dalla Germania. Quando questi morì, nel 1254, Manfredi si scontrò con la Chiesa per il possesso del Regno di Napoli, che il papato considerava un proprio feudo. Venne incoronato a Palermo nel 1258 e continuò, sulla scia del padre, la politica di opposizione al potere temporale del papato e di sostegno alle fazioni ghibelline italiane. Per questo motivo iniziò ad essere perseguitato: venne scomunicato una prima volta da Papa Innocenzo IV, ma fu poi perdonato e nominato vicario della Chiesa. Quando Alessandro IV salì al soglio papale, si riaccesero le ostilità: Manfredi venne scomunicato una seconda volta e riprese quindi la guerra contro la Chiesa e i comuni guelfi, apportando con i suoi ottocento cavalieri tedeschi un importante contributo alla vittoria ghibellina nella Battaglia di Montaperti del 1260 contro la Lega Guelfa. Questo inasprì ancor di più i rapporti di Manfredi con la Chiesa: Papa Clemente IV nel 1265 chiamò Carlo d’Angiò, conte di Provenza e fratello del re di Francia Luigi IX, che marciò contro Manfredi, il quale morì valorosamente nella Battaglia di Benevento del 1266. 

All’interno del Canto III del Purgatorio, la figura di Manfredi svolge una triplice funzione: 

  • L’esaltazione dei valori cortesi, per Dante il più alto codice di comportamento civile: Manfredi è, infatti, bello, prode, di nobile discendenza e animo.
  • La celebrazione della dinastia sveva e, con essa, dell’Impero (vedi paragrafo 4.3).
  • La glorificazione dell’infinita misericordia divina, inconoscibile razionalmente e ben superiore al malgoverno del papato il quale, attraverso l’uso politico della scomunica, pensa di potersi sostituire a Dio nel giudicare le anime.

3Canto III Purgatorio: sintesi narrativa

Versi 1-45. Dopo i rimproveri di Catone e la subitanea fuga delle anime verso la montagna, Dante di accosta a Virgilio, consapevole che senza la sua guida non potrebbe proseguire il viaggio. Si ritrova però smarrito nel momento in cui vede, sul terreno, solo la sua ombra; la sua guida lo rincuora, spiegandogli che le anime possono provare sensazioni fisiche, ma non fanno ombra perché i raggi del sole le oltrepassano. Virgilio, allora, raccomanda agli uomini di non tentare di comprendere i misteri della fede con la sola ragione, come fecero Aristotele e Platone.

Versi 46-66. Dante e Virgilio, intanto, giungono ai piedi del monte del Purgatorio; la parete è decisamente ripida e sembra essere impossibile da scalare. Virgilio non conosce la via che possa consentire una salita più agevole; mentre si interroga, da sinistra Dante scorge un gruppo di anime a cui chiedere aiuto.

Versi 67-102. Le anime sono quelle degli scomunicati; esse, dopo essersi accorte della presenza dei due poeti, inizialmente si addossano alle rocce. Virgilio allora ne approfitta per chiedere loro di mostrargli la salita più agevole. Poi la schiera inizia ad avvicinarsi ai due, ma si arresta nel momento in cui si accorgono dell’ombra proiettata da Dante. Virgilio allora gli confessa che il suo assistito è vivo, ma non è contro il volere divino che cerca di scalare il monte. Le anime, allora, dicono ai due di tornare indietro e di procedere davanti a loro.

Versi 103-145. Una delle anime si rivolge quindi a Dante: si tratta di Manfredi che, rivelando il proprio nome, chiede al poeta di raccontare alla figlia Costanza che egli è salvo, e non dannato all’Inferno. Manfredi, infatti, si è pentito in punto di morte dei suoi gravissimi peccati, guadagnandosi il perdono da parte di Dio che è misericordia infinita. Racconta, inoltre, che il suo corpo è stato disseppellito dal vescovo di Cosenza e abbandonato lungo il fiume Garigliano. Spiega, infine, che le anime degli scomunicati dovranno attendere nell'Antipurgatorio un tempo superiore trenta volte al periodo trascorso nella scomunica, a meno che tale tempo non venga abbreviato dalle preghiere dei vivi.

4Analisi del Canto III del Purgatorio: elementi tematici e narrativi

Papa Alessandro IV
Papa Alessandro IV — Fonte: ansa

4.1La colpa: la scomunica

Pur essendo già salve, le anime giunte in Purgatorio devono espiare le colpe commesse in vita per ascendere al Paradiso. Nel Canto III del Purgatorio ci troviamo di fronte, nello specifico, alle anime scomunicate e poi pentitesi in punto di morte, di cui Manfredi, unico spirito a prendere parola, è rappresentante. Esse, dal momento che in vita furono ribelli verso la Chiesa, si ritrovano ora a procedere mansuetamente come pecorelle (vv. 79-84): si tratta di un contrappasso per analogia. Queste anime, inoltre, devono attendere fuori dalla porta del Purgatorio un tempo pari a trenta volte quello che hanno vissuto nella scomunica. 

Dietro la salvezza delle anime scomunicate e poi pentitesi in punto di morte c’è inoltre un monito, da parte di Dante, alla Chiesa e agli esseri umani: la prima non deve pensare di poter prevaricare, con le proprie leggi, l’infinita misericordia di Dio; i secondi, invece, devono tenersi lontani dal formulare giudizi affrettati sulla condotta degli altri, perché nessuno è in grado di conoscere quel che accade all’interno della coscienza dell’uomo. 

4.2L’insufficienza della ragione

Un’attenzione particolare, all’interno del Canto III del Purgatorio, è posta alla figura di Virgilio. Egli, non trovandosi più in un regno di cui ha conoscenza diretta – com’era per l’Inferno – è sottoposto, esattamente come le anime, a un processo di maturazione. Egli si troverà, qui e più avanti, a doversi scontrare con problemi a cui non riesce a trovare immediata soluzione: è il limite della ragione umana, condizione necessaria ma non più sufficiente per ascendere verso il Paradiso. C’è bisogno, infatti, anche della Grazie divina, della comunione con i fedeli e dell’aiuto sacramentale della Chiesa per proseguire nel viaggio di redenzione.
È in quest’ottica che si pone il nascosto rimprovero di Dante auctor, per bocca di Virgilio, a quelle anime – Platone, Aristotele, ma anche lo stesso autore dell’Eneide e gli altri dannati del Limbo – che seppur colme di saggezza hanno invano creduto di poter giungere alla completa conoscenza dei misteri divini attraverso la sola ragione umana e sono state, quindi, escluse dalla salvezza. Da qui si può ben comprendere l’atteggiamento malinconico che assume, all’interno del terzo Canto del Purgatorio, Virgilio: è il turbamento di chi è eternamente escluso dalla conoscenza di Dio. 

4.3La dinastia sveva

Attraverso la figura di Manfredi, Dante nel Canto III del Purgatorio celebra la dinastia sveva, depositaria – nel Duecento – dell’idea di Impero, istituzione portatrice di ordine e giustizia e, secondo il poeta, di pari dignità rispetto al papato. Già nel De Vulgari Eloquentia (I, XIII, 4), l’autore della Commedia aveva indicato Manfredi e suo padre Federico II come gli ultimi veri principi italiani.
Se, però, Manfredi nomina con orgoglio sua nonna Costanza d’Altavilla, presentandosi degnamente come suo «nepote» (v. 113), egli non fa cenno a suo padre. Dietro questa scelta c’è una una motivazione teologica: se Costanza – come vedremo nel Canto III del Paradiso – è beata nel Cielo della Luna, tra gli spiriti difettivi per inadempienza di voto, Federico II è invece dannato nel sesto Cerchio dell’Inferno, tra gli epicurei (come abbiamo visto nel Canto X dell’Inferno).
La dinastia sveva si estende così sulle tre cantiche della Commedia, mostrando così le diverse sfaccettature dell’utilizzo del potere.

5Parafrasi del canto III del Purgatorio

Testo

Avvegna che la subitana fuga
dispergesse color per la campagna,
rivolti al monte ove ragion ne fruga,

i’ mi ristrinsi a la fida compagna:
e come sare’ io sanza lui corso?
chi m’avria tratto su per la montagna?

El mi parea da sé stesso rimorso:
o dignitosa coscienza e netta,
come t’è picciol fallo amaro morso!

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
che l’onestade ad ogn’atto dismaga,
la mente mia, che prima era ristretta,

lo ‘ntento rallargò, sì come vaga,
e diedi ‘l viso mio incontr’al poggio
che ‘nverso ‘l ciel più alto si dislaga.

Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
rotto m’era dinanzi a la figura,
ch’avea in me de’ suoi raggi l’appoggio.

Io mi volsi dallato con paura
d’essere abbandonato, quand’io vidi
solo dinanzi a me la terra oscura;

e ‘l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,
a dir mi cominciò tutto rivolto;
«non credi tu me teco e ch’io ti guidi?

Vespero è già colà dov’è sepolto
lo corpo dentro al quale io facea ombra:
Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.

Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,
non ti maravigliar più che d’i cieli
che l’uno a l’altro raggio non ingombra.

A sofferir tormenti, caldi e geli
simili corpi la Virtù dispone
che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.

Matto è chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.

State contenti, umana gente, al quia;
ché se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria;

e disiar vedeste sanza frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch’etternalmente è dato lor per lutto:

io dico d’Aristotile e di Plato
e di molt’altri»; e qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase turbato.

Noi divenimmo intanto a piè del monte;
quivi trovammo la roccia sì erta,
che ‘ndarno vi sarien le gambe pronte.

Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
la più rotta ruina è una scala,
verso di quella, agevole e aperta.

«Or chi sa da qual man la costa cala»,
disse ‘l maestro mio fermando ‘l passo,
«sì che possa salir chi va sanz’ala?».

E mentre ch’e’ tenendo ‘l viso basso
essaminava del cammin la mente,
e io mirava suso intorno al sasso,

da man sinistra m’apparì una gente
d’anime, che movieno i piè ver’ noi,
e non pareva, sì venian lente.

«Leva», diss’io, «maestro, li occhi tuoi:
ecco di qua chi ne darà consiglio,
se tu da te medesmo aver nol puoi».

Guardò allora, e con libero piglio
rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;
e tu ferma la spene, dolce figlio».

Ancora era quel popol di lontano,
i’ dico dopo i nostri mille passi,
quanto un buon gittator trarria con mano,

quando si strinser tutti ai duri massi
de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
com’a guardar, chi va dubbiando, stassi.

«O ben finiti, o già spiriti eletti»,
Virgilio incominciò, «per quella pace
ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,

ditene dove la montagna giace
sì che possibil sia l’andare in suso;
ché perder tempo a chi più sa più spiace».

Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidette atterrando l’occhio e ‘l muso;

e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ‘mperché non sanno;

sì vid’io muovere a venir la testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l’andare onesta.

Come color dinanzi vider rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l’ombra era da me a la grotta,

restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo ‘l perché, fenno altrettanto.

«Sanza vostra domanda io vi confesso
che questo è corpo uman che voi vedete;
per che ‘l lume del sole in terra è fesso.

Non vi maravigliate, ma credete
che non sanza virtù che da ciel vegna
cerchi di soverchiar questa parete».

Così ‘l maestro; e quella gente degna
«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
coi dossi de le man faccendo insegna.

E un di loro incominciò: «Chiunque
tu se’, così andando, volgi ‘l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque».

Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.

Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’io ti priego che, quando tu riedi,

vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ‘l vero a lei, s’altro si dice.

Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.

Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,

l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento.

Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.

Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,

per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzion, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m’hai visto, e anco esto divieto;

ché qui per quei di là molto s’avanza».

Parafrasi

Sebbene l’improvvisa fuga avesse disperso per la spiaggia le anime, in direzione del monte dove la Giustizia divina ci tormenta, io mi avvicinai al mio fidato compagno: e come sarei potuto avanzare senza di lui? Chi mi avrebbe condotto su per la montagna? Egli mi pareva tormentato da un cruccio personale: o coscienza nobile e pura, come anche un piccolo sbaglio è per te amaro rimorso! Quando i suoi passi ebbero abbandonato la fretta, che priva ogni gesto di dignità, la mia mente, che prima era tutta concentrata, estese i suoi orizzonti, così come desiderosa [di conoscere], e rivolsi il mio sguardo sul monte che più alto si innalza verso il cielo emergendo dalle acque. La luce del sole, che dietro splendeva rosseggiante, era rotta dinnanzi alla mia figura, poiché aveva in me un ostacolo ai suoi raggi. Io mi volsi di lato con il timore di essere stato abbandonato, quando io vidi solo davanti a me la terra scurita [dall’ombra]; ed il mio conforto: «Perché ancora diffidi?», cominciò a dirmi tutto rivolto verso di me; «Non credi che io sia con te e che ti guidi? È già sera là dov’è sepolto il corpo dentro al quale io facevo ombra: è a Napoli, vi è stato trasportato da Brindisi. Ora, se davanti a me non si crea alcuna ombra, non ti meravigliare più del fatto che i cieli non impediscono dall’uno all’altro il passaggio dei raggi. La Virtù divina dispone che questi corpi soffrano tormenti, caldo e gelo, ma non vuole che ci venga rivelato come ciò accada. Folle è colui che spera che la ragione umana possa percorrere l’infinita via divina che stringe una sostanza in tre persone. Accontentatevi, uomini, di conoscere i fatti: poiché, se aveste potuto sapere tutto, non ci sarebbe stato bisogno che Maria partorisse; e vedeste desiderare invano coloro ai quali il desiderio sarebbe stato appagato, e invece gli è dato come pena eterna nel Limbo: io parlo di Aristotele, di Platone e di molti altri»; e a questo punto chinò la fronte, e altro non disse, e rimase turbato. Noi giungemmo intanto ai piedi del monte, e qui trovammo la costa rocciosa così erta, che invano le gambe sarebbero state pronte a salire. La strada più impervia e inaccessibile tra Lerici e Turbia è, rispetto a quella, una scala agevole e larga. «Ora chi sa da quale parte la costa [della montagna] è meno ripida», disse il mio maestro fermando il suo andare, «così che possa salire anche chi non ha le ali?». E mentre egli tenendo lo sguardo basso esaminava il cammino da prendere, ed io guardavo in alto intorno al monte, dal lato sinistro mi apparve una schiera di anime, che dirigevano i passi verso di noi, ma non sembrava, tanto si muovevano lente. «Alza lo sguardo, maestro», dissi io, «ecco da questa parte chi ci darà consiglio, se tu da solo non puoi trovarlo». Guardò allora e con il volto rinfrancato rispose: «Andiamo verso loro, che essi si muovono piano; e tu tieni salda la speranza, dolce figliolo». Quella schiera di anime era ancora lontana, dopo che avevamo percorso circa un miglio, quanto un buon lanciatore potrebbe scagliare un sasso con la mano, quando tutti si accostarono alle dure rocce dell’alta costiera, e stettero vicini e fermi, come sta fermo e osserva chi è colto dal dubbio. «O morti in grazia di Dio, o spiriti eletti», cominciò Virgilio, «in nome di quella pace che io credo sia attesa da tutti voi, ditemi dove la montagna è meno ripida, così che sia possibile salire; perché perdere tempo spiace di più a chi è più saggio». Come le pecorelle escono dal recinto a una, a due, a tre per volta, e le altre restano intimidite tenendo rivolti a terra gli occhi e il muso; e ciò che fa la prima, lo fanno anche le altre, addossandosi a lei, se lei si ferma, obbedienti e docili, e non sanno il perché; così allora vidi io muoversi la prima fila di quella schiera di spiriti eletti, umile in volto e composta nel procedere. Non appena coloro che stavano davanti videro la luce [del sole] interrotta in terra dal mio lato destro, così che l’ombra si estendeva da me alla grotta, si fermarono, e indietreggiarono un poco, e tutti gli altri che venivano loro dietro, non sapendo il motivo, fecero altrettanto. «Senza alcuna vostra domanda io vi rivelo che questo che vedete è un corpo umano; perciò la luce del sole a terra è interrotta. Non vi meravigliate, ma sappiate che non senza una Grazia che viene dal Cielo egli cerchi di superare questa parete rocciosa». Così [disse] il maestro; e quelle anime elette dissero: «Tornate indietro e procedete dunque dritto», facendo segno con il dorso delle mani. Ed uno di loro iniziò: «Chiunque tu sia, continuando a camminare, volgi lo sguardo [verso di me]: cerca di ricordare se in Terra mai mi vedesti». Io mi volsi verso lui e lo guardai attentamente: era biondo e bello e di aspetto nobile, ma uno dei due sopraccigli era stato tagliato da un colpo [di spada]. Quando gli ebbi cortesemente negato di averlo mai visto, egli disse: «Ora guarda»; e mi mostrò una ferita nella parte superiore del petto. Poi sorridendo disse: «Io sono Manfredi, nipote dell’imperatrice Costanza; perciò io ti prego, quando ritornerai, di andare dalla mia bella figlia, madre dei sovrani di Sicilia e d’Aragona, e di raccontarle la verità, se le dicerie sono altre. Dopo che il mio corpo fu trafitto da due ferite mortali, io mi rivolsi, piangendo, a Colui che volentieri concede il perdono. Furono orribili i miei peccati; ma la misericordia infinita ha braccia così grandi che accoglie chiunque si rivolga ad essa. Se il vescovo di Cosenza, che allora fu mandato da Clemente IV a perseguitarmi, avesse ben compreso questo aspetto di Dio, le ossa del mio corpo sarebbero ancora all’inizio del ponte presso Benevento, sotto la custodia del pesante cumulo di pietre. Ora la pioggia le bagna e le muove il vento al di fuori del Regno, quasi lungo il fiume Verde, dove egli le fece spostare con i ceri spenti. In seguito alla scomunica però non si perde, al punto che non si possa riacquistare, l’amore divino, fino a quando la speranza ha ancora un barlume di verde. È vero che chi muore scomunicato dalla Santa Chiesa, anche se si pente in punto di morte, è necessario che stia al di fuori di questo monte, per un tempo pari a trenta volte quanto egli è rimasto nel suo errore, a meno che questo tempo non diventi più breve grazie alle preghiere dei buoni. Vedi ormai se tu mi puoi allietare, rivelando alla mia buona figlia Costanza la condizione in cui mi hai visto, e anche questo divieto; perché qui, grazie a chi è in Terra, si progredisce molto».

6Figure retoriche nel Canto III del Purgatorio

v. 14, «viso»: sineddoche per indicare lo sguardo
v. 55, «viso»: sineddoche per indicare lo sguardo
vv. 79-84, «Come le pecorelle escon del chiuso / a una, a due, a tre, e l’altre stanno / timidette atterrando l’occhio e ‘l muso; // e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, /addossandosi a lei, s’ella s’arresta, / semplici e quete, e lo ‘mperché non sanno»: similitudine
v. 87, «pudica in faccia e ne l’andare onesta»: chiasmo
v. 120, «quei che volontier perdona»: perifrasi per indicare Dio