Canto III Inferno di Dante: parafrasi, commento e figure retoriche

Canto III Inferno di Dante: parafrasi, commento e figure retoriche A cura di Francesca Ferrandi.

Canto 3 Inferno di Dante Alighieri con spiegazione del testo, parafrasi, commento e figure retoriche

1Introduzione al Canto III dell’Inferno

Dopo i primi due di introduzione – rispettivamente del poema, il primo, e della cantica, il secondo – nel Canto III dell’Inferno ci troviamo finalmente nell’ Oltretomba, e a darci il “benvenuto” è nientemeno che la porta infernale, che reca sulla sua sommità una minacciosa scritta.

Stampa di Gustave Dore in cui vengono rappresentati i dannati del canto III
Stampa di Gustave Dore in cui vengono rappresentati i dannati del canto III — Fonte: getty-images

Il luogo di ambientazione, nello specifico, è quello dell’ Antinferno (anche detto Vestibolo), connotato dall’oscurità e dal terribile riecheggiare di lamenti, urla e pianti: a popolarlo sono gli ignavi, coloro cioè che nella vita non sono stati in grado di prendere posizione, macchiandosi così irrimediabilmente di viltà.

Dipinto raffigurante Caronte che traghetta un'anima, attraverso il fiume Stige, verso gli Inferi
Dipinto raffigurante Caronte che traghetta un'anima, attraverso il fiume Stige, verso gli Inferi — Fonte: ansa

Pur non essendo propriamente dannati – il Vestibolo, infatti, è il luogo che precede l’Inferno – essi sono condannati ad una severa pena. Non si tratta, però, delle uniche anime che incontriamo all’interno del terzo Canto dell’Inferno: vi sono, infatti, anche i dannati che attendono sulla riva dell’Acheronte di essere trasportati verso l’Inferno vero e proprio. A traghettarli è Caronte, figura demoniaca di reminiscenza virgiliana.  

Nella sua materia narrativa, il Canto è quindi suddivisibile in tre sezioni:

  • La porta dell’Inferno, che segna l’ingresso vero e proprio all’interno della tematica infernale. Voluta e creata dalla Trinità, la porta sancisce l’immutabilità della condanna divina, non permettendo ad alcuna anima di tornare indietro una volta varcata la sua soglia (vedi paragrafo 4.1);
  • L’incontro con le anime degli ignavi, per cui Dante nutre profondissimo disprezzo, al punto tale che – oltre alla descrizione della loro colpa e della loro pena – non è dato loro alcuno spazio di intervento e di interazione (vedi paragrafo 4.2);
  • La figura di Caronte, vero protagonista del terzo Canto, dalla duplice funzione didattica e profetica (vedi paragrafo 2.1).

Il Canto III dell’Inferno è, inoltre, il più fitto di echi virgiliani di tutta la Commedia.

2Inferno, Canto III: i personaggi

Oltre a Dante e Virgilio, l’unico personaggio a cui, nel terzo Canto dell’Inferno, l’autore ritaglia uno spazio considerevole è Caronte, il traghettatore delle anime dannate. È una figura appartenente alla mitologia pagana: figlio di Erebo di Notte egli è tradizionalmente lo psicopompo dell’Ade, colui cioè che sulla sua imbarcazione trasporta i defunti attraverso l’Acheronte, il fiume che divide il mondo dei vivi da quello dei morti.

Nell'opera di Dante, Virgilio sarà al suo fianco lungo tutti i canti dell'Inferno e del Purgatorio.
Nell'opera di Dante, Virgilio sarà al suo fianco lungo tutti i canti dell'Inferno e del Purgatorio. — Fonte: ansa

Dante lo sceglie, con ogni probabilità, facendo riferimento al più illustre precedente in tal senso, quasi ad omaggiarlo: stiamo parlando di Virgilio, il quale inserisce la figura di Caronte nel VI libro dell’Eneide, in occasione della discesa agli inferi di Enea. La sua raffigurazione all’interno della Commedia è largamente attinta alla descrizione virgiliana del nocchiero: vecchio canuto e con gli occhi di fuoco.

Dante, però, ne accentua i tratti demoniaci, lo rende più aggressivo nel suo rivolgersi alle anime, donandogli una connotazione molto meno neutrale. La demonizzazione di Caronte è in linea con le interpretazioni che i Padri della Chiesa davano delle figure del mito classico: egli diventa così una figura diabolica, un essere furioso il cui carattere principale è l’odio che nutre verso sé stesso e verso le anime.

C’è di più: nel Canto III dell’Inferno Caronte assume anche un’importantissima funzione didattica e profetica: egli, infatti, da una parte è utile in chiave narrativa, in quanto ribadisce alle anime – e al lettore – ciò in cui si imbatteranno una volta arrivati nel regno infernale («ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo», leggiamo al verso 87); dall’altra egli profetizza a Dante il suo futuro approdo al Purgatorio e, di conseguenza, la salvezza della sua anima (ai versi 91-93 leggiamo infatti: «Per altra via, per altri porti / verrai a piaggia, non qui, per passare: /più lieve legno convien che ti porti»).  

3Canto III Inferno: sintesi narrativa

Versi 1-21. Dante e Virgilio arrivano davanti la porta dell’Inferno che, sulla sommità reca un’iscrizione minacciosa in caratteri scuri: viene messo in guardia chi la varca, spiegando che sul luogo in cui sta per entrare regna l’eterna sofferenza e che non vi è speranza di uscirvi. Dante, tentennante, viene condotto da Virgilio attraverso la porta. 

Versi 22-69. Varcata la soglia, Dante è travolto da un terribile mescolarsi di pianti, voci, lamenti, urla; Virgilio gli spiega che ad emettere quei suoni sono gli ignavi, le anime di coloro che in vita hanno peccato di viltà, non schierandosi mai né dalla parte del bene né da quella del male. La loro punizione è quella di correre continuamente dietro a un’insegna senza significato ed essere punzecchiati senza sosta da vespe e mosconi: il sangue che esce dai loro volti viene raccolto da orripilanti vermi. Tra queste anime, Dante scorge quella di «colui che fece per viltade il gran rifiuto». 

Versi 70-120. Dante scorge poi altre anime, ammassate sulla riva di un fiume: si tratta delle anime dannate che, disposte lungo l’Acheronte, aspettano di essere portate verso l’altra sponda, laddove comincia l’Inferno. A traghettarle c’è Caronte, il nocchiero che appare a Dante in tutta la sua vecchiaia e che intima il poeta di andar via, rivolgendogli parole ingiuriose. È Virgilio a zittire il demone, ricordandogli che il viaggio di Dante è voluto da Dio; tanto basta a calmare Caronte.
Le anime, accalcate lungo la sponda, si gettano dalla riva alla barca e, quando il nocchiero ancora non è arrivato alla meta opposta, sulla riva si è formata una nuova schiera. 

Versi 121-136. Virgilio spiega a Dante che non deve prendersela per le parole di Caronte, anzi: nessuna anima in Grazia di Dio può essere traghettata all’altra riva, e quindi la rabbia del nocchiero significa che l’anima del poeta è salva. Improvvisamente, il suolo infernale è scosso da uno spaventoso terremoto accompagnato da un lampo rossastro: Dante perde i sensi e sviene a terra. 

4Analisi del Canto III dell’Inferno: elementi tematici e narrativi

La struttura dell'Inferno secondo Dante
La struttura dell'Inferno secondo Dante — Fonte: ansa

4.1La porta dell’Inferno

Il primo “personaggio” a fare realmente ingresso all’interno del terzo Canto dell’Inferno è la porta d’accesso al primo dei regni dell’Oltretomba. Quasi personificato, è l’oggetto stesso a “parlare”, avvisando – attraverso una scritta posta sopra di esso – che si sta per accedere al luogo dell’«etterno dolore» e che, una volta entrati, non vi è alcuna speranza di tornare indietro. Nell’incisione viene inoltre specificato che, a creare la porta, è stato Dio stesso, nelle sue tre manifestazioni: Padre, suprema Potenza; Figlio, suprema Sapienza; e Spirito Santo, supremo Amore.

Dante recupera l’idea della porta di ingresso agli inferi da una lunga tradizione classica e religiosa. Due, nello specifico, sono i precedenti più palesi: 

  • Il profeta Isaia (Isaia, 38, 10): «A metà della mia vita me ne vado alle porte degli inferi»;
  • L’evangelista Matteo (Matteo, 7, 13): «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa»;
  • Virgilio (Eneide, VI, 126-129): «[...] facilis descensus Auerno: / noctes atque dies patet atri ianua Ditis; / sed revocare gradum superasque evadere ad auras, / hoc opus, hic labor est [...]».

La scritta sulla porta, invece, ha una doppia derivazione: 

  • Da una parte l’uso – attestato nell’antichità – di porre iscrizioni sui manufatti che indicassero l’artigiano artefice degli stessi;
  • Dall’altra, le epigrafi poste alle porte di alcune città medievali che contenevano messaggi di augurio o di avvertimento.

4.2La colpa: l’Ignavia

Nel Canto III dell’Inferno troviamo il primo gruppo di peccatori della Commedia. Si tratta degli ignavi, di coloro cioè che in vita non sono stati in grado di prendere mai posizione, eludendo un compito fondamentale per l’essere umano: quello di prendere posizione. Il disprezzo di Dante per queste anime è totale: essi sono venuti meno ad una prerogativa morale dell’uomo che riguarda tanto la sfera teologica (la scelta tra il Bene e il Male) quanto quella politico-sociale (lo schieramento politico e la vita attiva all’interno del Comune).

Sottraendosi al suo compito primario, l’essere umano che si macchia della colpa di Ignavia non merita alcuna considerazione: per questo motivo, Dante auctor non si sofferma – all’interno del terzo Canto dell’Inferno – su alcuna anima, accennando solamente a «colui / che fece per viltade il gran rifiuto» (vedi paragrafo Il gran rifiuto).

C’è però da precisare che la loro non è una colpa teologicamente riconosciuta: non avendo preso alcuna decisione, essi hanno vissuto senza meriti ma anche senza demeriti, e di fatto non hanno in questo modo commesso peccato. Quella all’Ignavia diventa, perciò, una condanna morale, terrena, probabilmente dettata dall’esperienza personale del poeta.

Per questo motivo, per non opporsi alla dottrina cristiana, Dante colloca le anime degli ignavi non propriamente all’Inferno, ma in una zona che lo precede, l’Antinferno, che si prefigura in questo modo come luogo del giudizio dell’uomo.

Per scegliere le pene da assegnare ai Dannati, Dante si rifà alla Bibbia e alla "legge del contrappasso"
Per scegliere le pene da assegnare ai Dannati, Dante si rifà alla Bibbia e alla "legge del contrappasso" — Fonte: istock

4.3La legge del contrappasso

Alle anime degli Ignavi, pur non trattandosi propriamente di dannati, Dante auctor infligge una dura pena: quella di correre incessantemente, nudi, dietro un’insegna priva di significato, tormentati dalle punture di vespe e mosconi fino a sanguinare; il loro sangue è, infine, raccolto da vermi raccapriccianti che si muovono ai loro piedi.

Si tratta solo della prima di una lunga serie di condanne che verranno inflitte alle anime dell’Inferno – e, come vedremo, anche a quelle del Purgatorio, sebbene in forme più lievi. La descrizione della pena risulta sempre molto realistica, ricca di particolari duri, crudi e spesso ripugnanti. Le condanne scelte da Dante auctor per le anime peccatrici dell’Oltretomba seguono tutte una regola ben precisa, che il poeta riprende dalla Bibbia e dalla giurisprudenza medievale: si tratta della cosiddetta legge del contrappasso, secondo la quale le pene vengono distribuite in rapporto ai peccati commessi in vita.

Due sono le tipologie:

  1. Contrappasso per analogia: la pena è simile al peccato (ad esempio: come in vita la loro esistenza è stata ripugnante, perché priva della scelta che dà significato all’agire dell’essere umano, così a raccogliere il loro sangue e le loro lacrime ci sono dei vermi ripugnanti);
  2. Contrappasso per contrasto: la pena rovescia le caratteristiche del peccato (ad esempio: come in vita non sono stati in grado di seguire alcun ideale, così gli ignavi ora sono costretti a correre incessantemente nudi dietro a un’insegna priva di significato).

 

4.4Il gran rifiuto

Celeberrimi, all’interno del terzo Canto dell’Inferno, sono i versi 59-60: «colui / che fece per viltade il gran rifiuto». Nei secoli, diverse sono state le ipotesi che si sono susseguite circa l’identità di questo personaggio: si potrebbe trattare di Ponzio Pilato che, lavandosene le mani, rifiutò di giudicare innocente Gesù Cristo lasciando la scelta della sua condanna al popolo, o anche Esaù che, per un piatto di lenticchie, rinunciò all’eredità e alla benedizione del padre Isacco, vendendo la sua primogenitura al fratello Giacobbe. 

L’ipotesi più accreditata, però, vuole che si tratti di Papa Celestino V. Come mai Dante auctor colloca un pontefice nell’Antinferno, tra la ignobile schiera degli ignavi? Pietro Angeleri, conosciuto come Pietro da Morrone, nato in Molise intorno al 1210, venne eletto Papa il 5 maggio 1294. Uomo di indole eremitica, Celestino V (questo il nome scelto dal pontefice) accettò l’incarico a malincuore ma, quando comprese di non riuscire più a contenere le pressioni del re Carlo II d’Angiò e a sopportare le strumentalizzazioni da parte di un’ala della Chiesa cattolica, abdicò: era il 13 dicembre di quello stesso anno.

Undici giorni dopo venne eletto al soglio pontificio Bonifacio VIII che imprigionò Celestino V in una fortezza a Fumone in Ciociaria, dove «colui che fece per viltade il gran rifiuto» morì nel 1296.  

Papa Celestino V sarebbe quindi colpevole di aver rinunciato alla carica papale e, quindi, di non aver mostrato responsabilità nei confronti del compito di cui era stato investito. Questo è tanto più vero se si pensa che l’abdicazione del pontefice ha spianato la strada all’elezione di Bonifacio VIII responsabile, secondo il poeta, della corruzione della Chiesa e del proprio esilio.  

5Parafrasi del canto III dell’Inferno

Testo

"Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.


Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate,
la somma sapienza e ’l primo amore.


Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate".


Queste parole di colore oscuro
vid’io scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».


Ed elli a me, come persona accorta:
«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.


Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’hanno perduto il ben de l’intelletto».


E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.


Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.


Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.


E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?».


Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.


Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.


Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».


E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor, che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.


Questi non hanno speranza di morte
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidiosi son d’ogne altra sorte.


Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».


E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;


e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.


Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.


Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.


Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.


E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi


ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’io discerno per lo fioco lume».

Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte».


Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.


Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime prave!


Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.

E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti».
Ma poi che vide ch’io non mi partiva,


disse: «Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti».


E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».


Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote. 

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude.


Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.


Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme.


Caron dimonio, con occhi di bragia,
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.


Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,


similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.


Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna.

«Figliuol mio», disse ’l maestro cortese,
«quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese:


e pronti sono a trapassar lo rio,
ché‚ la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.


Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona».

Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.


La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;


e caddi come l’uom cui sonno piglia.

Parafrasi

«Attraverso me si va nella città sofferente, attraverso me si va nel luogo del dolore eterno, attraverso me si va tra i dannati. Fu la giustizia a spingere il mio sommo Creatore [Dio]: mi crearono la divina potenza [Dio Padre], la somma sapienza [Dio Figlio] e il primo amore [Dio Spirito Santo]. Prima di me non fu creato nulla se non le sostanze eterne, e io rimarrò in eterno. Abbandonate ogni speranza, o voi che entrate». Queste parole, con caratteri scuri, le vidi scritte sulla sommità di una porta; perciò
[dissi]: «Maestro, il loro significato mi turba».
Ed egli mi rispose, da persona saggia qual era: «Qui è necessario abbandonare ogni paura;
ogni forma di viltà dev’essere lasciata.
Noi siamo giunti in quel luogo dove t’ho detto
che vedrai anime sofferenti che hanno perduto il dono della ragione [Dio]».
E dopo che ebbe posto la sua mano sulla mia
con un volto sereno, così che io mi confortai,
mi fece entrare in quel luogo misterioso.
Qui sospiri, pianti e forti lamenti risuonavano per l’aria priva di stelle, per cui io, che li sentivo per la prima volta, piansi. Lingue diverse, pronunce orribili, parole piene di dolore, esclamazioni d’ira, voci acute e deboli, e insieme ad esse un battere di mani producevano un tumulto, che si aggira continuamente in quel mondo eternamente buio, come la sabbia quando soffia un turbine [di vento]. E io che avevo la mente avvolta nel dubbio, dissi: «Maestro, cos’è ciò che sento? E che gente è questa che sembra così sopraffatta dal dolore?». Ed egli a me: «Hanno questo miserevole atteggiamento le anime infelici di coloro che vissero senza [meritare] infamia né lode. Esse sono mescolate a quella malvagia schiera degli angeli che non furono né ribelli né fedeli a Dio, ma rimasero neutrali. Li cacciano i cieli per non rischiare di perdere la loro purezza, e neanche il profondo Inferno li accoglie, perché i dannati potrebbero farsi vanto della loro presenza». E io: «Maestro, cosa c’è di tanto doloroso che li fa lamentare così fortemente?». Rispose: Te lo spiegherò molto brevemente. Questi non hanno alcuna speranza di morire, e la loro vita senza scopo è tanto spregevole che sono invidiosi di ogni altro destino. Il mondo [dei vivi] non lascia che vi sia alcuna testimonianza di loro; la misericordia e la giustizia divina li disprezzano: non occupiamoci di loro, ma osservali e passa oltre». E io, guardando attentamente, vidi una bandiera che, girando, correva così velocemente che mi pareva incapace di fermarsi; e dietro di essa veniva una fila di dannati così lunga, che io non avrei creduto che la morte ne avesse annientati tanti. Dopo che io vi ebbi riconosciuto qualcuno,
vidi e riconobbi l’anima di colui che
per viltà fece il gran rifiuto.
Subito compresi e fui sicuro che questa era la schiera dei vili, sgraditi a Dio e ai suoi nemici [i diavoli]. Questi sciagurati, che non vissero mai veramente, erano nudi e punzecchiati continuamente dai mosconi e dalle vespe che si trovavano lì. Questi [insetti] gli rigavano di sangue il volto, che, mescolandosi con le lacrime, veniva raccolto ai loro piedi da ripugnanti vermi. E quando mi misi a guardare altrove, vidi anime sulla riva di un gran fiume; per cui dissi: «Maestro, ora concedimi di sapere chi sono, e quale principio le fa apparire così desiderose di oltrepassare [il fiume], come io intravedo attraverso la debole luce». Ed egli a me: «Le cose ti saranno chiare quando noi fermeremo i nostri passi sulla triste riva dell’Acheronte». Allora, con gli occhi bassi e vergognosi, temendo che le mie parole gli risultassero fastidiose, fino al fiume mi astenni dal parlare. Ed ecco giungere verso di noi su una nave un vecchio, con capelli e barba bianchi per la vecchiaia, che gridava: «Guai a voi, anime malvagie! Non sperate mai più di veder il cielo: io vengo per condurvi all’altra riva, nel buio eterno, tra fuoco e ghiaccio. E tu che sei lì, anima viva, allontanati da questi che sono già morti».
Ma, poiché vide che non me ne andavo,
disse: «Per un’altra via, per altri porti giungerai alla riva [dell’Aldilà]; non da qui: conviene che ti traghetti una barca più leggera». E la mia guida a lui: «Caronte, non preoccuparti: così si vuole là [in Paradiso] dove si può [ottenere] ciò che si vuole; non chiedere altro». Da quel momento si calmarono le guance barbute del nocchiero della plumbea palude, che attorno agli occhi aveva cerchi infuocati. Ma quelle anime, che erano impaurite e nude, cambiarono colore [impallidendo] e batterono i denti, non appena compresero le parole crudeli. Bestemmiavano Dio e i loro genitori, il genere umano e il luogo e il tempo e l’origine del loro concepimento e della loro nascita. Poi si raccolsero tutte quante insieme, piangendo fortemente, lungo la riva malvagia che attende ogni uomo che non ha timore di Dio. Il demonio Caronte, con gli occhi come brace, facendo cenni verso di loro, le raccoglie tutte [nella barca]; colpisce con il remo chiunque si adagia. Come in autunno cadono le foglie, una dopo l’altra, fin quando il ramo vede per terra tutte le sue spoglie, similmente i malvagi discendenti di Adamo si gettano da quella riva [sulla barca] una ad una, ai cenni [di Caronte] come un uccello quando sente il suo richiamo. Così se ne vanno sul fiume cupo, e prima che siano discese sull’altra riva, già di qua una nuova schiera si raduna. «Figliolo mio», disse il cortese maestro, «coloro che muoiono in disgrazia di Dio, tutti convergono qui da ogni parte del mondo; e sono desiderosi di attraversare il fiume perché la giustizia divina li sprona, così che il timore si trasforma in desiderio. Da qui non transita mai alcuna anima buona; e perciò, se Caronte si lamenta della tua presenza, puoi ben comprendere ormai cosa significhino le sue parole». Detto questo, la terra buia tremò così forte, che il ricordo dello spavento mi bagna ancora di sudore. Quella terra bagnata di lacrime sprigionò un vento, che fece lampeggiare una luce rossa vermiglia, che vinse tutti i miei sensi; e svenni come l’uomo improvvisamente preso dal sonno.

6Figure retoriche nel Canto III dell’Inferno

  1. 1-3, «Per me si va ne la città dolente, / per me si va ne l’etterno dolore, /per me si va tra la perduta gente»: anafora
  2. 5, «divina podestate»: perifrasi per indicare Dio Padre
  3. 6, «somma sapienza»: perifrasi per indicare Dio Figlio
  4. 6, «primo amore»: perifrasi per indicare Dio Spirito Santo
  5. 8, «se non etterne, e io etterno duro»: forma secondaria di anadiplosi
  6. 12, «duro»: rima equivoca con «duro» del v. 8
  7. 22, «sospiri, pianti e alti guai»: climax ascendente
  8. 59-60, «colui / che fece per viltade il gran rifiuto»: perifrasi per indicare probabilmente Papa Celestino V
  9. 79, «vergognosi e bassi»: endiadi
  10. 93, «legno»: sineddoche per indicare l’imbarcazione
  11. 99, «di fiamme rote»: anastrofe
  12. 112-117, «Come d’autunno si levan le foglie / l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie, / similemente il mal seme d’Adamo / gittansi di quel lito ad una ad una, / per cenni come augel per suo richiamo»: similitudine