Canto XXVI del Purgatorio di Dante: testo, parafrasi, figure retoriche e spiegazione

Canto XXVI del Purgatorio di Dante: testo, parafrasi, figure retoriche e spiegazione A cura di Antonello Ruberto.

Testo del canto XXVI del Purgatorio di Dante, con parafrasi, figure retoriche e spiegazione del canto in cui compare Guido Guinizzelli, poeta e iniziatore del Dolce stil novo

1Canto 26 del Purgatorio: trama e schema narrativo

Dante, Virgilio, Stazio e le anime dei lussuriosi
Dante, Virgilio, Stazio e le anime dei lussuriosi — Fonte: getty-images

È il secondo canto che si svolge nella cornice dei lussuriosi. Virgilio e Stazio sono seguiti da Dante, il quale si sofferma a descrivere come la sua ombra, resa più intensa dalla luce del tramonto, proiettandosi sulle fiamme sembri renderle più accese (vv. 4- 8). 

Dalla schiera delle anime se ne distacca una che gli chiede come mai egli riesca a proiettare ombra, una domanda che ricollega immediatamente il Canto XXVI al precedente, in cui si Dante aveva chiesto delucidazioni a Virgilio su come delle anime potessero soffrire e consumarsi come fossero corpi mortali. Il fiorentino non fa in tempo ad articolare la risposta che appare una seconda schiera di anime che marciano in senso opposto alle prime e, una volta incrociatesi con queste, scambiano con loro un veloce saluto prima di riprendere la marcia; entrambe le schiere di anime, una volta divise, gridano ad alta voce la specifica colpa di cui si sono macchiate, cioè l’aver peccato di lussuria secondo natura o contro natura. 

Questo episodio, oltre a segnalare la presenza di un altro tipo di anime penitenti, ripropone la tipica tecnica ad incastro usata nella Commedia, in cui il tema principale del canto viene interrotto da un qualche evento per poi essere ripreso in un secondo momento. 

Dante Alighieri di Domenico di Michelino
Dante Alighieri di Domenico di Michelino — Fonte: getty-images

Allontanatasi la torma dei sodomiti comincia il lungo dialogo tra l’anima che s’era avvicinata, incuriosita, all’Alighieri e quest’ultimo: si tratta della parte più corposa del canto, che copre i versi 73 – 135, ed in cui si scopre che il personaggio con cui Dante ha a che fare è Guido Guinizzelli, caposcuola della poesia stilnovista che, ai commenti ammirati del protagonista si schermisce additando un altro poeta, questa volta un provenzale, Arnaut Daniel, che il Guinizzelli considera assai più meritevole di lode. 

Il canto finisce proprio con un brevissimo dialogo tra il fiorentino ed il francese che si esprime nella sua lingua materna (vv. 140-147). 

L’intero canto può essere quindi suddiviso in tre momenti: 

  • (vv. 1-24) Un’introduzione in cui Dante informa indirettamente il lettore che anche il secondo giorno di viaggio sta volgendo al termine, ed in cui si comincia il dialogo con il Guinizzelli.
  • (vv. 25-51) L’interruzione del dialogo tra i due poeti a causa dell’arrivo del gruppo dei sodomiti.
  • (vv. 52-148) Una lunga terza parte segnata dai dialoghi di Dante con il Guinizzelli ed il Daniel.

Sul piano stilistico il dialogo tra i due poeti si connota per una certa raffinatezza stilistica che si concretizza nell’uso di metafore e riferimenti colti o esotici, come il paragone tra il calore e l’arsura che le anime penitenti patiscono in quella cerchia con quelle degli indiani e degli etiopi (v. 21) che abitano terre torride, il riferimento all’epiteto attribuito a Cesare (vv. 77-78), l’uso del termine ermafrodito, raro ed usato in senso antonomastico, il gioco di parole tra imbestiò/imbestiate al v.87; il canto poi si chiude con il dialogo con Arnaut Daniel. 

2Personaggi principali del Canto 26

2.1 Guido Guinizzelli

Il canto è dominato dall’incontro di Dante con Guido Guinizzelli, che si svolge in due tempi. All’inizio l’anima del poeta stilnovista si avvicina al protagonista chiedendogli, stupito, se fosse ancora vivo, ed il dialogo poi prosegue dopo l’interruzione causata dall’arrivo del gruppo dei sodomiti; ottenuta la risposta alla sua domanda, spiega la natura della lussuria che sta espiando e quella del gruppo che ha appena abbandonato la scena, ed infine, spinto da Dante, si presenta.

Guido Guinizzelli è ritenuto uno dei maggiori esponenti del primo periodo stilnovista, un movimento letterario che, pur avendo le sue più alte espressioni nel lirismo toscano, affonda le sue radici nella poesia siciliana, i cui schemi vengono ripresi e sviluppati dai poeti bolognesi e da personaggi come Guittone d’Arezzo, di cui Dante e il Guinizzelli parlano in tono poco elogiativo (vv. 124-126).

Di Guinizzelli non si hanno notizie biografiche certe: bolognese, attivo politicamente, il suo nome comincia a comparire nella documentazione ufficiale a partire dal 1266; esiliato per motivi politici a Padova muore intorno al 1274. Queste date pongono la sua esperienza letteraria all’origine del movimento stilnovista. Nato a Bologna e maturato intellettualmente negli ambienti della cultura universitaria, i suoi riferimenti culturali sono la già citata scuola siciliana ed il Guittone, di cui però rifiuterà lo stile poetico preferendo formarne uno proprio ed originale. 

La poetica Guinizzelliana si caratterizza per una trama rigorosa dei componimenti, e per la forte presenza di concetti tratti o elaborati dalla filosofia aristotelica, derivazione diretta dell’ambiente universitario in cui matura la sua letteratura; sul piano formale però la resa è assai discorsiva, e produce un linguaggio dolce e leggero

2.2Arnaut Daniel

L'ultima anima del Purgatorio che Dante incontra in questo canto è quella del trovatore francese Arnaut Daniel. Nasce nel 1150 in Aquitania, una regione francese all'epoca estremamente importante politicamente, e ricca sia dal punto di vista economico che culturale. 

Le notizie biografiche su di lui sono scarse, ma viene considerato uno dei più grandi poeti della sua epoca nonostante di lui si conservino soltanto 18 componimenti. Di questi, ben 17 hanno tema amoroso, e sono caratterizzati dalla modalità compositiva del trobar clus, cioè da un rigido schematismo e da una predilezione per l'allegoria e per scelte lessicali che ne rendono difficile (e quindi clus, chiusa) la comprensione. 

A lui viene attribuita l'invenzione della sestina lirica, un tipo di componimento composto da 6 stanze, ciascuna formata da 6 endecasillabi: una tipologia lirica che, apprezzata e ripresa dapprima da Dante e poi dal Petrarca, è destinata ad avere un'enorme fortuna venendo utilizzata anche da poeti novecenteschi come D'Annunzio, Ungaretti, Kipling e, soprattutto, Ezra Pound, profondo estimatore dell'opera di Arnaut Daniel

L’alta considerazione che ne ebbe l'Alighieri, che ne fece uno dei suoi modelli letterari aiuta anche a spiegare i vv. 140-147 di questo canto, gli unici che Dante scrive in provenzale: scegliendo questa lingua in segno di deferenza per far parlare un autore che considerava un suo punto di riferimento. 

2.3Guittone d'Arezzo

Parlando di Arnaut Daniel, Guinizzelli dice che la sua fama è immeritatamente oscurata dal «Lemosì» (v.120), cioè da un poeta proveniente dalla città francese di Limoges, riferendosi al poeta Giraut de Bornelh, e Guinizzelli paragona la fama di Bornelh a quella di Guittone d'Arezzo, anch'essa non giustificata dalle sue opere letterarie (vv. 124-126). 

Guittone nasce in un paese vicino ad Arezzo tra il 1230 e il 1235, e con le sue opere, in cui s'ispira alla scuola provenzale e a quella siciliana, s'impone come uno degli esponenti letterari più importanti della Toscana del primo Duecento anticipando, per molti versi, l'esperienza stilnovista. 

Viene preso a modello dal Guinizzelli e da Dante nelle loro opere giovanili, al punto che l'Alighieri lo imita in alcune delle sue Rime giovanili ma poi entrambi se ne discostano ritenendo il suo modo di scrittura troppo poco raffinato: Dante lo critica esplicitamente nel De Vulgari eloquentia e poi, ancora, in questo ed altri passi del Purgatorio. 

3Riferimenti culturali presenti nel Canto 26

3.1"Sodoma e Gomorra!"

L'inizio del dialogo tra Dante e il Guinizzelli viene interrotto al v. 27 dalla schiera dei sodomiti, che appaiono marciando in senso contrario a quello degli altri lussuriosi e che, dopo un rapido saluto con questi, si allontanano gridando «Sodoma e Gomorra!» (v. 40) denunciando così che l'inclinazione della loro lussuria, per la quale stavano espiando nel Purgatorio, era contronatura.

I penitenti fanno riferimento all'episodio della distruzione delle città di Sodoma e di Gomorra, narrata nel libro della Genesi. Secondo questo racconto, tre angeli inviati dal Signore a verificare la rettitudine degli abitanti della città di Sodoma, chiesero ospitalità ad un abitante della città, Lot, che gliela concesse; ma subito la casa di questi viene circondata dagli altri cittadini che vogliono “conoscere” i nuovi arrivati: l'aggressione a Lot, alle sue figlie e ai suoi ospiti, provoca l'ira del Signore che distrugge con il fuoco la città di Sodoma ed altre città della terra di Canaan tra cui Gomorra.

La lettura tradizionale di quest'episodio biblico individua la colpa degli abitanti di Sodoma nel voler “conoscere” gli angeli, intendendo il verbo nel senso dell'abuso sessuale: da qui il significato della parola “sodomia” per intendere un rapporto omosessuale. In tempi recenti l'esegesi biblica ha ampiamente rivisto questa lettura, riscontrando in essa un significato radicalmente diversa da quello della condanna dell'omosessualità, che sembra non trovare proprio posto in quest'episodio, rinvenendo invece le ragioni della condanna divina nella mancata osservanza degli obblighi di ospitalità.

3.2Ermafrodito ed il Mito di Pasifae

Allontanatisi i sodomiti, Guinizzelli riprende il dialogo con Dante descrivendo le colpe che stanno espiando quelli che peccarono secondo natura attraverso una serie di raffinati riferimenti alla tradizione classica. A differenza dei sodomiti, Gunizzelli definisce il suo peccato comeermafrodito” (v. 82), per intendere che coinvolgeva i sessi opposti

Il riferimento è al mito greco di Ermafrodito, arrivatoci tramite Ovidio e narrato nelle sue Metamorfosi: si tratta di un giovane di particolare bellezza, figlio di Ermes ed Afrodite, che viene aggredito dalla ninfa Salmace mentre faceva il bagno in un lago. La ninfa, innamorata del giovane, chiese agli dei che il suo corpo non si separasse più da quello del giovane: gli dèi quindi fusero i due corpi in uno solo che, da quel momento, ebbe caratteristiche androgine

Pasifae, madre del minotauro
Pasifae, madre del minotauro — Fonte: getty-images

Un altro riferimento mitologico si ritrova nel richiamo al mito di Pasifae, moglie di Minosse re di Creta, che appare già al v. 41. La storia di Pasifae comincia quando suo marito Minosse si rifiuta di sacrificare un toro particolarmente bello a Poseidone scatenando l’ira del dio. Poseidone fa quindi germogliare nella regina il desiderio di unirsi carnalmente con il toro risparmiato dal marito e questi, per soddisfare il desiderio della moglie, fa costruire una vacca di legno vuota all’interno in modo che essa potesse disporsi al suo interno per consumare il rapporto: da quest’unione bestiale viene alla luce il Minotauro.

In precedenza la regina cretese era stata già citata nel XII Canto dell’Inferno (vv. 12-13) come esempio di matta bestialità, un concetto che Dante riprende in questo canto del Purgatorio al v.87, quando descrive la regina come persona degradatasi a bestia.

4Testo e parafrasi del Canto XXVI del Purgatorio

Testo

Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,
ce n’andavamo, e spesso il buon maestro
diceami: "Guarda: giovi ch’io ti scaltro";

feriami il sole in su l’omero destro,
che già, raggiando, tutto l’occidente
mutava in bianco aspetto di cilestro;

e io facea con l’ombra più rovente
parer la fiamma; e pur a tanto indizio
vidi molt’ombre, andando, poner mente.

Questa fu la cagion che diede inizio
loro a parlar di me; e cominciarsi
a dir: "Colui non par corpo fittizio";

poi verso me, quanto potëan farsi,
certi si fero, sempre con riguardo
di non uscir dove non fosser arsi.

"O tu che vai, non per esser più tardo,
ma forse reverente, a li altri dopo,
rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.

Né solo a me la tua risposta è uopo;
ché tutti questi n’ hanno maggior sete
che d’acqua fredda Indo o Etïopo.

Dinne com’è che fai di te parete
al sol, pur come tu non fossi ancora
di morte intrato dentro da la rete".

Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora
già manifesto, s’io non fossi atteso
ad altra novità ch’apparve allora;

ché per lo mezzo del cammino acceso
venne gente col viso incontro a questa,
la qual mi fece a rimirar sospeso.

Lì veggio d’ogne parte farsi presta
ciascun’ombra e basciarsi una con una
sanza restar, contente a brieve festa;

così per entro loro schiera bruna
s’ammusa l’una con l’altra formica,
forse a spïar lor via e lor fortuna.

Tosto che parton l’accoglienza amica,
prima che ’l primo passo lì trascorra,
sopragridar ciascuna s’affatica:

la nova gente: "Soddoma e Gomorra";
e l'altra: "Ne la vacca entra Pasife,
perché 'l torello a sua lussuria corra".

Poi, come grue ch’a le montagne Rife
volasser parte, e parte inver’ l’arene,
queste del gel, quelle del sole schife,

l’una gente sen va, l’altra sen vene;
e tornan, lagrimando, a’ primi canti
e al gridar che più lor si convene;

e raccostansi a me, come davanti,
essi medesmi che m’avean pregato,
attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.

Io, che due volte avea visto lor grato,
incominciai: "O anime sicure
d’aver, quando che sia, di pace stato,

non son rimase acerbe né mature
le membra mie di là, ma son qui meco
col sangue suo e con le sue giunture.

Quinci sù vo per non esser più cieco;
donna è di sopra che m’acquista grazia,
per che ’l mortal per vostro mondo reco.

Ma se la vostra maggior voglia sazia
tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi
ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,

ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,
chi siete voi, e chi è quella turba
che se ne va di retro a’ vostri terghi".

Non altrimenti stupido si turba
lo montanaro, e rimirando ammuta,
quando rozzo e salvatico s’inurba,

che ciascun’ombra fece in sua paruta;
ma poi che furon di stupore scarche,
lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,

"Beato te, che de le nostre marche",
ricominciò colei che pria m’inchiese,
"per morir meglio, esperïenza imbarche!

La gente che non vien con noi, offese
di ciò per che già Cesar, trïunfando,
"Regina" contra sé chiamar s’intese:

però si parton "Soddoma" gridando,
rimproverando a sé com’ hai udito,
e aiutan l’arsura vergognando.

Nostro peccato fu ermafrodito;
ma perché non servammo umana legge,
seguendo come bestie l’appetito,

in obbrobrio di noi, per noi si legge,
quando partinci, il nome di colei
che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.

Or sai nostri atti e di che fummo rei:
se forse a nome vuo’ saper chi semo,
tempo non è di dire, e non saprei.

Farotti ben di me volere scemo:
son Guido Guinizzelli, e già mi purgo
per ben dolermi prima ch’a lo stremo".

Quali ne la tristizia di Ligurgo
si fer due figli a riveder la madre,
tal mi fec’io, ma non a tanto insurgo,

quand’io odo nomar sé stesso il padre
mio e de li altri miei miglior che mai
rime d’amor usar dolci e leggiadre;

e sanza udire e dir pensoso andai
lunga fïata rimirando lui,
né, per lo foco, in là più m’appressai.

Poi che di riguardar pasciuto fui,
tutto m’offersi pronto al suo servigio
con l’affermar che fa credere altrui.

Ed elli a me: "Tu lasci tal vestigio,
per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,
che Letè nol può tòrre né far bigio.

Ma se le tue parole or ver giuraro,
dimmi che è cagion per che dimostri
nel dire e nel guardar d’avermi caro".

E io a lui: "Li dolci detti vostri,
che, quanto durerà l’uso moderno,
faranno cari ancora i loro incostri".

"O frate", disse, "questi ch’io ti cerno
col dito", e additò un spirto innanzi,
"fu miglior fabbro del parlar materno.

Versi d’amore e prose di romanzi
soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
che quel di Lemosì credon ch’avanzi.

A voce più ch’al ver drizzan li volti,
e così ferman sua oppinïone
prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.

Così fer molti antichi di Guittone,
di grido in grido pur lui dando pregio,
fin che l’ ha vinto il ver con più persone.

Or se tu hai sì ampio privilegio,
che licito ti sia l’andare al chiostro
nel quale è Cristo abate del collegio,

falli per me un dir d’un paternostro,
quanto bisogna a noi di questo mondo,
dove poter peccar non è più nostro".

Poi, forse per dar luogo altrui secondo
che presso avea, disparve per lo foco,
come per l’acqua il pesce andando al fondo.

Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
e dissi ch’al suo nome il mio disire
apparecchiava grazïoso loco.

El cominciò liberamente a dire:
"Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu’ esper, denan.

Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!".

Poi s’ascose nel foco che li affina.

Parafrasi

Mentre camminavamo sul bordo
uno davanti all'altro e spesso Virgilio
mi diceva: - Faccio bene ad avvisarti –
Il sole mi illuminava il ginocchio destro
e già con i suoi raggi cambiava
il colore del cielo da celeste a bianco;
e con la mia ombra facevo sembrare
quella fiamma più accesa; ma tale lieve
particolare catturava l'attenzione delle anime.
Che perciò cominciarono a parlare
di me tra di loro e si dissero:
- Costui non sembra un'anima -
poi alcuni mi si avvicinarono
per quanto potevano, e con una certa attenzione
a non uscire da dove venivano arsi
«Tu che segui gli altri due, non per
pigrizia ma per rispetto, rispondi a me
che brucio nel fuoco e nella sete.
e la tua risposta è dovuta a tutti;
Che tutti gli altri qui hanno sete d'acqua
fresca più di un indiano o un etiope.
Dì come impedisci al sole
di colpire la parete, come se tu
non fossi ancora entrato nella rete della morte».
Così mi disse uno di loro, e io
mi sarei già presentato, se un'altra
novità non mi avesse distratto;
ché in mezzo alle fiamme camminava
gente in senso opposto agli altri
e io mi fermai a guardarli.
Guardo entrambe le schiere avvicinarsi
ed ogni ombra si bacia con un altra
senza fermarsi, contenta del breve saluto;
così i due gruppi neri si toccano
sul muso come fossero formiche
forse per spiare il destino degli altri.
Finito velocemente il saluto,
non appena mosso un passo
ognuno s'affatica gridare:
quelli del nuovo gruppo: - Sodoma e Gomorra. -
quelli del vecchio: - Pasife entra nella vacca,
per godere della lussuria del toro -.
Poi, come due stormi di gru che volano uno
ai monti Rifei e l'altro verso il deserto,
queste fuggendo il gelo, le altre il sole,
i due gruppi proseguono il cammino nelle direzioni opposte;
e tornano a cantare i loro canti
e a gridare gli esempi di castità preferiti;
e riavvicinandosi a me, come prima,
gli stessi che mi avevano fatto domande,
si mostravano ora attenti ad ascoltare.
Io, che due volte li avevo visti curiosi,
cominciai: - O anime sicure
di raggiungere, prima o poi, la Grazia
né prima del tempo né per vecchiaia
ho lasciato il mio corpo, ma è qui con me
con il suo sangue e le sue giunture.
Da qui vado su per riparare i miei errori;
su c'è una donna che mi procura grazia,
per cui posso vagare da vivo nel vostro mondo.
Ma se posso aiutarvi nel vostro desiderio,
di riposare presto nel cielo
pieno d'amore e grande,
ditemi, così da poterlo scrivere,
chi siete voi, e chi quel gruppo
che procede in direzione opposta».
Non diversamente si stupisce il
montanaro, e guardando ammutolisce,
quando per la prima volta entra in città,
da come ogni ombra si fece nel suo aspetto;
ma passato lo stupore,
che negli animi elevati si placa presto,
«Beato te, che per questi luoghi»
riprese l'anima che prima mi aveva domandato,
«fai esperienza per morire meglio!
Quell'altra gente si è macchiata dello stesso
peccato per cui Cesare, nel trionfo
si sentì chiamare "Regina":
perciò se ne vanno urlando “Sodoma”
rimproverando sé stessi a quel modo,
e con la vergogna alimentano il fuoco.
La nostra lussuria fu secondo natura;
ma non osservammo la ragione,
saziando i nostri appetiti come bestie,
ad offesa nostra, ricordiamo gridando,
separandoci dagli altri, il nome di colei
che si degradò nelle forme di una bestia di legno.
Ora sai cosa facemmo e di cosa siamo colpevoli:
ma se vuoi sapere i nostri nomi,
forse non è il caso di dirli, e nemmeno li saprei.
Ma soddisferò il tuo desiderio su di me:
sono Guido Guinizzelli, e qui mi purgo
dopo essermi pentito in fin di vita».
Così come a vedere l'ira di Licurgo
si fecero i due figli vedendo la madre,
così mi feci io, ma senza arrivare a tanto,
quando ascolto il nome del padre
mio e di quelli migliori di me che
non scrissero mai poesie così raffinate;
e senza ascoltare o dire nulla proseguii
a lungo guardandolo
ma senza avvicinarmi troppo, per il fuoco.
Dopo aver finito di guardare,
mi offrii al suo servizio
con un giuramento che lo spinse a credermi.
E mi disse: «Lasci un'impressione
tanto limpida in me, per quel che ascolto
che neanche il Lete la può cancellare o sbiadire.
Ma se hai giurato sinceramente,
dimmi qual è il motivo per cui
dici di avermi così a cuore».
E io a lui: «I vostri dolci versi
che, finché durerà la lingua italiana,
renderanno preziosi i libri».
«O fratello» mi disse« questi che t'indico
col dito», e additò uno spirito avanti a sé,
«fu il migliore autore nella sua lingua.
Nelle poesie d'amore e nei romanzi in prosa
superò tutti; e lascia parlare gli stolti
che dicono che il Limosino lo superi.
Danno ascolto alle voci più che alla verità,
e così si fanno un'opinione
senza dar peso né all'arte né alla ragione.
Così molti fecero per Guittone,
la cui bravura fu ampliata dalle voci,
finché non è emersa la verità con altri poeti.
Ora, visto che hai i questo privilegio,
che t'è permesso di andare in quel chiostro
dove Cristo è abate del convento,
fagli dire un Padre Nostro per me,
ne abbiamo bisogno noi di questo mondo,
dove non possiamo più peccare».
Poi, forse per lasciar spazio a chi lo seguiva
e che gli stava dietro, scomparve nel fuoco,
come il pesce quando s'immerge in acqua.
Io mi avvicinai un po' all'ombra che mi era stata indicata,
e gli dissi che desideravo molto
conoscere il suo nome.
Ed egli cominciò a parlare:
«Mi piace la vostra cortese domanda,
al punto che non posso né voglio nascondermi.
Io sono Arnaut, e vado piangendo e cantando;
vedo con dolore la follia del passato,
e con felice la gioia che mi davanti mi aspetta.
Ora vi prego, in nome di quel valore
che vi guida in cima alla scalinata,
ricordate il mio dolore al tempo opportuno».
Poi si nascose nel fuoco purificatore.

4.1Figure retoriche

  1. v. 24- «di morte intrato dentro da la rete»: metafora per significare la morte.
  2. v. 35 - «l’un con l’altra formica»: metafora in con il fugace saluto delle anime, annerite dalle fiamme, viene paragonato allo trusciarsi delle formiche.
  3. v. 43 - «come grue»: similitudine tra il movimento dei due diversi gruppi d’anime ed il volo delle gru.
  4. v. 55 - «non son rimase acerbe né mature»: metonimia in cui la giovinezza o la vecchiaia del corpo vengono descritte come quelle di un frutto.
  5. v. 58 - «per non esser più cieco»: metafora in cui la cecità viene accostata all’errore e al peccato.
  6. vv. 67-70 - «Non altrimenti […] in sua paruta»: lunga similitudine in cui lo stupore delle anime viene paragonato a quello di un montanaro che per la prima volta vede una città.
  7. v. 82 – «Nostro peccato fu ermafrodito»: il termine “ermafrodito” recupera il nome di un personaggio della mitologia greca e lo usa in senso antonomastico, per rappresentare tutte le cose che coinvolgano entrambi i sessi.
  8. vv. 128-129 - «Or se tu hai […] abate del collegio»: in questa metafora il Paradiso diventa il chiostro d’un monastero di cui Cristo è l’abate.