Canto XXVI Inferno di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche del Canto di Ulisse

Canto XXVI Inferno di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche del Canto di Ulisse A cura di Francesca Ferrandi.

Analisi del canto XXVI dell'Inferno di Dante, noto anche come il canto di Ulisse. Testo, parafrasi e figure retoriche del canto ambientato nell'8° cerchio dove son puniti i consiglieri di frode

1Introduzione al Canto XXVI dell’Inferno

  

Il Canto XXVI dell’Inferno, noto anche come il “Canto di Ulisse”, è ambientato nell’ottava Bolgia dell’ottavo Cerchio dell’ultraterreno mondo infernale.  

Qui sono puniti i consiglieri di frode (vedi paragrafo 4.1); in particolar modo, la narrazione si concentra su una celebre anima che si è macchiata di questo peccato: stiamo parlando di Ulisse, l’eroe acheo colpevole non solo di aver ordito quegli inganni che ben conosciamo grazie ai poemi omerici (l’ideazione del cavallo di Troia, ad esempio), ma anche di aver trascinato la sua compagnia di amici alla morte, per mezzo di una persuasiva orazione. 

Cavallo di Troia
Cavallo di Troia — Fonte: istock

Siamo di fronte a un peccato da cui Dante si sente particolarmente toccato, tant’è che – dice ai versi 19-20 – il solo ricordo di quel che vide lo fa ancora soffrire al momento della scrittura della Commedia: ben consapevole dell’ingegno che gli è stato donato, l’autore vede nella pena inflitta ad Ulisse un freno morale, un ammonimento ad utilizzare l’intelligenza umana all’interno della morale cristiana, senza sconfinare nella superbia conoscitiva.  

2Inferno, Canto XXVI: i personaggi

2.1Ulisse

Fonte: istock

Vero protagonista del XXVI Canto dell’Inferno è Ulisse: ben 52 dei versi presenti sono affidati alle parole dell’eroe acheo, che – nel momento in cui prende parola – domina completamente la scena con il racconto del suo ultimo viaggio (vedi paragrafo 4.2). Personaggio appartenente alla mitologia classica, figlio di Laerte e di Anticlea, egli è uno dei personaggi più importanti dei poemi omerici e, nello specifico, dell'Odissea in cui viene narrato il suo viaggio di ritorno a casa dopo la guerra di Troia e di cui si configura, quindi, come protagonista indiscusso. Valoroso guerriero, esperto navigatore ma anche astuto orditore di inganni, Ulisse è un personaggio dai molteplici volti e che – oltrepassando la tradizione omerica – è divenuto protagonista di diverse opere successive, latine e medievali. 

All’interno del XXVI Canto dell’Inferno, Ulisse incarna non più soltanto l’astuto ingannatore, bensì l’uomo di ogni tempo che dedica l’intera propria vita alla conoscenza. Qual è, dunque, la sua colpa? – ci si potrebbe chiedere. Certo, c’è la questione dell’inganno (come dimenticare l’escamotage del cavallo di Troia?), ma il peccato commesso da Ulisse non si limita a questo: l’eroe acheo trova la morte proprio nel momento in cui sta cercando di oltrepassare i limiti posti al sapere umano, raffigurati nelle Colonne d’Ercole.

Colonne d'ercole. Secondo la leggenda si trovavano a Gibilterra
Colonne d'ercole. Secondo la leggenda si trovavano a Gibilterra — Fonte: istock

Il suo desiderio di «seguir virtute e canoscenza» viene perpetuato al di fuori della Grazia divina e assume quindi i connotati di un folle volo: la sua audacia, esclusivamente basata sulle capacità umane e sulla ragione, è destinata al fallimento, alla morte di fronte al monte del Purgatorio, segno di ciò che può essere raggiunto solo attraverso un percorso di conversione e di obbedienza a Dio.

3Canto XXVI Inferno: sintesi narrativa

Versi 1-12. Il Canto si apre con una pungente invettiva di Dante nei confronti di Firenze. Egli, infatti, nella settima Bolgia – dov’è punita la colpa del furto – ha incontrato ben cinque anime di ladri fiorentini. L’autore preannuncia quindi un terribile futuro per la sua città natale.

Versi 13-75.  Dante e Virgilio riprendono il cammino e si imbattono in uno spettacolo il cui ricordo scatena ancora nel poeta una terribile sofferenza. Il fondo buio dell’ottava Bolgia è illuminato da tante fiammelle vive: sono le anime dei consiglieri fraudolenti, imprigionate all’interno di lingue di fuoco. L’attenzione dell’autore è rivolta, in particolar modo, ad una fiammella con la punta biforcuta: all’interno di essa sono nascoste le anime di Ulisse e Diomede, eroi achei che a più riprese si sono macchiati della colpa dell’inganno. Dante chiede allora a Virgilio di avvicinarsi a dialogare con esse; la guida acconsente ma gli suggerisce di lasciar parlare lui.

Versi 76-102. La fiammella dalla punta biforcuta si avvicina ai due; al che, Virgilio chiede di sapere come sia morta almeno una delle due anime intrappolate al suo interno. A rispondere è la più grande delle due punte, Ulisse: egli racconta che, una volta liberatosi dalla prigionia della maga Circe, non bastarono gli affetti a frenarlo e decise di partire, insieme ad un gruppo di fedeli amici, per soddisfare finalmente la sua sete di conoscenza.

Versi 103-142. Ulisse e i suoi compagni si spinsero allora nel Mediterraneo, verso ovest, fino a raggiungere lo stretto di Gibilterra – le colonne d’Ercole. Dopo aver esortato e convinto i suoi compagni, attraverso un piccolo ma convincete discorso, a varcare quel limite, Ulisse proseguì verso sud fino a raggiungere la montagna del Purgatorio. In quel momento una tempesta si alzò dal mare e colpì la prua della nave, facendola ruotare tre volte su se stessa e, infine, inabissare.

4Analisi del Canto XXVI dell’Inferno: elementi tematici e narrativi

4.1La colpa: i consigli fraudolenti

Nel XXVI Canto dell’Inferno sono punite le anime dei consiglieri fraudolenti, coloro cioè che hanno posto il loro ingegno non a servizio del bene e della virtù cristiana, bensì dell’inganno. Siamo di fronte a una tipologia di peccatori verso cui Dante mostra una certa riverenza – in particolar modo, come abbiamo visto, nei confronti della figura di Ulisse. È un peccato di intelligenza che, proprio in virtù di questa sua peculiarità, non fa perdere all’essere umano le proprie prerogative e non lo induce così a divenire simile ad una bestia.

Ovviamente questo non attenua la colpa dei consiglieri fraudolenti – ci troviamo comunque nell’ottava Bolgia, uno dei punti più bassi dell’universo infernale – ma dona al Canto XXVI dell’Inferno un’atmosfera sensibilmente diversa rispetto a quella a cui siamo stati abituati in precedenza. Regna una certa compostezza e, di conseguenza, mancano del tutto gli elementi di disprezzo, di ripugnanza, e anche di atroce sofferenza che caratterizzano l’intero Inferno.

In quest’ottica neanche la pena ci appare così atroce, né degna di una minuziosa descrizione da parte dell’autore: i consiglieri fraudolenti sono avvolti in lingue di fuoco, sottostando per analogia alla legge del contrappasso. Infatti, come essi in vita attraverso la lingua (cioè la parola) hanno espresso i loro ingannevoli consigli, così nell’Aldilà hanno assunto l’aspetto di lingue di fuoco.

4.2La morte di Ulisse

Se la figura di Ulisse arriva nella nostra cultura prevalentemente dall’Odissea, è altrettanto vero che il poema omerico si chiude con il ritorno di Ulisse ad Itaca, tra le braccia della paziente Penelope. Una conclusione confortante, che non lascia spazio – almeno all’interno dell’opera di Omero – ad ulteriori avventurosi sviluppi e che, in linea di massima, non viene contraddetta dalla maggior parte dei poeti e studiosi greci, romani e bizantini.  

Statua raffigurante il poeta latino Publio Ovidio Nasone, opera conservata nel Cortile del Complesso dell'Annunziata, a Sulmona
Statua raffigurante il poeta latino Publio Ovidio Nasone, opera conservata nel Cortile del Complesso dell'Annunziata, a Sulmona — Fonte: ansa

Come mai allora Dante ci pone di fronte ad un nuovo viaggio, che sarà fatale all’astuto eroe? C’è innanzitutto un dato che ci viene offerto dall’Odissea stessa: quando Ulisse discende agli inferi, l’indovino Tiresia gli confida che, dopo il ritorno ad Itaca, egli riprenderà a viaggiare e che troverà la morte – che sarà per lui dolce – in mare.

È altrettanto vero, però, che Dante non conosceva il greco e che quindi era impossibilitato a leggere il poema omerico; è plausibile che egli riprendesse quindi il tema della morte di Ulisse in mare da Ovidio, il quale – nell’Ars Amandi – ci racconta di una ninfa Calipso che presagisce una sfortunata fine dell’eroe acheo. Anche Seneca, nelle Epistulae ad Lucilium, parla di un possibile viaggio oceanico del protagonista dell’Odissea. È probabilmente da queste opere, e dalla letteratura medievale, che Dante prende le mosse per l’elemento narrativo della morte di Ulisse presente nel Canto XXVI dell’Inferno

5Parafrasi del canto XXVI dell’Inferno

Testo

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande,
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ’nferno tuo nome si spande!


Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.


Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai di qua da picciol tempo
di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.


E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss’ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com’più m’attempo.


Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avea fatto iborni a scender pria,
rimontò ’l duca mio e trasse mee;


e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia
.

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,


perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.


Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,


come la mosca cede alla zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara:

di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.

E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ’l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,


che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:


tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.


Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
sì che s’io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz’esser urto.


E ’l duca che mi vide tanto atteso,
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch’elli è inceso».


«Maestro mio», rispuos’io, «per udirti
son io più certo; ma già m’era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:


chi è ’n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov’Eteòcle col fratel fu miso?».


Rispuose a me: «Là dentro si martira
Ulisse e Diomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l’ira;


e dentro da la lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.


Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deidamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta».


«S’ei posson dentro da quelle faville
parlar», diss’io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che ’l priego vaglia mille,


che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!».

Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.


Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto».


Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:


«O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco


quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi».


Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando
pur come quella cui vento affatica;


indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori, e disse: «Quando


mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,


né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,


vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;


ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.


L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.

Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi,


acciò che l’uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.


"O frati", dissi "che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia


d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.


Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".


Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;


e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.


Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte e ’l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.


Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
132. poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,


quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.


Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
ché de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.


Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,


infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».

Parafrasi

Rallegrati, Firenze, perché sei così grande che [la tua fama] vola sul mare e sulla terra, e il tuo nome si diffonde all'Inferno! Tra i ladri trovai cinque tuoi concittadini di quella specie per cui provo vergogna, e tu non ne acquisti grande onore. Ma se sul far del mattino si sogna il vero, tu proverai, di qui a poco, ciò che Prato, e non sono altre città, desiderano per te. E se fosse già [accaduto], sarebbe [comunque] troppo tardi. E così sia, dal momento che ciò deve accadere! Perché sarà più duro da sopportare quanto più sarò vecchio. Noi ci allontanammo, e su per le scale che ci avevano fatto impallidire nel discenderle prima, Virgilio risalì e mi trasse con sé; e proseguendo il cammino solitario, tra le scaglie e le sporgenze della roccia, il piede non riusciva a salire senza [l'aiuto] della mano. Allora mi addolorai e anche ora provo dolore, quando ripenso a ciò che vidi, e tengo a freno il mio ingegno più [di quanto] non faccia di solito, affinché non avanzi senza la guida della virtù;
così che, se la buona stella o una forza superiore  mi hanno concesso la salvezza, non me ne privi io stesso.
Quante lucciole scorge giù nella valle il contadino che riposa su un colle nella stagione in cui il Sole che illumina il mondo tiene a noi meno nascosto il suo volto, quando la mosca lascia il posto alla zanzara, laggiù, forse, dove ha la sua vigna e il suo campo: di altrettante fiamme risplendeva tutta l'ottava bolgia, così come io notai appena arrivai là dove il suo fondo era visibile. E come colui che si vendicò per mezzo degli orsi vide allontanarsi il carro di Elia, quando i cavalli si alzarono dritti in cielo,   in modo che non poteva seguirlo con gli occhi, poiché non vedeva altro che la fiamma che, come una nuvoletta, saliva in alto: così ogni [fiamma] si muove nella cavità della bolgia, perché nessuna mostra [l'anima che] nasconde, e ogni fuoco rapisce un peccatore. Io mi trovavo in piedi sopra il ponte per vedere, in modo tale che se non avessi afferrato una sporgenza [della roccia], sarei caduto giù senza essere urtato. E la mia guida, che mi vide così intento [a guardare], disse: «Dentro le fiamme ci sono gli spiriti; ciascuno è avvolto del [fuoco] da cui è bruciato». «Maestro mio», risposi io, «ascoltandoti ne sono più certo; ma già mi era parso che così fosse, e già volevo chiederti: chi c'è in quella fiamma che viene [verso di noi] così divisa in cima che sembra emergere dalla catasta funebre in cui Eteocle fu posto insieme al fratello?». Mi rispose: «Lì dentro sono tormentati Ulisse e Diomede, e così vanno insieme al castigo come [insieme] andarono contro l’ira [di Dio]; e nella loro fiamma viene castigato l'inganno del cavallo che aprì la porta da cui uscì il nobile progenitore dei Romani. Là dentro si sconta piangendo l'inganno per cui, benché morta, Deidamia soffre per [l'abbandono di] Achille, e si patisce per [il furto de] la statua del Palladio». «Se essi possono parlare da dentro le fiamme», dissi io, «Virgilio, ti prego molto e insisto nel pregarti, e la mia preghiera ne valga mille, che tu non mi impedisca di poter attendere finché la fiamma dalla doppia punta venga qui; Ed egli a me: «La tua preghiera è degna di molta lode, e perciò la accolgo; ma fai in modo che la tua lingua si trattenga dal parlare. Lascia parlare me, ché ho compreso ciò che vuoi [sapere]; perché forse essi sarebbero restii, dal momento che furono greci, [nel sentire] la tua parlata». Dopo che la fiamma fu giunta là dove alla mia guida sembrò che fossore il momento e il luogo opportuni, in questo modo lo si sentì parlare: «O voi che siete due [anime] arse da un unico fuoco, se in vita acquistai merito verso di voi voi mentre vissi, se io acquistai merito verso di voi, tanto o poco, quando nel mondo scrissi i celebri versi, non muovetevi; ma uno di voi racconti dove egli si perdette e andò a morire». La punta più grande del fuoco antico cominciò a scuotersi mormorando, come una [fiamma] tormentata dal vento; poi, agitando qua e là la punta, come se fosse una vera lingua che parla, buttò fuori la voce e disse: «Quando mi allontanai da Circe, che mi trattenne per più di un anno là vicino a Gaeta, prima che Enea la chiamasse così, né la tenerezza di un figlio, né la pietà per un vecchio padre, né l'amore legittimo che doveva allietare Penelope, riuscirono a vincere in me il desiderio che io avevo di fare esperienza del mondo, dei vizi e delle virtù umane; ma mi inoltrai nel profondo mare aperto con una sola nave e con quella esigua compagnia dalla quale non fui mai abbandonato. Vidi l’una e l’altra costa fino alla Spagna, fino al Marocco, e [vidi] l'isola dei Sardi, e le altre Io e i [miei] compagni eravamo anziani e lenti quando giungemmo a quello stretto passaggio in cui Ercole segnò i suoi confini, affinché l'essere umano non proceda oltre; a destra superai Siviglia, dall’altra parte avevo già sorpassato Céuta. “O fratelli”, dissi, “che attraverso innumerevoli pericoli siete giunti a [i confini dell’] occidente, a questa così breve veglia della nostra vita sensibile che ancora ci rimane, non vogliate negare la conoscenza, seguendo il sole, del mondo inesplorato. Prendete coscienza della vostra origine: non foste creati per vivere come animali, ma per perseguire la virtù e la conoscenza”. Con questo breve discorso resi i miei compagni
così desiderosi di [continuare] il cammino, che a stento poi li avrei potuti trattenere;
e, volta la nostra poppa a oriente, i remi trasformammo nelle ali per il folle volo, avanzando sempre verso sinistra. La notte mostrava già tutte le stelle dell'altro emisfero, e il nostro era talmente basso [sull’orizzonte] che non emergeva più dal mare. Cinque volte si era accesa e altrettante si era oscurata la luce dell'emisfero inferiore della luna, dopo che avevamo intrapreso il pericoloso viaggio, quando apparve una montagna, oscura per la lontananza, e mi sembrò tanto alta quanto non ne avevo mai vista alcuna. Noi ci rallegrammo, ma presto [l'allegria] si convertì in pianto; poiché da quella nuova terra si alzò un turbine e colpì la parte anteriore della nave. Tre volte la fece ruotare insieme all’acqua; alla quarta fece alzare la poppa verso il cielo e inabissare la prua, come volle Dio, finché il mare si richiuse sopra di noi».

6Figure retoriche nel Canto XXVI dell’Inferno

vv. 25-32, «Quante ’l villan ch’al poggio si riposa, / nel tempo che colui che ’l mondo schiara / la faccia sua a noi tien meno ascosa, // come la mosca cede alla zanzara, / vede lucciole giù per la vallea, / forse colà dov’e’ vendemmia e ara: // di tante fiamme tutta risplendea / l’ottava bolgia»: similitudine
v. 28, «mosca»: sineddoche (singolare per il plurale)
v. 28, «zanzara»: sineddoche (singolare per il plurale)
vv. 34-41, «E qual colui che si vengiò con li orsi / vide ’l carro d’Elia al dipartire, / quando i cavalli al cielo erti levorsi, // che nol potea sì con li occhi seguire, / ch’el vedesse altro che la fiamma sola, / sì come nuvoletta, in sù salire: // tal si move ciascuna per la gola / del fosso»: similitudine
v. 34, «colui che si vengiò con li orsi»: perifrasi per indicare Eliseo
vv. 80-81, «s’io meritai di voi mentre ch’io vissi, / s’io meritai di voi assai o poco»: anafora
v. 101, «legno»: sineddoche per indicare la nave
v. 106, «vecchi e tardi»: endiadi
vv. 114-115, «a questa tanto picciola vigilia / d’i nostri sensi ch’è del rimanente»: perifrasi per indicare la poca vita rimasta
v. 125, «de’ remi facemmo ali al folle volo»: metafora per esprimere la temerarietà del viaggio di Ulisse
v. 138, «legno»: sineddoche per indicare la nave