Canto XXI Purgatorio di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche

Canto XXI Purgatorio di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche A cura di Francesca Ferrandi.

Testo, parafrasi e figure retoriche del canto XXI del Purgatorio, dove sono punite le anime degli avari e dei prodighi. Protagonista del canto è Stazio, poeta latino

1Introduzione al Canto XXI del Purgatorio

Ritratto dell'imperatore Domiziano conservato nel Museo Nuovo del Palazzo dei Conservatori
Ritratto dell'imperatore Domiziano conservato nel Museo Nuovo del Palazzo dei Conservatori — Fonte: ansa

Il Canto XXI del Purgatorio è ambientato, come i due precedenti, nella quinta Cornice del secondo regno ultraterreno. Qui sono punite le anime degli avari e dei prodighi, rappresentate in questo contesto da Stazio, poeta latino che ha appena cessato di scontare la sua pena ed è pronto per ascendere al Paradiso. Egli rappresenta quindi non solo il protagonista assoluto del Canto XXI del Purgatorio, ma anche una figura di cruciale importanza all’interno dell’ultima sezione della seconda cantica della Commedia, dal momento che accompagnerà Dante fino al Paradiso terrestre. Inoltre proprio l’incontro con Stazio permette a Dante di cominciare un lungo discorso intorno alla poesia che, cominciato proprio nel Canto XXI del Purgatorio, proseguirà fino all’ingresso nel Paradiso Terrestre: a partire da questo momento, tutte le anime incontrate saranno poeti.

Il Canto si suddivide, a livello macro-strutturale, in tre sezioni, ciascuna dominata dal dialogo di Dante e Virgilio con Stazio:

  • nella prima, il poeta spiega a Dante e Virgilio il motivo del terremoto e del coro di anime che hanno udito alla fine del Canto XX;
  • nella seconda, Stazio si presenta;
  • nella terza, esprime la sua infinita gratitudine nei confronti di Virgilio e scopre che è proprio lì, davanti ai suoi occhi.

2Purgatorio, Canto XXI: i personaggi

Epitaffio di Stazio Celso, poeta latino alla corte dell'imperatore Flavio
Epitaffio di Stazio Celso, poeta latino alla corte dell'imperatore Flavio — Fonte: ansa

2.1Stazio

Nato a Napoli – e non, come sostengono Dante (v. 89) e i suoi contemporanei, a Tolosa – nel 45 d.C., Stazio fu alla corte dell’imperatore Domiziano e si distinse come uno dei più importanti poeti dell’età dei Flavi. La sua opera principale è la Tebaide, un poema epico terminato intorno al 92 d.C. e modellato sulla struttura dell’Eneide virgiliana, nel quale il poeta riprende il tema della lotta tra Eteocle e Polinice, i due figli di Giocasta ed Edipo, per il controllo della città di Tebe. Scrisse inoltre le Silvae, una raccolta di liriche d’occasione in metro vario in cinque libri, e nel 95 d.C., cominciò l’Achilleide, un poema epico incentrato sulla vita e sulle imprese eroiche di Achille, l’eroe dell’Iliade di Omero, che rimase però incompiuto alla metà del secondo libro per la sopraggiunta morte di Stazio, avvenuta a Napoli nel 96 d.C.

Tela raffigurante le rovine della Tebaide. Opera realizzata da Nicolas Poussin
Tela raffigurante le rovine della Tebaide. Opera realizzata da Nicolas Poussin — Fonte: ansa

La figura di Stazio viene introdotta da Dante all’interno del Canto XXI del Purgatorio e costituirà una presenza costante fino al Canto XXXIII, ovvero fino alla fine della cantica. Il motivo è semplice: Stazio ha portato a termine l’espiazione dei propri peccati (vedi paragrafo 4.2) ed è quindi pronto ad ascendere al Paradiso, laddove anche Dante è diretto. Stazio, quindi, assume un ruolo di fondamentale importanza all’interno del Purgatorio, se pensiamo che nessun’altra anima – escluse le due guide di Dante, Virgilio e Beatrice – è presente in maniera così massiccia all’interno della Commedia. Il motivo di questa scelta è semplice, e ben chiarito all’interno del Canto XXII del Purgatorio: sarà qui che Stazio spiegherà di aver peccato di prodigalità ma di aver trovato la via della redenzione leggendo un passo dell’Eneide, nel momento in cui Virgilio condanna la «esecranda fame dell'oro». È sempre leggendo Virgilio che il poeta, inizialmente pagano, si sarebbe convertito al Cristianesimo; egli avrebbe tenuto però nascosta la sua fede – per paura delle persecuzioni di Domiziano – e per questo motivo avrebbe scontato parte della sua pena anche nella quarta Cornice, dove si trovano le anime degli accidiosi. È qui che, stando al racconto della Commedia, Stazio ha trascorso più di quattrocento anni, ai quali vanno aggiunti i cinquecento anni scontati nella Cornice della prodigalità; il tempo restante lo ha quindi passato nell'Antipurgatorio e nelle prime tre Cornici.
La poesia è stata quindi, per Stazio, una fonte di salvezza. Dante, con la Commedia, si pone quindi in continuità con la linea tracciata da Virgilio e proseguita da Stazio: la sua opera, oltre a ispirarsi stilisticamente e strutturalmente ai due poemi epici dell’Eneide e della Tebaide, ne persegue anche i dettami morali e si pone, essa stessa, come fonte di salvezza per i lettori.

3Canto XXI Purgatorio: sintesi narrativa

Busto marmoreo riproducente l'imperatore Vespasiano
Busto marmoreo riproducente l'imperatore Vespasiano — Fonte: ansa

Versi 1-39. Dante e Virgilio continuano a camminare lungo la quinta Cornice, stando attenti a non calpestare le anime sdraiate per terra. Uno degli spiriti si avvicina ai due poeti e li saluta; Virgilio, secondo le regole della cortesia, ricambia il saluto augurandogli di raggiungere la salvezza da cui lui è escluso. L’anima allora si stupisce della presenza dei due personaggi nel Purgatorio. Virgilio le spiega che Dante è vivo e degno di trovarsi in quel luogo, ma in quanto essere vivente ha bisogno di una guida, compito che è stato affidato proprio a Virgilio. Infine, il poeta latino gli chiede le motivazioni per cui poco prima il monte è stato scosso da un forte terremoto e le anime hanno intonato un canto. Anche Dante ha forte desiderio di conoscere il perché di quanto accaduto. 

Versi 46-72. L’anima spiega che le cornici del Purgatorio non subiscono alcun fenomeno atmosferico né alcuna perturbazione fisica. Il terremoto che ha attraversato il monte è stato il segnale dell’avvenuta purificazione di un’anima, ora libera di salire al Paradiso. L’anima in questione è proprio quella che sta parlando la quale, dopo aver passato oltre cinque secoli all’interno della quinta Cornice, si sente ora purificata e pronta a procedere verso Dio. 

Versi 73-102. L’anima, sotto richiesta di Virgilio, svela la propria identità: si tratta di Stazio, un poeta vissuto al tempo della distruzione di Vespasiano e autore della Tebaide e dell’Achilleide, rimasta incompiuta. Ad averlo avvicinato all’arte della poesia fu la lettura dell’Eneide, verso il cui autore – Virgilio – è talmente grato che passerebbe un altro anno in Purgatorio in cambio della fortuna di conoscerlo. 

Versi 103-136. Virgilio allora si volge verso Dante e gli fa cenno con lo sguardo di tacere, ma l’emozione per l’involontaria dichiarazione di Stazio è così grande che il poeta fiorentino fa trapelare dal volto le proprie emozioni. Stazio se ne accorge, e gliene chiede il motivo; Dante, sotto approvazione di Virgilio, svela quindi all’anima che il poeta verso cui prova una così infinita gratitudine è proprio la sua guida. Stazio si getta così ad abbracciare i piedi di Virgilio, il quale gli ricorda che entrambe sono anime senza corpo. 

4Analisi del Canto XXI del Purgatorio: elementi tematici e narrativi

4.1La colpa: l’avarizia e la prodigalità

Il Canto XXI del Purgatorio è ambientato, come abbiamo visto, nella quinta Cornice: qui sono punite le anime che si sono macchiate dei peccati di avarizia e di prodigalità, colpevoli cioè – in maniera contraria ma ugualmente estrema – di essere stati eccessivamente attaccati ai beni terreni. La pena prevista da Dante per queste due categorie di penitenti è la medesima: esse sono sdraiate a terra, con il volto rivolto verso il pavimento della Cornice, e hanno mani e piedi legati. Insieme recitano il versetto 25 del Salmo 118, che recita «Adhaesit pavimento anima mea»; durante il giorno pronunciano esempi di virtù contraria all’avarizia (povertà e liberalità), mentre di giorno ne ricordano altri di avarizia punita. Siamo di fronte ad una pena che si fonda su di un contrappasso per analogia: come in vita le anime degli avari e dei prodighi furono tutte volte ai beni terreni, ora sono costrette a guardare verso il basso e, così come furono legate ad essi, ora hanno mani e piedi legati.

4.2L’espiazione della colpa in Purgatorio

Il Canto XXI del Purgatorio è particolarmente importante perché, in esso, ci viene spiegata la dinamica di espiazione dei peccati da parte delle anime penitenti. Al termine del Canto XX, Dante e Virgilio hanno avvertito un forte terremoto che ha investito l’intero monte e, immediatamente dopo, le anime intonare coralmente il Gloria, una preghiera di ringraziamento e lode a Dio. A spiegare la motivazione di quanto accaduto è proprio Stazio (vedi paragrafo 2.1): la montagna del Purgatorio, racconta l’autore della Tebaide, non può essere attraversato da alcun fenomeno atmosferico né subire perturbazioni fisiche. Ad averla fatta tremare è stata, invece, l’avvenuta espiazione del peccato da parte di Stazio stesso. Ogni volta che un’anima si sente purificata dalle proprie colpe e finalmente libera di ascendere al Cielo, il Purgatorio è attraversato da un forte terremoto cosicché tutti gli altri spiriti vengano resi partecipi della notizia; è per questo che, in atteggiamento di comunione, cantano insieme un inno di lode a Dio.

5Parafrasi del canto XXI del Purgatorio

Testo

La sete natural che mai non sazia
se non con l’acqua onde la femminetta
samaritana domandò la grazia,

mi travagliava, e pungeami la fretta
per la ‘mpacciata via dietro al mio duca,
e condoleami a la giusta vendetta.

Ed ecco, sì come ne scrive Luca
che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,
ià surto fuor de la sepulcral buca,

ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,
dal piè guardando la turba che giace;
né ci addemmo di lei, sì parlò pria,

dicendo; «O frati miei, Dio vi dea pace».
Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
rendéli ‘l cenno ch’a ciò si conface.

Poi cominciò: «Nel beato concilio
ti ponga in pace la verace corte
che me rilega ne l’etterno essilio».

«Come!», diss’elli, e parte andavam forte:
«se voi siete ombre che Dio sù non degni,
chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».

E ‘l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni
che questi porta e che l’angel profila,
ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.

Ma perché lei che dì e notte fila
non li avea tratta ancora la conocchia
che Cloto impone a ciascuno e compila,

l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,
venendo sù, non potea venir sola,
però ch’al nostro modo non adocchia.

Ond’io fui tratto fuor de l’ampia gola
d’inferno per mostrarli, e mosterrolli
oltre, quanto ‘l potrà menar mia scola.

Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli
diè dianzi ‘l monte, e perché tutto ad una
parve gridare infino a’ suoi piè molli».

Sì mi diè, dimandando, per la cruna
del mio disio, che pur con la speranza
si fece la mia sete men digiuna.

Quei cominciò: «Cosa non è che sanza
ordine senta la religione
de la montagna, o che sia fuor d’usanza.

Libero è qui da ogne alterazione:
di quel che ‘l ciel da sé in sé riceve
esser ci puote, e non d’altro, cagione.

Per che non pioggia, non grando, non neve,
non rugiada, non brina più sù cade
che la scaletta di tre gradi breve;

nuvole spesse non paion né rade,
né coruscar, né figlia di Taumante,
che di là cangia sovente contrade;

secco vapor non surge più avante
ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,
dov’ha ‘l vicario di Pietro le piante.

Trema forse più giù poco o assai;
ma per vento che ‘n terra si nasconda,
non so come, qua sù non tremò mai.

Tremaci quando alcuna anima monda
sentesi, sì che surga o che si mova
per salir sù; e tal grido seconda.

De la mondizia sol voler fa prova,
che, tutto libero a mutar convento,
l’alma sorprende, e di voler le giova.

Prima vuol ben, ma non lascia il talento
che divina giustizia, contra voglia,
come fu al peccar, pone al tormento.

E io, che son giaciuto a questa doglia
cinquecent’anni e più, pur mo sentii
libera volontà di miglior soglia:

però sentisti il tremoto e li pii
spiriti per lo monte render lode
a quel Segnor, che tosto sù li ‘nvii».

Così ne disse; e però ch’el si gode
tanto del ber quant’è grande la sete,
non saprei dir quant’el mi fece prode.

E ‘l savio duca: «Omai veggio la rete
che qui v’impiglia e come si scalappia,
perché ci trema e di che congaudete.

Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,
e perché tanti secoli giaciuto
qui se’, ne le parole tue mi cappia».

«Nel tempo che ‘l buon Tito, con l’aiuto
del sommo rege, vendicò le fóra
ond’uscì ‘l sangue per Giuda venduto,

col nome che più dura e più onora
era io di là», rispuose quello spirto,
«famoso assai, ma non con fede ancora.

Tanto fu dolce mio vocale spirto,
che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
dove mertai le tempie ornar di mirto.

Stazio la gente ancor di là mi noma:
cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
ma caddi in via con la seconda soma.

Al mio ardor fuor seme le faville,
che mi scaldar, de la divina fiamma
onde sono allumati più di mille;

de l’Eneida dico, la qual mamma
fummi e fummi nutrice poetando:
sanz’essa non fermai peso di dramma.

E per esser vivuto di là quando
visse Virgilio, assentirei un sole
più che non deggio al mio uscir di bando».

Volser Virgilio a me queste parole
con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;
ma non può tutto la virtù che vuole;

ché riso e pianto son tanto seguaci
a la passion di che ciascun si spicca,
che men seguon voler ne’ più veraci.

Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;
per che l’ombra si tacque, e riguardommi
ne li occhi ove ‘l sembiante più si ficca;

e «Se tanto labore in bene assommi»,
disse, «perché la tua faccia testeso
un lampeggiar di riso dimostrommi?».

Or son io d’una parte e d’altra preso:
l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
ch’io dica; ond’io sospiro, e sono inteso

dal mio maestro, e «Non aver paura»,
mi dice, «di parlar; ma parla e digli
quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».

Ond’io: «Forse che tu ti maravigli,
antico spirto, del rider ch’io fei;
ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.

Questi che guida in alto li occhi miei,
è quel Virgilio dal qual tu togliesti
forza a cantar de li uomini e d’i dèi.

Se cagion altra al mio rider credesti,
lasciala per non vera, ed esser credi
quelle parole che di lui dicesti».

Già s’inchinava ad abbracciar li piedi
al mio dottor, ma el li disse: «Frate,
non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».

Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate
comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
quand’io dismento nostra vanitate,

trattando l’ombre come cosa salda».

Parafrasi

Il desiderio di conoscenza che non si sazia mai se non con quell’acqua di cui la donna samaritana chiese la grazia [a Gesù] mi tormentava, ma la fretta mi spingeva dietro alla mia guida lungo la strada ingombra [di anime], e insieme a loro soffrivo per le giuste pene [a cui erano sottoposte]. Ed ecco, così come scrive Luca che Cristo apparve a due [discepoli] che erano in cammino, già risorto dal sepolcro, così qui apparve un’anima, e camminava dietro di noi, che eravamo concentrati a difendere dai nostri piedi la folla [di anime] che giaceva [per terra]; né ci accorgemmo di lei, finché non parlò, dicendoci: «O fratelli miei, Dio vi dia la pace». Noi ci girammo subito, e Virgilio le rese il cenno che a ciò era più indicato. Poi [Virgilio] cominciò: «Nella schiera dei beati ti ponga in pace il tribunale divino, che invece relega me nell’eterno esilio [del Limbo]». «Come!», disse egli, mentre camminavamo velocemente: «se voi siete anime che Dio non giudica degne del Paradiso, chi vi ha guidati per questa salita che conduce a Lui?» E il mio maestro: «Se tu guardi bene i segni
che egli porta
e che l’angelo guardiano incide, comprenderai che egli è destinato a stare tra i beati.
Ma poiché colei che fila giorno e notte non aveva ancora terminato di filare la matassa che Cloto pone sulla rocca e avvolge per ciascuno, la sua anima, che è sorella mia e tua, salendo qui, non poteva venire da sola, perché non vede nel nostro stesso modo. Perciò io fui tratto fuori dalla profonda gola infernale, per fargli da guida, e lo farò ancora fin quando la mia direzione potrà condurlo. Ma dimmi, se tu lo sai, perché il monte [del Purgatorio] ha tremato in quel modo prima, e perché è sembrato che gridasse all’unisono fino alle sue falde bagnate». Ponendo questa domanda, [Virgilio] infilò il filo nella cruna del mio desiderio, tanto che solo con la speranza [della risposta], si placò un poco la mia sete [di sapere]. Egli cominciò: «Non esiste nulla che la disposizione del monte [del Purgatorio] ammetta al di fuori del suo ordine, o delle sue usanze. Questo spazio è immune da ogni alterazione: qui le cause dei fenomeni possono avere radici solo negli eventi che arrivano al cielo dal cielo stesso. Perciò, dopo la piccola scala formata da tre gradini, non cadono pioggia, grandine, neve, rugiada, brina; non si vedono nuvole spesse né rade, né lampi, né la figlia di Taumante, che sulla Terra cambia spesso zona; i vapori secchi non si alzano più oltre l’ultimo dei tre gradini di cui ho parlato, dove poggia i piedi il vicario di Pietro. Forse più giù ci sono terremoti deboli o forti, ma qui sopra, non so bene come sia possibile, il monte [del Purgatorio] non ha mai tremato a causa del vento imprigionato nella terra. Qui trema quando un’anima si sente purificata, così che si alza o si muove per salire; a ciò segue il grido. La compiuta purificazione è attestata soltanto dalla volontà, la quale, completamente libera di cambiare compagnia, sorprende l’anima, cui piace seguire questa volontà. Prima [di questo momento] ella vorrebbe di certo [salire], ma non lo consente il talento che la Giustizia di Dio, come nel momento del peccare, tormenta, contro la volontà assoluta. Ed io, che giaccio in questa Cornice da più di cinquecento anni, solo ora ho sentito la volontà libera di salire al Paradiso: per questo hai sentito il terremoto e gli spiriti pii per tutto il monte [del Purgatorio] rendere lode a Dio, così che presto le mandi al Paradiso». Così ci disse; e poiché è maggiore è il godimento nel bere quanto grande è la sete, non saprei dire quanto egli mi fece una cortesia. E la mia guida saggia: «Ormai vedo la rete che qui vi imprigiona e come ce ne si libera, perché qui vi sono terremoti e di cosa rendente gloria [a Dio]. Ora ti piaccia che io sappia chi fosti [in vita], e nelle tue parole sia contenuto per me il perché per molti secoli sei stato sdraiato qui». «Nel tempo in cui il buon Tito, con l’aiuto di Dio, vendicò le ferite da cui uscì il sangue di Cristo venduto da Giuda, con il titolo più duraturo e onorevole io fui in Terra», rispose quello spirito, «molto famoso, ma ancora senza fede [cristiana]. Tanto dolce fu la mia poesia, che, benché fossi di Tolosa, Roma mi attirò a sé, dove meritai che le mie tempie venissero ornate dal mirto. La gente in vita mi chiama ancora Stazio: cantai [della guerra] di Tebe, e poi del grande Achille; ma morii mentre compivo la seconda opera. L’origine del mio entusiasmo poetico furono le scintille, che mi ispirarono, della divina fiamma alla quale si sono ispirati in tanti; parlo dell’Eneide, che fu per me madre [come poeta] e fu nutrice per la mia poesia: senza essa non avrei scritto nulla neanche di brevissimo. E per poter esser vissuto nello stesso periodo in cui visse Virgilio, sopporterei un altro anno, seppur io non sia tenuto a farlo, prima di finire la mia esclusione dal Paradiso». Queste parole fecero volgere Virgilio verso di
me con un viso che, tacendo, diceva: ‘Taci’; ma la volontà non può ogni cosa;
perché il riso ed il pianto seguono tanto istintivamente la passione da cui ciascuno scaturisce, che seguono meno la volontà negli uomini più sinceri. Io sorrisi appena come colui che ammicca; per cui l’anima tacque, e mi guardò attentamente negli occhi, dove più si imprime il sentimento; e disse: «Possa il tuo cammino faticoso finire bene, perché il tuo volto mi ha mostrato poco fa un accenno di sorriso?». Ora io sono combattuto tra due parti opposte: una mi dice di tacere, l’altra prega affinché io parli; per questo sospiro, e sono compreso dal mio maestro, che mi dice: «Non avere paura di parlare; ma parla e digli quello che egli ti chiede con così tanto desiderio». Al che io: «Forse tu ti meravigli, o antico spirito, del mio sorriso; ma voglio che tu provi uno stupore ancora maggiore. Costui che mi guida verso l’alto è quel Virgilio da cui tu prendesti la forza per scrivere degli uomini e degli dèi. Se hai creduto ci fosse altra ragione del mio sorriso, non ritenerla vera, ma credi invece che [la ragione] furono quelle parole che dicesti di lui». Già si stava inchinando per abbracciare i piedi del mio dottore, quando egli gli disse: «Fratello, non farlo perché tu sei uno spirito e uno spirito vedi». Ed egli alzandosi: «Ora puoi comprendere il grande amore che mi infiamma per te, dal momento che mi dimentico della nostra condizione, trattando le ombre come cose esseri solidi».

6Figure retoriche nel Canto XXI del Purgatorio

v. 25, «lei che dì e notte fila»: perifrasi per indicare la Parca Làchesi
vv. 31-32, «l’ampia gola / d’inferno»: enjambement
vv. 31-32, «l’ampia gola / d’inferno»: perifrasi per indicare il Limbo
v. 50, «figlia di Taumante»: perifrasi per indicare l’arcobaleno
v. 54, «piante»: sineddoche per indicare i piedi