Canto 2 Purgatorio: riassunto e analisi

Di Redazione Studenti.

Canto 2 Purgatorio: riassunto e analisi del canto della Divina commedia. In questo canto Dante e Virgilio incontrano Casella.

CANTO 2 PURGATORIO: RIASSUNTO E ANALISI

Canto 2 Purgatorio: riassunto e analisi
Canto 2 Purgatorio: riassunto e analisi — Fonte: getty-images

Tra i canti vi è sempre un raccordo, un collegamento e in particolare in questo II canto si riafferma l’elemento dell’ora, con riferimenti astronomici che risaltano la grande conoscenza astrologia e cosmologica di Dante.

Compaiono anche alcuni riferimenti allo “stato pellegrino” di Dante e la sospensione tra una realtà terrena e ultraterrena.

Si afferma un’apparizione fondamentale, quella dell’angelo nocchiero attraverso la luce, elemento sconosciuto all’Inferno.

Il canto inizia con tre terzine che descrivono l’orario (l’alba) che sta vivendo il poeta. Dante quindi andava incontro ad una giornata di luce, in un giorno di Pasqua sulla spiaggia del Purgatorio.

Il Purgatorio si trova agli antipodi di Gerusalemme, in latitudine sud, e i due luoghi risiedono sullo stesso meridiano richiamando ad un’allegoria.

La geografia religiosa del poeta vede l’esistenza di un meridiano, punto geografico, che congiunge due punti fondamentali della religione: Gerusalemme, in cui era avvenuto il sublime sacrificio di Cristo per gli uomini, e il Purgatorio, esistente grazie alla venuta di Cristo che aveva reso possibile l’espiazione dal peccato.

Il viaggio di Dante è da collocare al giorno in cui avveniva l’equinozio di primavera, corrispondente al periodo in cui Dio aveva creato il mondo.

Il viaggio, quindi, ha come riferimento la costellazione dell’Ariete, ovvero la congiunzione del Sole con l’Ariete (da una parte della terra era giorno e dall’altra notte). Dante afferma che si trovava il sole in Ariete e in opposizione vi era la costellazione della bilancia.

Mentre nel Purgatorio prediligeva la luce, a Gerusalemme era notte; allegoricamente ciò indicava che il poeta usciva dal peccato, rappresentato dalla notte ed accedeva all’espiazione, rappresentata dalla luce.

Mentre il I Canto era caratterizzato dall’aurora, nel II canto domina l’aurora, poiché sono le 6 del mattino. Quando la notte supera le ore del giorno lascia la bilancia (metafora) poiché passava l’equinozio dell’autunno.

Il verso “Ha le guance prima bianche, poi vermiglie e poi arancio” descrive i tre momenti del sorgere del sole: l’alba quando sorge, due ore prima del levarsi del sole, è di colore bianco, ovvero caratterizzata da un chiarore quasi impercettibile; l’aurora rappresenta il sorgere del sole che assume un colore rosso che Dante definì vermiglio: l’ultima fase, definita da Dante della “troppa etate”, il sole assume un colore giallo-oro.

Dopo aver discusso dell’ora, che rappresenta il raccordo con il canto precedente, passò a discutere riguardo l’uomo collegandosi sempre al I canto.

Trasmise l’idea del suo essere pellegrino incosciente di ciò che lo aspettava, facendo trasparire l’idea di sospensione tra una realtà terrena e una realtà ultraterrena che lo attendeva.

Proseguì attraverso una similitudine dove manifestò la sua indecisione di voler, da un lato, proseguire il viaggio e, dall’altro, era spaventato dall’idea di tale proseguimento.

Il corpo voleva arrestarsi contrapponendosi alla volontà della mente, indicata con il cuore, che già avanzava. Raccontò, quasi con una tecnica cinematografia, l’apparizione dell’angelo che giungeva da lontano.

Il primo elemento che ravvisò di questa figura fu la luce, protagonista della cantica del Purgatorio. Per descrivere la visione dell’angelo riportò una similitudine sempre con immagini concrete poiché doveva spiegare il trascendentale, il sovrannaturale.

La similitudine era riferita al pianeta Marte che, sorpreso dal mattino, attraverso i suoi grossi vapori, rosseggiava. Era opinione comune nel medioevo che la mattina si sprigionassero vapori dalla Terra, che salivano sempre più densi nel cielo e modificassero i pianeti.

Marte quindi rosseggiava, poiché era sorpreso da questi vapori che contribuivano a modificarlo e proprio come i vapori apparve improvviso l’angelo (Dante sperava di rivederlo poiché era ancora vivo e desiderava un giorno accedere al purgatorio per arrivare al Paradiso).

Subito contraddistinse l’angelo dalla luce (lume) e dalla velocità, dalla rapidità che nessun elemento poteva eguagliare. Distolse lo sguardo solo un secondo da quella visione per domandare cosa fosse al maestro e subito gli apparve ancora più lucente e grande.

Descrisse l’essere immateriale delimitato da una luce di color bianco. Nella descrizione, oltre a rifarsi alla sua immaginazione, si rifece anche alle immagini iconografiche medievali come i mosaici, che rappresentavano gli angeli.

Quest’immagini erano sempre caratterizzate dalle ali, sproporzionate rispetto al corpo, poiché più grandi, e tendenzialmente verticali, ovvero rivolte verso il cielo.

La parola angelo derivava dal greco e significava messaggero, infatti era una creatura celestiale, messaggero di Dio, tramite tra l’uomo e Dio.

Dante quindi venne condizionato nella descrizione dell’apparizione improvvisa della creatura dalle iconografie e lo descrisse come pura luce caratterizzata da due biancori, rappresentanti le ali dell’angelo.

Il maestro di Dante non sapeva cosa rispondergli poiché neanche egli aveva mai visto tale figura.

Definì l’angelo Galeotto, derivante dalla parola Galea, una grande nave su cui vi erano i galeotti poiché traghettava le anime dal fiume Tevere alla distante e lontana spiaggia del Purgatorio.

Essendo anche Virgilio sorpreso, gridò ordinando a Dante di porsi in ginocchio e di porsi in atto di preghiera.

Da quel momento in poi avrebbe visto molti altri ministri di Dio, altri esecutori che chiamò ufficiale, termine latino derivante da officio che indicava un compito, un dovere da eseguire.

L’angelo, soccorso dalla forza di Dio, non necessitava di remi o di vele, sineddoche per indicare gli elementi che permettevano il movimento alla barca, ma soltanto delle sue ali in cui era concentrata una forza propria.

Le ali erano verticali, tendenti al cielo, poiché l’angelo era il messaggero di Dio ed aveva un contatto divino con la realtà ultraterrena e poiché vi era una sorta di comunione con Dio, infatti svolgeva un compito per volontà divina e sdegnava gli umani.

Il messaggero tagliava l’aria con le ali, definite penne per evitare ripetizioni, che non mutavano mai differentemente dal pelo (sineddoche) dell’uomo. Tutto ciò indicava che egli fosse immortale.

L’uccello divino, perifrasi utilizzata per evitare ripetizioni e per conferirne uno stretto contatto con Dio, aveva assunto una connotazione visiva e divenne così luminoso che gli occhi di Dante e Virgilio non potevano più sostenerlo e lo stesso Dante abbassò lo sguardo.

L’angelo si avvicinò con una nave molto snella così leggera che sembrava volare sull’acqua. Il celestiale nocchiero, antonomasia e perifrasi, trasmetteva così tanta beatitudine che si poteva anche solo riceve con l’ascolto della descrizione.

Trasportava più di 100 spiriti, iperbole per indicare la molteplicità delle anime. L’angelo era luminoso e tale luminosità riconduceva al fatto che fosse una creatura celesta dotata anche di velocità, non eguagliabile.

Altro fondamentale particolare viene dato dalle ali che possedevano la verticalità, un contatto ed una comunione diretta con Dio.

La descrizione della sua apparizione repentina riportò all’apparizione di Caronte, altro traghettatore. L’autore non creò volutamente un’analogia per contrario con il traghettatore infernale.

Entrambi apparvero improvvisamente ma tuttavia Caronte era contraddistinto dagli occhi di bragia, infuocati ed era un’immagine orribile completamente contrapposta all’angelo.

Caronte subito apostrofò Dante e Virgilio con parole dure, incresciose ponendosi in netto contrato con l’angelo che era invece silenzioso.

Mentre le anime traghettate dal Caronte emanavano rumori sgradevoli e terrificanti, la scena del purgatorio era contraddistinta dal silenzio e le uniche parole erano quelle di esortazione da parte di Virgilio.

Altra differenza consisteva nella nave, infatti la nave infernale era segnata dalla pesantezza, allegoria del peccato, mentre quella del purgatorio era leggere, dove la leggerezza era allegoria delle anime che si avviavano verso l’espiazione.

CANTO 2 PURGATORIO: TEMI

Caratteristica fondamentale delle anime del Purgatorio è la grande coralità. Quest’ultime cantavano un Salmo religioso (113) che trattava dell’uscita del popolo di Israele dall’Egitto, rappresentante simbolicamente dall’uscita dal peccato.

Venne di nuovo risaltato il tema della libertà, già trattato con la figura di Catone e con il luogo del Purgatorio dove Dante stava intraprendendo l’uscita dal peccato sua e dell’umanità.

L’angelo non parlava e faceva il segno della croce su di ogni una delle anime ed una volta che tutte si gettarono sulla spiaggia, verbo che richiama all’ansia di costoro per l’uscita dal peccato, andò via sempre con una rilevante velocità.

Ancora veniva risaltata la differenza con Caronte che proseguiva lentamente e bestemmiava contro le anime. La turba delle anime guadava intorno ed era selvaggia, inteso come termine medievale, cioè non conosceva il luogo.

Il sole proiettava i suoi raggi, che arrivavano come saette da tutte le parti, dando inizio alla fase del giorno e con questi suoi raggi il sole cacciò dal cielo la costellazione del capricorno (due ore dopo l’alba).

Virgilio rispose che erano pellegrini come le stesse anime riportando un’affinità con queste. Proponendo tale affinità presentò una situazione differente dall’inferno in quanto sia le anime che i due poeti si avviavano verso l’espiazione.

Virgilio affermò che il viaggio compiuto nell’Inferno (salita molto dura), fu così difficile che il conseguimento sarebbe stato molto semplice e per tutto il suo percorso le anime si meravigliarono in quanto Dante era vivo.

In particolare, queste anime sembrarono vive dal loro pallore quando compresero che Dante fosse vivo, manifestando grande stupore.

Proseguì con una similitudine (“come messagger che porta ulivo”), del messaggero che nell’antichità, quando portava  un ramoscello di ulivo, annunciava buone notizie e le persone gli si riunivano intorno per udire le buone notizie, con quelle anime fortunate che si radunarono intorno Dante (che era vivo e si accorsero di ciò dal fatto che respirava), e quasi dimenticarono la cosa più importante, a causa di tanto fascino, cioè di andare, verbo descritto con il latinismo “ire”, a purificarsi dai loro peccati, e ciò le avrebbe rese belle davanti a Dio.

CANTO 2 PUGATORIO: CASELLA

Dante intravide un’anima desiderosa di abbracciarlo che gli fece suscitare egual desiderio. Quest’ultima fu la prima anima concreta che lo legò al suo passato e corrispondeva a quella di Casella, probabilmente un musicista fiorentino che visse al suo tempo e morì tre mesi prima dal momento in cui Dante intraprese il viaggio.

La poesia per lungo tempo venne scritta in maniera musicale per essere cantata e Casella costituiva un legame forte che l’autore aveva con la sua città. Dante proseguì dicendo che nonostante fossero anime, avevano sembianze umane.

Il primo sentimento che si evince dal tentativo di abbraccio risulta proprio l’affetto di amicizia, che legava i due personaggi. Nonostante tentò di abbracciarlo per tre volte, le sue mani gli tornarono al petto.

Dante con questo tentativo ripropose l’episodio di Enea, dell’opera di Virgilio, che negli inferi tentò di abbracciare il padre, dimenticandosi che fosse un’anima. 

Ovviamente l’autore modificò la scena, data la sua creatività, trattando non più di un amore filiale ma un sodalizio artistico, un’amicizia legata in nome dell’arte e inoltre anche l’atmosfera si distingueva in quanto era più serena.

Il volto di Dante si dipinse di meraviglia e con l’avverbio “soavemente”, posto all’inizio del verso, l’autore già introduce l’atmosfera soave poiché risalta un’esperienza fondamentale della sua vita, consistente nel dolce stil novo.

Questo ricordo che aveva accomunato le due figure (Dante e Casella) consisteva in un dolce ricordo, proprio come quello delle anime che si purificavano nel purgatorio.

Dolce e soave era ricordare tale periodo che aveva segnato una tappa importante del suo essere poeta contribuendo alla realizzazione di grandiosi componimenti, musicati da Casella, creando un sodalizio, differente dal modello virgiliano.

Il purgatorio, differentemente dall’inferno, luogo dalle violenti ed accese passioni, dove le anime erano legate alla vita terrena, era il luogo in cui si abbandonavano le cose terrene e, nonostante persistesse il ricordo di quest’ultime, questo contribuiva a creare solo dolcezza e non dolore.

Inoltre, il purgatorio rappresentava anche il luogo dell’indugio, del fermarsi a riflettere delle cose vissute nella vita, non più legate al peccato. Casella iniziò a manifestare l’amore che provava per Dante, nonostante fosse puro spirito.

Il poeta scelse Casella (morto da tre mesi) poiché aveva l’esigenza di presentare qualche anima morta da poco tempo, in quanto sulla spiaggia del purgatorio si trovavano le anime che dovevano essere collocate dall’angelo (che le prendeva alla foce del Tevere) nelle varie cornici.

Tuttavia il motivo preciso di questa scelta non è certo. Dante comunicò all’amico che stava intraprendendo tale viaggio per poter ritornare nel purgatorio, per espiare i suoi peccati, ovvero stava compiendo un viaggio salvifico, che non era individuale ma avrebbe salvato l’umanità.

Con questo viaggio avrebbe avuto la possibilità di accedere al purgatorio dopo la morte. Casella poi disse che era lì giunto dopo tanto tempo poiché all’angelo a cui piaceva traghettare le anime gli aveva negato più volte il passaggio e la sua volontà era giusta in quanto si conformava a quella divina.

In questi tre mesi l’angelo aveva traghettato coloro che gli erano sembrati più giusto traghettare. Probabilmente Casella doveva scontare ancora delle sue pene poiché nel gennaio 1299 il Papa Bonifacio VIII aveva indetto il Giubileo con la relativa pratica delle indulgenze, non condivisa da Dante, secondo la quale in cambio di denaro venivano perdonati i peccati in un lasso di tempo.

Incontrò Casella anche per attuare una sorta di rievocazione del dolce stil-novo. Casella metteva in musica le poesie e probabilmente anche quella del poeta stesso.

Dante in seguito parlerà di “amor che nella mente mi ragiona”, canzone che non rientrava nel dolce stil-novo in quanto manifestava l’amore per la filosofia e non più per Beatrice.

Scelse Casella anche per la musica poiché il purgatorio rappresentava l’indugio, cioè il fermarsi a ricordare la lontana vita terrena, non vista con nostalgia, non più ricordo urgente, forte e doloroso ma nella lontananza che proferiva dolcezza.

Nel medioevo vi era la consuetudine di abbinare la poesia con la musica (mito del potere della musica: Orfeo e Euridice. Con la musica riesce a farsi restituire la sua amata). La musica e la poesia erano le sue più grandi passioni terrene.

Il purgatorio era il regno della purgazione, della libertà in cui ci si liberava dal peccato, dalle passione terrene, dalle più grandi schiavitù. Con l’incontro dei due personaggi si dimenticarono che Casella era uno spirito. Sodalizio amichevole tra i due legati dall’arte.

L’angelo poi aveva rivolto la sua ala (figura retorica della sineddoche) verso la foce del Tevere, dove erano raccolte tutte le anime che non erano destinate all’Acheronte, sineddoche per dire che non erano destinate all’inferno.

Dante poi confessò con grande intimità la sua stanchezza ad un’anima e appariva evidente il potere consolatorio della musica, che poneva sullo stesso piano della poesia e, essendo una parola derivata dalla Muse (protettrici delle arti), venne considerata un’arte sublime ed importantissima.

Definì il canto “amoroso”, poiché in genere in poesia si trattava delle tematiche amorose. Dante si soffermò sul potere consolatorio della musica che poteva offrire sollievo alla sua stanchezza (anima fortemente affannata).

Con immediatezza, l’amico rispose al bisogno di ristoro e consolazione di Dante intonando una canzone.

CANTO 2 PURGATORIO: CONCLUSIONE

L’amore tra Dante e Beatrice rientrò nel purgatorio (in quanto Beatrice lo attendeva nell’Eden per condurlo al Paradiso) poiché non era più terreno ma si manifestava per la ragione, la filosofia, per Dio e per la verità rivelata (Beatrice).

Dante scelse l’amore per la sapienza e insisteva su una nuova caratteristica, quella della dolcezza del ricordo, non più causa di dolore poiché le anime si erano distaccate da questo.

Tutti gli spiriti, insieme a Casella, caddero nel dolce oblio provato dalla musica e subito intervenne Catone, veglio ed onesto. Quest’ultimo chiarì che dovevano correre verso il Purgatorio per spogliarsi dei residui dei loro peccati, descritti attraverso una metonimia (scoglio), che venivano cancellati con la penitenza.

Proprio questo residuo impediva loro di vedere Dio e vennero definiti “spiriti lenti” perché risultava lento il loro desiderio di espiazione, in quanto si erano fermati. Catone poi pronunciando la parola “negligenza”, indicante un piccolo errore, sottolineava ancora l’attaccamento di Dante all’arte, qualcosa tuttavia di terreno.

L’indugio delle anime quindi era solo visto come una piccola negligenza proprio per il legame con l’arte, ancora intrinseco in Dante.

La canzone del Casella infatti narrava proprio di filosofia ed arte, che però dovevano essere abbandonate per accedere al purgatorio. Dante così paragonò, attraverso una similitudine, le anime, definite con la sinestesia “masnada fresca”, schiera di persone, a dei colombi che lasciano l’esca poiché assaliti da una maggior cura.

Anche Dante e Virgilio si misero in fuga. La fuga appariva molto scomposta e l’unico che custodiva grande solennità era Catone.

Virgilio sembrava perdere quella solennità custodita nel corso dell’Inferno. L’ignoranza di Dante diveniva pian piano la stessa di Virgilio, il quale non conosceva il purgatorio.

Assumeva una posizione inferiore e subalterna rispetto a Dante e alle stesse anime, in quanto non avrà lo stesso destino poiché la sua condizione era stabile nell’eternità.

Questo cambiamento di Virgilio allegoricamente indicava che la ragione doveva essere sostituita dalla teologia e dalla verità rivelata.

Virgilio, come numerosi poeti e filosofi del passato, aveva peccato di superbia poiché riteneva che mediante la ragione si potesse giungere alla suprema conoscenza, non riconoscendo i propri limiti.

Non avendo avuto però la possibilità di poter conoscere Dio e quindi di redimersi non vennero collocati nell’inferno.

Virgilio quindi perdeva man mano la sua autorevolezza e ciò viene evidenziato dalla sua fuga in maniera scomposta e dalla sua posizione rispetto Catone, inflessibile anche rispetto ad una negligenza.