Canto II Inferno di Dante: analisi, parafrasi, commento e figure retoriche

Canto II Inferno di Dante: analisi, parafrasi, commento e figure retoriche A cura di Francesca Ferrandi.

Canto II Inferno di Dante: testo, parafrasi, analisi, figure retoriche e commento della cantica che si svolge nella selva l'8 aprile 1300, il giorno di venerdì santo

1Introduzione al Canto II dell’Inferno

Le tre muse in un bassorilievo
Le tre muse in un bassorilievo — Fonte: ansa

Se il primo Canto costituiva l’introduzione dell’intero poema della Commedia, il secondo Canto dell’Inferno svolge una funzione proemiale - ovvero introduttiva - nei confronti della prima cantica, quella per l’appunto di tematica infernale, sottolineata dall’invocazione delle Muse (vedi paragrafo 4.1) e dall’ enunciazione del tema.  

In linea generale, potremmo dividere il Canto in tre macro-sezioni:  

  1. Il proemio (vv. 1-9);
  2. L’esposizione dei dubbi da parte di Dante circa la sua predisposizione a compiere un viaggio di simile importanza (vv. 10-42);
  3. La risposta di Virgilio, che spiega al poeta la natura divina dell’itinerario che i due stanno per compiere e il conseguente convincimento di Dante (vv. 43-142).

Il secondo Canto dell’Inferno si prefigura come un canto quasi prettamente informativo e, proprio in virtù di questa sua caratteristica, fondamentale: in esso vengono date indicazioni che sono indispensabili all’architettura stessa della Commedia. Vi troviamo, infatti, le premesse di natura storico-teologica della missione di Dante nell’aldilà.  

2Inferno, Canto II: i personaggi

Oltre a Dante e Virgilio, già protagonisti del Canto I dell’Inferno, fanno qui la loro comparsa all’interno della Commedia «tre donne benedette»: Beatrice, la donna amata da Dante e cantata nella Vita Nova, Santa Lucia e la Vergine Maria. Vengono inoltre nominati, all’interno del II Canto dell’Inferno, Enea e San Paolo per i cui approfondimenti rimandiamo però alle note presenti nel testo. 

2.1Le tre donne

Alcuni dei personaggi della Divina Commedia: Dante, Virgilio, le belve
Alcuni dei personaggi della Divina Commedia: Dante, Virgilio, le belve — Fonte: istock

Preoccupato di non essere all’altezza del cammino che sta per intraprendere, anzi quasi considerandolo empio, Dante viene confortato dalle parole di Virgilio: a desiderare che egli si avvii sulla via della redenzione che, attraversando i tre regni dell’Oltretomba, conduce alla visione di Dio, sono nientemeno che Beatrice, Santa Lucia e la Vergine Maria

Le «tre donne benedette», nella struttura allegorica della Commedia dantesca, rappresentano le tre forme della Grazia divina:  

  • Maria è la Grazia preveniente, dono gratuito di Dio a tutti gli uomini, indipendentemente dai loro meriti;
  • Santa Lucia è la Grazia illuminante, concessa da Dio agli uomini per aiutarli a discernere il bene dal male;
  • Beatrice è la Grazia cooperante o santificante, ovvero quella che – con la cooperazione dell’uomo – lo aiuta ad operare il bene.

Così, nello stesso modo in cui – nell’ascesa iniziale – il cammino di Dante era stato ostacolato da tre fiere, allegoria dei tre vizi che ostacolano la redenzione dell’uomo, così esso è supportato e quindi reso possibile dalle tre donne benedette, allegoria di tre diverse declinazioni della Grazia.  

2.2Beatrice

Un paragrafo a parte merita la sola Beatrice, la donna cantata da Dante nella Vita Nova e che fa la sua prima apparizione nella Commedia nel II Canto dell’Inferno, per poi tornare come co-protagonista negli ultimi canti del Purgatorio e nell’intera cantica del Paradiso.
Poche le notizie storiche sul suo conto, quasi interamente provenienti dagli scritti di Dante e dal Trattatello in laude di Dante scritto da Giovanni Boccaccio. Si tratterebbe, secondo l’ipotesi più accreditata, di Bice Portinari, figlia del banchiere Folco Portinari e probabile sposa di Simone de’ Bardi. Possiamo ricostruire la sua vita tramite gli scritti di Dante: nata nel 1266 a Firenze, la donna sarebbe morta l’8 giugno 1290, a soli ventiquattro anni

Dante e Beatrice raffigurati nell'opera di Adolfo De Carolis: "Paradiso"
Dante e Beatrice raffigurati nell'opera di Adolfo De Carolis: "Paradiso" — Fonte: ansa

Se nella Vita Nova e, più in generale, nelle Rime dantesche, Beatrice assume valore quasi prettamente lirico, nella Commedia ella diventa allegoria della Teologia, della verità rivelata che sola può portare l’uomo a entrare in possesso delle tre virtù teologali (fede, speranza e carità) e ad ottenere così la salvezza eterna. Descritta con i tipici attributi della donna-angelo, figura tipica della corrente dello Stilnovo, Beatrice assume nel secondo Canto dell’Inferno – come già visto – anche il ruolo della Grazia cooperante.

Così, al di là della evidente funzione narrativa che consiste nello spingere Virgilio a soccorrere Dante, l’apparizione di Beatrice all’inizio della Commedia arriva quasi a preannunciare lo scopo finale del viaggio e la sua modalità: la sola ragione (Virgilio) non è sufficiente per completare il cammino di redenzione; per giungere alla conoscenza di Dio sono necessarie invece la Teologia e la Grazia Santificante (Beatrice), senza le quali ogni percorso di purificazione morale è destinato a fallire. 

3Canto II Inferno: sintesi narrativa

Versi 1-9. Sta calando la notte e Dante-personaggio è tormentato e angosciato dal pensiero del cammino che dovrà intraprendere. Dante-autore invoca l’aiuto delle Muse, del proprio ingegno e della propria memoria, affinché riesca nell’arduo compito di descrivere l’aldilà. 

Versi 10-42. Dante manifesta a Virgilio tutti i suoi dubbi sul viaggio che sta per intraprendere. Confronta sé stesso con Enea e con San Paolo, che – ancora in vita – avevano compiuto un viaggio nell’aldilà grazie ai loro meriti e con la consapevolezza del bene che ne sarebbe derivato: nel caso di Enea, la fondazione di Roma, sede dell’Impero e della Chiesa; nel caso di San Paolo il rafforzamento del Cristianesimo. Dante, invece, non crede di essere degno di una simile impresa, non avendo gli stessi meriti di Enea e di San Paolo; anzi, crede che il suo viaggio nell’aldilà possa risultare addirittura empio.   

Versi 43-74. Virgilio, accusando Dante di viltà, gli spiega le ragioni della sua missione. È stata Beatrice, preoccupata per le sorti di Dante stesso, smarrito nella selva del peccato, a scendere nel Limbo – sede eterna del poeta latino – e ad indurlo a correre in suo soccorso. 

Versi 75-114. Virgilio racconta di aver promesso a Beatrice di obbedirle e di averle chiesto come mai non avesse timore a scendere in mezzo alle anime dannate. La donna aveva quindi spiegato come la sua natura divina le impedisse di essere sfiorata dalle fiamme dell’Inferno. Inoltre, aveva aggiunto che il viaggio di Dante era voluto dalla Vergine Maria la quale, per mezzo di Santa Lucia, aveva chiesto a Beatrice di prestargli soccorso. 

Versi 115-142. Terminato il suo racconto, Virgilio esorta quindi Dante a mettere da parte i propri timori e le proprie incertezze, dal momento che può contare sul sostegno di «tre donne benedette». Dante, ritrovato l’ardore e la voglia di intraprendere questo viaggio, si affida a Virgilio e lo segue per il difficile sentiero. 

4Analisi del Canto II dell’Inferno: elementi tematici e narrativi

4.1L’invocazione alle Muse

Il II Canto dell’Inferno si apre con un’invocazione alle Muse che – insieme all’enunciazione dell’argomento, ovvero il cammino tra le anime dannate – dona al Canto un carattere proemiale. Infatti, se il I Canto dell’Inferno aveva assunto il ruolo di prologo dell’intera Commedia, il successivo può essere considerato il vero proemio della cantica dell’Inferno. Per questo motivo, in linea con la tradizione classica, Dante apre con un’invocazione alle Muse.

Figlie di Zeus e di Mnemosine, le Muse erano divinità minori. Giovani e belle, la tradizione vuole che si trattasse di nove sorelle, ognuna delle quali era protettrice di una ben specifica arte:

  • Calliope, colei che ha una bella bella voce, protettrice della poesia epica;
  • Clio, colei che rende celebri, protettrice della storia;
  • Erato, colei che provoca desiderio, protettrice della poesia d’amore;
  • Euterpe, colei che rallegra, protettrice della poesia lirica;
  • Melpomene, colei che canta, protettrice della tragedia;
  • Polimnia, colei che ha molti inni, protettrice della danza rituale e del canto sacro;
  • Tersicore, colei che si diletta nella danza, protettrice della danza;
  • Talia, colei che è festiva, protettrice della poesia comico-satirica;
  • Urania, colei che è celeste, protettrice dell’Astronomia.

Interessante, però, sottolineare che mentre i poeti epici come Omero e Virgilio si limitavano a invocare una sola Musa, quasi sicuramente Calliope in quanto protettrice della poesia epica, Dante invece invoca la totalità di esse, quasi sottolineando la necessità di ricevere l’aiuto di tutte le arti per apprestarsi a scrivere la Commedia.
Il poeta invoca anche l’aiuto del suo «alto ingegno» (v.7), sottolineando come l’atto poetico sia una sintesi delle doti innate del poeta (l’ingenium) e dell’attento studio delle tecniche retorico-formali indispensabili per elaborare un componimento in perfetto stile (l’ars).  

4.2La missione di Dante

Se nel Canto proemiale della Commedia Dante aveva trovato, come ostacoli al proprio cammino, tre belve feroci – che, seppur allegoria del peccato, erano presenti in tutta la loro concretezza nel secondo Canto dell’Inferno l’impedimento è interiore: si tratta, nello specifico, del timore nutrito da Dante di non essere pronto ad intraprendere un simile viaggio, di non essere all’altezza della missione di cui è investito. 

È il confronto con due nomi straordinari, stavolta non più allegorizzati ma figure concrete e storicizzate, a spaventarlo: Enea e San Paolo, entrambi protagonisti di un viaggio nell’oltretomba. Si tratta di due personaggi straordinari della tradizione classico-cristiana, le cui missioni nell’aldilà hanno assunto un valore inestimabile per l’intera umanità, in quanto fondamentali per la nascita dell’Impero e della Chiesa. 

La discesa di Enea agli inferi è legata alla successiva fondazione di Roma, futuro centro dell’Impero romano e futura sede del Papato; il viaggio di San Paolo nell’aldilà è invece volto alla diffusione del Cristianesimo e della Parola di Dio. In quest’ottica, diventa particolarmente significativo il famosissimo verso 32 del II Canto dell’Inferno, in cui Dante dice a Virgilio: «Io non Enea, io non Paulo sono»: egli si sente inadeguato, al cospetto di queste due grandi figure, a compiere l’impresa che è stata pensata per lui.
 

Dante, però, il cui viaggio è permesso dalla grazia divina (che, come abbiamo visto, è allegorizzata nelle tre donne benedette), diventa il terzo nella triade dei personaggi illustri che hanno potuto visitare l’aldilà e, come i due precedenti, anch’egli ha un importantissimo compito che porterà beneficio all’umanità intera: riferire agli uomini quel che ha visto e sentito in modo che anch’essi possano ritrovare la «diritta via» smarrita, in un percorso di redenzione universale. 

Il suo essere eroe non ha nulla a che vedere con la spada, com’era stato per Enea, o con la militanza religiosa, com’era stato per San Paolo: egli viene scelto in quanto uomo che, grazie al proprio ingegno, è stato in grado di uscire «de la volgare schiera» (v.105) costituendo un modello per gli altri uomini. 

5Parafrasi del canto II dell’Inferno di Dante

Testo

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra.

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate
.

Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’ell’è possente,
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.

Tu dici che di Silvio il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.

Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui e ’l chi e ’l quale,
 

non pare indegno ad omo d’intelletto;
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto:

la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero.

Per quest’andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.

Andovvi poi lo Vas d’elezione,
per recarne conforto a quella fede
ch’è principio a la via di salvazione.

Ma io perché venirvi? o chi ’l concede?
Io non Enea, io non Paulo sono:
me degno a ciò né io né altri ’l crede.


Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».


E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle,

tal mi fec’io ’n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.

«S’i’ ho ben la parola tua intesa»,
rispuose del magnanimo quell’ombra;
«l’anima tua è da viltade offesa;

la qual molte fiate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ombra.


Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi
nel primo punto che di te mi dolve.


Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:


"O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto’ l mondo lontana,


l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che volt’è per paura;


e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.


Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ha mestieri al suo campare
l’aiuta, sì ch’i’ ne sia consolata.

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.


Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui".
Tacette allora, e poi comincia’ io:


"O donna di virtù, sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,

tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;               
più non t’è uo' ch'aprirmi il tuo talento.


Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.


"Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente", mi rispuose,
"perch’io non temo di venir qua entro.

Temer si dee di sole quelle cose
c’hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose.


I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto incendio non m’assale.


Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ’mpedimento ov’io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.


Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -.


Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele.


Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
ché‚ non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera?

non odi tu la pieta del suo pianto?
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -


Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’io, dopo cotai parole fatte,


venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’hanno".


Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse;
per che mi fece del venir più presto;

e venni a te così com’ella volse;
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse.


Dunque: che è? perché, perché restai?
perché tanta viltà nel core allette?
perché ardire e franchezza non hai?


poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?».


Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca
si drizzan tutti aperti in loro stelo,


tal mi fec’io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca:


«Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!


Tu m’hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto.

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore, e tu maestro».
Così li dissi; e poi che mosso fue,


intrai per lo cammino alto e silvestro.

 

 

 

Parafrasi

Il giorno era quasi finito e il cielo scuro sottraeva gli esseri animati che vivono sulla Terra alle loro fatiche; ed io, unico fra tutti, mi preparavo ad affrontare le difficoltà sia del cammino che dell’angoscia, che la mia mente infallibile descriverà. O muse, o mio alto ingegno, aiutatemi ora; o memoria, che annotasti quello che hai visto, qui dovrai dimostrare il tuo valore. Io cominciai a dire: «Oh Poeta che mi guidi, valuta se le mie capacità sono adeguate a ciò, prima di affidarmi a questo arduo viaggio. Tu dici che il padre di Silvio [Enea], ancora in vita, andò nell'Aldilà, e lì vi andò con tutto il corpo. Perciò, se il nemico di ogni male [Dio] fu cortese verso di lui, pensando alla grandiosa conseguenza che doveva derivare da lui, sia la sua persona che le sue qualità non sembrano indegni a un uomo dotato di intelletto; perché egli fu eletto nell' Empireo come fondatore della nobile Roma e del suo impero: e Roma e il suo impero, a voler dire la verità, furono stabiliti come il sacro luogo dove risiede il successore di San Pietro. Grazie a questo viaggio per mezzo del quale tu gli conferisci onore, [Enea] sentì cose che furono motivo della sua vittoria e del manto papale. Vi andò poi (nell'Aldilà) il Vaso d’elezione [San Paolo], per dare sostegno a quella fede (cristiana) che è indispensabile per percorrere la via verso la salvezza. Ma io perché dovrei venirci? E chi lo permette? Io non sono Enea, né san Paolo; né io né nessun altro può ritenermi degno di questo compito. Perciò, se accetto di incamminarmi, temo che il mio viaggio sia un’empietà. Sei saggio, comprendi meglio di quanto io sappia spiegare» E come colui che non vuole più ciò che voleva, e cambia proposito a causa di nuovi pensieri, al punto che recede totalmente da ciò che stava per cominciare, così divenni io in quel luogo oscuro, perché pensandoci, annullai l'impresa che fu all’inizio così rapida. «Se io ho compreso bene le tue parole», rispose l’ombra di quell’uomo magnanimo, «la tua anima è vittima di viltà; la quale molte volte ostacola l'uomo e lo porta a desistere da un'impresa onorevole, proprio come una immagine ingannevole fa fermare un animale quando si imbizzarrisce. Affinché tu ti liberi da questo timore, ti dirò perché son venuto qui e ciò che udii nel primo momento in cui provai dolore per te. Io ero tra le anime che sono sospese [nel Limbo], e mi chiamò una donna beata e bella al punto tale che le chiesi di comandarmi quel che desiderasse. I suoi occhi splendevano più di una stella; e lei cominciò a dirmi parlando con dolcezza e soavità, con una voce che sembrava il linguaggio di un angelo: "O nobile anima mantovana, la cui la fama ancora perdura nel mondo, e durerà tanto quanto il mondo, il mio amico, non occasionale, sul pendio deserto [di un colle] è così ostacolato nel suo cammino che si è voltato indietro per paura; e temo che sia già smarrito a tal punto che io mi sia mossa troppo tardi per soccorrerlo, per quello che ho udito riguardo lui in cielo. Ora va’, e con la tua parola convincente e con ciò che è necessario per la sua salvezza, aiutalo, così che io ne sia consolata. Io, che ti faccio andare [da lui], sono Beatrice; vengo dal luogo in cui desidero tornare (il Paradiso); è l'amore mi ha fatto venire qui e che mi fa pronunciare queste parole. Quando sarò davanti al mio Signore, spesso a Lui ti loderò". Allora tacque, e cominciai io a parlare: "O donna di virtù, grazie alle cui soltanto la specie umana supera di tutto ciò che che è contenuto sotto il cielo che ha la circonferenza minore, la tua richiesta mi è così gradita, che se anche avessi giù ubbidito mi sembrerebbe di averlo fatto tardi; non devi fare altro che rivelarmi il tuo desiderio. Ma dimmi il motivo per cui non temi di scendere quaggiù (nell’inferno), dall’ampio luogo dove desideri ardentemente tornare". "Dal momento che vuoi sapere le cose tanto a fondo, ti spiegherò brevemente”, mi rispose, “il motivo per cui non temo di venire qua dentro. Si devono temere soltanto quelle cose che hanno il potere di fare male agli altri; le altre no, poiché non sono paurose. Io sono resa da Dio, per sua Grazia, tale che la vostra miseria non mi tocca, e nessuna fiamma di questo fuoco può assalirmi. Nel cielo c'è una donna nobile [Maria] che si duole di questo impedimento [che frena Dante] dove io ti mando, così che infrange il severo giudizio di Dio. Costei chiamò Lucia a sé e le disse: - Ora il tuo fedele ha bisogno del tuo aiuto, e io a te lo affido -. Lucia, nemica di ogni crudeltà, si mosse e venne là nel luogo dov’ero io, che ero seduta accanto all'antica Rachele. Mi disse: - Beatrice, vera lode di Dio, perché non soccorri colui che ti amò così tanto da elevarsi al di sopra della gente volgare? Non senti l'angoscia del suo pianto? Non vedi la morte [spirituale] che combatte sul fiume impetuoso [del peccato], al punto che il mare non può vantarsi [di essere così pericoloso]? - Al mondo non ci furono mai persone tanto veloci a perseguire il proprio vantaggio o a fuggire il proprio danno, quanto io, dopo aver udito quelle parole, venni quaggiù dal mio seggio beato, affidandomi alle tua nobile eloquenza che onora te e coloro che l’hanno ascoltata". Dopo che mi ebbe detto questo, rivolse a me i suoi occhi luminosi e in lacrime, il che mi indusse a venire [da te] quanto prima; e venni da te proprio come lei volle; ti soccorsi da quella belva  che ti impedì di proseguire sul percorso più breve per salire sul bel colle. Dunque: cosa c'è? Perché, perché esiti? Perché coltivi tanta viltà nel cuore? Perché non hai coraggio e sicurezza, dal momento che queste tre donne benedette si prendono cura di te nella corte celeste e le mie parole ti promettono un bene così grande?» Come dei fiorellini chiusi e piegati dal gelo notturno, dopo che il sole li illumina, si risollevano tutti aperti sul loro stelo, così feci io con la mia debolezza d’animo [risollevandola], e al cuore mi venne tanto energico coraggio che cominciare a dire, come una persona sicura di sé: «Oh quant’è pietosa la donna che mi soccorse! E quanto sei cortese tu che subito ubbidisti alle parole di verità che ti rivolse! Tu, hai reso il mio cuore desideroso di venire [con te], grazie alle tue parole, al punto che che sono tornato al mio primo proposito. Ora va’, poiché entrambi abbiamo un’unica volontà: tu sei la mia guida, il mio signore, il mio maestro». Così gli dissi, e dopo che si fu avviato, intrapresi il percorso difficile e selvaggio.

6Figure retoriche nel Canto II dell’Inferno

13, «di Silvio il parente»: perifrasi per indicare Enea e anastrofe
14-15, «ad immortale / secolo»: enjambement
16, «l’avversario d’ogne male»: perifrasi per indicare Dio
53, «beata e bella»: allitterazione
56, «soave e piana»: endiadi
123, «ardire e franchezza»: endiadi