Canto XI Purgatorio di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche

Canto XI Purgatorio di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche A cura di Francesca Ferrandi.

Testo, parafrasi e figure retoriche del canto XI del Purgatorio di Dante. Spiegazione del canto in cui Dante e Virgilio incontrano le anime dei superbi tra cui Oderisi da Gubbio, Omberto Aldobrandeschi e Provenzan Salvani.

1Introduzione al Canto XI del Purgatorio

Alberto Martini, canto XI del Purgatorio, 1944 circa - raffigurazione di piazza del Campo a Siena con Provenzal Salvagni
Alberto Martini, canto XI del Purgatorio, 1944 circa - raffigurazione di piazza del Campo a Siena con Provenzal Salvagni — Fonte: ansa

Il Canto XI del Purgatorio, ambientato nella prima Cornice, mette in scena il dialogo di Dante con le anime dei superbi: si tratta dei primi spiriti che il poeta incontra una volta varcata la porta purgatoriale. 

L’intero Canto è suddivisibile in due momenti:
- La preghiera iniziale, comunitaria, del Padre Nostro; si tratta tuttavia di un Padre Nostro parafrasato, in modo tale da porne l’accento sugli aspetti più strettamente legati alla carità e all’umiltà;
- L’incontro con i primi tre peccatori del Purgatorio – ricordiamo, infatti, che le anime incontrate finora erano ancora relegate nell’Antipurgatorio.  

Questo secondo momento del Canto XI del Purgatorio è ulteriormente tripartito nei colloqui di Dante con Omberto Aldobrandeschi, con Oderisi da Gubbio e nella presentazione del personaggio e della storia di Provenzan Salvani. Nella pena di questi tre spiriti – ognuno legato a una diversa sfaccettatura della superbia, come vedremo al paragrafo 2 – si evince la critica di Dante alla società medievale, tutta dominata dalla competizione, dall’individualismo e dalla voglia di autoaffermarsi anche a discapito del prossimo. E vi si legge, anche, un forte autoravvedimento: il poeta, infatti, sa bene che la superbia è probabilmente il più grande peccato di cui egli si è macchiato (vedi paragrafo 4.2) e che quindi la pena a cui sono sottoposte le anime del Canto XI del Purgatorio potrebbe spettare anche a lui, una volta abbandonata la vita terrena. Il perdono però può essere ottenuto attraverso l’umiliazione di sé, come dimostra la vicenda di Provenzano (vedi paragrafo 2.3); umiliazione che Dante sperimenterà sulla propria pelle nel momento dell’esilio, tristemente profetizzato alla fine del Canto.   

2Purgatorio, Canto XI: i personaggi

Particolare degli affreschi della Cappella di S. Brizio nel Duomo di Orvieto: l'episodio di Dante e Virgilio e i tre superbi, tratto dal Canto XI del Purgatorio
Particolare degli affreschi della Cappella di S. Brizio nel Duomo di Orvieto: l'episodio di Dante e Virgilio e i tre superbi, tratto dal Canto XI del Purgatorio — Fonte: ansa

2.1Omberto Aldobrandeschi

Omberto Aldobrandeschi è il primo dei tre spiriti che ci viene presentato all’interno del Canto XI del Purgatorio. Figlio secondogenito di Guglielmo Aldobrandeschi, egli fu signore di Campagnatico in Maremma, nella valle dell'Ombrone grossetano. Da qui, partiva spesso partecipe di diverse malefatte ai danni dei viandanti e, soprattutto, dei senesi. Omberto, infatti, continuò la politica di ostilità verso Siena iniziata dal padre, ma lo fece in modo spregiudicato. Fu proprio per via dell’arroganza di questo suo atteggiamento che egli morì nel 1259, per mano dei senesi. Diverse le ipotesi sulla sua uccisione: secondo la testimonianza di Angelo Dei, cronista trecentesco, Omberto fu soffocato nel letto da alcuni sicari di Siena; stando al racconto di una cronaca anonima e di Benvenuto da Imola, invece, egli morì combattendo valorosamente a cavallo contro i suoi nemici senesi presso il suo castello di Campagnatico.  

Nella struttura tripartita dell’incontro con le anime dei superbi all’interno del Canto XI del Purgatorio, Omberto Aldobrandeschi rappresenta la superbia nobiliare. Egli apparteneva, infatti, al ramo dell’antica famiglia degli Aldobrandeschi, conti di Soana e Pitigliano; proprio questa sua nobile discendenza lo aveva reso altero e sprezzante nei confronti degli altri uomini. Nonostante nel Purgatorio egli provi ancora un antico orgoglio nell’essere un esponente di una così prestigiosa famiglia, Omberto sa quanto la superbia in cui è degenerato questo vanto abbia danneggiato sé e i suoi discendenti, dimentichi della comune radice di tutti gli uomini. Per questo motivo accetta umilmente la propria condanna.  

2.2Oderisi da Gubbio

Il secondo spirito superbo con cui Dante interloquisce nel Canto XI del Purgatorio è Oderisi da Gubbio. Nato nella cittadina umbra intorno al 1240, egli fu un famosissimo miniatore, attivo a Bologna tra il 1268 e il 1271; è qui che Dante, secondo alcune fonti, potrebbe averlo conosciuto. Stando alla ricostruzione del Vasari, Oderisi da Gubbio si sarebbe poi trasferito a Roma nel 1295 per miniare i codici della biblioteca papale; qui sarebbe morto intorno al 1299. Dante ce lo descrive come il maggior esponente della miniatura romanica, ma sfortunatamente noi non possediamo codici miniati a lui attribuibili con assoluta certezza e la sua opera ci è quindi sconosciuta.  

Inserito tra le figure della superbia nobiliare e della superbia del potere, Oderisi da Gubbio rappresenta all’interno del Canto XI del Purgatorio la superbia d’ingegno. Si tratta del peccato del quale Dante si sente colpevole (vedi paragrafo 4.2). Il miniatore duecentesco scompare ben presto come figura storica per diventare il portavoce dell’autore stesso: attraverso un lungo monologo sulla caducità della gloria terrena – che rappresenta il messaggio centrale del Canto – Oderisi mette a nudo la vanità artistico-letteraria di Dante, tentando di esorcizzarla. La lunga orazione rappresenta, in effetti, un autoravvedimento del poeta a distaccarsi dal desiderio della gloria terrena, destinata ad essere temporanea. Importante è sottolineare che la condanna di Dante non è rivolta all’arte, la quale rappresenta un’opera buona di contributo spirituale alla società, bensì all’autoesaltazione dell’artista.  

2.3Provenzan Salvani

Provenzano Salvani è il terzo personaggio che incontriamo nel Canto XI del Purgatorio; a differenza di quanto accade con i due precedenti, però, egli non prende parola, non interloquisce con Dante agens, ma la sua storia viene introdotta e raccontata da Oderisi da Gubbio.
Nato a Siena intorno al 1220, Provenzano fu un autorevole capo ghibellino e condottiero italiano. Terribile tiranno, nel 1259 divenne ambasciatore presso il re Manfredi e, successivamente, fu posto a capo della parte ghibellina della Repubblica di Siena. Ebbe un ruolo di primo piano nella Battaglia di Montaperti del 1260, dove – aiutato da Farinata degli Uberti – condusse i senesi alla vittoria contro le truppe guelfe di Firenze. Fu proprio con Farinata che Provenzano si scontrò nel Convegno di Empoli del tardo settembre 1260, in quanto propugnatore della distruzione di Firenze. Nel 1262 fu nominato Podestà di Montepulciano e, successivamente, assunse il titolo di dominus di Siena, consolidando sempre di più il proprio potere. Condusse i senesi nella battaglia di Colle di Val d'Elsa nel 1269, e qui morì per mano del suo nemico Regolino Tolomei. Il suo capo mozzato fu portato, innalzato su una lancia, per il campo di battaglia, come un trofeo di vittoria. 

Provenzan Salvani rappresenta, all’interno del Canto XI del Purgatorio, la superbia che nasce dalla consapevolezza di detenere il potere politico. Muto, egli costituisce l’esempio finale del monologo pronunciato da Oderisi da Gubbio sulla caducità della fama degli uomini. La sua figura, però, è utile a Dante auctor anche per esemplificare nuovamente l’infinita misericordia di Dio: come conseguenza di un suo gesto di carità e umiliazione – l’aver chiesto l’elemosina in piazza per liberare un amico dal carcere (vv. 133-138) – Provenzano è riuscito ad ottenere il perdono e a salvarsi, accedendo direttamente al Purgatorio senza dover sostare nell’Antipurgatorio

3Canto XI Purgatorio: sintesi narrativa

Purgatorio, Canto XI. Illustrazione di Franz von Bayros. Vienna 1921
Purgatorio, Canto XI. Illustrazione di Franz von Bayros. Vienna 1921 — Fonte: ansa

Versi 1-45. Dante, giunto nella prima cornice, sente le anime dei superbi recitare il Padre nostro, sottolineando la fallibilità umana. La loro preghiera è rivolta anche ai vivi rimasti sulla Terra, affinché il demonio non li tenti e Dio li liberi. Virgilio si rivolge poi agli spiriti, chiedendo loro di indicargli la salita più agevole per Dante, in possesso del corpo umano e quindi più ostacolato a salire.

Versi 46-72. Un’anima risponde a Virgilio, indicandogli la via più agevole. Poi si presenta: è Omberto Aldobrandeschi, figlio di Guglielmo Aldobrandeschi. La retta condotta di suo padre e la nobiltà della sua famiglia lo resero superbo e, per via di questa arroganza, venne ucciso nel castello di Campagnatico.

Versi 73-108. Una seconda anima si rivolge a Dante: si tratta di Oderisi da Gubbio, maestro dell’arte della miniatura. Questi si fa portavoce di un lungo monologo, nel quale mostra quanto effimera sia la fama terrena: il suo primato nella miniatura è passato a Franco Bolognese, i cui codici sono più apprezzati; allo stesso modo Cimabue è stato superato da Giotto, e Guido Guinizzelli da Guido Cavalcanti, ma forse è già nato un poeta che riuscirà a surclassare entrambi – Dante.

Versi 109-142. Per corroborare la propria tesi, Oderisi indica a Dante un’altra anima superba: si tratta di Provenzan Salvani, un tempo noto in tutta la Toscana per aver sconfitto Firenze nella Battaglia di Montaperti e ora a malapena ricordato. Dante rimane sorpreso: non comprende perché Provenzan Salvani si trovi nella prima cornice e non nell’Antipurgatorio, dove vi sono le anime pentitesi in punto di morte. Oderisi gli spiega che, nel momento in cui era all’apice della propria potenza, Provenzano compì un gesto di profonda umiltà, chiedendo pubblicamente l’elemosina per liberare un suo amico in carcere. Non aggiunge altro: le sue parole sono oscure, ma Dante comprenderà grazie ai suoi concittadini l’umiliazione provata da Provenzan Salvani.

4Analisi del Canto XI del Purgatorio: elementi tematici e narrativi

4.1La colpa: la superbia

Il Canto XI del Purgatorio è ambientato nella prima cornice: qui sono puniti i superbi, gli spiriti che si sono macchiati del primo dei sette peccati capitali. Ci troviamo di fronte alle prime anime del Purgatorio che Dante incontra nel suo viaggio nel secondo dei regni ultraterreni; esse, quindi, esemplificano il meccanismo dell’espiazione purgatoriale che si compone di due diverse pene:

  • La pena fisica: la punizione corporale a cui Dio sottopone le anime per le colpe commesse, simile per struttura – ma non per intensità e durezza – alle pene delle anime in cui ci siamo imbattuti nell’Inferno.
  • La pena morale: la meditazione costante degli esempi di virtù contraria al peccato di cui le anime si sono macchiate e la preghiera comunitaria.

Nello specifico caso delle anime dei superbi, questa doppia pena si configura nel seguente modo:

  • Essi si ritrovano a muoversi lentamente, sotto il peso di un grande macigno che devono portare sul dorso e sulla nuca e, per via del quale, sono curvi, chini. Importante sottolineare che il peso non è uguale per tutti, ma varia a seconda della gravità della colpa commessa. È una pena fisica fondata sul contrappasso per antitesi: come in vita ebbero un’opinione troppo alta di se stessi e tennero quindi la nuca alta, ora sono costretti a tenere il capo chino.
  • Il peso del macigno che portano, costringe le anime dei superbi a guardare costantemente verso la cornice (dove sono scolpiti esempi dell’umiltà, la virtù contraria alla superbia) e verso il pavimento (dove sono scolpiti esempi di superbia punita). Inoltre esse pregano insieme il Padre nostro.

Interessante soffermarsi proprio sulla preghiera recitata dai superbi, con la quale si apre il Canto XI del Purgatorio: essa è l’unica riportata per intero all’interno della seconda cantica della Commedia e si configura come atto di umiltà e di ammissione della limitatezza umana. Dante auctor, infatti, parafrasa il Padre nostro evangelico, ponendone l’accento sull’umiltà e sulla carità. 

4.2Dante: un superbo?

C’è un dato particolarmente interessante all’interno del Canto XI del Purgatorio e su cui, nel corso dei secoli, i critici della Commedia si sono soffermati. Al verso 78 leggiamo che Dante «tutto chin con loro andava»; l’atteggiamento del poeta è quindi simile a quello dei superbi, quasi volesse punirsi prima del tempo per un peccato di cui sa di essersi macchiato. L’autore del poema sacro si collocherebbe quindi, idealmente, all’interno della prima cornice del Purgatorio. Si tratta di un’ipotesi che viene confermata dallo stesso Dante all’interno del Canto XIII del Purgatorio, quando, ai versi 136-138, scrive: «Troppa è più la paura ond’è sospesa / l’anima mia del tormento di sotto, / che già lo ‘ncarco di là giù mi pesa». Egli sta quindi ammettendo di aver paura della pena a cui sono sottoposti i superbi perché egli stesso sente come propria quella colpa, tanto che già accusa il peso del masso che quelle anime sono costrette a portare.

Nel dialogo con le anime, all’interno dell’XI Canto del Purgatorio, Dante si pone quindi al loro fianco e rivive nei loro racconti la propria superbia, le proprie aspirazioni giovanili tutte volte all’ottenimento della gloria terrena. In quest’ottica, grande rilievo assume l’orazione di Oderisi da Gubbio, portavoce di Dante auctor, sull’effimerità della fama artistico-letteraria, paragonabile a un «fiato di vento».

5Parafrasi del canto XI del Purgatorio

Testo

«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
non circunscritto, ma per più amore
ch’ai primi effetti di là sù tu hai,

laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore
da ogni creatura, com’è degno
di render grazie al tuo dolce vapore.

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
ché noi ad essa non potem da noi,
s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.

Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
così facciano li uomini de’ suoi.

Dà oggi a noi la cotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi più di gir s’affanna.

E come noi lo mal ch’avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.

Nostra virtù che di legger s’adona,
non spermentar con l’antico avversaro,
ma libera da lui che sì la sprona.

Quest’ultima preghiera, segnor caro,
già non si fa per noi, ché non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro».

Così a sé e noi buona ramogna
quell’ombre orando, andavan sotto ‘l pondo,
simile a quel che tal volta si sogna,

disparmente angosciate tutte a tondo
e lasse su per la prima cornice,
purgando la caligine del mondo.

Se di là sempre ben per noi si dice,
di qua che dire e far per lor si puote
da quei ch’hanno al voler buona radice?

Ben si de’ loro atar lavar le note
che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
possano uscire a le stellate ruote.

«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
tosto, sì che possiate muover l’ala,
che secondo il disio vostro vi lievi,

mostrate da qual mano inver’ la scala
si va più corto; e se c’è più d’un varco,
quel ne ‘nsegnate che men erto cala;

ché questi che vien meco, per lo ‘ncarco
de la carne d’Adamo onde si veste,
al montar sù, contra sua voglia, è parco».

Le lor parole, che rendero a queste
che dette avea colui cu’ io seguiva,
non fur da cui venisser manifeste;

ma fu detto: «A man destra per la riva
con noi venite, e troverete il passo
possibile a salir persona viva
.

E s’io non fossi impedito dal sasso
che la cervice mia superba doma,
onde portar convienmi il viso basso,

cotesti, ch’ancor vive e non si noma,
guardere’ io, per veder s’i’ ‘l conosco,
e per farlo pietoso a questa soma.

Io fui latino e nato d’un gran Tosco:
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se ‘l nome suo già mai fu vosco.

L’antico sangue e l’opere leggiadre
d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando a la comune madre,

ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante,
ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
e sallo in Campagnatico ogne fante.

Io sono Omberto; e non pur a me danno
superbia fa, ché tutti miei consorti
ha ella tratti seco nel malanno.

E qui convien ch’io questo peso porti
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
poi ch’io nol fe’ tra ‘ vivi, qui tra ‘ morti».

Ascoltando chinai in giù la faccia;
e un di lor, non questi che parlava,
si torse sotto il peso che li ‘mpaccia,

e videmi e conobbemi e chiamava,
tenendo li occhi con fatica fisi
a me che tutto chin con loro andava.

«Oh!», diss’io lui, «non se’ tu Oderisi,
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte
ch’alluminar chiamata è in Parisi?».

«Frate», diss’elli, «più ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l’onore è tutto or suo, e mio in parte.

Ben non sare’ io stato sì cortese
mentre ch’io vissi, per lo gran disio
de l’eccellenza ove mio core intese.

Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.

Oh vana gloria de l’umane posse!
com’poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse!

Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura:

così ha tolto l’uno a l’altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido.

Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ‘l ‘dindi’,

pria che passin mill’anni? ch’è più corto
spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.

Colui che del cammin sì poco piglia
dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
e ora a pena in Siena sen pispiglia,

ond’era sire quando fu distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo sì com’ora è putta.

La vostra nominanza è color d’erba,
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra acerba».

E io a lui: «Tuo vero dir m’incora
bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».

«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntuoso
a recar Siena tutta a le sue mani.

Ito è così e va, sanza riposo,
poi che morì; cotal moneta rende
a sodisfar chi è di là troppo oso».

E io: «Se quello spirito ch’attende,
pria che si penta, l’orlo de la vita,
qua giù dimora e qua sù non ascende,

se buona orazion lui non aita,
prima che passi tempo quanto visse,
come fu la venuta lui largita?».

«Quando vivea più glorioso», disse,
«liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna diposta, s’affisse;

e lì, per trar l’amico suo di pena
ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogne vena.

Più non dirò, e scuro so che parlo;
ma poco tempo andrà, che ‘ tuoi vicini
faranno sì che tu potrai chiosarlo.

Quest’opera li tolse quei confini».

Parafrasi

«O Padre nostro, che stai nei cieli, non delimitato [da essi], ma l’amore più forte Tu senti per le prime sostanze che creasti lassù, sia lodato il Tuo nome e la Tua potenza da ogni creatura, com’è giusto rendere grazie al Tuo Spirito Santo. Giunga a noi la pace del Tuo regno, perché noi ad essa non possiamo giungere da soli, seppur con tutto il nostro ingegno, se essa non viene [incontro a noi]. Come i Tuoi angeli sacrificano per Te la loro volontà individuale, cantando le Tue lodi, così facciano gli uomini con la loro. Dacci oggi il cibo quotidiano, senza il quale in quest’aspro deserto retrocede chi più si affanna ad andare avanti. E come noi perdoniamo a ciascuno il male che abbiamo sofferto, anche tu perdonaci benignamente, e non guardare ai nostri [esigui] meriti. Non mettere alla prova con la tentazione del demonio la nostra virtù che facilmente si abbatte, ma liberaci da colui che la spinge [verso il peccato]. Quest’ultima preghiera, Signore amato, non la rivolgiamo per noi, perché non ne abbiamo più bisogno, ma per coloro che sono rimasti dietro di noi [in vita]». Così quelle anime, pregando per sé e per noi un buon augurio, avanzavano sotto il peso [del masso], simile a quello che talvolta ci opprime nel sogno, diversamente oppresse, girando tutte intorno al monte, e stanche lungo la prima cornice, purificandosi dalla cenere delle passioni terrene. Se di là [nel Purgatorio] si prega sempre per noi [viventi], di qua [sulla Terra] cosa si può dire e fare per costoro da parte di chi ha la volontà radicata nella Grazia di Dio? Si deve indubbiamente aiutarle a lavare le macchie del peccato che portarono con sé dal mondo, così che, purificate e leggere, possano salire ai cieli stellati. «Deh, possano la giustizia e la pietà di Dio liberarvi presto, cosicché possiate iniziare il volo, che secondo il vostro desiderio vi innalzi [al cielo], mostrateci da che parte si giunge più rapidamente verso la scala; e se vi è più di un passaggio, indicateci quello che scende meno ripido; perché costui che viene con me, per il peso del corpo di cui è vestito, nel salire è lento, pur contro la sua volontà». Le loro parole, che risposero a queste che aveva pronunciato colui che io seguivo, non fu chiaro da chi provenissero; ma fu detto: «Venite con noi verso destra lungo la parete [del monte], e troverete un passaggio attraverso cui è possibile che salga una persona viva. E se io non fossi impedito dal masso che piega il mio capo superbo, per cui sono costretto a volgere lo sguardo a terra, guarderei costui che è ancora vivo e non dice il suo nome, per vedere se io lo conosco, e per indurgli pietà per questa pena. Io fui italiano e nacqui da un nobile Toscano: mio padre fu Guglielmo Aldobrandeschi; non so se il suo nome vi sia mai stato noto. Il nobile sangue e le opere virtuose dei miei antenati mi resero così arrogante, che, non pensando alla nostra origine comune, disprezzai oltremisura ogni uomo, al punto che ne morii, come sanno i Senesi, e lo sa ogni bambino del Campagnatico. Io sono Omberto; e la superbia non ha recato danno solo a me, perché tutti i miei consanguinei essa ha trascinato con sé nella rovina. Ed è necessario che qui io porti questo peso a causa sua, finché Dio non sia soddisfatto, qui tra i morti, poiché non lo feci tra i vivi». Ascoltando, chinai il viso verso il basso; e una di quelle anime, non questa che parlava, si contorse sotto il peso che impedisce i loro movimenti, e mi vide e mi riconobbe, e mi chiamava, tendendo faticosamente gli occhi fissi su di me che procedevo insieme a loro, tutto chino. «Oh!», dissi io a lui, «non sei tu Oderisi, la gloria di Gubbio e l’onore di quell’arte che a Parigi è chiamata alluminare?». «Fratello», disse egli, «splendono di più le pergamene che dipinge Franco Bolognese; la gloria è ora tutta sua, e mia solo in parte. Certo non sarei stato così cortese [nei confronti di Franco Bolognese] mentre ero vivo, per il gran desiderio di eccellere verso cui il mio cuore era rivolto. Di questa superbia qui si paga la pena; e non sarei ancora qui se non fosse accaduto che, pur potendo ancora peccare, mi rivolsi a Dio [pentendomi]. Oh vana gloria delle capacità umane! Quanto poco tempo resiste verdeggiante sulla cima, se non è seguita da età di decadenza! Cimabue credette di essere il migliore nella pittura, e ora Giotto ha la celebrità, cosicché la fama del primo ne è oscurata: così Guido Cavalcanti ha tolto a Guido Guinizzelli la gloria della poesia in volgare; e forse è già nato chi caccerà entrambi dalla loro posizione. La fama terrena non è altro che un soffio di vento, che ora spira da una parte e ora da un’altra, e cambia nome perché cambia direzione. Quale fama avrai tu se morirai vecchio, piuttosto che se fossi morto prima di abbandonare i termini infantili, prima che passino mille anni? Che, rispetto all’eternità, sono un tempo più breve di quello di un battere di ciglia rispetto al cerchio celeste che in cielo si volge più lentamente. Tutta la toscana celebrò colui che cammina dinnanzi a me a passi così lenti; mentre ora a malapena se ne bisbiglia a Siena, della quale era signore quando fu abbattuto
la rabbiosa prepotenza di Firenze
, che a quel tempo era superba così come ora è corrotta.
La vostra fama è come il colore dell’erba, che arriva e se ne va, e la scolorisce il sole, grazie al quale essa spunta dalla terra tenera». E io a lui: «Le tue parole veritiere mi infondono nel cuore una sincera umiltà, e mi attenuano il gran gonfiore [della superbia]; ma chi è quello di cui tu parlavi ora?». «Egli è», rispose, «Provenzan Salvani; ed è qui perché ebbe la presunzione di tenere tutta Siena nelle sue mani. Egli ha camminato e continua a camminare in questa posizione, senza riposo, da quando è morto; così soddisfa il suo debito [verso Dio] chi in vita ha osato troppo [in superbia]». E io: «Se quell’anima che aspetta, prima di pentirsi, l’ultimo istante della vita, dimora qui sotto e non sale qua sopra, se una buona preghiera non lo aiuta, prima che passi altrettanto tempo di quanto ha vissuto, come mai fu concessa a lui la salita [in Purgatorio]?». «Quando egli viveva il culmine della gloria», disse, «spontaneamente si fermò nella piazza del Campo a Siena; e lì, per liberare un suo amico dalla pena che scontava nella prigione di Carlo [d’Angiò], si ridusse a tremare in tutto il corpo. Non dirò altro, e so di parlare in modo oscuro; ma passerà poco tempo prima che i tuoi concittadini ti permetteranno di interpretare con chiarezza. Questa opera lo liberò dai confini dell’Antipurgatorio».

6Figure retoriche nel Canto XI del Purgatorio

v. 27, «simile a quel che tal volta si sogna»: similitudine
v. 38, «muover l’ala»: metafora per indicare l’ascensione al Cielo
v. 44, «la carne d’Adamo»: perifrasi per indicare il corpo
v. 53, «cervice»: sineddoche per indicare il capo
v. 105, «il ‘pappo’ e ‘l ‘dindi’»: onomatopee per indicare il cibo e le monete
v. 111, «e ora a pena in Siena sen pispiglia»: allitterazione
v. 111, «pispiglia»: onomatopea
v. 115, «La vostra nominanza è color d’erba»: metafora per indicare la brevità della gloria