Canto I Purgatorio di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche

Canto I Purgatorio di Dante: testo, parafrasi e figure retoriche A cura di Francesca Ferrandi.

Canto I del Purgatorio di Dante: temi, testo, parafrasi e figure retoriche del canto con cui Dante Alighieri inizia il suo viaggio nel Purgatorio, il secondo regno dell'Oltretomba

1Introduzione al Canto I del Purgatorio

Illustrazione di Franz Von Bayros del Canto 1 del Purgatorio
Illustrazione di Franz Von Bayros del Canto 1 del Purgatorio — Fonte: ansa

Il Canto I del Purgatorio apre le porte al viaggio di Dante nel secondo dei regni ultraterreni. Al verso 7 troviamo il verbo «resurga», che riassume sinteticamente quel che sarà l’argomento dell’intera cantica: la risurrezione delle anime, ovvero il loro percorso di purificazione e di espiazione dei propri peccati con il fine di ottenere la salvezza e di ascendere, così, al Paradiso. Un intento richiamato anche dall’ambientazione spazio-temporale di questo primo Canto del Purgatorio: è la domenica di Pasqua, giorno in cui i cristiani festeggiano la risurrezione di Cristo, e la spiaggia dove si trovano Dante e Virgilio è avvolta dalla luminosità dell’alba, allegoria della luce della Grazia divina che abbraccia le anime del Purgatorio, salve dalla dannazione eterna, nonché simbolo della speranza ritrovata dopo le tenebre infernali.   

Ci troviamo quindi di fronte a un ambiente rasserenato e colmo di fiducia; ne consegue un innalzamento dello stile che accompagnerà l’intera cantica.   

2Purgatorio, Canto I: i personaggi

2.1Catone Uticense

Protagonista del Canto I del Purgatorio è Marco Porcio Catone – detto il Giovane o l’Uticense per distinguerlo dall’omonimo antenato, Catone il Censore. Nato a Roma nel 95 a.C., prese parte alla vita politica di Roma, diventando prima questore, poi tribuno della plebe ed infine pretore nel 54 a.C. Estremo difensore delle libertà politiche e repubblicane, si oppose fermamente al primo triumvirato di Crasso, Cesare, Pompeo. Quando però scoppiò la guerra civile tra questi due ultimi, si schierò dalla parte di Pompeo, riconoscendo nelle mire dittatoriali di Cesare un aperto attacco agli ideali repubblicani; per questo motivo, dopo la sconfitta di Pompeo a Tapso nel 46 a.C., Catone decise di togliersi la vita a Utica, città africana a nord di Cartagine.    

Ricostruita la vicenda di Catone l’Uticense ci sorge immediatamente una domanda: perché, Dante, ne fa il custode del Purgatorio, regno nel quale le anime sono destinate a salvarsi? Pagano, morto suicida e avverso alla figura di Cesare – e con essa, quindi, a quella dell’Impero così cara invece a Dante – il personaggio sembra essere in piena antitesi con i valori del poeta. In realtà, nel Medioevo cristiano la figura di Catone era ricollegata ad un modello di vita austera e dignitosa, nonché di integrità, di fortezza morale e di rifiuto dei beni terreni, tutti valori fortemente cristiani.    

Il suo suicidio è, secondo Dante, un gesto giustificabile, perché compiuto con il fine di salvaguardare la libertà civile, precorritrice della libertà interiore cui tutte le anime del Purgatorio aspirano e necessitano per poter ascendere al Paradiso.

All’interno del Canto I del Purgatorio – ma, più in generale, all’interno dell’opera di Dante – Catone assume quindi i connotati del modello della perfezione umana al suo più alto livello terreno che comporta la libertà assoluta dalle passioni e l’anteposizione del bene comune al proprio. Per questo motivo, Dante – al verso 75 – predice al guardiano del Purgatorio l’assunzione in Cielo dopo il Giudizio Universale, trattamento che non ha riservato neanche al suo maestro Virgilio.

    

3Canto I Purgatorio: sintesi narrativa

Dante e Virgilio incontrano Casella nell'antipurgatorio, angelo posto a custodia della Porta del Purgatorio
Dante e Virgilio incontrano Casella nell'antipurgatorio, angelo posto a custodia della Porta del Purgatorio — Fonte: ansa

Versi 1-12. Dopo aver lasciato il terribile mare dell’Inferno, Dante è pronto a cantare con più tranquillità il secondo regno dell’Oltretomba, il Purgatorio, nel quale l’anima si purifica per poter accedere al Paradiso. Il poeta invoca l’aiuto delle Muse e in particolar modo di Calliope, chiedendole di assisterlo con lo stesso canto col quale sconfisse le Piche.  

Versi 13-48. Dante gioisce nell’osservare l’azzurro del cielo: ad illuminarlo c’è Venere, che si trova nella costellazione dei Pesci. Voltandosi verso il cielo australe, il poeta riesce a scorgere quattro stelle la cui luce è stata visibile solo a due esseri umani: Adamo ed Eva. Non appena distoglie lo sguardo da esse, scorge un vecchio venerando accanto a sé: si tratta di Catone Uticense il quale, credendo Dante e Virgilio due dannati in fuga dall’Inferno, chiede loro chi siano e come mai si trovino lì.

   

J. A. Koch, Dante e l'Angelo del Purgatorio
J. A. Koch, Dante e l'Angelo del Purgatorio — Fonte: ansa

Versi 49-108. Virgilio, allora, fa inginocchiare Dante di fronte a Catone e prende parola, rispondendo ai dubbi dell’anima veneranda. Gli spiega, quindi, che egli è stato incaricato da una donna beata a soccorrere Dante e a guidarlo attraverso l’Oltretomba. Aggiunge, inoltre, che Catone dovrebbe gradire la sua venuta: il poeta fiorentino cerca la libertà, che è qualcosa di assai prezioso, come sa bene chi per essa arriva a rinunciare alla propria vita. Conclude, infine, dicendo che i due sono svincolati dalle leggi infernali – Virgilio è un’anima del Limbo, Dante è un vivente – e di farli passare in nome di Marzia, moglie di Catone. L’uomo risponde che concederà loro il passaggio non per Marzia ma grazie alla donna del cielo che li ha messi in viaggio; prima, però, Virgilio dovrà lavare il volto di Dante e cingere la sua vita con un giunco.

Versi 109-136. Al termine del suo discorso, Catone scompare. Dante e Virgilio, tornando sui loro passi, giungono in un punto della spiaggia dove l’erba è bagnata dalla rugiada. Con questa, Virgilio lava le guance di Dante. Dopodiché, giunti nella parte bassa della spiaggia, il maestro si china a cogliere un giunco – che, una volta strappato, subito ricresce vigoroso – con il quale cinge i fianchi di Dante.

  

4Analisi del Canto I del Purgatorio: elementi tematici e narrativi

Dante Alighieri incontra alcuni spiriti in un'illustrazione di Gustavo Dore'
Dante Alighieri incontra alcuni spiriti in un'illustrazione di Gustavo Dore' — Fonte: ansa

4.1Un secondo proemio

Abbiamo visto come il Canto I e il II dell’Inferno avevano assunto un ruolo proemiale, rispettivamente, della Commedia e della sua prima cantica. Il Canto I del Purgatorio, aprendo le porte a un diverso regno ultraterreno, inevitabilmente presenta le caratteristiche di un nuovo esordio, e sviluppa il suo proemio sulla bipartizione canonica dei poemi classici: 

  • Protasi, dove viene esposto l'argomento che verrà trattato; nel caso del primo Canto del Purgatorio corrisponde ai versi 1-6;
  • Invocazione alle Muse, in questo Canto rintracciabile nei versi 7-12.

In particolar modo, Dante decide di iniziare la seconda cantica della Commedia con un’invocazione a Calliope, musa protettrice della poesia epica che era stata invocata anche da Virgilio nel Libro IX dell’ Eneide. Attraverso questa figura, Dante può rievocare il mito delle figlie di Pierio, il re di Tessaglia (o di Macedonia). Esse, secondo la mitologia, ebbero l’ardire di sfidare le Muse in una gara di canto e furono vinte proprio dalla voce melodiosa di Calliope che, per punirle, le trasformò in piche, cioè in gazze dal gracchiare stridulo. In questo modo, il poeta pone il Canto I del Purgatorio – e, con esso, l’intera cantica – sotto l’ammonimento nei confronti della superbia. Senza l’umiltà, infatti, non potrebbe compiersi la salvezza delle anime, fine ultimo del secondo regno ultraterreno.  

 

5Parafrasi del canto I del Purgatorio

Testo

Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele
;

e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno
.

Ma qui la morta poesì resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Caliopè alquanto surga
,

seguitando il mio canto con quel suono
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono
.

Dolce color d’oriental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro
,

a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
che m’avea contristati li occhi e ‘l petto
.

Lo bel pianeto che d’amar conforta
faceva tutto rider l’oriente,
velando i Pesci ch’erano in sua scorta
.

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente
.

Goder pareva ‘l ciel di lor fiammelle:
oh settentrional vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle
!

Com’io da loro sguardo fui partito,
un poco me volgendo a l ‘altro polo,
là onde il Carro già era sparito
,

vidi presso di me un veglio solo,
degno di tanta reverenza in vista,
che più non dee a padre alcun figliuolo
.

Lunga la barba e di pel bianco mista
portava, a’ suoi capelli simigliante,
de’ quai cadeva al petto doppia lista
.

Li raggi de le quattro luci sante
fregiavan sì la sua faccia di lume,
ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante
.

«Chi siete voi che contro al cieco fiume
fuggita avete la pregione etterna?»,
diss’el, movendo quelle oneste piume
.

«Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,
uscendo fuor de la profonda notte
che sempre nera fa la valle inferna
?

Son le leggi d’abisso così rotte?
o è mutato in ciel novo consiglio,
che, dannati, venite a le mie grotte?»
.

Lo duca mio allor mi diè di piglio,
e con parole e con mani e con cenni
reverenti mi fé le gambe e ‘l ciglio
.

Poscia rispuose lui: «Da me non venni:
donna scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui sovvenni
.

Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi
di nostra condizion com’ell’è vera,
esser non puote il mio che a te si nieghi
.

Questi non vide mai l’ultima sera;
ma per la sua follia le fu sì presso,
che molto poco tempo a volger era
.

Sì com’io dissi, fui mandato ad esso
per lui campare; e non lì era altra via
che questa per la quale i’ mi son messo
.

Mostrata ho lui tutta la gente ria;
e ora intendo mostrar quelli spirti
che purgan sé sotto la tua balìa
.

Com’io l’ho tratto, saria lungo a dirti;
de l’alto scende virtù che m’aiuta
conducerlo a vederti e a udirti
.

Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta
.

Tu ‘l sai, ché non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara
.

Non son li editti etterni per noi guasti,
ché questi vive, e Minòs me non lega;
ma son del cerchio ove son li occhi casti

di Marzia tua, che ‘n vista ancor ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore adunque a noi ti piega
.

Lasciane andar per li tuoi sette regni;
grazie riporterò di te a lei,
se d’esser mentovato là giù degni»
.

«Marzia piacque tanto a li occhi miei
mentre ch’i’ fu’ di là», diss’elli allora,
«che quante grazie volse da me, fei
.

Or che di là dal mal fiume dimora,
più muover non mi può, per quella legge
che fatta fu quando me n’usci’ fora
.

Ma se donna del ciel ti muove e regge,
come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
bastisi ben che per lei mi richegge
.

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d’un giunco schietto e che li lavi ‘l viso,
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe
;

ché non si converria, l’occhio sorpriso
d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro, ch’è di quei di paradiso
.

Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
là giù colà dove la batte l’onda,
porta di giunchi sovra ‘l molle limo
;

null’altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch’a le percosse non seconda
.

Poscia non sia di qua vostra reddita;
lo sol vi mosterrà, che surge omai,
prendere il monte a più lieve salita»
.

Così sparì; e io sù mi levai
sanza parlare, e tutto mi ritrassi
al duca mio, e li occhi a lui drizzai
.

El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
volgianci in dietro, ché di qua dichina
questa pianura a’ suoi termini bassi»
.

L’alba vinceva l’ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina
.

Noi andavam per lo solingo piano
com’om che torna a la perduta strada,
che ‘nfino ad essa li pare ire in vano
.

Quando noi fummo là ‘ve la rugiada
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza, poco si dirada
,

ambo le mani in su l’erbetta sparte
soavemente ‘l mio maestro pose:
ond’io, che fui accorto di sua arte
,

porsi ver’ lui le guance lagrimose:
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l’inferno mi nascose
.

Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto
.

Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:
oh maraviglia! ché qual elli scelse
l’umile pianta, cotal si rinacque

subitamente là onde l’avelse.

Parafrasi

Per solcare acque migliori alza ormai le vele
la piccola nave del mio ingegno, che lascia
dietro a sé un mare così crudele;
e canterò di quel secondo regno, dove
l’anima umana si purifica e diviene degna di
salire al Cielo.
Ma qui la poesia che [ha cantato] la morte
risorga, o sacre Muse, poiché sono vostro;
e qui Calliope si elevi di molto,
accompagnando il mio canto con quella
melodia con cui le sventurate Piche subirono
un colpo tale da far loro perdere la speranza del perdono.
Un dolce colore azzurro come lo zaffiro
orientale, che si diffondeva nella serena
atmosfera, puro fino all’orizzonte,
ridiede gioia ai miei occhi, non appena io
uscii dall’aria tetra [dell’Inferno] che mi
aveva rattristato gli occhi e il cuore.
Il bel pianeta che induce ad amare illuminava
tutto l’oriente, nascondendo la costellazione dei Pesci che gli era vicina.
Io mi girai verso destra, e volsi il mio
pensiero all’altro polo, e vidi quattro stelle
che furono scorte solo dai primi uomini.
Il cielo sembrava gioire della loro luce: oh
emisfero settentrionale orfano di quella luce,
dal momento che sei privato della possibilità di ammirarle!
Come io allontanai da esse il mio sguardo, rivolgendomi un poco verso l’altro polo, là dove il Carro era già sparito, mi accorsi vicino a me di un vecchietto solitario, degno, a vedersi, di tanta riverenza che nessun figlio ne deve al padre una maggiore. Portava una lunga barba brizzolata, simile ai
suoi capelli, dei quali scendevano sul petto
due ciocche.
I raggi delle quattro stelle sante incorniciavano il suo volto di luce tanto che io lo vedevo come se fosse di fronte al sole. «Chi siete voi che risalendo al contrario il
fiume sotterraneo siete fuggiti alla prigione eterna?»,
egli disse, muovendo la venerabile barba.
«Chi vi ha guidati, o chi vi illuminò, per uscire
fuori dalla notte profonda che rende sempre
buia la valle infernale?
Sono state a tal punto infrante le leggi
infernali? Oppure in Cielo è cambiata la legge, così che, voi dannati, giungete ai miei lidi?»
La mia guida allora mi prese, e con le parole,
con le mani e con i cenni mi fece
inginocchiare e abbassare lo sguardo, in segno di riverenza.
Dopodiché rispose lui: «Non venni di mia
iniziativa: una donna scese dal cielo, per le
cui preghiere soccorsi costui con la mia compagnia.
Ma poiché è tuo volere che meglio venga
spiegata la nostra condizione per come
veramente è, il mio volere non può essere
che [tale spiegazione] ti si neghi.
Questi non vide mai il giorno della morte; ma per la sua colpa fu così vicino ad essa, che pochissimo tempo sarebbe passato [prima che ciò accadesse]. Così come io dissi, fui mandato da lui per salvarlo; e non vi era altra via che questa che ho intrapreso. Gli ho mostrato tutta la gente dannata; ed ora intendo mostrargli quegli spiriti che si purificano sotto la tua custodia. Sarebbe lungo raccontare come io l’abbia guidato; dall’alto scende una virtù che mi aiuta a condurlo a vederti e ad ascoltarti. Ora ti sia grata la sua venuta: va cercando la libertà, che è così preziosa, come sa chi per lei rinuncia alla vita. Tu lo sai, perché per lei non ti fu amara la morte ad Utica, dove lasciasti il corpo che nel gran giorno sarà così luminoso. Le leggi eterne non sono state infrante da noi, perché lui è vivo ed io non sono sottoposto alla giurisdizione di Minosse; io sono [un’anima] del cerchio in cui si trovano gli occhi casti della tua Marzia, che nel suo aspetto ti prega ancora, o venerabile uomo, che tu la consideri sempre tua: per il suo amore quindi esaudisci il nostro desiderio. Lasciaci proseguire per le tue sette cornici; ringrazierò lei per la tua magnanimità, se ritieni sia degno nominarti laggiù». «Marzia piacque tanto ai miei occhi mentre io fui in vita», disse egli quindi, «che ogni volta mi chiese un favore, io acconsentii. Ora che dimora al di là del fiume infernale, non può più commuovermi, per quella legge che fu fatta quando io ne uscii fuori. Ma se una donna del Cielo ti guida e ti sprona, come dici tu, non c’è bisogno di lusinghe: basta che tu me lo richieda in nome suo. Vai dunque, e fai in modo che costui si cinga la vita di un giunco liscio e si lavi il viso, così che venga cancellato ogni sudiciume; perché non sarebbe decoroso, con gli occhi offuscati da qualche impurità, presentarsi di fronte al primo servitore [di Dio], che appartiene a quelli del Paradiso. Questa isoletta lungo la riva, laggiù nel punto dove viene colpita dalle onde, presenta dei giunchi sopra la molle sabbia: nessun’altra pianta che producesse fronde o avesse un tronco rigido, potrebbe crescere, perché non asseconda le percosse delle onde. In seguito non sia di qui il vostro ritorno; il sole, che ormai sorge, vi mostrerà dove salire sul monte per una salita più agevole». E così [Catone] sparì; ed io mi alzai senza parlare, e tutto mi avvicinai alla mia guida, e volsi lo sguardo verso lui. Egli cominciò: «Figliolo, segui i miei passi,
volgiamoci indietro, perché qui scende
la pianura verso il suo punto più basso».
L’alba vinceva il buio dell’ultima ora della notte che fuggiva dinnanzi ad essa, così che da lontano riconobbi il tremolio delle onde del mare. Noi camminavamo per la pianura solitaria come un uomo che ritorna verso la strada smarrita, e gli sembra di camminare invano finché non la raggiunge. Quando noi giungemmo là dove la rugiada resiste al sole, poiché è nel luogo in cui, all’ombra, evapora lentamente, entrambe le mani aperte il mio maestro appoggiò sulla tenera erba in maniera soave: per cui io, che compresi il suo gesto, rivolsi verso di lui il mio viso pieno di lacrime; lì mi rese interamente visibile quel colore naturale che l’Inferno mi aveva nascosto. Giungemmo poi alla spiaggia deserta, che non vide mai solcare le sue acque nessun uomo che fosse capace di ritornare. Qui mi cinse i fianchi così come l’altro volle: oh meraviglia! Perché la pianta umile che egli scelse, così ricrebbe immediatamente là dove l’aveva strappata.

6Figure retoriche nel Canto I del Purgatorio

v. 18, «petto»: metonimia per indicare il cuore
v. 19, «Lo bel pianeto che d’amar conforta»: perifrasi per indicare Venere
v. 23, «quattro stelle»: allegoria per indicare le virtù cardinali
v. 37, «luci»: metonimia per indicare le stelle
vv. 40-43, «Chi siete voi che contro al cieco fiume / fuggita avete la pregione etterna?», / diss’el, movendo quelle oneste piume. // «Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna»: anafora
v. 51, «‘l ciglio»: sineddoche per indicare la testa
v. 75, «vesta»: metafora per indicare il corpo
v. 78, «li occhi casti»: sineddoche per indicare l’onestà morale di Marzia