Canto I Inferno di Dante: analisi, parafrasi, spiegazione e figure retoriche

Canto I Inferno di Dante: analisi, parafrasi, spiegazione e figure retoriche A cura di Francesca Ferrandi.

Canto I Inferno: il canto in cui Dante presenta la situazione iniziale e illustra le motivazioni del suo viaggio nei tre regni ultraterreni dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso

1Introduzione al Canto I dell’Inferno

Dante e Virgilio
Dante e Virgilio — Fonte: ansa

Il Canto I dell’Inferno svolge una doppia funzione: esso apre la prima cantica della Commedia, quella di ambientazione infernale, ma assume anche il ruolo di prologo dell’intero poema. È qui che Dante presenta la situazione iniziale e illustra le motivazioni del suo viaggio nei tre regni ultraterreni dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso: smarritosi, all’età di trentacinque anni in una foresta buia e impervia (allegoria del peccato), egli racconta di esserne uscito solo dopo un lungo viaggio, in un percorso di purificazione e redenzione spirituale. Ad accompagnarlo per due terzi di questo percorso vi è il poeta latino Virgilio, che fa la sua prima comparsa nel poema proprio in questo canto; dopodiché a guidare Dante sarà un’anima più degna, che sappiamo essere Beatrice.  

Nel primo Canto dell’Inferno vengono quindi esplicati da Dante:

  • La situazione iniziale: la perdita della «diritta via», con il conseguente smarrimento nella selva del peccato, e l’inizio del viaggio redentore in compagnia di una guida, Virgilio, emblema della ragione.
  • Le motivazioni del viaggio: la purificazione dell’anima di Dante, ma non solo. Il percorso di redenzione intrapreso dal poeta deve, infatti, rappresentare un modello per l’intera umanità.
  • La struttura dell’intero poema: Dante, per bocca di Virgilio, illustra per sommi capi l’itinerario del suo viaggio attraverso i regni ultraterreni dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso.

2Inferno, Canto I: i personaggi

Il I Canto dell’Inferno, in quanto canto proemiale dell’intera opera, ci presenta innanzitutto il protagonista della Commedia, Dante, accompagnato da colui che costituirà la sua guida per due terzi del viaggio, il poeta latino Virgilio. Altri personaggi di fondamentale importanza, per la comprensione non solo del Canto in questione ma del poema intero, sono le tre fiere, le belve che precludono a Dante il cammino

2.1Dante

Già dal Canto I dell’Inferno emerge, in modo chiaro, il duplice ruolo di Dante all’interno del poema. Egli è, infatti, sia personaggio (agens) che autore (auctor). Vediamo insieme le differenze tra i due diversi ruoli: 

  • Dante agens è colui che compie il viaggio dall’Inferno al Paradiso, attraversando i tre regni ultraterreni nell’ottica di un percorso di redenzione. Dovendo ancora percorrere il suo itinerario e non essendo a conoscenza di ciò che incontrerà, egli appare insicuro, impaurito, timoroso e pieno di dubbi; per questo motivo ha bisogno di una guida che dia lui le giuste indicazioni per muoversi nel regno dell’aldilà. È sottomesso al tempo della storia, che è il tempo passato.
  • Dante auctor è soggetto della scrittura e narratore dell’intera vicenda. Avendola già vissuta (la sta, infatti, raccontando a posteriori), egli possiede già la verità e si dimostra quindi sicuro e saggio. Ad egli compete il tempo della narrazione, che è il tempo presente.

Nel I Canto dell’Inferno, questa distinzione appare particolarmente chiara all’altezza del verso 4, «Ahi quanto a dir qual era è cosa dura», in cui Dante auctor usa il tempo presente (è cosa dura) per spiegare la sua difficoltà nel descrivere la foresta in cui Dante agens si perde, evento narrativo caratterizzato dall’utilizzo del tempo passato (qual era).

2.2Virgilio

Dal verso 61 fa il suo ingresso, all’interno del I Canto dell’Inferno e dell’intera Commedia, Virgilio, che sarà la guida di Dante nei regni ultraterreni dell’Inferno e del Purgatorio.
Nato nel 70 a.C. ad Andes, nei pressi di Mantova, Virgilio fu il più grande poeta dell’antica Roma. Autore delle Bucoliche e delle Georgiche, divenne celebre in particolar modo per la composizione dell’Eneide. Entrò nel circolo di Mecenate e fu protetto dallo stesso imperatore Augusto; morì a Brindisi nel 19 a.C., quindi prima della venuta di Gesù: per questo motivo si trova nel limbo infernale, dove risiedono le anime dei morti non battezzati e degli uomini virtuosi vissuti prima di Cristo. 

Perché la scelta di guida ricade proprio su Virgilio? Diverse sono le motivazioni. La prima è Dante stesso a suggerircela quando, ai versi 85-87 del Canto I dell’Inferno, elogia il poeta latino come suo «maestro» e suo «autore», colui dal quale ha appreso «lo bello stilo» che lo ha reso celebre. Virgilio viene quindi scelto innanzitutto in quanto poeta ideale, indicato come più alto esempio di stile sublime e di perfezione formale. Egli era, inoltre, il modello latino da seguire per i poemi epici, e tanto più per un poema che raccontasse l’oltretomba in quanto, nel VI libro dell’Eneide, aveva raccontato proprio della discesa di Enea agli Inferi.  

I gironi danteschi
I gironi danteschi — Fonte: ansa

Cantore dell’Impero (di cui Dante era fervido sostenitore), Virgilio nel Medioevo veniva inoltre considerato alla stregua di un mago e di un profeta: il suo poema veniva letto allegoricamente come poema sacro, quasi profetico nei confronti del Cristianesimo. Questo è vero soprattutto in relazione all’ecloga IV, nella quale si esalta la nascita di un bambino che, al raggiungimento dell’età adulta, avrebbe portato una nuova era di pace e prosperità; il Medioevo interpretava questo fanciullo come Cristo e questa presunto profetismo della venuta del Figlio di Dio potrebbe essere uno degli altri motivi che avrebbero spinto Dante a scegliere Virgilio come sua guida.  

Oltre a ciò, Virgilio era anche riconosciuto come «famoso saggio» (v. 89) e sapiente filosofo. Egli diviene quindi, nella Commedia, allegoria della ragione, ingrediente indispensabile per riuscire a distinguere il bene dal male. Il poeta latino rappresenta perciò il più alto grado di perfezione morale raggiungibile da un essere umano senza la luce divina.

2.3Le tre fiere

A partire dal v. 31 del primo Canto dell’Inferno, il cammino di Dante – e, nello specifico, la sua salita al colle – è ostacolato dall’apparizione in sequenza delle tre fiere, tre belve che non permettono a Dante di proseguire e, anzi lo spingono a tornare indietro, verso la terribile selva. Si tratta, nel dettaglio, di: 

  • una lonza
  • un leone
  • una lupa

Le tre fiere hanno, senza ombra di dubbio, un significato allegorico; diverse però sono state nei secoli le interpretazioni e le teorie. Secondo la più accreditata – basata su San Giovanni, su San Tommaso e supportata anche dalla maggior parte dei primi commentatori di Dante – esse rappresenterebbero lussuria (lonza), superbia (leone) e cupidigia-avarizia (lupa), le tre colpe più diffuse nel Medioevo, nonché le più biasimate dalla letteratura religiosa del Duecento. Le tre fiere sarebbero quindi allegoria di tre pericolosissimi vizi, a causa dei quali è impossibile condurre una vita retta e proseguire nell’ascesa verso Dio.

Esistono, tuttavia, altre ipotesi: secondo alcuni, ad esempio, la lonza, il leone e la lupa rappresenterebbero rispettivamente l’ incontinenza, la violenza e la frode, le tre disposizioni al male punite nell’Alto, Medio e Basso Inferno. Secondo altri ancora, invece, sarebbero allegoria delle tre potenze guelfe – Firenze, Francia, Roma – che, opponendosi agli ideali imperiali, avrebbero contribuito alla corruzione della società. 

3Canto I Inferno: sintesi narrativa

Versi 1-27. All’età di trentacinque anni, Dante si ritrova smarrito in una foresta oscura e intricata, il cui pensiero ancora lo turba. Non è in grado di dire come vi sia entrato. Al mattino, però, riesce ad uscire da essa, ritrovandosi ai piedi di un colle la cui sommità è illuminata dai primi raggi dell’alba; è un’immagine che riesce un poco ad acquietare la sua paura e a ridonargli speranza.

Versi 28-60. Dopo essersi riposato, Dante riprende il cammino su un pendìo che conduce al colle ma, non appena iniziata la salita, gli si presenta davanti una minacciosa lonza dal manto maculato. La luce del sole e la stagione primaverile gli donano la speranza di riuscire ad oltrepassare quel primo ostacolo, ma ecco comparire di fronte a lui un leone affamato che gli sbarra il cammino. Dopodiché compare anche una lupa, magra e vorace, che lo spinge a indietreggiare verso la foresta.

Il 1° canto dell'Inferno in un antico manoscritto
Il 1° canto dell'Inferno in un antico manoscritto — Fonte: ansa

Versi 61-90. Mentre torna sui suoi passi, Dante vede una figura umana nella penombra e chiede aiuto. Questa si presenta: dice di essere un’anima e fornisce ulteriori dettagli sulla sua persona, come di aver avuto genitori lombardi, di aver vissuto all’epoca di Giulio Cesare e sotto l’imperatore Augusto e di aver cantato le gesta di Enea. Dopodiché chiede a Dante perché non stia proseguendo il suo cammino verso la vetta del colle. Dante, a questo punto, lo riconosce: si tratta di Virgilio, poeta latino che definisce suo maestro di alto stile poetico e a cui dichiara tutta la sua devozione artistica. Infine, spiega a Virgilio il motivo del suo indietreggiare indicandogli la lupa.

Versi 91-136. Virgilio suggerisce a Dante di prendere un altro percorso dal momento che la lupa costituisce, per ora, un ostacolo insormontabile. Contro di essa però, spiega ancora il poeta latino, si batterà un giorno un Veltro – modello di sapienza, amore e virtù – che la sconfiggerà e la ricaccerà all’Inferno, luogo da cui era uscita. Virgilio, a questo punto, si offre come guida di Dante: lo condurrà nei luoghi dell’Inferno e del Purgatorio, per poi affidarlo in Paradiso a un’anima più degna. Dante, allora, lo prega di guidarlo e inizia a seguirlo.

4Analisi del Canto I dell’Inferno: elementi tematici e narrativi

4.1Il viaggio di Dante

La selva oscura come simbolo di peccato, di retta via smarrita
La selva oscura come simbolo di peccato, di retta via smarrita — Fonte: istock

Fin dal primo Canto dell’Inferno emerge chiaramente l’idea – tipicamente cristiana e appartenente, soprattutto, al Cristianesimo medievale – di vita umana come itinerarium mentis, cammino di redenzione ed espiazione dei propri peccati in un percorso di ascensione verso Dio. Dante, paradigma dell’umanità intera, intraprende il suo viaggio ultraterreno partendo dal basso, dal buio della selva, per poi giungere alla visione di Dio. Il poeta si prefigura quindi, al pari di ogni uomo, come viator, pellegrino in cammino verso la salvezza eterna, essere imperfetto alla ricerca della perfezione divina. Per questo motivo, nel Canto I dell’Inferno prevalgono immagini e lessico appartenenti al viaggio e al movimento. 

4.2La «Selva Oscura»

Quello della selva è un motivo ricorrente in tutta la cultura occidentale, sia classica che medioevale, in quanto luogo misterioso, intricato e pieno di sorprese/pericoli. In particolare, la connotazione negativa che Dante le dà nel Canto I della Commedia proviene da una tradizione biblico-patristica, e in particolar modo da sant’Agostino.
È in quest’ottica che la «selva» diviene, per il poeta, allegoria del peccato in cui un uomo può cadere nel corso della propria vita; essa è «oscura» perché non vi batte la luce divina. Si tratta, nello specifico, della «selva erronea di questa vita» di cui Dante parla nel Convivio (IV, XXIV, 12), nella quale è difficile «tenere lo buono cammino».
Non sappiamo dove si trovi precisamente, nonostante negli anni gli studiosi abbiano avanzato diverse ipotesi: secondo alcuni si tratterebbe della selva nei pressi di Gerusalemme, secondo altri vicino Firenze. Non ci sono, tuttavia, elementi sufficienti per accogliere queste ipotesi. 

4.3La profezia del Veltro

Immagine di Dante Alighieri
Immagine di Dante Alighieri — Fonte: ansa

A partire dal verso 100 del primo Canto dell’Inferno – in un luogo, quindi, topico del testo – Dante inserisce la prima profezia della Commedia, nonché la più celebre e problematica dell’intero poema: quella del Veltro. È d’obbligo, però, una premessa riguardo la componente profetica dell’opera dantesca.
Uno dei mezzi con i quali Dante tenta maggiormente di dare una dimensione divina alla propria opera è quello delle profezie. L’intera Commedia è costellata da predizioni, visioni, sogni anticipatori, capaci di dare al lettore la sensazione di trovarsi di fronte ad un qualcosa scritto per ispirazione di Dio. Bisogna stare ben attenti a non confondere la finzione con il reale: come ben sappiamo, tra il viaggio di Dante nei mondi ultraterreni e la stesura del poema intercorrono diversi anni. Risulta quindi facile per l’autore “profetizzare” nel tempo della storia narrata (quello che appartiene, come abbiamo visto, a Dante agens) qualcosa che, nel tempo della scrittura (appartenente invece a Dante auctor), è già accaduto.

Tradizionalmente, perciò, sono state suddivise le profezie della Commedia in due diverse tipologie:

  • Le profezie post eventum: si tratta di quelle “predizioni” che si riferiscono a momenti compresi tra la primavera del 1300 e la loro scrittura e che giocano quindi sull’espediente della retrodatazione dantesca.
  • Le profezie ante eventum: si tratta di pochi ed isolati casi in cui le predizioni fanno riferimento a fatti che, al momento della scrittura dell’opera, devono ancora accadere.
Veltro, veloce e agile cane da caccia (levriero)
Veltro, veloce e agile cane da caccia (levriero) — Fonte: istock

La profezia del Veltro, presente nel Canto I dell’Inferno, appartiene alla seconda tipologia, ben più rara della prima. In essa viene predetto l’arrivo del Veltro, un cane che si nutre di «sapienza, amore e virtute» e che salverà «quella umile Italia» uccidendo la bestia che è causa dei mali dell’intero Paese: la Lupa, una delle tre fiere che appaiono a Dante nella selva. 

Identificare questo cane, destinato secondo la profezia a salvare l’Italia, con un personaggio/evento storico è cosa difficile: diversi sono stati i commentatori e i critici che, nel corso dei secoli, hanno cercato invano di dargli un volto. La profezia del Veltro perciò non si risolve in una sola, definitiva interpretazione, ma resta indefinita, aperta a letture multiple; probabilmente era proprio questa la volontà di Dante.

5Parafrasi del canto I dell’Inferno

Testo

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.


Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!


Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.


Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.


Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,


guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.


Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.


E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,


così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.


Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.


Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;


e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.


Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino


mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle


l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m'apparve d'un leone.


Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.


Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,


questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.


E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;


tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.


Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.


Quando vidi costui nel gran diserto,
"Miserere di me", gridai a lui,
"qual che tu sii, od ombra od omo certo!".


Rispuosemi: "Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.


Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.


Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.


Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?".


"Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?",
rispuos’io lui con vergognosa fronte.


"O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume.


Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ ha fatto onore.


Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi".


"A te convien tenere altro vïaggio",
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
"se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;


ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;


e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria.


Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.


Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.


Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.


Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla.


Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;


ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida;


e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.


A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;


ché quello imperador che là sù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna.


In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!".


E io a lui: "Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio,


che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti".


Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Parafrasi

A metà del corso medio della vita umana, mi ritrovai in una foresta buia, perché avevo smarrito la giusta strada. Ahimè, quanto è difficile descrivere l’aspetto di questa foresta inospitale, intricata e difficile [da attraversare], a tal punto che al solo pensiero si rinnova in me la paura. [la selva] È tanto angosciante che la morte lo è giusto poco di più; ma per descrivere il bene che io trovai in essa, parlerò [prima] delle altre cose che vi ho visto. Non so descrivere il modo in cui io vi entrai,
tanto ero intorpidito nel momento in cui
abbandonai la via della verità.
Ma dopo che giunsi ai piedi di un colle, nel
luogo in cui finiva quella valle che aveva
turbato di paura il mio cuore,
guardai verso l’alto e vidi la sua vetta già illuminata dai raggi di quel pianeta [il Sole] che conduce ogni uomo sulla giusta strada. Allora si acquietò un po’ la paura che a lungo
era rimasta nel profondo del mio cuore
durante la notte trascorsa nell’angoscia.
E come colui [il naufrago] che con respiro affaticato,
uscito dal mare e giunto a riva,
si volta verso le acque pericolose e le guarda,
così il mio animo, che ancora era in fuga,
si voltò indietro a guardare quel luogo
che non aveva mai lasciato passar vivo alcun uomo.
Dopo che ebbi fatto riposare un po' il corpo stanco, ripresi il cammino lungo il pendio deserto [del colle], in modo che il piede stabile [quello di appoggio] era sempre il più basso [dei due]. Ed ecco [apparire], quasi all'inizio della salita, una lonza snella e molto agile, ricoperta di pelo maculato; e non si scansava da davanti al mio viso, anzi bloccava a tal punto il mio cammino che più volte mi girai per tornare indietro. Era il principio del mattino, e il sole sorgeva insieme a quella costellazione che lo accompagnava quando Dio (l’amor divino) creò inizialmente gli astri (quelle cose belle);
così che erano motivo di speranza per me contro quella bestia dalla pelle screziata
l’ora del giorno e la dolcezza della primavera;
ma non al punto che non mi incutesse paura la visione che mi apparve di un leone.
Questo sembrava procedere contro di me con la testa alta e con una fame rabbiosa, al punto che sembrava far tremare l'aria. Ed una lupa, che di tutti i desideri sembrava piena pur nella sua magrezza, e che già aveva costretto molti uomini a vivere nella miseria, questa mi procurò un tale angoscia per la paura che si sprigionava dal suo aspetto, che io persi la speranza di raggiungere la cima del colle. E come colui che avidamente accumula denaro, e poi arriva il momento che gli fa perdere tutto, al punto che nell'animo si rattrista e piange; così mi ridusse la belva insaziabile e irrequieta, che, venendomi incontro, a poco a poco mi respingeva là dove il sole non fa luce [nella selva]. Mentre precipitavo verso il basso, mi si offrì alla vista uno che, per via di un lungo silenzio, mi sembrava fosse senza voce. Quando lo vidi in quel luogo deserto e solitario, «Abbi pietà di me», gli gridai, «chiunque tu sia, fantasma o uomo reale!» Mi rispose: «Non sono un uomo [vivo], lo sono già stato, e i miei genitori furono lombardi, entrambi mantovani per nascita. Nacqui sotto Giulio Cesare, sebbene troppo tardi, e vissi a Roma sotto l’impero del buon Augusto, al tempo degli dèi falsi e ingannatori. Fui un poeta, e scrissi di quel giusto figlio di Anchise proveniente da Troia, dopo che la superba Ilio venne bruciata. Ma tu, perché ritorni al tanto dolore [della selva]? Perché non scali il piacevole colle che è origine e causa di totale gioia? «Sei dunque tu quel Virgilio, quella sorgente che diffonde un così abbondante fiume di eloquenza?», gli risposi con il capo umilmente chinato. «Oh, gloria e luminosa guida per gli altri poeti, mi sia d’aiuto l'assiduo studio e il grande amore che mi ha spinto a leggere la tua opera. Tu sei il mio maestro e il mio autore [di riferimento], da te solo ho appreso lo stile elevato che mi ha dato prestigio. Guarda la belva a causa della quale mi voltai indietro; dammi il tuo aiuto contro di lei, famoso sapiente, poiché essa mi fa tremare le vene e i polsi». «Ti conviene intraprendere una strada diversa», rispose, dopo che mi vide piangere, «se vuoi uscire salvo da questo luogo selvaggio»; perché questa belva, a causa della quale tu gridi, non permette a nessuno di passare per la sua via, ma lo ostacola al punto tale da ucciderlo; e ha una natura così malvagia e colpevole, che non sazia mai la suache non riempie mai il suo incontenibile desiderio, e dopo aver mangiato ha più fame di prima. Sono molti gli uomini a cui si lega, e saranno sempre più numerosi, finché arriverà il Veltro, che la farà morire con dolore. Costui non si nutrirà di possedimenti, né di ricchezze, ma di sapienza, amore e virtù, e la sua origine sarà umile. Sarà la salvezza di quella misera Italia per la quale morirono la giovane Camilla, Eurialo, Turno e Niso, per via delle ferite [riportate in battaglia]. Costui le darà la caccia di città in città finché non l'avrà ricacciata nell'Inferno, il luogo da cui in principio l'invidia [di Lucifero] la fece uscire. Perciò io, per il tuo bene, penso e giudico che tu debba seguirmi, e io sarò la tua guida, e ti porterò da qui in un luogo eterno [l’Inferno]; dove ascolterai le urla disperate, osserverai le anime sofferenti degli antichi, che gridano per la morte definitiva; e vedrai coloro che appaiono contenti nel fuoco [del Purgatorio], perché sperano di giungere a tempo debito tra le anime beate [del Paradiso]. Alle quali poi, se tu vorrai salire, ti condurrà un'anima più degna di me: ti lascerò a lei quando me ne andrò; poiché quell'Imperatore che regna lassù [Dio], per via del fatto che fui ribelle alla sua legge, non vuole che io entri nella sua città [il Paradiso]. Egli regna in ogni luogo e qui [nell’Empireo] dimora; questa è la sua città e il suo trono: felice è colui che [Dio] vi destina». Ed io gli dissi: «Poeta, io ti chiedo in nome di quel Dio che tu non hai conosciuto, affinché io mi allontani da questo male [il peccato] e da quello ancor peggiore [la dannazione], che tu mi conduca là dove dicesti, affinché io veda la porta di San Pietro e coloro i quali tu descrivi tanto tristi». [Virgilio] allora si mise in cammino, ed io lo seguii.

6Figure retoriche nel Canto I dell’Inferno

  1. 2, «selva oscura»: allegoria del peccato
  2. 5, «selva selvaggia»: paronomasia
  3. 13, «colle»: allegoria della virtù
  4. 17-18, «pianeta / che mena dritto altrui per ogne calle»: perifrasi per indicare il Sole
  5. 22-27, «E come quei che con lena affannata, / uscito fuor del pelago a la riva, / si volge a l’acqua perigliosa e guata, // così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, / si volse a retro a rimirar lo passo / che non lasciò già mai persona viva.»: similitudine
    v. 32 «lonza»: allegoria, probabilmente della lussuria
  6. 36, «volte vòlto»: paronomasia
  7. 45 «leone»: allegoria, probabilmente della superbia

v.49, «lupa»: allegoria, probabilmente della cupidigia-avarizia  

  1. 60, «dove ’l sol tace»: sinestesia
  2. 67, «Non omo, omo già fui»: anadiplosi
  3. 73-75, «quel giusto / figliuol d’Anchise che venne di Troia, / poi che ’l superbo Ilïón fu combusto»: perifrasi per indicare Enea
  4. 81, «fronte»: sineddoche per indicare la testa

v.97, «malvagia e ria»: dittologia   

  1. 118-119, «color che son contenti / nel foco»: perifrasi per indicare le anime del Purgatorio.