Canti XVI, XVII e XVIII del Purgatorio di Dante: il discorso sul libero arbitrio

Canti XVI, XVII e XVIII del Purgatorio di Dante: il discorso sul libero arbitrio A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Spiegazione del discorso sul libero arbitrio presente nei canti XVI, XVII e XVIII del Purgatorio di Dante. Testo, significato, e analisi.

1I numeri al centro dei canti

Canto XVI del Purgatorio: Dante guidato da Virgilio nella terza cornice incontra Marco Lombardo
Canto XVI del Purgatorio: Dante guidato da Virgilio nella terza cornice incontra Marco Lombardo — Fonte: getty-images

I numeri del poeta al centro è una frase di Charles Singleton che riguarda proprio questi canti. Che cosa significa questa espressione? È una questione numerica che l’illustre dantista ha deciso di indagare. Il XVII del Purgatorio è il canto centrale di tutta la Commedia, in quanto sarebbe il 51° su 100 canti, ma questo centro si estende nel canto precedente e in quello seguente coprendo i tre canti in questione. 

Nel XVI canto ci troviamo davanti a un personaggio piuttosto misterioso, Marco Lombardo. Nel XVII Virgilio parla a Dante della teoria dell’amore e del sistema morale del Purgatorio. Infine nel XVIII Virgilio riprende e completa il discorso sulla natura dell’amore e ci troviamo nella cornice degli accidiosi, coloro che furono poco solleciti a scegliere il bene rispetto al male. 

Il discorso è quindi perfettamente coerente e si estende in tre parti e il numero 3 sappiamo bene essere uno dei numeri più importanti della Commedia, poiché è il numero della Trinità. Aggiungiamo anche il fatto che tutti i canti sono divisibili per 3 previa sottrazione di 1, poiché Dante termina sempre con un verso in più rispetto al multiplo di 3 (che infatti sono le terzine). Per sottolineare l’importanza del canto diciassettesimo, Dante pone al centro il numero della Trinità. Controllando il numero di versi che compone il XVII canto potrai accorgerti che è lungo 139 versi: 1, 3, 9. Dunque 1, come Dio è uno; 3, come la Trinità; 9 come 3 volte 3 e così come 3 è 1+1+1 (cioè tre volte uno). Appunto 1, 3, 9.

Ma non finisce qui: Singleton nota un aspetto ancora più intrigante e cioè che la sequenza numerica dei canti che precede e che segue è la stessa intorno a quel 139. Osserva:

  • Canto XIV: 151 vv.
  • Canto XV: 145 vv.
  • Canto XVI: 145 vv.
  • Canto XVII: 139 vv.
  • Canto XVIII: 145 vv.
  • Canto XIX: 145 vv.
  • Canto XX: 151 vv.

Come puoi vedere Dante ripropone la stessa sequenza numerica con numeri fortemente simbolici.  La somma di 151 è 7, come le cornici del Purgatorio ed è anche il numero sacro per gli ebrei e per l’Antico testamento. La somma di 145 è 10, il numero della perfezione poiché sarebbe 1+3+3+3 (e dunque numero divino della Trinità anch’esso), proprio come la Commedia è strutturata su 1+33+33+33, totale 100.

Dante era un vero appassionato di numeri a quanto pare e ha fatto questo gioco quasi invisibile ad uno sguardo superficiale. Sembra quasi che sia un tacito segno tra sé e Dio, come un voto da osservare, poco importa se anche gli altri lo vedono. È qualcosa di intimo e per questo ancora più significativo.

2Il libero arbitrio: scegliere tra bene e male

A tutti capita di vedere persone buone e persone cattive. Spesso diamo la colpa di ciò al carattere della persona stessa, come se fosse qualcosa di incorreggibile: “sono fatto così, è la mia natura (o il mio carattere appunto)”, diciamo, quando vogliamo giustificarci di un’azione poco buona se non riprovevole. Dante ragiona proprio su questo. Quanto siamo liberi di operare il bene da cosa dipende l’essere per natura (per indole) più o meno buoni? A tal proposito affermò: “homo prout merendo et demerendo per arbitrii libertatem iustitie premiandi et puniendi obnoxius est”; ossia “l’uomo in quanto acquistando meriti e demeriti per effetto del libero arbitrio è esposto alla giustizia del premio e del castigo” (Ep., XIII 25). 

Dante Alighieri
Dante Alighieri — Fonte: getty-images

Dunque per Dante occorre sempre sottolineare l’importanza della scelta per il bene e per il male ed è per questo che nel centro esatto dell’opera troviamo gli accidiosi che furono lenti a scegliere il bene, conoscendolo. Per la stessa ragione gli ignavi – in fondo una delle declinazioni degli accidiosi – si trovano addirittura fuori da tutti e tre i regni oltremondani. Anche se non tutti sono nati per un grande destino, tutti possiamo comunque concorrere al bene ed è questo che crea il nostro merito e demerito.

Per Dante, quindi, ogni uomo può orientarsi alla beatitudine o alla dannazione eterna a seconda di come esercita la propria volontà e la libera scelta. Deve scegliere lui se orientare al bene o al male le proprie tendenze innate: tutti sono chiamati al Bene in misura più o meno ampia, ma non tutti rispondono adeguatamente aderendo perfettamente all’idea che Dio ha di ciascuno.

Ragioniamo allora sul perché il Paradiso cominci proprio con questa espressione perentoria: “La gloria di Colui che tutto move / per l’universo penetra e risplende / in una parte più e meno altrove” (Par. I, 1-3): il cosmo umano è libero di rispondere a Dio perché Dio, nel suo amore, non obbliga. Per questo il libero arbitrio occupa il nodo centrale dell’opera nei canti XVI, XVII e XVIII del Purgatorio. Le influenze astrali incidono solo sui primi impulsi degli individui, come afferma Marco Lombardo, senza ammettere alcuna ulteriore forma di predestinazione al bene o al male. Se c’è il male nel mondo, non è perché la natura ha voluto gli uomini malvagi ma perché essi hanno scelto il male e sono privi di guida spirituale e civile che ne corregga le intenzioni. Torna quindi lo snodo politico che si ricollega anche alle lotte tra Guelfi e Ghibellini che sono per il poeta come due parti di un corpo che si azzuffano senza riuscire a trovare un equilibrio.

2.1Quale soluzione al male della nostra natura?

Dunque se anche per natura non siamo persone che splendono per bontà, se amiamo forme imperfette di bene, possiamo comunque correggerci e convertirci grazie allo studio e all’esercizio delle leggi morali e civili. Possiamo studiare il bene e adoperarci per esso, rifiutando l’inganno delle idee fallaci e delle facili giustificazioni.

Il percorso morale è simboleggiato dalla scalata della montagna del Purgatorio e scalare una montagna, insomma, non è uno scherzo. Tuttavia la fatica ci porta verso l’alto, ci eleva, ci fa scoprire nuovi orizzonti. Dante ci propone una sorta di alpinismo interiore (passatemi l’espressione) che consiste nello scalare i nostri limiti tenendo gli occhi fissi al vero bene, che è solo Dio. Più avanti nella cantica, lo stesso Dante ammetterà di essere stato ingannato da false idee di bene e sarà Beatrice nel XXX canto del Purgatorio a ricordarglielo.

Se queste posizioni appaiono perfettamente allineate alle riflessioni tomistiche sul tema del libero arbitrio, è invece tratto caratterizzante dell’ideologia dantesca l’accentuazione del contributo dell’esercizio razionale nell’atto della scelta individuale. La ragione si identifica di fatto con il libero arbitrio: essa è concessa da Dio come guida illuminante per l’uomo nelle proprie scelte morali.

Ognuno, grazie alla ragione che sceglie l’amore, è chiamato in causa per concorrere al bene comune che si esprime nell’armonia tra Papato e Impero, i due soli, o meglio ancora “due consoli” di una repubblica ideale, che adesso si stanno unificando sotto l’unica egida del Papato: in questo modo nessuno dei due poteri teme l’altro e manca qualunque controllo nella legge morale e in quella civile.

Dante, insomma, «sente l’orgoglio dello spirito, libero nel suo operare di contro alla natura schiava della necessità» (V. Rossi). Certo, la ragione è insufficiente e questo Virgilio lo ammette quasi con dolore. In ultimo serve sempre l’ispirazione della fede per andare davvero incontro al bene, in una beatitudine personale che diventa anche un contributo a quella collettiva.

3La prima parte del discorso: Marco Lombardo

Dante si addentra in una densa caligine e non riesce a vedere neanche al di là del proprio naso: è nella cornice degli iracondi, coloro che si fecero ottenebrare dall’ira e che adesso vagano nell’oscurità per espiare la loro colpa. Dante chiude gli inutili occhi e lascia a Virgilio il compito di guidarlo: la metafora del cieco tornerà poco più avanti proprio nelle parole di Virgilio che, adesso, conduce Dante proprio come un cane guida conduce un cieco. Il primo dato che si registra dopo l’oscurità e allora un dato uditivo: intorno si senta cantare in coro l’Agnus Dei.

Dante è riconosciuto come vivo da un’anima che acconsente a fare con loro una parte del tragitto così da conoscere le motivazioni di quel fatto singolare. Lo spirito si chiama Marco e viene dalla Lombardia; in vita ebbe modo di conoscere fare esperienza del mondo e amò le virtù a cui nessuno, dice, ormai tende. Come tutte le anime, chiede a Dante di pregare per lui quando sarà in cielo.

A questo punto, nei versi 52-114, Dante chiede a Marco Lombardo (un personaggio dall’oscura biografia) se il male nel mondo dipenda dall’influenza degli astri o soltanto dagli uomini. Insomma: chi o cosa è responsabile del male nel mondo? Marco sospira, perché si accorge di quanto Dante sia fuori strada e comincia a spiegare.

4Canto XVI del Purgatorio: testo

E io a lui: “Per fede mi ti lego
di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.
prima era scempio, e ora è fatto doppio
ne la sentenza tua, che mi fa certo
qui, e altrove, quello ov’io l’accoppio.
Lo mondo è ben così tutto diserto
d'ogne virtute, come tu mi sone,
e di malizia gravido e coverto;
ma priego che m'addite la cagione,
sì ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui;   

ché nel cielo uno, e un qua giù la pone”.
Alto sospir, che duolo strinse in "uhi!",
mise fuor prima; e poi cominciò: "Frate,
lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui
.
Voi che vivete ogne cagion recate
pur suso al cielo, pur come se tutto
movesse seco di necessitate.   

Se così fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrio
, e non fora giustizia
per ben letizia, e per male aver lutto.
Lo cielo i vostri movimenti inizia;
non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica,   

lume v'è dato a bene e a malizia,
e libero voler; che, se fatica   

ne le prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si notrica
.   

A maggior forza e a miglior natura
liberi soggiacete
; e quella cria   

la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura.
Però, se 'l mondo presente disvia,   

in voi è la cagione, in voi si cheggia;   

e io te ne sarò or vera spia.   

Esce di mano a lui che la vagheggia   

prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,
l'anima semplicetta che sa nulla,
salvo che, mossa da lieto fattore,   

volontier torna a ciò che la trastulla.   

Di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore
.   

Onde convenne legge per fren porre;
convenne rege aver, che discernesse
de la vera cittade almen la torre.
Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
Nullo, però che 'l pastor che procede,
rugumar può, ma non ha l'unghie fesse;
per che la gente, che sua guida vede   

pur a quel ben fedire ond'ella è ghiotta,
di quel si pasce, e più oltre non chiede.
Ben puoi veder che la mala condotta
è la cagion che 'l mondo ha fatto reo,
e non natura che 'n voi sia corrotta.   

Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,
due soli aver, che l'una e l'altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo
.   

L'un l'altro ha spento; ed è giunta la spada
col pasturale
, e l'un con l'altro insieme
per viva forza mal convien che vada;
però che, giunti, l'un l'altro non teme:
se non mi credi, pon mente a la spiga,   

ch'ogn'erba si conosce per lo seme.   

5Parafrasi al canto XVI del Purgatorio

E io dissi a lui: “Per giuramento mi lego a te per fare ciò che mi chiedi; ma io sono stretto da un dubbio che mi fa quasi esplodere, se non riesco a spiegarmelo. Prima era venuto meno, ma adesso è raddoppiato grazie alle tue parole e a quelle della cornice precedente a cui l’ho accoppiato. Il mondo è tutto privo di ogni virtù, proprio come tu mi dici, ed è pieno e ricoperto di male; ma io ti prego che tu mi indichi la ragione di questo. In modo che io possa vederla e che la possa altrui mostrare: la causa del male, infatti, alcuni la pongono quaggiù sulla terra, altri su nel cielo”. Un sospiro acuto fu stretto da dolore in una specie di “uhi”, prima di cominciare il suo discorso: «Fratello, il mondo è cieco, e si vede bene quanto tu venga da lui. Voi che siete vivi fatte risalire ogni causa del male verso il cielo, come se muovesse con sé ogni cosa per necessità. Se fosse così, in voi sarebbe distrutto il libero arbitrio e non ci sarebbe giustizia nell’avere letizia per il bene e sofferenza per il male. Il cielo inizia i vostri movimenti; non dico tutti quanti, ma ammesso che io lo dica, vi è data una luce per distinguere il bene e il male, e vi è dato anche un libero volere; il quale, se anche fatica nelle prime battaglie con gli influssi celesti, poi riesce a vincere tutto, se viene nutrito bene. Voi uomini, pur conservando il vostro libero arbitrio, siete soggetti ad una forza maggiore e una migliore natura (quella di Dio): ed è Lui che crea la mente in voi, che sfugge all’influenza del cielo. Però, se il mondo presente è sviato dal bene, la causa è da ricerca in voi e ti spiegherò anche perché. L’anima, pensata da Dio prima ancora di essere creata, esce dalle sua mani, come un fanciulla che piangendo e ridendo come una bambina, semplicemente senza sapere nulla tranne che, mossa dal lieto fattore, tornare volentieri a ciò che le dà piacere. Per prima cosa sente il sapore di un piccolo bene; qui si inganna e corre dietro ad esso, se una guida o un freno non indirizzano il suo amore. Per questo convenne porre le leggi come freno e avere un comandante supremo che potesse vedere della città vera almeno la torre. Le leggi ci sono ma chi le fa applicare? Nessuno, per cui il pastore che procede, può ben conoscere la legge divina, ma non ha la capacità di agire come guida temporale; per cui la gente, che vede la propria guida mirare anche a quel bene di cui ella stessa è ghiotta (i beni terreni), si pasce solo di quel bene senza cercare altro. Puoi vedere bene allora che la mala condotta è la ragione per cui il mondo è stato fatto colpevole e non tanto le influenze celesti. Soleva Roma, che fece il il buon mondo, avere due soli che mostravano l’una e l’altra strada, del mondo e di Dio. L’una ha spento l’altra e adesso la spada si è congiunta con il pastorale e l’uno e l’altro mal conviene che vadano avanti a viva forza perché, stando congiunti, i due poteri non si temono. Se non mi credi, pensa alla spiga, dato che ogni erba si riconosce per il seme.

6Il centro dell’opera: il canto XVII e la teoria dell’amore spiegata da Virgilio

Proseguendo oltre il cerchio degli iracondi, la nebbia si dirada e si scorge il tramonto, proprio come accade in alta montagna quando si oltrepassa un banco di nubi. Dante è stanco e la sua mente si confonde in visioni tra la veglia e il sonno, finché la voce dell’angelo guardiano non lo ridesta e lo invita a salire oltre.

Virgilio lo incalza a non essere pigro, anche perché si trovano proprio nella cornice degli accidiosi (pigri nel bene). Scende però la sera e Dante ha bisogno di riposarsi ancora. In cielo brillano le stelle, l’elemento verticalizzante tipico di tutto il poema. I due pellegrini si fermano sulla soglia della quarta cornice dove sono puniti gli accidiosi.

Purgatorio di Dante: gli spiriti degli invidiosi
Purgatorio di Dante: gli spiriti degli invidiosi — Fonte: getty-images

Con questo spunto, Virgilio spiega a Dante la teoria dell’amore e il sistema morale di tutto il purgatorio: siamo nel centro della cantica e di tutta l’opera. Virgilio spiega che né Dio, né alcuna creatura furono mai privi d’amore, o naturale, cioè istintivo, o d'animo, cioè scelto consapevolmente. L'amore naturale non può mai essere errato; quello che si sceglie può errare o perché si rivolge al male, o perché è insufficiente, o perché è eccessivo. Fin quando l'amore è rivolto verso il primo bene (verso Dio) e finché è rivolto con giusta misura verso i beni terreni (i beni secondi), il piacere che ne deriva è giusto; ma se l'amore si rivolge al male o se l’amore per i beni terreni è eccessivo, o quello rivolto a Dio è insufficiente, allora la creatura commette peccato contro il suo creatore. È però impossibile odiare se stessi e, dato che nessuno può pensarsi diviso da Dio, è altrettanto impossibile odiare Dio.

Perciò, prosegue Virgilio se si ama il male, il male che si ama è sicuramente quello verso il prossimo; delinea i tre modi in cui può accadere. C’è chi vuole avere fama opprimendo il prossimo (i superbi); c’è chi teme di perdere potere, grazia, onore e fama per l'innalzarsi degli altri, e perciò si rattrista del bene altrui e si rallegra del male (gli invidiosi); c'è infine chi si sdegna del male ricevuto ed è bramoso di vendicarsi (gli iracondi). Superbia, invidia e ira si espiano nelle prime tre cornici del purgatorio.

Tutti, poi, tendono almeno confusamente al sommo bene; ma se ci si rivolge con pigrizia a vederlo o a raggiungerlo, si cade nel peccato di accidia, che si espia nella quarta cornice. Infine, l'amore che si rivolge con eccessivo impeto al bene terreno, che non può dare la vera felicità, è punito nelle tre cornici superiori. Dante dovrà investigare da sé come esso si divida in tre parti (vv. 82-139). Ecco il testo con commenti e parafrasi.

7Canto XVII del Purgatorio: testo

"Dolce mio padre, dì, quale offensione
si purga qui nel giro dove semo?
Se i piè si stanno, non stea tuo sermone
".
Ed elli a me: "L'amor del bene, scemo
del suo dover, quiritta si ristora;
qui si ribatte il mal tardato remo
.
Ma perché più aperto intendi ancora,
volgi la mente a me, e prenderai
alcun buon frutto di nostra dimora".  

"Né creator né creatura mai",
cominciò el, "figliuol, fu sanza amore,
o naturale o d'animo; e tu 'l sai
.  

Lo naturale è sempre sanza errore,  

ma l'altro puote errar per malo obietto
o per troppo o per poco di vigore
.  

Mentre ch'elli è nel primo ben diretto,  

e ne' secondi sé stesso misura,
esser non può cagion di mal diletto;  

ma quando al mal si torce, o con più cura
o con men che non dee corre nel bene,
contra 'l fattore adovra sua fattura
.  

Quinci comprender puoi ch'esser convene  

amor sementa in voi d'ogne virtute
e d'ogne operazion che merta pene.  

Or, perché mai non può da la salute
amor del suo subietto volger viso,
da l'odio proprio son le cose tute
;  

e perché intender non si può diviso,
e per sé stante, alcuno esser dal primo,
da quello odiare ogne effetto è deciso
.  

Resta, se dividendo bene stimo,  

che 'l mal che s'ama è del prossimo; ed esso
amor nasce in tre modi in vostro limo.  

È chi, per esser suo vicin soppresso,
spera eccellenza, e sol per questo brama
ch'el sia di sua grandezza in basso messo
;  

è chi podere, grazia, onore e fama
teme di perder perch'altri sormonti,
onde s'attrista sì che 'l contrario ama
;  

ed è chi per ingiuria par ch'aonti,  

sì che si fa de la vendetta ghiotto,
e tal convien che 'l male altrui impronti
.  

Questo triforme amor qua giù di sotto
si piange: or vo' che tu de l'altro intende,
che corre al ben con ordine corrotto.
Ciascun confusamente un bene apprende
nel qual si queti l'animo, e disira;
per che di giugner lui ciascun contende.  

Se lento amore a lui veder vi tira
o a lui acquistar, questa cornice,
dopo giusto penter, ve ne martira
.  

Altro ben è che non fa l'uom felice;
non è felicità, non è la buona
essenza, d'ogne ben frutto e radice.  

L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona,  

di sovr'a noi si piange per tre cerchi;
ma come tripartito si ragiona,
tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi".  

8Parafrasi del canto XVII del Purgatorio

Dante e Virgilio
Dante e Virgilio — Fonte: ansa

“Dolce padre quale peccato si purga nella cornice in cui siamo? Visto che ci siamo fermati con i piedi, non fermarti però con la tua parola”. E lui a me: “Qui si ristora l’amore per il bene privo del suo volere; qui viene ribattuto il remo che ha fatto male a tardare. Ma perché tu possa capire meglio, ascoltami bene e prenderai qualche buon frutto dal nostro riposo.” Cominciò allora: “Né il creatore né una delle sue creature fu mai senza amore o naturale o dell’animo; e tu lo sai già. L’amore naturale è sempre senza errore, ma l’altro può sbagliare per essersi concentrato su un obiettivo sbagliato, oppure per troppo o per troppo poco vigore. Finché l’amore è ben diretto verso il primo amore e sa misurare sé stesso in tutti gli altri amori, non può essere causa di alcun piacere peccaminoso. Tuttavia quando si rivolge al male, o con più cura o meno cura che non dovrebbe corre verso il bene, la creatura va contro il suo creatore. Quindi puoi comprendere come amore sia in voi il seme di ogni virtù e di ogni azione che merita il castigo. Ora dal momento che l’amore non può mai distogliere lo sguardo dal bene del soggetto stesso dell’amore, nessuno può odiare sé stesso. E poiché nessuno può considerarsi diviso dall’Essere primo ed esistente per sé stesso, ogni creatura è distolta dall’odiare Dio. Resta, se non mi sbaglio, che il male che si ama è quello del prossimo; e questo amore nasce in tre modi nel vostro fango terreno. È in chi, affinché sia soppresso il suo prossimo, spera di essere il superiore, e brama solo questa cosa che il suo vicino sia messo più in basso di lui. C’è poi chi teme di perdere potere, grazia, onore e fama perché qualcun altro lo superi, così si rattrista e spera nel contrario. C’è poi chi si sdegna per avere ricevuto un’ingiuria al punto che si fa desideroso della vendetta e in questo modo cerca il male del suo prossimo. Questo amore dalle tre forme si piange qui di sotto: ora voglio che tu sappia qualcosa dell’altro che corre al bene in modo corrotto. Ciascuno apprende un bene in modo confuso, un bene nel quale l’animo si acquieti e desidera di congiungersi con lui. Se a conoscere o a vedere questo bene vi tira un amore pigro, questa cornice lo espia dopo il pentimento. C’è poi l’altro bene che non fa l’uomo felice, perché non è quello corretto, quello con la giusta radice che porta il buon frutto. L’amore che si abbandona troppo a questo bene sbagliato si piange e si espia nei cerchi in cui dovremo salire. Ma come si divide nella sua tripartizione lo taccio, perché tu stesso lo intenda da solo”.

9Canto XVIII del Purgatorio (1-75), terza parte del discorso: Virgilio spiega la natura dell’amore e il libero arbitrio

Canto XVIII Purgatorio di Dante
Canto XVIII Purgatorio di Dante — Fonte: getty-images

Finito il discorso, Virgilio fissa Dante per vedere l’effetto delle sue parole sul discepolo. Dante è restio a chiedere troppe informazioni e spiegazioni perché ha sempre paura di essere molesto. Vinto il timore grazie all’incoraggiamento di Virgilio, chiede allora che cosa sia allora l’amore, l’indiscutibile fondamento di ogni azione buona e cattiva. Ricordiamoci che l’amore muove tutto.

Virgilio risponde che l’anima è creata per amare; questo amore in potenza si traduce in atto ogni volta che l'anima è sollecitata da qualcosa che piace. La capacità di conoscere si forma l’immagine delle cose reali e le mostra all’anima; Virgilio spiega che l’amore naturale è il tendere dell'anima verso queste immagini per il piacere che ne deriva. L’anima cerca il piacere e l’entusiasmo che deriva da ciò che ama. Poi, come il fuoco si muove verso l’alto per la sua natura avvicinandosi al suo punto di origine, cosi l’anima è attratta dal desiderio dell’oggetto amato finché non si congiunge ad esso. È evidente l'errore di chi crede che ogni amore sia di per sé lodevole: infatti la disposizione ad amare è sempre buona, ma non è detto che lo sia l’attuazione, così come la cera è sempre buona, ma può non esserlo l'immagine che le si dà col sigillo (vv. 1-39).

Dante ha capito la natura dell’amore, ma ha un altro dubbio addirittura più grave del precedente. Il dubbio è questo: se l’amore proviene dall’esterno e l’anima deve amare per natura, allora non può essere responsabile del bene o del male che compie. Su questo punto Virgilio ammette che la ragione è limitata; solo Beatrice – la teologia – potrà dare una compiuta spiegazione. Tuttavia dice che ogni forma sostanziale, unita con una materia e al tempo stesso distinta, ha una virtù propria che si manifesta attraverso i propri effetti, e fa un paragone con l’anima vegetativa che dà vita alle piante manifestandosi attraverso il verdeggiare delle fronde. Perciò l’uomo ignora da dove provenga la conoscenza dei primi principi e l’inclinazione a desiderare i beni cui tende per sua natura, come l’ape desidera per natura fare il miele e, di certo, non si chiede il perché delle sue azioni. In questo l’uomo non è responsabile, è vero.

Però Virgilio sottolinea un altro punto: altrettanto innata è nell’uomo la ragione che deve governare la volontà; da questa deriva la responsabilità di scegliere l’amore per il bene o per il male. I filosofi si accorsero di questa libertà innata della ragione e perciò dettero al mondo le leggi morali. L’uomo è allora libero di accettare o rifiutare (o temperare) qualunque amore. Beatrice chiama libero arbitrio questa facoltà della ragione; Dante dovrà tenerlo a mente, se ella gliene parlerà (vv. 40-105). Di seguito potrai leggere il testo con commenti e parafrasi.

10Canto XVIII del Purgatorio: testo

Posto avea fine al suo ragionamento 

l'alto dottore, e attento guardava
ne la mia vista s'io parea contento

e io, cui nova sete ancor frugava,
di fuor tacea, e dentro dicea: "Forse
lo troppo dimandar ch'io fo li grava
". 

Ma quel padre verace, che s'accorse
del timido voler che non s'apriva,
parlando, di parlare ardir mi porse.
Ond'io: "Maestro, il mio veder s'avviva
sì nel tuo lume, ch'io discerno chiaro
quanto la tua ragion parta o descriva.
Però ti prego, dolce padre caro, 

che mi dimostri amore, a cui reduci
ogne buono operare e 'l suo contraro".
"Drizza", disse, "ver' me l'agute luci
de lo 'ntelletto, e fieti manifesto
l'error de' ciechi che si fanno duci

L'animo, ch'è creato ad amar presto,
ad ogne cosa è mobile che piace,
tosto che dal piacere in atto è desto

Vostra apprensiva da esser verace
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
sì che l'animo ad essa volger face; 

e se, rivolto, inver' di lei si piega,
quel piegare è amor, quell'è natura
che per piacer di novo in voi si lega

Poi, come 'l foco movesi in altura
per la sua forma ch'è nata a salire
là dove più in sua matera dura, 

così l'animo preso entra in disire,
ch'è moto spiritale, e mai non posa
fin che la cosa amata il fa gioire

Or ti puote apparer quant'è nascosa
la veritate a la gente ch'avvera 

ciascun amore in sé laudabil cosa

però che forse appar la sua matera
sempre esser buona, ma non ciascun segno
è buono, ancor che buona sia la cera".
"Le tue parole e 'l mio seguace ingegno",
rispuos'io lui, "m'hanno amor discoverto,
ma ciò m'ha fatto di dubbiar più pregno; 

ché, s'amore è di fuori a noi offerto
e l'anima non va con altro piede,
se dritta o torta va, non è suo merto
". 

Ed elli a me: "Quanto ragion qui vede,
dir ti poss'io; da indi in là t'aspetta
pur a Beatrice, ch'è opra di fede. 

Ogne forma sustanzïal, che setta
è da matera ed è con lei unita,
specifica vertute ha in sé colletta,
la qual sanza operar non è sentita,
né si dimostra mai che per effetto,
come per verdi fronde in pianta vita

Però, là onde vegna lo 'ntelletto
de le prime notizie, omo non sape,
e de' primi appetibili l'affetto,
che sono in voi sì come studio in ape
di far lo mele; e questa prima voglia
merto di lode o di biasmo non cape

Or perché a questa ogn'altra si raccoglia, 

innata v'è la virtù che consiglia

e de l'assenso de' tener la soglia

Quest'è 'l principio là onde si piglia
ragion di meritare in voi
, secondo
che buoni e rei amori accoglie e viglia.
Color che ragionando andaro al fondo,
s'accorser d'esta innata libertate

però moralità lasciaro al mondo

Onde, poniam che di necessitate
surga ogne amor che dentro a voi s'accende, 

di ritenerlo è in voi la podestate

La nobile virtù Beatrice intende
per lo libero arbitrio, e però guarda
che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende
”. 

11Canto XVIII del Purgatorio: parafrasi

Dante e Beatrice
Dante e Beatrice — Fonte: getty-images

Aveva appena finito di parlare il mio maestro, e mi fissava con attenzione per capire se quel discorso mi aveva soddisfatto. E io che una nuova sete di sapere ancora mi tormentava, tacevo di fuori, ma dentro mi chiedevo se il mio troppo domandare lo avrebbe infastidito. Ma quel padre verace si accorse subito del mio timido desiderio che non riuscivo ad aprire in modo convinto e quindi mi disse di stare tranquillo e di chiedere. Così dissi: “Maestro, la mia vista si ravviva così tanto nella tua luce, che io discerno chiaramente quanto il tuo ragionamento distingua o analizzi. Tuttavia ti prego, mio dolce padre, spiegami la natura dell’amore a cui tu riconduci ogni buono e cattivo operare”. Rispose: “Volgi a me i tuoi occhi dell’intelletto e ti sarà chiaro l’errore dei ciechi che vogliono mettersi a guidare gli altri. L’animo che è pronto ad amare, si muove verso ogni cosa che piace non appena è svegliato all’atto dal piacere. La vostra facoltà conoscitiva tra l’intenzione dalla rappresentazione dell’oggetto e la spiega all’animo cosicché l’animo si piega verso di essa. E se, rivolto, si volge a lei, allora questo piegare è l’amore, quella è la natura che cerca di nuovo il piacere. Poi, come il fuoco va verso l’alto, là dove ritrova la sua stessa materia (il cerchio del fuoco), così l’animo innamorato entra nel desiderio, che è un moto spirituale e non si ferma mai finché non trova la cosa amata che lo fa gioire. Ora ti dovrebbe essere chiaro quanto è nascosta la verità alla gente che crede che ciascun amore sia per sé stesso una cosa lodevole. Infatti se anche la disposizione all’amore è una cosa buona, non lo è ciascuna espressione, anche se la cera è buona”. “Le tue parole e il mio ingegno che ti sta seguendo”, risposi a lui, “mi hanno fatto capire meglio la natura dell’amore, anche se adesso ho un dubbio ancora più grande: se l’amore è offerto a noi da cose piacenti che stanno fuori di noi, nella realtà esterna, e l’anima inclina a loro per amore naturale (per nessun altra via, per altro piede/cammino), all’uomo non possono essere attribuiti né meriti né demeriti”. E lui a me: “Quanto è in grado di vedere la ragione io qui ti posso dire: oltre ti aspetta Beatrice che ti spiegherà il ruolo della fede. Ogni forma sostanziale, ogni anima, che è distinta (setta) dalla materia, ma forma con essa un tutt’uno, ha in sé raccolta un’attitudine specifica, che non è avvertita se non agisce e non si manifesta se non per i suoi effetti; come in una pianta si manifesta la potenza vegetativa nelle foglie verdi. Perciò l’uomo non sa da dove gli venga la conoscenza delle prime verità (le nozioni innate) e l’amore dei primi beni desiderabili, che in voi uomini sono come per l’ape la tendenza istintiva (studio) di fare il miele. Questa prima tendenza istintiva e innata non merita né lode né biasimo. Ora affinché ogni altro appetito si raccolga a questa prima inclinazione, è innata in voi la virtù che lo consiglia (la ragione), la quale deve governare gli impulsi naturali come una guardiana che sta sulla soglia. Questo è il principio per cui vi deriva il merito, positivo o negativo a seconda che essa accolga e scelga i buoni amori o quelli cattivi. Coloro che ragionando (i filosofi) andarono al fondo della questione si accorsero di questa innata libertà e, basandosi su di essa, poterono costruire le loro dottrine morali. Perciò se anche ogni amore che si accende in voi sorgesse da una necessità, avete comunque la facoltà di accoglierlo o di rifiutarlo”. Beatrice intende la nobile virtù per libero arbitrio. Tendi bene le orecchie se avrà occasione di parlartene.

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