Camillo Benso Conte di Cavour: biografia e pensiero politico

Camillo Benso Conte di Cavour: biografia e pensiero politico A cura di Federico Goddi.

Biografia di Cavour, politico e imprenditore italiano tra i personaggi di spicco del Risorgimento italiano. Pensiero politico dell'uomo che fu ministro e presidente del Consiglio dei Ministri del Regno di Sardegna

1Cavour diplomatico e statista

Ritratto di Camillo Benso Conte di Cavour
Ritratto di Camillo Benso Conte di Cavour — Fonte: ansa

Camillo Benso Conte di Cavour fu ufficiale del Regno di Sardegna (1827-31) ed esordì nella politica piemontese nel 1847, fondando il giornale Il Risorgimento. L’anno successivo fu deputato, successivamente ministro (1850, 1851) e infine presidente del consiglio (1852).

La sua esistenza è costellata da colpi di genio diplomatici, come nel 1860, quando riuscì a esercitare il controllo politico sulle conquiste garibaldine, facendo rientrare le imprese in un contesto istituzionale (grazie ad annessioni e conseguenti plebisciti). Sempre con l’arte della diplomazia seppe imporre il suo punto di vista nell’agone politico preunitario, attuando una trasformazione giuridica del Regno di Sardegna in Regno d’Italia. La sua era una visione unitaria ma monarchica, come testimonia la battaglia politica per la proclamazione di Vittorio Emanuele II a re d'Italia (1861).

Cavour si spese a favore del trionfo sabaudo nonostante nel 1849 il re avesse tentato in ogni modo di sbarazzarsi di lui come aveva già fatto con Massimo D’Azeglio. Una presenza ingombrante, quella del re, che in quella fase era caratterizzata di decisioni incostituzionali: richiesta di tasse contro la volontà del parlamento; interferenza nella nomina dei ministri della guerra; avventurismi diplomatici dai risvolti disastrosi; volontà di partecipare alla guerra di Crimea (1855). Secondo molti storici, il re aveva tentato in ogni modo di abolire lo Statuto

Altro aspetto caratterizzante dell’azione di Cavour fu l’attenzione maniacale ai rapporti tra Stato e Chiesa: un buon bilanciamento rappresentava l’essenza stessa dello Stato liberale. Fedele allo spirito liberale, lo statista torinese – di lingua madre francese - è senza ombra di dubbio uno degli uomini più influenti dell’intero Risorgimento e, a differenza di molti altri, è tra i politici dell'Ottocento italiano che vantavano un riconoscimento oltralpe. 

2Pensiero politico di Camillo Benso Conte di Cavour

Ritratto dello statista italiano Camillo Benso conte di Cavour eseguito da Lino Carnevall
Ritratto dello statista italiano Camillo Benso conte di Cavour eseguito da Lino Carnevall — Fonte: ansa

Camillo di Cavour, figlio cadetto del capo della polizia di Torino, era stato destinato dalla famiglia alla carriera delle armi. Sin dagli esordi, dimostrò un’insofferenza alle imposizioni dogmatiche, complice anche un malcelato liberalismo, che lo rendeva inviso a gran parte degli alti gradi dell’esercito sardo.

A causa del consenso manifestato a favore delle idee liberali, venne allontanato con un provvedimento punitivo presso il forte di Bard. Volendo essere più precisi, la sua fede politica progressista era fortemente mitigata da un equilibrio calcolato: in sintesi era un uomo che si dichiarava nemico delle istanze reazionarie e, con egual risolutezza, combatteva le correnti rivoluzionarie.

Negli anni della sua formazione erano stati determinanti le frequentazioni dei parenti della madre in quel di Ginevra; da qual ramo protestante della famiglia viene l’esercizio del dubbio, caro al conte. Abbracciò quindi la religione della ragione, l’etica del lavoro e una sostanziale libertà di coscienza. 

Il monumento a Camillo Benso Conte di Cavour a Roma
Il monumento a Camillo Benso Conte di Cavour a Roma — Fonte: ansa

Solidi studi politici ed economici lo portarono a riflettere sulla necessità dell’interdipendenza fra progresso economico e civile, come avveniva in Francia e Inghilterra. Non a caso, fu tra i fondatori della banca di Torino e di solide associazioni agrarie, nonché fervente promotore dello sviluppo ferroviario. Cavour era il prodotto di una fusione d’intenti fra nobiltà e alta borghesia che aveva come stella polare l’irresistibile fiducia nel libero scambio.

Tuttavia, la sua sfrenata ambizione lo rendeva inviso a molti dei capi politici borghesi, mentre l’aristocrazia piemontese lo riteneva un nobile aggressivo dalle idee contraddittorie. Come se non bastasse, era nota a tutti l’ostilità di Carlo Alberto nei suoi confronti. Per il monarca Cavour era una sorta di “carbonaro” che avrebbe dimostrato le sue doppiezze appoggiando il ministero d’Azeglio ed ottenendo il dicastero dell’agricoltura, del commercio e della marina (11 ottobre 1850).

Con la sua febbrile attività, Cavour divenne in breve tempo la figura dominate di quel governo, soprattutto quando, nell’aprile del 1852, assunse il portafoglio delle finanze, stringendo una serie di trattati commerciali e intraprendendo numerose iniziative finanziarie con cui riuscì a svincolare il Piemonte dalla soggezione finanziaria ai Rothschild.

Urbano Rattazzi
Urbano Rattazzi — Fonte: ansa

Cavour ottenne sempre la fiducia dei democratici costituzionali ed in alcune circostanze quella dell’estrema sinistra, molto raramente ottenne l’appoggio dei conservatori. Anche per queste ragioni, Cavour strinse un accordo personale con il capo dei democratici moderati, Urbano Rattazzi, rinsaldato dopo il colpo di Stato di Napoleone.

A quel punto, Cavour adottò una tattica geniale: intraprese un viaggio in Inghilterra e Francia dove incontro Napoleone III, mentre in Piemonte si consumava una crisi parlamentare del governo d’Azeglio. Complice anche una proposta d’introduzione del matrimonio civile in Piemonte, a cui Cavour non pose la fiducia consentendone il respingimento, il governo d’Azeglio cadde e il re diede l’incarico proprio a Cavour.

Ad un anno di distanza dagli eventi, lo statista piemontese chiamò Rattazzi al governo inaugurando il “connubio”, un’alleanza con molte convenienze e non troppi ideali comuni, che aveva suscitato lo scandalo anche tra i contemporanei. A Cavour quell’alleanza serviva soprattutto per portare a termine i suoi programmi riformistici; con una sicura maggioranza alla Camera, il conte si sarebbe messo al riparo dalle minacce dei democratici rivoluzionari, come dichiarò in parlamento: ‹‹Le riforme, compiute a tempo, invece d’indebolire l’autorità, la rafforzarono; invece di crescere la forza dello spirito rivoluzionario, lo riducono all’impotenza›› (Cavour, Discorsi parlamentari, II, p. 84).

Nel mentre si consolidava la sua posizione parlamentare, che gli permetteva dichiarazioni inedite sulla realizzazione di un regime parlamentare sul modello inglese:

‹‹Negli spiriti di molti nacque una dubiezza (sic), uno scoramento, dacché si credette che le nostre forze costituzionali fossero incapaci a produrre quegli effetti e quelle riforme che erano richieste dall’opinione pubblica, e che la necessità dei tempi imperiosamente esigeva. E quindi nacque in taluni una disaffezione per le nostre forme rappresentative… Per altra parte, quel partito che prima dello Statuto era soddisfatto dell’antico ordine di cose, e che aveva accettato il nuovo patto fondamentale con rassegnazione soltanto, questo partito vedendo che si poteva vivere sotto il regime costituzionale senza nulla riformare, rimanendo nello statu quo, giunse a poco a poco a credere che si poteva anche mantenere lo Statuto, e retrocedere un poco›› (C. Cavour, Discorsi parlamentari, 1932, II, p. 77).

3Cavour e l’Unità d’Italia

Nel 1855 Cavour riportava una grande vittoria sulla monarchia, con una legge che sanciva la soppressione delle corporazioni religiose. Forte delle istituzioni liberali, a quel punto il Piemonte poteva guardare ad una missione nazionale: non più un piccolo Stato europeo proiettato verso l’ingrandimento territoriale, ma cuore di una possibile unità nazionale.

Napoleone III
Napoleone III — Fonte: istock

In quest’ottica, Cavour sfruttò la partecipazione alla guerra di Crimea – voluta soprattutto dal monarca – per conferire risonanza internazionale alla questione italiana. L’attentato di Felice Orsini contro Napoleone III contribuì a far presente all'imperatore l’urgenza del problema.

Col convegno di Plombières, il 21 luglio 1858, lo statista piemontese accettò la possibilità di una divisione della penisola in tre grossi Stati. Sembrava un piccolo passo indietro, ma l’idea unitario-nazionale venne accantonata per breve tempo, poiché il movimento popolare per le annessioni dell'Italia centrale avrebbe fornito a Cavour il pretesto di tornare a fare pressione internazionale. 

Dopo l’annessione plebiscitaria della Toscana e dei ducati di Parma e Modena, seguite da Nizza e dalla Savoia, il conte impose un piano diplomatico a Garibaldi che stava preparando uno sbarco in Sicilia. Dopo le vittorie a Calatafimi e Palermo, Cavour chiese e ottenne l’invasione di Marche e Umbria, soprattutto per non perdere la guida del movimento nazionale. Tra i rischi c’era infatti una soluzione repubblicana delle imprese garibaldine, scongiurata definitivamente dall’atteggiamento dell’eroe dei due mondi nell’incontro di Teano.

Camillo Benso Conte di Cavour in giardino
Camillo Benso Conte di Cavour in giardino — Fonte: getty-images

Con i plebisciti delle Due Sicilie, delle Marche e dell'Umbria, il Regno di Sardegna venne giuridicamente trasformato nel Regno d'Italia.

Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II fu proclamato re d'Italia, mentre Cavour lavorava alacremente per trovare una soluzione al problema dei rapporti tra Stato e Chiesa. La morte lo raggiunse prima di vedere la piena realizzazione di una pacificazione tra i due poteri. Era il giugno del 1861, quando si chiuse, con coerenza, un’esistenza fatta di ambizioni obiettivi sostenuti da fermi ideali.

L'apertura democratica delle prime battaglie era certo un lontano ricordo; Cavour aveva da tempo preferito una soluzione diplomatica e monarchica per il Risorgimento italiano, grazie ad una visione realistica di fine diplomatico.