Borghesia e classe operaia nel 1800: valori e pensiero

Borghesia e classe operaia nel 1800: valori e pensiero A cura di Federico Goddi.

Pensiero e valori del proletariato e della borghesia nel 1800, tra Rivoluzione industriale, capitalismo e lotta di classe

1La Rivoluzione industriale e la trasformazione della società

Carri a vapore della prima Rivoluzione industriale
Carri a vapore della prima Rivoluzione industriale — Fonte: getty-images

Nel corso del XIX secolo la struttura della società europea muta radicalmente. La qualità della vita migliora sensibilmente rispetto al secolo precedente, mentre l’espansione del mercato e la pratica diffusa dell’intervento statale direzionano una grande trasformazione sociale che porta avanzamenti nell’alfabetizzazione e progressi dell’urbanizzazione. In questo scenario irrompono nuove figure sociali che stravolgono i rapporti di forza nelle società europee. L’universo dominato dai proprietari terrieri e popolato da contadini viene sostituito da una società complessa che permette processi minimi di mobilità sociale, pur non eliminando le realtà di povertà ed esclusione sociale.

Siamo di fronte ad una società in cui gruppi di potere, partiti e sindacati tentano di influenzare le opinioni pubbliche. Non a caso il termine ‹‹trasformazione›› compare in un volume che segnò quest’epoca e nel quale è teorizzata una ‹‹trasformazione rivoluzionaria dell’intera società›› (Manifesto del partito comunista; 1848) ad opera della classe operaia. Secondo la teoria politica del filosofo Karl Marx, gli operai sarebbero quindi destinati a realizzare la rivoluzione produttiva e politica iniziata dalla borghesia (con le rivoluzioni del Settecento) ma ne rappresenterebbero anche il maggior antagonista.
Al di là delle interpretazioni sul lungo periodo, quale era il contesto di modernità delle società ottocentesche alla base delle enormi disuguaglianze sociali?  

2Gli operai ed il proletariato urbano

Bambini al lavoro in una fabbrica nel 1820, in piena Rivoluzione industriale
Bambini al lavoro in una fabbrica nel 1820, in piena Rivoluzione industriale — Fonte: getty-images

L’Ottocento è il secolo delle fabbriche e delle città, i luoghi dell’incremento della produttività ed insieme dello sradicamento prodotto e moltiplicato da una società al centro di un fagocitante processo di modernizzazione tecnologica che interessa finanza, servizi e soprattutto industria. La città diviene inevitabilmente oggetto di un’urbanizzazione che specie nel caso francese ebbe regole precise. Nel diciannovesimo secolo, il sistema dell’industria a domicilio viene quindi sostituito dalle fabbriche che pullulano di operai salariati. In alcuni casi si tratta di artigiani gettati nell’indigenza dalla trasformazione economica in atto e costretti alle dipendenze di un imprenditore dopo aver chiuso i battenti della vecchia bottega. Molti altri sono contadini, allettati dai salari migliori, e non sono rari i casi di contadini-operai che oscillano come un pendolo tra le due professioni. 

Le condizioni in fabbrica sono durissime con turni massacranti di 10-15 ore al giorno ripagati da bassi salari che garantiscono appena il livello di sussistenza. È una tragica realtà da cui lo scrittore Charles Dickens prende spunto per costruire il percorso letterario del suo Oliver Twist, un romanzo che è anche un grido di denuncia: ‹‹Quale nobile esempio delle soavi leggi inglesi! Permettono ai poveri persino d’andare a dormire!››.

Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo
Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo — Fonte: ansa

Come nel caso di Dickens, alle misere condizioni dei lavoratori si dedicarono associazioni, singoli filosofi ed economisti, che sollevarono il tema della questione sociale tentando di sensibilizzare, con alterne fortune, opinione pubblica e governi. Molto più concretamente, per rappresentare e rivendicare i diritti dei lavoratori nacquero partiti socialisti e sindacati. 

L’arma di lotta per eccellenza di questi ultimi era lo sciopero che venne legalizzato dai vari Stati solo nella seconda metà del secolo. Gli obiettivi rivendicati riguardavano migliori salari e diminuzione delle ore lavorative. Col variare dei soggetti politici, mutò anche la terminologia e così al termine “operai” venne sempre più spesso affiancato o sostituito quello di proletariato, con cui erano indicate le persone che prestavano il proprio servizio lavorativo ad un imprenditore. 

D’altra parte, non bisogna dimenticare che all’interno della stessa classe operaia esistevano delle differenze sostanziali, in particolare tra lavoratori non qualificati ed operai specializzati che formavano la cosiddettaaristocrazia operaia”, un insieme di lavoratori connotati da un’abilità professionale che garantiva l’ottenimento di salari migliori. Questi lavoratori crearono delle società di mutuo soccorso o furono rappresentati da sindacati quali le Trade Unions inglesi, punta di diamante dell’unico movimento operaio europeo che potesse vantare una struttura organizzativa ormai solida. 

A differenza dell’Inghilterra, in Francia il movimento operaio era stato decimato dalle sconfitte dei moti rivoluzionari del 1848 e 1851, mentre in Italia il proletariato di fabbrica era ancora una minoranza rispetto ai nuclei di operai e artigiani organizzati nelle società di mutuo soccorso. A livello continentale solo in Germania esisteva una forte classe operaia attiva da prima del ’48.

Più importante delle differenze enumerate, era però una duplice esperienza comune a quasi tutti gli operai di ogni Paese: la disoccupazione congiunturale e la costante fluttuazione del salario specie nei luoghi dove c’erano operai disposti a sostituire le maestranze in sciopero lavorando con salari inferiori. La precarietà come condizione costante dell’esistenza era connaturata all’operaio e strideva con il quadro di sicurezza e di crescente prosperità ostentato dalla borghesia.

3La borghesia: caratteristiche e definizione

Nel ventennio successivo al 1848, la borghesia europea conobbe una straordinaria stagione di espansione e affermazione che era stata accarezzata negli anni della Restaurazione anche dall’ambizioso Eugène, personaggio letterario di Honoré de Balzac: ‹‹Chi torna col suo carniere ben pieno è salutato, festeggiato, ricevuto nella buona società›› (Père Goriot; 1834). Ora la congiuntura economica era migliore, sia perché le nuove borghesie si erano scrollate di dosso i logori rapporti con le vecchie gerarchie sociali (aristocrazie europee) che le avevano penalizzate nella distribuzione del potere, sia per il fallimento dei moti rivoluzionari del ’48. In più il mondo borghese andava assumendo dei contorni identitari sempre più definiti grazie alle ricordate posizioni di forza.

Come per gli operai, la galassia borghese era molto eterogenea. Le professioni borghesi andavano dagli artigiani ai piccoli proprietari terrieri sino ai grandi imprenditori. C’erano poi figure intermedie come dirigenti d’azienda, banchieri e grandi commercianti che si affiancavano alla tradizionale borghesia delle professioni: medici, avvocati e ingegneri insieme agli elementi della burocrazia statale. Più in basso nella scala sociale erano collocati piccoli professionisti, commercianti ed insegnanti. Era un segmento sociale definito con maggior precisione ceto medio o piccola borghesia.

Abbigliamento tipico della classe borghese
Abbigliamento tipico della classe borghese — Fonte: ansa

Nonostante le grandi differenze interne, sono riscontrabili alcuni tratti tipici della borghesia europea riconducibili ad un ideale unitario. Si pensi all’aspetto della cura dell’abbigliamento, che può apparire banale ma che rappresentava inequivocabilmente un segno distintivo della condizione sociale al pari dell’abitazione. La casa e l’arredamento della stessa era il simbolo della rispettabilità sociale e del successo tangibile ottenuto anche grazie alla forte predisposizione al risparmio.

Il nucleo famigliare manteneva invece gli elementi tipici delle società preindustriali: una dimensione patriarcale in cui la donna viveva in condizione subordinata e relegata alla cura della casa e della prole. Un modello famigliare profondamente negativo che solo in apparenza è in contraddizione con l’ideale del progresso e lo spirito di iniziativa ostentato dai borghesi al di fuori delle mura domestiche. Proprio perché agognava una società aperta, il borghese aveva infatti bisogno di solide basi che assecondassero le sue ambizioni di scalata sociale. In un sistema lavorativo che diveniva sempre più competitivo, il borghese celebrava un culto del lavoro fortemente influenzato dal positivismo che vedeva nel progresso – quasi inarrestabile – il vero motore della storia. 

La borghesia, una litografia che rappresenta una madre che svolge i lavori di casa
La borghesia, una litografia che rappresenta una madre che svolge i lavori di casa — Fonte: getty-images

Nonostante quindi la sua composizione e i suoi ruoli variassero molto a seconda dei contesti nazionali - il provinciale Eugène è certamente molto diverso da Ebenezer Scrooge, avaro finanziere londinese del Canto di Natale di Dickens ed è altresì lontano anni luce da un qualsiasi bottegaio parigino - la borghesia riuscì in quel tornante storico a presentarsi come depositaria di innegabili fattori di trasformazione e ad imporre libertà di iniziativa e concorrenza come idee forti. 
Il processo di costruzione di identità collettiva operaia e borghese rappresenta un momento fondamentale dell’Ottocento. È un fenomeno complesso, non scevro di forti contraddizioni, che ebbe conseguenze sociologiche radicali per quel secolo, i cui effetti avrebbero avuto importanti ricadute nel secolo breve (‘900).

 

Le due cose più importanti non compaiono nel bilancio di un’impresa: la sua reputazione ed i suoi uomini. Henry Ford