Biografia e sonetti di Domenico di Giovanni detto il Burchiello

Biografia e sonetti di Domenico di Giovanni detto il Burchiello A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Biografia e sonetti del Burchiello, soprannome di Domenico di Giovanni, poeta del Quattrocento diventato famoso per lo stile ed il linguaggio assurdo che impiegò nelle sue opere.

1Introduzione alla vita e alle opere di Domenico di Giovanni detto Il Burchiello

Burchiello
Burchiello — Fonte: getty-images

È possibile che un poeta definito “quarta corona” fiorentina dopo Dante, Petrarca e Boccaccio sia ancora oggi poco studiato sui banchi di scuola e sia perlopiù misconosciuto? È possibile, se questo autore si pone a noi ancora oggi come un rebus quasi irrisolvibile e se la sua poesia eccentrica e sfuggente, infatti, è ancora oggi presa come esempio di nonsense all’italiana (o quasi).

La sua è una poesia toscana anzi toscanissima intrisa di ogni sorta di rimando e citazione, dal gergo popolare a quello biblico, dalla ricetta medica a quella culinaria. È un magma incandescente di immagini, suoni, colori e oggetti svariati in gran parte presi dalla vita quotidiana e messi a significare altro – cioè risemantizzati – spesso in senso osceno: anche più che osceno.

Un grande critico come Dionisotti afferma che egli «deliberatamente getta la sua indubbia vena di poesia in un gergo intraducibile, e per l’appunto mira a un impiego non più comico ma senz’altro farsesco di quella poesia» (Geografia e storia della letteratura italiana, p. 40). Anche il giudizio di un grande storico della letteratura come Francesco De Sanctis non fu generoso nei confronti di questo poeta così problematico. Burchiello, infatti, sembra voler scrivere per deridere il senso stesso della poesia proseguendo la linea comica opposta polemicamente al lirismo dei seguaci di Petrarca.

Potremmo infatti definire questo poeta come una sorta di anti-Petrarca. Tra l’altro ognuno ha avuto i suoi discepoli: abbiamo avuto nel Quattrocento e nel Cinquecento i petrarchisti e i poeti burchielleschi. Se fosse una partita di calcio, chissà come finirebbe. Ah, lo sappiamo: ha vinto la formazione di Petrarca.

2La vita e le opere di Burchiello

Domenico di Giovanni detto il Burchiello (Firenze 1404 - Roma 1449) è uno dei casi poetici più affascinanti della nostra letteratura, forse perché agisce nel secolo che Benedetto Croce definisce “senza poesia” (Il Quattrocento). Domenico di Giovanni nacque in una famiglia di umili origini e, di conseguenza, non ebbe la possibilità di fruire di una valida formazione culturale. Studiò tutto da autodidatta, voracemente, e col tempo trovò il suo personalissimo stile poetico.

Sed litterae non dant panem – cioè la letteratura non dà il pane – e allora a partire dal 1432 esercitò la professione di Barbiere come risulta dalla sua iscrizione alla Corporazione dei Medici e degli Speziali di Firenze, come a suo tempo fece anche Dante. Ed ecco il nostro poeta barbiere che lavora i suoi sonetti con rasoi e forbici, unguenti e sciampi.

L’ambiente cittadino è assoluto protagonista della sua poesia con i suoi personaggi e le sue caricature; il lavoro di barbiere dovette renderlo un osservatore vivo, della strada, e donargli una certa supponenza da “intellettuale nuovo”, non accademico, che pare avere una forza inesauribile dentro di sé poiché prova la gioia del dilettante.

Inoltre anziché “caffè letterario”, la sua bottega di barbiere divenne presto unabottega letteraria”, frequentata da molti letterati ed artisti anti-accademici oltre che luogo d’incontro di uomini politici e intellettuali ostili ai Medici.

Era frequente all’epoca lo scambio di sonetti e Burchiello ebbe corrispondenza con intellettuali di rilievo quali Leon Battista Alberti, Rosello Roselli, Anselmo Calderoni e Mariotto Davanzati. Il grande studioso Domenico Guerri afferma infatti che questi scrittori «si trovarono a essere spregiati dai dotti, cioè dagli umanisti, che andavano per un’altra strada; e sbeffeggiati in piazza, che s’era fatto un altro gusto, e vantava i suoi poeti di libero estro, inferiori di cultura, ma più dotati d’ingegno».

Per essersi schierato, in funzione anti-medicea, con Rinaldo degli Albizzi, nel 1434 Cosimo il Vecchio lo esiliò. Da quel momento, la sua vita si complicò notevolmente. Fu prima a Venezia e poi a Siena, dove – aperta una nuova bottega di barbiere – il poeta passò la prima parte del suo esilio, continuando a scrivere e a sperimentare. A Siena ebbe vari problemi giudiziari, culminati nel 1439 in un’accusa di furto che gli costò sette mesi di carcere, durante i quali scrisse sonetti di intenso espressionismo, vicini al forte linguaggio dantesco dell' “Inferno.

Uscito di prigione nel dicembre del ’39, continuò la sua attività di barbiere-poeta fino al 1445, quando si trasferì a Roma e si riconciliò con i Medici.

Trascorse però gli ultimi anni della sua vita sregolata e spendacciona in assoluta povertà. Morì nel gennaio del 1449 per un attacco di febbre quartana.

Burchiello fu a lungo dimenticato, ma a partire dall’edizione pseudo-londinese del 1757, poi dagli studi novecenteschi e in misura maggiore a partire dal convegno “La fantasia fuor de’ confini”. Burchiello e dintorni a 550 anni dalla morte (Firenze – 1999), questo poeta è tornato all’attenzione di tutti – di moda, addirittura– forse anche perché rappresentava un terreno ancora vergine per gli interessi accademici. Al di là di questo sono tutti oggi concordi nel riconoscere a questo poeta un’importanza artistica ed un’influenza culturale decisive per la nostra letteratura.

3Il corpus burchiellesco

Esistono circa 85 codici miscellanei su cui sono riportate le poesie del Burchiello. Per tale ragione è assai difficile tentare una precisa ricostruzione filologica dei testi; anzi, essendo lo stilealla burchia” diventato famosissimo proprio grazie a lui, ci furono presto tantissimi imitatori e molte poesie sono state attribuite erroneamente al famoso barbiere di Calimala.

Comunque a lungo l’edizione di riferimento, nonostante le sue imprecisioni ed i suoi errori di attribuzione, è stata l’edizione “pseudo-Londinese”, stampata a Livorno, nel 1757 che ha avuto il merito di accendere l’interesse per questo poeta.

Recentemente però ci sono state due edizioni molto importanti: quella di Michelangelo Zaccarello e quella di Antonio Lanza. Tra i due studiosi è nata anche un’accesa diatriba sulla corretta attribuzione delle poesie e sulla loro interpretazione.

4La poetica del Burchiello

Intanto che cosa significa “burchia” e quindi “burchiello”? È un modo di indicare uno stile poetico ben presente già dalla seconda metà del Duecento e poi nel Trecento. Le poesie ‘alla burchia’ erano poesie alla rinfusa, mettendo insieme tanti elementi diversi perché la burchia è una barchetta da carico dove tutto veniva buttato alla rinfusa. Il sonetto burchiellesco quindi si basa sull’accumulazione e sul catalogo di più elementi diversi e spesso attinge materiale dai ricettari medici e culinari, che hanno creato in lui il gusto per l’oggetto in sé stesso così come dai proverbi e dai modi di dire.

Tutti i significanti – cioè le parole – però subiscono una trasfigurazione semantica dando l’impressione che ci troviamo davanti ad una poesia nonsense: la poetica di Burchiello sembra basarsi sull’ «arte di versificare a vuoto, che prova le sue capacità di inventare rime astruse» (Pullini). Ma non è così. È vero che la comicità di questo poeta si affida ai lazzi verbali, più che alle situazioni comiche, ma è qui il suo preciso punto di forza.

Si ha come l’impressione che Burchiello talvolta applichi un preciso formulario del comico e che il motivo della sua poesia in fondo sia unico, eppure esso presenta dei moti interni, sottili variazioni, gli stessi meccanismi che sono alla base del canzoniere petrarchesco: sono cioè variazioni di un unico motivo ossessivo. Burchiello accumula, accumula accumula, squaderna parole che scoppiano come fuochi d’artificio e diventa proprietà del lessico poetico: «Ma vedi le cose che escono dall’anonimo, s’affacciano, riempiono imperterrite lo spazio, senza uno sguardo indietro, sopraggiunte, cancellate da altre cose (anche i perché non sono che nuove cose, nuovi fatti, così come l’allusione bruciava nell’attimo): una vitalità fatta di mille vite» (De Robertis). A ben vedere, questa è un’operazione tipicamente carnevalesca poiché questo poeta innalza a dignità poetica elementi che non avevano mai fatto il loro ingresso nella poesia, «come obbedendo ad un irresistibile impulso degli oggetti» (De Robertis) a manifestarsi di continuo. E la spinta si traduce in un continuo procedere in qualunque direzione poetica. Ma se tutto diventa degno di poesia, allora è come trovarsi in un enorme calderone.

5Il Burchiello ed i sonetti alla burchia: alcuni esempi

5.1Sonetto I

El dispota di Quinto, e 'l gran Soldano,
e trentasette schiere di pollastri,
fanno coniar molti fiorin novastri,
come dice el psalmista nel Prisciano;
e dicesi nel Borgo a San Friano,
ch’ egli è venuto al porto de’ Pilastri
una Galea carica d'impiastri,
per guarir del catarro Monte Albano.
Mille Franciosi assai bene incaciati,
andando a Valembrosa pe’ cappegli,
furon tenuti tutti isvemorati.  

Toian gli vide, e disse: «Végli, végli!
E’ non son dessi, el bagno gl’ha scambiati,
o e’ gli ha barattati in alberegli».
Allora e fegategli,
gridaron tutti quanti ‘Cera, cera!’,
e l’aringhe s’armoron di panziera.  

Parafrasi. Il despota di Quinto e il grande Sultano e trentasette schiere di pollastri fanno coniare molti fiorini nuovi come dice il salmista nel Prisciano; e si dice nel Borgo, a San Friano, che una barca carica di impiastri è giunta al porto dei Pilastri per guarire del catarro Monte Albano. Mille Francesi assai ben cosparsi di cacio, andando a Valle Ombrosa per i cappelli, furono presi tutti per smemorati. Toiano li vide, e diss: “Vecchi, vecchi, non sono più sé stessi, il bagno li ha scambiati o li ha scambiati in alberelli”. Allora i fegatelli gridarono tutti quanti “Cera, cera!”, e le aringhe si armarono di panciera.

5.2Spiegazione del sonetto I

Noterai che ha dei versi in più rispetto ad un sonetto canonico, perché infatti questo si chiama “sonetto caudato”, cioè ha un coda composta da un settenario e due endecasillabi. Andiamo al dunque: pur giocando a nascondino, questo sonetto ha un significato osceno.

L’introduzione del sonetto riprende l’idea di una storia non-sense, ma ci introduce l’idea di una cura medica. Le due terzine però sono più importanti: si parla di franciosi incaciati e di un bagno portentoso, che ha avuto un effetto indesiderato. Guardiamo meglio: i mille franciosi sono i francesi, cioè i famosi “Galli”, i quali con sostituzione sinonimica, alzano la testa e beccano, baldanzosi. Sono i membri virili e Valembrosa, Valle Ombrosa, sarebbe con un’evidenza che non serve spiegare, il sesso femminile. I “fegategli” dovrebbero essere i cinedi che, vedendo gli uomini in difficoltà, gridano e si armano alla battaglia con la maglia metallica per riportare la potenza nei franciosi. La terapia del bagno ha sortito un effetto “eccessivamente calmante”, e Burchiello trova modo di riderci sopra.

La simbologia erotica di questo poeta si avvale del principio analogico e i significati sessuali si moltiplicano nei vari significanti che sono tutti in qualche modo allusivi, cosicché la poesia burchiellesca ci costringe sempre a intuire e poi scegliere il peggior significato tra quelli disponibili.

Altro metodo compositivo del Burchiello è la storia nonsense in cui tutti gli elementi si combinano insieme secondo un dispositivo narrativo del tutto improbabile. Leggiamo il famoso sonetto X, ad oggi l’unico testo antologizzato nei libri di scuola.

5.3Sonetto X

Nominativi fritti e mappamondi,
e l'Arca di Noè fra duo colonne
cantavan tutti ‘Kyrieleisonne’
per la ’nfluenza de’ taglier mal tondi.
La luna mi dicea: «Ché non rispondi?»
et io risposi «I’ temo di Giansonne,
però ch’ i’ odo che ’l diaquilonne
è buona cosa a fare i cape’ biondi.
Per questo le testuggine, e ’ tartufi
m'hanno posto l'assedio alle calcagne,
dicendo «Noi vogliam, che tu ti stufi»,
e questo sanno tutte le castagne,
perché al dì d'oggi son sì grassi e gufi,
ch’ognun non vuol mostrar le sue magagne.
E vidi le lasagne
andare a Prato a vedere il Sudario,
e ciascuna portava lo ’nventario.

Parafrasi. Nominativi fritti e mappamondi e l’arca di Noè infilata fra due colonne, tutti cantavano il Kyrie eleison sotto l’influsso dei piatti di portata piuttosto vuoti. La luna mi diceva “Perché non rispondi?” E io risposi: “Ho paura di Giasone, perché sento dire che la pomata va bene per imbiondire i capelli”. Però le testuggini e i tartufi mi assediano standomi alle calcagna, dicendo “Vogliamo che tu ti stufi”. Ed è cosa nota a tutte le castagne, perché oggigiorno i gufi sono così grassi che nessuno vuol mostrare i propri difetti. E vidi le lasagne andare a Prato a vedere il Sudario, e ciascuna di loro portava l’inventario.

5.4Spiegazione del sonetto X del Burchiello

Lo schema farmacopeico – cioè delle ricette da farmacia e dei rimedi – ricorre spesso nella rimeria ‘alla burchia’ così come la ricetta culinaria. Entrambe le ricette permettono al poeta di vestire i panni di un medico cialtrone o di un cuoco maldestro. A queste aggiungiamo la ricetta per le donne: quella cosmetica, che talvolta contiene gli elementi di una critica contro i costumi femminili – un topos letterario. Sono tutte forme poetiche con cui più facilmente si può giocare con l’accumulazione e la combinazione.

5.5Sonetto CLX

Qualunque al bagno vuol mandar la moglie,
O per difetto, o per farla impregnare;
Mandi con lei il famiglio, e la comare,
E Mona Nencia, che i parti ricoglie.
Portin con loro un sacchettin di foglie
Di sambuco, e di more rosse amare;
Lui, per ricetta, non vi debbe andare,
Ch'amendue tornerebbon colle doglie.
Credi a me, che son medico cerugo,
Fa ch'ogni sera pesti un Petronciano
E premil con due mani, e béiti il sugo.
Questa ricetta gli sia molto sano,
Ma guardi ben [che 'l dice maestro Ugo]
Non tornar di mal'aria da Foiano,
Ma torni pel Frignano,
Presso a Monte ritondo, e da Compiobbi,
Che ritti fa tornar, chinati, i gobbi.

Parafrasi. Chiunque voglia mandare alle terme la moglie, o per un difetto, o per renderla più fertile, mando con lei il servo e la comare, e Donna Nencia, che accoglie i parti. Portino con loro un sacchettino di foglie di sambuco, e di more rosse amare. Lui, come da prescrizione, non ci deve andare, perché altrimenti tutti e due tornerebbero con le doglie. Credi a me che sono medico cerusico, fa che ogni sera pesti una melanzana, e lo prema con due mani, e ne beva il sugo. Questa ricetta gli farà molto bene, ma si guardi bene – e lo dice il maestro Ugo – non tornare dalla malaria del Foiano, ma passi indietro invece per il Frignano, vicino a Monte Rotondo e da Compiobbi, che fa tornare ritti i chinati e i gobbi.

6I sonetti del Burchiello: analisi e spiegazione

In questa poesia si vede bene lo schema della ricetta. Non mi dilungo troppo a spiegarla perché leggendo la parafrasi sarà chiaro quanto il significato sia allusivo e quanto Burchiello si diverta a scherzare con l’erotismo.

Invece, in alcune poesie meno criptiche Burchiello riprende la grande tradizione dei lamenti sulla povertà, simile dunque a quella di Cecco Angiolieri, ma esprimendola con la semantica a lui più congeniale, sempre cercando accostamenti funambolici per rendere iperbolica (e quindi prettamente letteraria) la sua vicenda umana (sonetto CIV).

Il metodoalla burchia’, con la sua parodia continua, mostrava che la poesia comica e faceta aveva conservato una forza di rottura ancora poderosa. Non era assuefatta ai dettami di una cultura ufficiale: aveva la forza per indicare se non il senso, di certo il nonsenso.

Inoltre emerge il pessimismo, in modo contro-intuitivo rispetto a quanto il comico dovrebbe trasmettere. L’atteggiamento di rottura rivela un disagio profondo del poeta che avverte come la poesia gioconda, ostinatamente comica, in cui tutto può comparire e appartenere all’universo poetico, sia un tentativo di superare l’horror vacui, perché il tutto può diventare di colpo nient’altro che un vuoto qualunque da riempire, senza particolare attenzione.

7Burchiello l’ultima voce libera di Firenze?

Ci sono due sonetti dedicati a Giovanni e Piero de’ Medici. Sonetti pepati che gli costarono l’esilio (LXXXVII e CXXXI). Burchiello si oppone alla cultura dominante esibendo la sua cultura di strada, fatta di empiria e pragmatismo, di dilettantismo e di entusiasmo creativo. Non sottostà a dettami di non nessun tipo e anzi prende in giro i due padroni di Firenze, poco importa se gli costa la povertà: Cecco Angiolieri e Dante avevano già dato prova di come fosse un tema caro ai poeti e anche lui ne fa esperienza. Sempre con gioco, iperbole, ironia.

In lui il gioco, il ludo poetico diventano un valore fondante e ci spingono a un’ulteriore riflessione su tale aspetto. Il gusto di porsi delle regole metriche, ad esempio, o usare parole anti-poetiche per pura sfida rientra nell’idea di gioco perché ludico è “superare volutamente degli ostacoli non necessari”: è così che le tre regole burchiellesche sono a) il sonetto; b) l’invenzione continua c) la cripticità d) la dimensione ludica. Ma soprattutto – e lo scrivo per ultimo – la libertà del dilettante allo sbaraglio che non teme nessuno e che riesce a trovare una sua voce piena e vera, un metodo poetico che diventa quasi infallibile e che ancora oggi non smette di affascinarci di divertirci.