Antropologia culturale: teorie e metodi

Antropologia culturale: teorie e metodi A cura di Bianca Dematteis.

Metodi e teorie dell'antropologia culturale, la disciplina che tratta la cultura come oggetto di studio scientifico. Storia e protagonisti di quella parte dell'antropologia che studia differenze e analogie tra i vari gruppi umani.

1Come nasce l'antropologia culturale

Sir Edward Burnett Tylor, 1885
Sir Edward Burnett Tylor, 1885 — Fonte: getty-images

L’antropologia culturale, una delle scienze sociali, è una disciplina il cui studio si è diffuso a partire dalla fine dell’Ottocento e all’interno del pensiero evoluzionistico britannico. Tradizionalmente e in modo convenzionale, la data di nascita dell’antropologia culturale è connessa alla pubblicazione del testo Primitive culture di Edward B. Tylor nel 1871. Questo volume è particolarmente noto per aver definito l’ambito di interesse di questa disciplina: la cultura e i modi di vivere propri di specifici gruppi umani.   

Tylor ha inoltre proposto una definizione di cultura ormai divenuta classica. La cultura viene definita in questi termini: “Cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualunque altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società”.   

2Le teorie dell'antropologia culturale

Tra i principali indirizzi teorici che hanno segnato la storia dell’antropologia, i principali sono:  

1. Evoluzionismo. L’evoluzionismo è l’ambito nel quale si colloca l’antropologia che, dalla fine dell’Ottocento, mirava a individuare l’origine dei tratti culturali di una popolazione. Attraverso la comparazione dei sistemi culturali di differenti società, le società venivano classificate secondo una gerarchia, dalle più semplici a quelle considerate più articolate e evolute. Tale classificazione era costruita applicando un principio uniformista, in base al quale l’evoluzione, suddivisa in stadi, si manifestava in maniera identica in tutti i luoghi. Tra gli esponenti di questa teoria è da ricordare l’antropologo Edward B. Tylor.  

L'antropologo Bronislaw Malinowski (1884-1942)
L'antropologo Bronislaw Malinowski (1884-1942) — Fonte: getty-images

2. Diffusionismo. Il diffusionismo si afferma a cavallo tra Ottocento e Novecento. È una linea teorica in base alla quale è sostenuto che tratti culturali simili presenti in aree diverse abbiano una unica e comune origine, avvenuta nello stesso luogo e nel medesimo tempo, e siano poi circolati successivamente con gli scambi e la mobilità delle popolazioni. L’antropologo Franz Boas è tra i nomi principali di questo approccio.    

3. Scuola sociologica francese. Gli esponenti principali di tale indirizzo teorico sono Émile Durkheim e Marcel Mauss. Al centro dell’indagine di Durkheim è l’analisi della cultura da un punto di vista sociale: la società è intesa come un tutto, non solo come la somma dei suoi membri. È la società a influenzare le singole individualità e i fatti sociali stessi sono indipendenti dai soggetti. Coscienza collettiva e rappresentazioni collettive sono le istanze che mediano tra il singolo e la società e che plasmano i modi di sentire e percepire. Secondo Mauss, le azioni umani sono spiegabili a partire da una disamina del contesto storico e sociale.    

4. Funzionalismo. È la corrente antropologica che si diffonde nei primi decenni del Novecento, soprattutto in Inghilterra. Questo filone di ricerca intende sondare la funzione dei fatti sociali, e non la loro origine, e il modo in cui ogni singolo fatto sociale, integrandosi con gli altri, contribuisce al funzionamento generale della società. 

L’antropologo polacco e di formazione inglese Bronislaw Malinowski è un esponente di spicco di tale scuola. Egli intende studiare la funzione della cultura, individuata nella sua capacità di rispondere a bisogni umani. Altro esponente del funzionalismo fu l’antropologo inglese Alfred Reginald Radcliffe-Brown, noto per le sue ricerche nelle isole Andamane, nell’Oceano Indiano, e per gli studi sul totemismo e la famiglia. Egli interpretò le manifestazioni culturali come funzionali al mantenimento della struttura sociale, l’insieme di tutte le relazioni tra gli individui di una comunità. 

5. Strutturalismo. Il francese Claude Lévi-Strauss è il teorico più importante dello strutturalismo, la corrente interpretativa che si impone tra le scienze sociali a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. Considerando la necessità di studiare la cultura con il medesimo approccio con cui si affronta l’analisi del linguaggio, Lévi-Strauss pose alla base del suo pensiero il concetto di struttura

Le strutture sono da lui concepite come entità inconsce, comuni a tutti gli uomini e astratte. Le strutture sono matrici attraverso le quali il pensiero organizza la realtà in opposizioni binarie, come quella tra natura e cultura. Lévi-Strauss si dedicò allo studio in particolare dei sistemi di parentela e dei miti. 

L'antropologo americano Franz Boas (1858-1942). Fotografia del 1906
L'antropologo americano Franz Boas (1858-1942). Fotografia del 1906 — Fonte: getty-images

6. Antropologia interpretativa. L’antropologia interpretativa, diffusasi nella seconda metà del Novecento, ha tra i suoi esponenti principali l’antropologo statunitense Clifford Geertz, autore del testo Interpretazioni di culture. Al centro del suo pensiero vi è la concezione dell’antropologia come disciplina che non che deve mirare a fornire leggi universali, ma restituire il significato che muove all’azione gli individui. 

L’interpretazione dei significati non può che essere parziale, imprecisa e non definitiva. La cultura, pari al linguaggio, è intesa come un sistema di segni intrecciati tra loro a cui l’antropologo può provare ad avvicinarsi. Centrale è l’importanza riconosciuta alla scrittura etnografica, cioè alla descrizione in forma scritta, delle acquisizioni cui l’antropologo è giunto. 

3Il metodo dell'antropologia culturale

Papua Nuova Guinea. Isole Trobriand (Isole Kiriwina). Capanne tradizionali del villaggio di Kaibola
Papua Nuova Guinea. Isole Trobriand (Isole Kiriwina). Capanne tradizionali del villaggio di Kaibola — Fonte: getty-images

Tratto inconfondibile di questa disciplina è l’approccio empirico, costituito dalla ricerca sul campo (fieldwork). La ricerca sul campo è una pratica metodologica introdotta dalla scuola antropologica anglosassone ed è in particolare legata a Bronislaw Malinowski e a Franz Boas. 

La ricerca sul campo, risalente al Novecento, fu fondamentale e segnò una netta cesura con l’antropologia di epoca vittoriana. In questa fase la figura dell’antropologo era quello di uno studioso che dalla sua scrivania o dai tavoli delle biblioteche delle capitali europee studiava, analizzava, interpretava e metteva in comparazione i dati che estrapolava dalle rassegne di viaggi effettuati in paesi lontani da missionari, funzionari coloniali, viaggiatori. 

Questa “antropologia da tavolino”, come fu denominata in seguito, attribuiva le due funzioni, raccolta dei dati da un lato e interpretazione dall’altra, a due persone distinte: a colui che viaggia e raccoglie i dati e all’antropologo.

Solo con il Novecento e con un nuovo modo di intendere questa disciplina, la ricerca e l’interpretazione divennero momenti diversi della medesima ricerca condotta dall’antropologo. È Malinowski a sottolineare per primo l’importanza della ricerca sul campo e dell’osservazione partecipante, i pilastri del metodo antropologico, nel suo testo Argonauti del Pacifico occidentale del 1922. L’antropologo deve essere competente e dotato di un bagaglio di conoscenze teoriche, ma poi deve misurarsi con una ricerca condotta personalmente e direttamente nei luoghi dei quali intende studiarne la popolazione.  

4La ricerca sul campo e l'osservazione partecipante

Claude Lévi-Strauss in Amazzonia nel 1936
Claude Lévi-Strauss in Amazzonia nel 1936 — Fonte: getty-images

Condurre una ricerca antropologica significa fare ricerca sul campo e praticare l’osservazione partecipante

La ricerca sul campo è un aspetto saliente del metodo antropologico. Con tale espressione si sottolinea la necessità che la ricerca sia condotta direttamente dall’antropologo presso la popolazione che egli intende studiare. Egli deve vivere presso di essa, condividendone la quotidianità. La permanenza presso tale società deve essere piuttosto lunga, almeno un anno. 

L’osservazione partecipante è la modalità con cui l’antropologo osserva la popolazione con la quale è entrato in contatto. Non è un’osservazione distaccata e passiva: l’antropologo deve porsi in relazione con la popolazione – attraverso anche l’apprendimento della lingua - instaurare un rapporto empatico con i suoi membri, condividere con essi la vita in comunità. L’approccio da perseguire è olistico, mirante cioè a cogliere tutti gli aspetti della vita economica, religiosa, sociale della comunità, proprio per poter sondare nel modo più approfondito possibile la cultura propria della popolazione indagata. 

L’antropologo deve inoltre raccogliere dati attraverso interviste strutturale, schedature e catalogazione di oggetti della vita quotidiana, elaborazione di alberi genealogici degli intervistati, fotografie e la scrittura del diario di campo, su cui annotare tutte le informazioni raccolte. 

Infine, l’antropologo si dedica alla stesura della monografia etnografica, il testo in cui offre una sintesi dell’esperienza fatta, rielabora e interpreta i dati raccolti, espone le proprie acquisizioni alla luce del dibattito scientifico e si confronta con esso.