Anonymous - l'anonimato tra alienazione e identità di gruppo: percorso maturità 2022

Di Redazione Studenti.

Percorso maturità su "Anonymous - l'anonimato tra alienazione e identità di gruppo". Gli argomenti coinvolti sono: il tema delle maschere in Pirandello, la società di massa, l'esistenza anonima in Heidegger, le opere di Munch, il romanzo 1984 di Orwell ed il principio di Indeterminazione.

Anonymous - l'anonimato tra alienazione e identità di gruppo

Quella di Anonymous è una figura di cui si parla molto in questo periodo: le sue azioni contro il governo russo, contro la censura che impedisce ai media di parlare di guerra e di Ucraina, il blocco dei siti istituzionali e molto altro ancora, fa di questo movimento una sorta di Robin Hood contemporaneo, che agisce con strumenti e modalità non legali a favore di una giusta causa: l'appoggio al popolo ucraino contro l'invasione della Russia. Il percorso per la maturità 2022 che proponiamo di seguito inizia proprio da Anonymous per poi toccare altri temi, personaggi e momenti storici che hanno un collegamento con il tema dell'anonimato, dell'alienazione e dell'identità di gruppo.

Chi è Anonymous?

Anonymous non è un fuorilegge, né un cyber criminale, né un cracker. Anonymous non è neanche un “semplice” hacker, appassionato di sistemi, apparente “supereroe” dell’informatica capace di rovesciarne il mondo con un clic.
Dietro Anonymous ci sono degli ideali, c’è una comunità di persone che, stanche dei soprusi dei governi, della crisi dei mezzi di informazione sempre più potenti e manipolanti, hanno trovato in Internet l’ultima oasi incontaminata dalla disinformazione e dalle censure e la base da cui sferrare una risposta al sistema.
Internet è una realtà parallela che ha velocemente compenetrato il mondo reale diventando una sua espansione virtuale. È, potenzialmente, il più grande mezzo di comunicazione mai inventato e per tale motivo è il veicolo attraverso il quale gli Anonymous portano avanti la loro lotta alla corruzione in difesa dei popoli, del diritto all’informazione e alla protesta.

È in questo frangente che, dato il mezzo di espressione, occorre differenziarli dagli attivisti di piazza e definirli invece degli “Hacktivisti”. La comunità di hacker opera nel campo delle “azioni dimostrative”, attacchi informatici di vario genere (DDoS, Deface, Brute Force) rivolti verso siti internet nevralgici, rappresentativi di organi governativi e statali, banche, grandi compagnie, personaggi pubblici; tali attacchi vengono eseguiti solamente a scopo dimostrativo appunto perché, anche potendo, non danneggiano mai permanentemente i siti coinvolti, né arrecano danni di alcun genere agli utenti di detti siti se non alla disattivazione temporanea del sito stesso. L’obiettivo: smascherare la paventata sicurezza del sistema e sensibilizzare gli utenti sulla protezione dei propri dati personali, accessibili in tal modo da chiunque con mezzi comuni e qualche conoscenza basilare di informatica.
Ma Anonymous non è più solo questo. Il fenomeno, nato nel 2006-07, ha acquistato moltissima notorietà in questi ultimi anni grazie alla “guerra digitale” scatenata dagli Anonymous dopo l’avvenuta chiusura di Megaupload, il più grande sito di file-sharing di internet.

Anonymous
Anonymous — Fonte: getty-images

Anonymous è diventato il simbolo di tutti i manifestanti del mondo che lottano per i propri ideali e per il proprio futuro, contro i governi, contro i tagli all’istruzione, contro lo sfruttamento dell’ambiente e le guerre di religione.
Il nome Anonymous nasce sulle imageboard, siti di condivisione di immagini e commenti, laddove il nickname “Anonymous” viene assegnato ai visitatori che lasciano commenti senza identificarsi e rimanendo, appunto, nell’anonimato. Il concetto cresce a dismisura tanto da venire inteso come “identità condivisa” e da considerare Anonymous come una persona reale. Il “simbolo” è una maschera bianca raffigurante il volto di Guy Fawkes; era un membro del gruppo di cospiratori cattolici inglesi che tentarono di assassinare con un’esplosione il re Giacomo I d’Inghilterra e tutti i membri del Parlamento inglese. Il suo volto è però entrato di forza nell’immaginario collettivo grazie alla serie a fumetti di Alan Moore e disegnata da David Lloyd “V for Vendetta”. Il volto di Guy Fawkes rappresenta milioni di persone e non è quindi un caso se il gruppo di hacker abbia scelto proprio questo volto per rappresentarsi e diffondersi. Un altro simbolo del movimento è il busto senza capo: di questi non vi è una gerarchia definita; si agisce in gruppi o in modo indipendente ma senza pretendere alcun riconoscimento: ognuno è posto sullo stesso piano e chiunque può dare un supporto, anche solamente ideologico.
L’anonimato in rete è diventato quindi un fenomeno di massa, una risposta ad una società sempre più controllata e alienante nei confronti dell’individuo che, proprio “rinunciando” alla sua identità, può ritrovare se stesso e la sua vera essenza di animale politico.

Le maschere e il relativismo di Pirandello

Pirandello sostiene attraverso le sue opere che le persone non abbiano un'identità definita. L’uomo è costretto ad indossare delle maschere per adeguarsi alle convenzioni sociali e ai vincoli che la società gli impone: dal lavoro, alla famiglia, alle attività quotidiane, l’uomo vive in una condizione di solitudine generata dall’incomunicabilità del linguaggio e dalla inautenticità dei rapporti, poiché ognuno di noi indossa una maschera e quindi recita un ruolo. Per liberarsi dalla maschera, l’uomo dovrebbe abbandonarsi alla fede, all’arte e alla natura; tuttavia il rifiuto della maschera porterebbe all’alienazione sociale, e a vivere come uno spettatore della vita. Lo spettatore della vita vive sì in maniera più veritiera, ma anche più sofferta, poiché viene emarginato dalla società.

Nel romanzo “Uno, nessuno, centomila” viene chiaramente espressa la teoria del relativismo conoscitivo, secondo cui non esiste una realtà oggettiva, ma tante verità, che variano e vengono interpretate differentemente da ogni individuo. Dunque, questa teoria denota come la nostra identità sia frantumata ed interpretata, a seconda delle persone che ci osservano. Il protagonista, Vitangelo Moscarda, percepisce la sua immagine nello specchio in maniera differente da come gli altri lo percepiscono: egli realizza di essere, dunque, uno per se stesso, centomila per gli altri e nessuno in cui si riconosce veramente.

La realtà per Pirandello è quindi multiforme, polivalente, non esiste un'osservazione precisa, una prospettiva privilegiata da cui osservarla. Le prospettive di osservazione sono, infatti, infinite. Non si dà una verità oggettiva, perché ognuno ha una propria verità che nasce dal suo modo soggettivo di vedere le cose. L'incomunicabilità dell'uomo, il senso di smarrimento, ne sono una conseguenza. E' un riflesso della cultura del primo '900, in cui si conserva la crisi delle certezze del positivismo, la sfiducia nelle scienze. La visione di Pirandello va oltre il decadentismo, a causa della frammentazione dell'io. Il centro dell'io scompare e viene sostituito dal nessuno.

Anche nelle sue prime opere teatrali Pirandello esprime la teoria del relativismo conoscitivo, parallelamente ad una critica alla società che si intromette nelle vicende personali del singolo. In “Così è (se vi pare)”, l’autore trasforma il palco in un’aula di tribunale, in cui gli imputati sono il signor Ponza e la suocera, la signora Frola, e la società borghese del piccolo paesino è il giudice spietato. La vicenda ruota tutta attorno alla moglie del signor Ponza. Questi ritiene che ella sia la sua seconda moglie in quanto la prima, la figlia della signora Frola, era morta anni prima; la signora Frola, invece, crede che la donna sia sua figlia e la prima moglie del signor Ponza. Per questo motivo è considerata insana dal genero. Infine questa donna, mostrandosi nel “tribunale”, afferma “Io sono quello che volete ch’io sia” lasciando personaggi e pubblico senza una risposta. In questo frangente spicca la figura di Laudisi, irriverente “spettatore” del dramma che crede nell’esistenza di due possibili verità, sconcertando continuamente gli altri personaggi con discorsi contorti e riflessioni sull’inutile importanza attribuita ad una vicenda privata. Laudisi rappresenta Pirandello stesso, che fa dell’ironia e della risata le armi vincenti per sconfiggere la maschera e porsi come spettatore della vita.

Luigi Pirandello
Luigi Pirandello — Fonte: getty-images

Nel romanzo il Fu Mattia Pascal, Pirandello affronta il tema dell’identità: Mattia Pascal, questi creduto da tutti morto, decide di cambiare vita, assumendo un’altra identità, quella di Adriano Meis, per poi accorgersi che non può espletare nessuna funzione e nessun ruolo sociale, a causa del fatto che la sua è solo un’identità fittizia. In effetti l’identità che ognuno di noi possiede, comprensiva del ruolo sociale esercitato, è indispensabile per essere riconosciuti agli occhi degli altri come soggetti portatori di diritti. Anche se non ci facciamo spesso caso, il riconoscimento sociale di ciò che siamo e di chi siamo diventa un elemento indispensabile per vivere e mettere in atto la nostra natura di animali sociali. Quando Adriano Meis subisce un furto, non può denunciarlo; quando vuole sposare la donna che ama, questo gli viene impedito. Senza un’identità riconosciuta e accettata dagli altri saremmo solo dei contenitori vuoti, privi di determinazioni che ci contraddistinguono. In sostanza non esisteremmo.

Quando Pirandello affronta la questione dell’identità sociale nella sua opera letteraria, vuole sottolineare attraverso la vicenda di un singolo individuo una condizione che riguarda tutti. Non si può tentare di sfuggire alla nostra identità, perché prima o poi nel relazionarci agli altri e alla realtà, in quanto animali sociali, saremo sempre e comunque portatori di modi di essere che implicano le caratteristiche specifiche che costituiscono un’identità. Alla fine del romanzo emerge inoltre la “filosofia del lontano”, ovvero un modo di guardare la realtà con distacco, guardarsi allo specchio e “vedersi vivere”, come fanno tutti i personaggi del rivoluzionario della letteratura del ‘900.

Ascolta su Spreaker.

La società di massa

Nei primi anni del '900, l'Europa vive un momento di relativa pace internazionale, caratterizzata da uno sviluppo economico notevole. Ciò che in Francia veniva chiamato "Belle Époque" era il periodo in cui, con il diffondersi di una nuova rivoluzione dei settori industriali, si affermavano le grandi concentrazioni industriali e finanziarie, mentre sparivano le piccole imprese libere che avevano caratterizzato tutto il secolo precedente. Vi è una fase di ristrutturazione del sistema capitalistico, in cui nascono imprese sempre più grandi e affiliate tra loro tramite trust e cartelli per garantirsi il monopolio in determinati settori industriali.

Un aspetto importante di questo cambiamento fu l'affermarsi di nuovi metodi di produzione con il Taylorismo e il Fordismo (dai nomi dei due teorici); cresciuta infatti la domanda dalla popolazione, le industrie avevano bisogno di una produzione massiccia in grado di soddisfarla, abbassando i costi delle materie prime (si diffonde ad esempio la catena di montaggio). L'avanzata degli USA aveva posto in difficoltà l'Europa, ancora arretrata, i cui paesi emettono delle tasse doganali in modo da rindirizzare i consumatori alle merci interne. La stessa crescita economica e l’estendersi del mercato dei consumi di massa hanno fatto sì che, alle differenze economiche e sociali abbia corrisposto una graduale omogeneizzazione di costumi, stili di vita e modelli culturali, delineando un nuovo tipo di società di massa, la società dei consumi.

Di pari passo con la rivoluzione industriale, l'Europa vive l'aumento demografico, l’urbanizzazione di massa, la diffusione della scolarità e l’estendersi del diritto di voto; favorendo un ruolo più consapevole e una maggiore partecipazione politica del popolo (non a caso è questa l’epoca anche dei partiti di massa), si delinea il modello di società di massa, in cui, appunto, le masse, giocano un ruolo chiave nello svolgimento della vita politica e sociale.

Parallelamente, la crescente burocratizzazione e concentrazione del potere, sempre più impersonale, il ruolo sempre più forte di strutture e organizzazioni rispetto ai singoli hanno però favorito una crisi dell’individuo e della sua autonomia e un suo graduale immergersi e omologarsi nel "pubblico di massa", ovvero un insieme di persone dotate di un sistema di credenze cognitivamente povere ed emotivamente instabili, e pertanto esposte alle manipolazioni e alla eterodirezione delle élite. Tali élite, composte da gruppi dirigenti e avanguardie intellettuali, si pongono infatti alla guida politica e ideologica dei paesi, favorendo, nei casi di Russia, Italia e Germania, l'avvento di regimi totalitari.

Stalin e Lenin
Stalin e Lenin — Fonte: getty-images

Non è quindi un caso la rapida diffusione in tutto il mondo, proprio in questo periodo, del "fantasma del socialismo"; erano molti gli intellettuali che, condividendo le teorie di Marx, vedevano nelle masse di operai e proletari il potenziale rovesciamento del sistema capitalista. L'alienazione dell'operaio nei confronti suo stesso lavoro lo rendeva uno strumento di produzione in mano al capitalista; nascono quindi i primi consigli di fabbrica, che in Russia, con i soviet, arriveranno ad affermarsi in politica guidati dalle figure di Lenin e Stalin.

In conclusione, quindi, taluni processi di modernizzazione tendono a costruire una società di «uguali» che, se da una parte poggia su una base estesa di democratizzazione, dall’altra – accrescendo le disuguaglianze in termini economici e di potere e alimentando dinamiche di omologazione e atomizzazione sociale – allontana le masse stesse dall’esercizio della sovranità e in qualche caso dalla stessa partecipazione politica. L'operaio membro del grande partito di massa si omologa, perdendo la propria autonomia individuale e diventando un anonimo numero, facile da manipolare e direzionare dalle teste del partito.

Ascolta su Spreaker.

L'esistenza anonima e inautentica di Heidegger

Di pari passo con la coscienza della crisi dell’intellettuale, il 900, segnato dai conflitti, ha portato l’uomo alla consapevolezza della sua condizione limitata e negativa. Essa diviene quindi l’oggetto dell’analisi filosofica di pensatori così detti esistenzialisti, che distaccandosi contemporaneamente dalle filosofie idealistiche e razionalistico-deterministiche ritornano al problema fondamentale della filosofia (il risolvere l’essere nell’ente), prendendo in analisi però l’esistenza dell’uomo in un determinato spazio-tempo e in ottica individualista.

Il primo Heidegger viene accostato agli esistenzialisti proprio per la ricerca del senso dell’esistenza dell’uomo: egli è un individuo finito e “gettato” nel mondo, la cui esistenza è limitata, in primo luogo, dalla nascita e dalla morte. È quindi, un ente singolo e irripetibile, chiamato a relazionarsi con l’essere costruendo il proprio futuro secondo molteplici possibilità di realizzazione, ma rimanendo fondamentalmente limitato dalla sua stessa condizione di essere finito; è costretto, quindi, a vivere nell’attesa, nell’angoscia e nella paura.

Poiché Ek-sistere significa stare al di fuori o al di là di sé e trascendere, per capire il senso dell’essere bisogna fare riferimento, dall’esterno, a chi si pone questa domanda, quindi l’uomo nel suo essere ente e progettualità.

In Essere e Tempo (1927) Heidegger definisce l’uomo come gettato nel mondo (Da-sein) e vede ciò che lo circonda come funzionale al suo progetto di vita: entrando in rapporti materiali di commercio con le cose e con gli altri uomini, l’uomo comincia a prendersi cura delle cose e degli altri uomini; si può avere cura di questi ultimi in modo autentico  (aiutando gli altri ad essere liberi di assumere le proprie cure) o inautentico (sottraendo loro le cure preoccupandosi delle cose da procurare loro).

Martin Heidegger
Martin Heidegger — Fonte: ansa

In questo secondo scenario si rivela l’esistenza di chi, avendo cura delle cose, finisce per basare la vita sul piano degli enti, dell’oggettività, che lo riduce ad una continua ricerca del nuovo e ad un’esistenza inautentica e anonima (di tutti e nessuno);

L’esistenza anonima di Heidegger è la vita di chi ascolta passivamente "il si dice" o "il si fa", rendendosi succube di questa generale anonimia del "così fan tutti". Tutto è livellato, è reso ufficiale dalle convenzioni, ma in realtà insignificante. Il linguaggio, che per sua natura sarebbe svelamento dell’essere, diventa chiacchera inconsistente; la curiosità si rivolge morbosamente non all’essere delle cose ma alla loro apparenza visibile; l’equivoco, infine, è la condizione di chi, in preda alle chiacchere, finisce per non sapere neppure di che si parla o a cosa si riferisce il "si dice".

Vi è una deiezione, una caduta del Da-sein nella quotidianità banale e inautentica che caratterizza i suoi commerci con il mondo: non vi è una coesistenza tra uomini, bensì un solo essere assieme. Tuttavia, nonostante l'orrore che si può provare di fronte ad una simile condizione che improvvisamente si svela di fronte a noi, tale deiezione non va considerata come un peccato originale e nemmeno come un accidente superabile con il progresso umano e scientifico. Essa fa parte dell'esserci, dipende dal trovarsi gettati nel mondo, in mezzo agli altri, al loro stesso livello esistenziale. Tale condizione viene quindi vissuta nella condizione emotiva in cui l'uomo si sente fondamentalmente abbandonato.

La comprensione esistentiva o ontica (concernente l’esistenza concreta) radicata nel singolo, è quindi propria dell’uomo angosciato e disperso. Ma “facendo vedere da se stesso ciò che si manifesta, così come si manifesta da se stesso” e realizzando la radicale nullità dell’esistenza, il singolo emerge, conquistando il proprio essere ‘autentico’ attraverso l’angoscia.

Munch e la "Sera sulla via Karl Johann"

Dal suo diario: “Tutti i passanti lo guardavano in modo così strano e singolare e lui sentiva che lo guardavano così, che lo fissavano, tutte queste facce, pallide nella luce serale; voleva fissare un pensiero ma non gli riusciva, aveva la sensazione che nella sua testa non ci fosse nient’altro che il vuoto… il suo corpo era scosso dal tremito, il sudore lo bagnava.

In questo quadro del 1892 Munch propone un luogo che aveva già dipinto, il boulevard principale di Cristiania, l’attuale Oslo, in cui sfilano a passeggio persone appartenenti alla borghesia della città.

Nell’opera il boulevard diventa un luogo di azione, affinché Munch possa rappresentare i temi che in quel momento definiscono la sua ricerca artistica: l’alienazione, la solitudine e la paura. Come si vede osservando il quadro, le persone che camminano in modo spettrale verso chi le osserva, sono tagliate all’altezza del petto e della vita affinché lo spettatore viva una sensazione di soffocamento e di oppressione, come se la fiumana di persone che si dirige verso di lui lo dovesse travolgere trascinandolo con loro.

Questo dipinto è importante sia per le sue dimensioni, che per il senso di angoscia rappresentato. Presenta infatti composizioni luminose che richiamano opere di Renoir, e un paesaggio che richiama quello di Cezanne; ma a differenza di questi due artisti, nei quali vi è un ordine e una logica strutturale, nel dipinto di Munch regna il caos e il dramma prodotto dalla sua mente.

Protagonista di questo dramma è la società borghese, raffigurata nel suo aspetto più terribile, priva di sentimento, passione, interesse per qualsiasi cosa. Si tratta in un certo senso di una rappresentazione antesignana dei morti viventi, che senza alcuno scopo si dirigono in cerca di qualcosa di non definito. I loro visi sono assenti, gli occhi spalancati appaiono come morti e i volti non emanano alcuna espressione; Munch vuole, infatti, sottolineare come le maschere che queste persone sono costrette, dalle loro regole e dalle loro convenzioni, ad indossare siano per lui facili da vedere e rappresentare. L’umanità dei personaggi è rivelata solo attraverso elementi esteriori come i cilindri degli uomini e i cappelli delle donne. Sullo sfondo a destra le finestre gialle dell’edificio identificato con il Parlamento, sembrano occhi che si proiettano sulla via per controllare che tutto vada secondo gli schemi previsti dalle convenzioni borghesi.

Un elemento controcorrente e in opposizione è rappresentato dalla figura che si incammina sulla destra, nella quale Munch ritrae se stesso come una macchia nera, quasi a significare il nullo. L’artista tende a dissolversi nell’oscurità della notte, non riconoscendosi nella massa e viaggiando nella direzione opposta a questa, diventando di fatto un anonimo.

L’artista esprime, quindi, un doppio senso di alienazione:

  • quello inconsapevole della collettività, a sinistra, in cui la borghesia diventa una massa di carne e maschere;
  • quello consapevole dell’artista che, spaventato, si rifugia in un esistenza anonima rispetto alla massa, alienato e incompreso dal resto del mondo.

Munch, con la sua violenza espressiva, anticipa di un decennio l’esplosione del fenomeno espressionista, mettendo in crisi le contraddizioni politiche e intellettuali della belle époque.

Ascolta su Spreaker.

George Orwell e il romanzo "1984"

1984 è il romanzo più famoso di George Orwell, nel cui titolo inverte le ultime due cifre dell’anno in cui è stato scritto (1948). La società che Orwell descrive in 1984 è una distopia, ovvero una società futura indesiderabile sotto tutti i punti di vista, paragonabile al peggiore dei mondi possibili. La Terra è suddivisa in tre grandi potenze totalitarie: Oceania, Eurasia ed Estasia, che sfruttano la guerra perenne per mantenere il controllo totale sulla società. In Oceania, la cui capitale è Londra, la società è amministrata secondo i principi del SocIng (il socialismo inglese) e governata da un onnipotente partito unico con a capo il Grande Fratello, un personaggio che nessuno ha mai visto e che tiene costantemente sotto controllo la vita di tutti i cittadini: i suoi occhi sono i “teleschermi”, occhi elettronici che osservano e ascoltano costantemente gli individui in ogni attimo della loro vita quotidiana. Il braccio del grande fratello è la terribile psicopolizia, che interviene in ogni situazione sospetta reprimendo gli elementi ostili al regime.

1984 di Orwell: trama, riassunto e analisi

Tale distopia è, infatti, la trasposizione letteraria dei regimi totalitari che hanno funestato il Novecento. L’essenza del totalitarismo consiste nell'intreccio di terrore e ideologia. Il terrore è esercitato sia attraverso la polizia segreta che con il suo continuo spionaggio pervade la società e la persona umana fin nella sua intimità, sia attraverso i campi di concentramento che hanno la funzione di annientare i "nemici". L'ideologia, che ha la pretesa di fornire una spiegazione totale della storia e di conoscerne a priori i segreti senza bisogno di confrontarsi con i fatti concreti, mira direttamente alla "trasformazione della natura umana". Nel caso di 1984 la trasformazione deriva dallo sguardo, pesante, che ciascuno, sentendo pesare su di sé, finisce con l'interiorizzarlo al punto da osservarsi da sé. Ciascuno così esercita questa sorveglianza su e contro se stesso, nel processo che Orwell definisce “Bipensiero”.

Gli individui, totalmente assoggettati al partito, non hanno possibilità alcuna di liberarsi e di autodeterminarsi. Ovunque vi sono grandi manifesti che ritraggono il Grande Fratello e gli slogan del partito: «la guerra è pace», «la libertà è schiavitù», «l’ignoranza è forza».

In questo contesto Orwell racconta la storia di Winston Smith. Membro subalterno del partito, è incaricato di aggiornare i libri e gli articoli di giornale in modo da rendere riscontrabile e veritiere le previsioni fatte dal partito, contribuendo così a far credere nell’infallibilità di esso. Apparentemente docile, in realtà Winston mal sopporta i condizionamenti del partito. Egli è l’ultimo individuo a resistere al partito e vive una condizione di isolamento dalla società, che Orwell descrive come una “massa fanatici guerrieri che marciano in perfetta unità di intenti, tutti pensando allo stesso modo e tutti urlanti i medesimi slogan, trecento milioni di persone con la stessa, identica faccia”.

Nonostante il partito imponga la castità (il sesso è permesso al solo scopo di procreare) Winston e Julia (una alienata come lui) diventano amanti, e decidono di collaborare con un’organizzazione clandestina di resistenza chiamata “Confraternita”. Ma una volta confidatisi con O’Brien, collega che Winston credeva amico, scoprono che è in realtà un membro della psicopolizia, governata dal Minamor (il Ministero dell’Amore, la cui funzione è torturare i dissidenti). Il fine di O’Brien, una volta catturato Winston, è insegnargli la tecnica del Bipensiero attraverso tre fasi: apprendimento, comprensione, accettazione.

George Orwell
George Orwell — Fonte: ansa

La prima fase consiste nell’infliggere un dolore di intensità sempre crescente al condannato in modo che egli accetti una realtà che non è tale (2+2=5). Winston riesce a resistere alla prima fase e, nella seconda, egli capisce di essere “l’ultimo uomo in Europa”, vale a dire l’ultimo guardiano dello spirito umano, e di avere l’aspetto, dopo le innumerevoli torture subite, di uno scheletro; ma è felice perché è conscio di non aver tradito Julia. Nella terza fase, Winston viene portato nella Stanza 101. In questa stanza non è contenuto uno strumento di tortura preciso: esso infatti consiste nella materializzazione del peggior incubo di ogni persona. Per il protagonista è prossima la sua fobia peggiore, una maschera con dentro due topi che O’Brien sta per mettergli sul volto. E viene definitivamente sconfitto quando, per fermare O’Brien, urla «Fatelo a Julia», perdendo il suo ultimo sentimento umano. Winston apprende dunque da O’Brien i principi fondamentali del sistema sul quale si fonda lo stato e scopre che non è sufficiente confessare e obbedire alle regole, ma che il Grande Fratello vuole possedere anche l’anima e il pensiero dei suoi sudditi. Anche la stessa “Confraternita” è stata creata ad arte dalla psicopolizia come esca per individuare potenziali dissidenti.

Alla fine, Winston viene costretto a cedere: rinuncia all’amore per Julia e al libero pensiero, sottomettendosi e amando completamente il Grande Fratello, e pronto a consegnarsi nelle mani del boia autenticamente convinto della propria colpevolezza. Il potere che sorveglia e punisce, che disciplina i corpi e le anime, che attraversa ogni piega della vita, dalla nascita alla morte, dal lavoro al tempo libero, dai comportamenti pubblici alle emozioni più private, ha conseguito il suo obiettivo. In questo modo apocalittico Orwell conclude il suo romanzo.

Ma perché l’espressione "Grande Fratello" ritorna ad essere usata anche nella nostra società democratica? Quale tipo di sguardo oggi temiamo? Negli ultimi anni lo sviluppo e l’utilizzo delle tecnologie e l’espansione dei media ha riproposto all'attenzione generale il tema del controllo asimmetrico, capillare e pervasivo, dell’intero corpo sociale. La realtà di 1984 si profila come rischio nelle nostre democrazie non perché esista un Grande fratello che centralizza il controllo politico dei comportamenti e dei pensieri dei cittadini ma perché tanti piccoli fratelli incarnati in istituzioni pubbliche e private controllano ogni aspetto della vita di un individuo; sulla nostra testa pende il pericolo di una “gogna elettronica”. Ovvero, la presenza dilagante di dispositivi elettronici di controllo e sorveglianza nella nostra vita quotidiana, come ad esempio la videosorveglianza nelle strade e nei luoghi pubblici e le banche dati che conservano dati riservati su nostri consumi, idee religiose e politiche, preferenze sessuali. Le tecnologie rendono possibili molte forme di controllo sulla vita individuale; ciò comporterebbe maggiore sicurezza e protezione da criminalità e organizzazioni terroristiche, ma provocherebbe anche la violazione della nostra privacy, requisito importante per sentirci liberi.

Il principio di indeterminazione

All’inizio del Novecento, l’Europa intera è attraversata da quell’onda che si è soliti definire crisi delle scienze fisiche; fin dagli inizi dell’Ottocento, infatti, la fisica era sostanzialmente fondata sui principi e sugli sviluppi della meccanica newtoniana, aspetti che sembravano giustificare la convinzione che essa offrisse la conoscenza vera del mondo naturale, al punto tale che erano state ridotte a teorie meccaniche anche l’ottica e l’acustica. I tentativi e gli sforzi di ricondurre ad analoghe riduzioni anche i campi della termodinamica e dell’elettromagnetismo, divennero teoricamente insormontabili agli inizi del Novecento con la nascita della teoria dei “quanti” e della relatività. In questo contesto tutta una serie di esperimenti basati sulla radiazione emessa dagli atomi aveva infatti mostrato l’insufficienza della vecchia meccanica newtoniana nell’indagine della natura. Se, da un lato, la teoria einsteiniana era andata a colmare le lacune della fisica classica per quanto riguardava le grandi masse e le grandi distanze, dall’altro si continuava ad avvertire la necessità di un nuovo modello in grado di rendere conto dei comportamenti delle unità costitutive della materia: gli atomi. Una conclusione largamente accettata, quindi, fu che la fisica tradizionale si era rivelata falsa, affermazione che sottintende al fatto che la fisica abbia un suo referente specifico (il mondo naturale): la accertata falsità derivava dall’incapacità di inquadrare e spiegare molti aspetti di tale referente. La strada per salvare la dignità della scienza apparve ad alcuni studiosi quella di togliere il compito di pronunciare la verità e pertanto concetti, principi, leggi e teorie della scienza naturale non hanno né intento né portata conoscitiva: sono costruzioni intellettuali, utili per inquadrare le percezioni del momento ed operare utili previsioni riguardo a quelle future. Laddove si accertino nuovi fenomeni o nuovi inquadramenti scientifici ogni asserto è modificabile, ed in questo contesto, più che dal rigore logico e dalla non contraddittorietà, l’essenza della scientificità è l’adesione all’intuizione nella sua concezione più immediata ed elementare. Non a caso questa concezione si sviluppò quando la fisica si stava aprendo, quasi per intero, al mondo dell’inosservabile, mondo dichiarato, paradossalmente, inconoscibile e ridotto ad un insieme di costrutti intellettuali aventi solo valore strumentale.

Questo è lo scenario in cui Paul Dirac, Wolfgang Pauli e Louis de Broglie, per ricordare alcuni nomi tra i più celebri, si misero al lavoro nel tentativo di sbriciolare completamente le acquisizioni tradizionali sulla materia. L’obiettivo era di sostituire ad esse delle teorie fisiche che, a dispetto di un possibile carattere fortemente controintuitivo, fossero tuttavia in grado di superare le discrepanze osservate tra previsioni teoriche e risultati sperimentali. Tra di esse, un ruolo di assoluta centralità spetta al cosiddetto principio di indeterminazione, teorizzato dal fisico tedesco Werner Heisenberg:

È impossibile conoscere nel medesimo istante e con la massima precisione, dove si trovi un elettrone e con che velocità si stia muovendo.

Immaginiamo di volere determinare la posizione di un elettrone mediante irraggiamento con fotoni. Affinché l'elettrone possa essere individuato, deve essere colpito da un fotone che venga deviato verso l'osservatore. Il fotone, dotato di massa ed energia, interagendo con l'elettrone, trasmette ad esso energia, modificandone velocità e direzione. Se, per evitare questo problema, scegliamo di usare un fotone a bassa energia, la lunghezza dell'onda a esso associata è così grande da rendere impossibile la determinazione della posizione.

Il principio di indeterminazione si configura pertanto come una profonda ridefinizione del nostro modo di concepire il rapporto tra soggetto e oggetto. Invece di vederla come un aspetto speciale della teoria quantistica in una particolare fase del suo sviluppo, Heisenberg presentò l'indeterminazione come legge fondamentale ed universale della natura e suppose che tutte le altre leggi della natura avrebbero dovuto adeguarsi ad essa. Questo è totalmente diverso dall'approccio della scienza in passato, quando essa si trovava di fronte a problemi legati a fluttuazioni irregolari ed a movimenti casuali: a nessuno viene in mente l'idea che sia possibile determinare il movimento esatto di una singola molecola di gas, come paradossalmente prevedere tutti i dettagli di un particolare incidente stradale. Ma mai prima di allora si era fatto un serio tentativo di dedurre da questi fatti l'inesistenza della causalità in generale. Eppure dal principio dell'indeterminazione siamo invitati a trarre proprio questa conclusione.

Albert Einstein
Albert Einstein — Fonte: getty-images

Successivamente scienziati e filosofi idealisti hanno sviluppato il concetto per cui a livello generale la causalità non esiste, vale a dire che non esistono causa ed effetto; la natura viene presentata come una cosa totalmente senza causa in cui tutto succede a caso. L'intero universo diventa imprevedibile: non possiamo essere certi di niente.

Invece, si presume che in qualsiasi esperimento, il risultato esatto che si otterrà sarà totalmente arbitrario nel senso che non ha nessun rapporto con qualsiasi altra cosa che esista al mondo o che sia mai esistita. Al riguardo Niels Bohr arrivò a dichiarare che "… è sbagliato pensare che il compito della fisica sia scoprire come è la natura: la fisica riguarda solo ciò che possiamo dire su di essa…" e l’uomo ‘’… è al contempo spettatore e attore nel grande dramma dell’esistenza…’’.

Una profonda rivoluzione scientifica e epistemologica, dunque. Una drastica rivalutazione della soggettività nell’indagine naturale che, lungi dall’inibire ogni pretesa scientifica, propone un modo nuovo e, per certi versi meno ingenuo, di porci di fronte alla realtà.

Altri link per l'esame di maturità 2022