Angelica e Medoro: analisi, parafrasi e commento

Di Redazione Studenti.

Angelica e Medoro: analisi, parafrasi e commento. Riassunto del passo dell'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, contenuto nel canto XIX

ANGELICA E MEDORO

Angelica e Medoro
Angelica e Medoro — Fonte: getty-images

La descrizione delle vicende che riguardano Angelica e Medoro si trovano all'interno del XIX canto dell'Orlando Furioso, poema epico-cavalleresco scritto da Ludovico Ariosto

Di seguito vedremo come strutturare un'analisi del testo poetico per le ottave in questione.

ANALISI DEL TESTO POETICO: ANGELICA E MEDORO

Il sistema metrico del diciannovesimo canto presenta endecasillabi con schema ritmico ABABABCC, e l’argomento trattato è l’infatuamento tra Angelica e Medoro.

L’episodio dell’innamoramento di Angelica è un’ideale continuazione del bel gesto di fedeltà e di amicizia compiuto da Medoro e Cloridano nelle strofe precedenti.

Nelle prime ottave di questo canto si narra la morte di quest’ultimo, che del proprio sangue fa rosseggiar la sabbia, perché crede che l’amico sia stato ucciso dai cristiani.

In realtà, Medoro, ferito, verrà soccorso e curato dalla principessa, che si trova nei pressidel luogo in cui il ragazzo si ferma, e lo scorge.

Angelica lo incontra ferito ed è presa da pietà. Grazie alle arti mediche apprese in India, lo medica servendosi dell’impacco ottenuto da una pianta (ottave 20-24).

Dopo aver sepolto Cloridano e Dardinello, Medoro e la donna, con l’aiuto di un pastore, si rifugiano nella casa di quest'ultimo.

Il sentimento della principessa, inizialmente solo di pietà, si trasforma ben presto in amore per il giovane: man mano che la ferita guarisce, nel cuore della donna si fa strada l'attrazione: la sua piaga più s’apre e più incrudisce, / quanto più l’altra si ristringe e salda, ottave 26-29.

Alla fine, Angelica è indotta dalla passione a prendere l'iniziativa: se di disio non vuol morir, rompe ogni freno di vergogna.

Ariosto nota come sia la prima volta che Angelica si scopre innamorata: tutti i valorosi cavalieri innamorati di lei vengono invece respinti (ottave 31-32).

Per rendere la loro unione onesta, per onestar la cosa, Angelica e Medoro si legano in matrimonio sotto il tetto del pastore che ha offerto loro ospitalità, e trascorrono più di un mese in una condizione di idillio amoroso, passeggiando e incidendo i propri nomi, legati insieme in diversi nodi, sugli alberi.

Alla fine, la fanciulla deciderà di partire per il Catai, la sua terra, per coronar lo sposo del suo bel regno.

ANGELICA E MEDORO: COMMENTO

L’amore fra Angelica e Medoro è nello stesso tempo normale e favoloso, regolare e irregolare.

  • Normale perché un consueto percorso di innamoramento (in cui entrano tradizionali schemi petrarcheschi e classici): desiderio confessato, matrimonio, intimità (nobilitati dal riferimento alla vicenda di Enea e Didone, nell’ottava 35). Fa da contrappeso ai drammi sentimentali di altri episodi e, in particolare, alla follia di Orlando.
  • Irregolare per tre motivi: è la donna a prendere l’iniziativa; i due innamorati sono di estrazione sociale differente; è un amore non basato sul merito ma su un impulso irrazionale e gratuito. Sovverte del tutto l’amor cortese (per questo ne sarà principale vittima Orlando, la cui follia dunque non è causata solo dalla gelosia) e lo abbassa ad amore borghese: Medoro e Angelica incidono i propri nomi, giocherellano al gioco dell’amore, si sposano.

La trasformazione è ancora più radicale in Medoro, che non è innamorato di Angelica, ma inizialmente sfrutta l’occasione che il destino gli offre, per poi innamorarsi a sua volta.

L’amore borghese, qui, non è che il travestimento di un impulso irrazionale, di un desiderio sessuale: sicché il matrimonio è solo un modo per adombrar, per onestar la cosa (cioè l’atto amoroso), per altro palesemente fuori dalle norme e dai riti della religione.

Ariosto liquida in un sol colpo gli opposti modelli di amore (cortese e borghese) dimostrando che ogni tentativo di razionalizzare tale impulso è destinato al fallimento, tant’è vero che, sposandosi, Angelica e Medoro escono per sempre dalla sfera del poema.

Le due parti del brano (ottave 26-30: innamoramento di Angelica e il suo dichiararsi a Medoro; ottave 33-36: matrimonio e amore fra i due) sono divise dall’intervento dell’autore, le cui ironiche domande rivolte ai pretendenti della giovane contengono le chiavi di lettura dell’episodio.

ROVESCIAMENTO DELL'AMOR CORTESE

Nel suo dialogo immaginario con gli spasimanti di Angelica, Ariosto si fa alcune domande retoriche.

  • A cosa è giovata l’inclita virtù di Orlando e Sacripante?
  • Quale merito e quale ricompensa hanno tratto dal loro alto onor e dal loro servir, cioè dal loro amore esemplarmente cortese?
  • Che cosa proverebbero Agricane, Ferraù e tutti gli altri spasimanti, maltrattati da Angelica con repulse crudeli et inumane, se la vedessero ora così arrendevole fra le braccia di Medoro?

Qui Ariosto usa termini propri del lessico cortese: conte, re, virtù, cortesia, ricompensa, guidardone, merto, onor, servir…

L’ironia dell’autore trapassa in sarcasmo, e mostra tutto l’abisso che separa la follia dalla realtà, l’Angelica sognata e divinizzata dai suoi amanti dall’Angelica reale.

Contravvenendo alla tradizione della lirica d’amore (dai provenzali a Petrarca), Ariosto rappresenta la storia sentimentale e psicologica del rapporto fra Medoro ed Angelica dalla prospettiva della donna anziché da quella dell’uomo. Questo peré per Ariosto è la donna che ama ed è l’uomo ad essere amato; è la donna che s’innamora, prende l’iniziativa, si dichiara, conquista.

Questo rovesciamento di ruoli ha almeno tre significati:

  • Il primo è di ordine ideologico: la nuova visione laica del mondo consente libertà d’azione anche alla donna.
  • Il secondo è di ordine sociale e letterario: Ariosto si diverte a smascherare alcuni tratti dell’amore che le convenzioni cortesi e letterarie travestono e idealizzano.
  • Il terzo è legato al significato dell’Orlando Furioso: il comportamento di Angelica serve a far risaltare l’opposizione fra ideale e reale e, quindi, il senso finale della follia d’amore.

Si deve tener presente, a quest’ultimo riguardo, che la principessa è stata fin qui un personaggio prevalentemente passivo, oggetto di desiderio altrui, sempre in fuga e disposta al rifiuto: la sua metamorfosi è, dunque, ancor più radicale e stupefacente.

ANGELICA E MEDORO: STILE

A livello formale, nella parte iniziale dell’episodio fanno da motivo conduttore la parola piaga (ripetuta quattro volte nelle ottave 27-29) e l’immagine che contrappone la ferita fisica di Medoro, che va guarendo, alla ferita sentimentale di Angelica, che invece si apre sempre di più col passare del tempo.

Ariosto conduce una sorta di analisi psicologica su Angelica: dai primi segnali dell’innamoramento al crescere della passione sempre più consapevole, fino al suo dichiararsi rotto ogni freno di vergogna.

Nella seconda parte dell’episodio è subito in primo piano e dominante la metafora della rosa (ottava 33), in un clima di sensualità aperta e una punta di malizia ammiccante.

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ARIOSTO E BOIARDO: CONFRONTO

Il paragone più immediato che si può fare con l’Orlando Furioso è sicuramente quello con l'Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo, autore nato a Reggio Emilia, ma legato alla corte degli Estensi.

Innanzi tutto si notano differenze a livello stilistico: Boiardo scrive il suo capolavoro per un pubblico non necessariamente colto, e utilizza il latino volgare comunemente parlato a Ferrara, mentre il racconto di Ariosto viene letto in tutte le corti della penisola italica, ed è dedicato principalmente ai letterati, ragion per cui utilizza un linguaggio più elevato.

Subisce anche l'influenza dell’amico Bembo, il più illustre scrittore del tempo, che aveva pubblicato le Prose della volgar lingua, e da Petrarca, che utilizzava un linguaggio sublime.

Per quanto riguarda la trama, invece, entrambi usano l’entrelacement. Contrariamente a Boiardo, invece, Ariosto utilizza l’ironia: Boiardo crede veramente nei valori cavallereschi di cui parla, mentre Ariosto ironizza sui paladini e sui cavalieri, che lottano ed impazziscono per inseguire i loro desideri, ma che alla fine non giungono a nulla, continuando ad errare. Sono in balìa della fortuna, ma per Ariosto se ne può ridere, ironizzando sui propri fallimenti.