Alla luna di Giacomo Leopardi | Video

Di Redazione Studenti.

Alla luna di Giacomo Leopardi: analisi e spiegazione del celebre componimento del poeta di Recanati. A cura di Emanuele Bosi

ALLA LUNA DI GIACOMO LEOPARDI

Abbiamo già affrontato alcune delle più famose poesie di Giacomo Leopardi (L'Infinito, A Silvia, Il sabato del villaggio). In questo video ne affrontiamo un’altra, anch’essa parte dei Canti. È Alla luna, inizialmente pubblicata con il titolo La ricordanza.

Diciamo subito che Alla luna si lega in più punti al suo fratello maggiore, L’Infinito. In effetti i rimandi testuali sono tanti, così come quelli stilistici. Innanzi tutto entrambi sono idilli, e anche il numero di versi è molto simile: 15 endecasillabi per L’Infinito, 16 per Alla luna. Sono inoltre gli unici due componimenti così brevi e così ricchi all’interno dell’opera leopardiana, cosa che li rende, nei fatti, due eccezioni. In entrambi, infine, compare un colle, luogo di ritorno e di ricordo. E, sempre in entrambi, questo ritorno è espresso con una forte presenza di dimostrativi: questo colle / quella selva… Insomma: le similitudini ci sono. Vediamo però ora la struttura e i temi della poesia, in modo da mettere in luce anche le piccole e grandi differenze con L’Infinito.

Se hai il testo davanti a te, immagina di dividere la poesia in due parti esatte. La prima puoi farla iniziare con l’espressione «O graziosa luna» e puoi farla terminare con «o mia diletta luna», a metà del v. 10. La seconda invece puoi farla partire dall'avversativa «E pur mi giova», e farla durare fino alla fine.

Vediamo ora la prima parte. Cosa racconta qui Leopardi? Beh, l’atmosfera è quella di un notturno lunare, all’interno del quale il poeta proietta la propria angoscia. No, non è una nostra supposizione: Leopardi dice proprio di essere “pien d’angoscia”, oggi come un anno prima. Anche in quel tempo, infatti, il poeta guardava la luna con lo stesso stato d’animo, vedendola sfocata e deformata per il pianto. E oggi come allora, quel ritorno segna un dolore. Non sappiamo a cosa sia dovuto, solo che è sempre lo stesso, e che la luna è stata ed è ancora testimone. Ma c’è un lato positivo in questo mare di tristezza: Leopardi usa dei vezzeggiativi nei confronti della luna: la umanizza, definendola «graziosa» e «diletta», quasi fosse una fanciulla: insomma, sembra trovare, nella sua presenza silenziosa, una sorta di conforto per la sua sofferenza.

La seconda parte è un po’ più oscura. Il testo dice che il ricordo di un passato triste, che continua ad esserlo, può essere di consolazione. Ma non spiega perché. Per capirlo, dobbiamo cercare la nostra risposta nello Zibaldone, la raccolta di pensieri del poeta, scritto nello stesso anno dell'idillio. Un po’ il manuale di istruzioni del pensiero leopardiano, per capirci. Anche lì, come in questa poesia, Leopardi riflette sul tema dell’anniversario, parlando delle “illusioni” che gli anniversari sollecitano. E scrive:

Ci par veramente che [negli anniversari] quelle tali cose che son morte per sempre né possono più tornare, tuttavia rivivano e sieno presenti come in ombra.

Se ricordi quello che abbiamo detto a proposito dell’immaginazione e dell’Infinito, non ti sarà difficile trovarci un parallelismo. Per Leopardi il ricordo ha il potere di ridare vita a ciò che è finito per sempre. Il ricordo, insomma, è un antidoto contro «l'idea della distruzione e annullamento che tanto ci ripugna».   Prima di lasciarti, ti facciamo notare che la luna è una costante nella poesia di Leopardi. Pensa al Canto notturno di un pastore errante nell'Asia, o alla Sera del dì di festa. Insomma, in questa sorta di simpatia di Leopardi per i notturni lunari si può cogliere un aspetto romantico della sua poesia. 

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