Alfieri, Parini e Goldoni a confronto

Di Redazione Studenti.

La vita, le opere e il pensiero dei tre scrittori italiani del 1700: Vittorio Alfieri, Giuseppe Parini e Carlo Goldoni a confronto. Somiglianze e differenze

ALFIERI, PARINI E GOLDONI A CONFRONTO

Confronto tra Alfieri, Parini e Goldoni
Confronto tra Alfieri, Parini e Goldoni — Fonte: getty-images

Una nuova corrente culturale stava nascendo nel 1700, l’Illuminismo. Si opponeva all’oscurantismo medievale e si diffuse in tutta Europa attraverso periodici, come lo Spectator a Londra, simile al Caffè, e i giornali, come il Times che aveva un taglio politico. Anche la forma orale era utilissima: il teatro era il luogo per eccellenza, facile da comprendere da parte di un’ampia porzione della popolazione. Al teatro il protagonista era ancora il modello che risaliva a più di duemila anni or sono, la commedia dell’arte, ideata dai greci.  

LA RIFORMA DEL TEATRO

Le donne non erano ammesse, perciò sul palcoscenico gli uomini indossavano delle maschere. Ma il teatro era ormai esausto: le commedie finiva tutte nello stesso modo, le battute erano sempre molto simili. . . C’era bisogno di una riforma e Carlo Goldoni la fece, diede infatti vita alla commedia di carattere (o commedia d’ambiente). La riforma di Goldoni introduce molti cambiamenti tra cui sostituzione del canovaccio con il copione (meno spazio all'improvvisazione). Le maschere furono sostituite da persone vere e proprie, con i loro caratteri e sentimenti, divenne fondamentale la presenza delle donne.
Molti però non appoggiarono la riforma.  

GOLDONI

Carlo Goldoni nacque nel 1707 da una famiglia borghese veneziana; il padre era un medico  amante del teatro, ma riteneva che suo figlio dovesse studiare giurisprudenza. Alla morte del padre, la passione per la letteratura venne a galla, intraprese la vita teatrale, il contratto con Giuseppe Imer convinse il giovane ad abbandonare il lavoro d’avvocato che portava avanti per poter sopravvivere. Le sue prime opere, Momolo Cortesan e Momolo sul Brenta, avevano qualcosa di nuovo: la parte del protagonista era scritta.

La sua prima sceneggiatura scritta interamente fu La donna di garbo. Trattava un argomento molto caro a Goldoni, a differenza dei suoi contemporanei come Parini e Alfieri: una donna utilizzava le sue armi femminili per combattere i pregiudizi maschili di quel tempo.

Nel 1748, firmò un contratto quadriennale con Girolamo Medebach, che lo vincolava alla composizione di quattro commedie e due melodrammi ogni anno. I capolavori di questi anni furono: La vedova scaltra, dove ritornava la figura femminile che sfodera le sue arti seduttrici; lo stesso vale per La putta onorata.

La bottega del caffè invece presenta un caffè, i suoi clienti e il mondo che ruota intorno ad esso, sfruttando il “teatro corale”, ovvero l’utilizzo di un gruppo numeroso di attori, i quali narrano una storia ciascuno, portando così a conoscenza di tutti un insieme di vicende. L’ultima opera portata a teatro con questa compagnia fu quella ritenuta da lui il  suo capolavoro: La locandiera, un copione diviso in tre atti, a sua volta divisi in battute, didascalie molto brevi, realistico e innovativo.

Nel 1753 si unì alla compagnia di Antonio Vendramin per la quale scrisse altri successi come: La trilogia della villeggiatura, narra le vicende di alcuni ospiti in una casa in campagna, dei  loro scontri; I rusteghi e il suo continuo La casa nova, i personaggi sono dell’alta-borghesia; alla fine decise di ritornare al dialetto veneziano per rappresentare il suo ambiente naturale con  Le baruffe chiozzotte. Nel 1762 fu chiamato in Francia  dal Teatro della Comédie  italienne, ricevette anche l’incarico di pedagogo della primogenita di Luigi XV. Prima di morire a Parigi nel febbraio del 1793 decise di scrivere anche le sue memorie, per far sì che i suoi posteri venissero a conoscenza della sua vita  rocambolesca: i Mémoires.

GIUSEPPE PARINI

La passione per l’istruzione e il desiderio di portare su carta la propria esistenza sono delle caratteristiche riscontrabili anche nell’opera Il Giorno di Giuseppe Parini.

Qui salta all’orecchio l’eleganza e la bellezza del lessico, quasi fuori luogo per i temi trattati, il cui unico scopo è quello di ridicolizzare la nobiltà, ma non espropriarla tanto che Maria Teresa d’Austria la elogiò e l'opera non venne bandita.  

Figlio d’una famiglia di commercianti, Parini si trasferì da piccolo a Milano dalla prozia dove iniziò gli studi; con la morte di quest’ultima ricevette la sua eredità, con l’obbligo alla vocazione. Pur segnato dalla sua infermità (zoppo ad una gamba a causa d’un’artrite) e da problemi economici, riuscì ad entrare nell’Accademia dei Trasformati, dove venne a conoscenza della cultura classica e lo mise in contatto con i luoghi più colti di Milano.

Fu costretto poi ad andare a lavorare per la famiglia dei Serbelloni, qui s’immerse nella realtà nobiliare e nei principi illuministici. L’amore per i classici lo portò a scrivere il Dialogo sopra la poesia, che afferma i nuovi modi illuministici di far poesia.

La raccolta in versi più famosa furono le Odi, dedicate a vari soggetti come dame, amiche. Morì a Milano, ormai infermo, nel 1799 lasciando ai suoi posteri la conclusione del poemetto. Negli ultimi anni della sua vita, con l’arrivo della Rivoluzione Francese si comincia a sentire oppresso nel suo paese, la situazione peggiora con l’arrivo di Napoleone, per la prima volta è pienamente d’accordo con Pietro Verri, si vogliono opporre allo strapotere francese.

VITTORIO ALFIERI

Il disprezzo per i francesi lo accomuna anche ad un altro personaggio famoso di quel tempo, Vittorio Alfieri, che scrisse il Misogallo (colui che odia i francesi, i galli). Alfieri non si può più ritenere illuminista, in lui si vedono i primi cambiamenti del periodo, quindi si definisce: protoromantico, in lui nascono dei sentimenti diversi dal cosmopolitismo o dal positivismo, lui è nazionalista, pessimista, rigido con se stesso, solitario, laico, non vuole più appartenere ad una nobiltà, la disprezza, studia i sentimenti umani, non cerca la ragione e ripudia il letterato di corte, perché le proprie conoscenze non possono essere messe a disposizione e plasmate da un re.

È in una fase transitoria, si sofferma molto sulle personalità, sull’ ”IO”, la passione per Machiavelli, Rousseau, Plutarco lo porta a definire una figura di letterato nuova, ma assai cupa: il letterato-eroe, un soggetto dibattuto tra la passione classica e l’orgoglio personale.

La contrapposizione tra il personaggio e le regole morali o quelle religiose, la divinità contro l’eroe. I suoi principi devono arrivare nell’immediato al lettore, toglie di conseguenza tutte le parti che fanno da cornice alla situazione, il prima e il dopo alla scena principale, quando l’eroe sta arrivando  all’apogeo del supplizio, a causa dell’antagonista, l’unica scelta che gli resta per manifestare la sua libertà è il suicidio; infatti in tutte le tragedie dell’astigiano, i protagonisti preferiscono passare a miglior vita pur di non esser sottomessi ad un altro uomo.

IL SAUL

L’eccellenza del suddetto poeta si mostra nell’opera il Saul. Nasce in lui una concezione aristocratica del teatro, per questo motivo la pubblicazione delle tragedie fu pagata da lui. Le stampe erano destinate ad un élite ristretta di persone, venivano rappresentate nei salotti aristocratici.

Il metodo di composizione alfieriano consisteva in tre fasi: ideare, scriveva un semplice canovaccio; stendere, redazione d’una stesura in prosa completa di tutto e verseggiare, applicare ciò fatto fin ora omettendo l’eccesso. La sua tragedia rispecchia i canoni della tragedia d’Aristotele, divisa in 5 atti e con la presenza di limitati personaggi, ma realizzò un nuovo sistema per spiegare la situazione, sostituì la solita confidenza con il monologo, dava più l’idea di un eroe dubitoso ed esitante.

Passando al Saul o Saulle dobbiamo dire che introdusse una nuova figura: il Tirannicida, ovvero il personaggio che è contemporaneamente protagonista ed antagonista, l’odio, la gelosia, il desiderio d’uccidere sono affiancati da amore paterno, amicizia.

 È un uomo indeciso, distrutto dall’insicurezza e dalla follia, non riconosce più il bene dal male, la storia è ripartita in 2 giorni e due notti, le notti sono piene di indicibile sofferenza.

L’opera è tratta da un personaggio della Bibbia, Saul era un grande re, pieno di doti, era riuscito a portare il suo regno allo splendore, questo perché si riteneva accompagnato da Dio e da lui traeva forza e saggezza, ma con l’arrivo della vecchiaia il marito della figlia, David, aveva preso il suo posto e come il suo predecessore, non commetteva errori.

Si sente così sostituito e abbandonato da Dio, non riesce a placare la sua ira, il tutto è accentuato dal perfido servitore, Abner, figlio del cugino di Saul, con un solo desiderio prendere il potere, mettendo il re contro suo genero, ritenendolo in complotto con il sacerdote Achimelec, per usurpare il trono al re, ma in realtà nulla di tutto ciò è vero. David apprezza il despota, ma da quando non lo ritiene più degno del trono, il giovane vuole solo vincere l’imminente guerra con i Filistei con o senza l’appoggio di Saul.

I figli di quest’ultimo, Micol (moglie di David) e Gionata, decidono di placare la diffida tra i due ma non ci riescono l’uomo è troppo incoerente, i suoi stati d’animo positivi si alternano troppo velocemente a quelli negativi. Il giorno dell’attacco della reggia da parte del popolo avversario, il re ordina ad Abner di salvare i suoi figli, dopo molte potreste riesce a mandarli via e una volta rimasto solo si suicida con la sua spada.

Alfieri scrisse anche altre opere, come le Rime, gli servirono solo per far esperienza, hanno la funzione autobiografica, trattando così il suo amore per la contessa d’Albany e la sua rigidezza con se stesso.

Anche in prosa scrisse un’autobiografia, era un po’ egocentrico, Vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso, non è narrata in ordine cronologico e non è raccontata in prima persona, ma in terza, lo scrittore resta un soggetto esterno che può giudicare i comportamenti del protagonista, motiva i cambiamenti e le ribellioni, infine conclude con il suo autoritratto. È divisa in quattro parti: fanciullezza, adolescenza, prime esperienze all’estero, il resto della sua vita e gli ultimi mesi prima di morire, inoltre utilizza ugualmente un linguaggio elevato come fosse una tragedia.

CONCLUSIONE: DIFFERENZE E PUNTI IN COMUNE

Ciò che accomuna questi tre scrittori è molto, ma anche ciò che li divide. Ad esempio l’amore per le donne, solo Goldoni dimostra di esaltare la donna, gli altri nelle loro opere la considerano figura secondaria; tutti e tre scrissero sia in versi che in prosa, trattarono la Francia e ci lavorarono, criticarono la nobiltà e la sua vita vacua, il linguaggio è diverso: per Goldoni medio, ma gli altri scrissero in un italiano elevatissimo. Principalmente si opposero alla normalità, ognuno di essi cercò di far capire qualcosa al popolo, di trasmettergli un messaggio molto importante, non fermarsi alle difficoltà, addirittura Alfieri fu tradito da chi aveva valorizzato, i francesi, Parini pur essendo infermo non si fece mai abbattere e Goldoni pur essendo contestato, da altri commediografi, da attori, dalla popolazione portò a termine la sua riforma.