Cos’è l’accidia? Significato, definizione e caratteristiche dell’accidia in Dante e Petrarca che ne parlano nelle loro opere più significative: la Divina Commedia ed il Secretum

COS'E' L'ACCIDIA?

Accidia
Accidia — Fonte: getty-images

Con questo termine si definisce una condizione di indifferenza e disinteresse verso l’azione e l’iniziativa, l’assenza di interessi, una condizione di vuoto interiore.
Nella morale cattolica l’accidia è uno dei sette vizi capitali che si concretizza nella negligenza di fare del bene e di comportarsi secondo virtù.

L'ACCIDIA IN DANTE

Dante parla di accidia nella Divina Commedia, in particolare nella IV cornice del Purgatorio. Le anime che si trovano qui sono condannate per il poco amore dimostrato in vita e la loro pena è correre a perdifiato per la cornice.

L'ACCIDIA IN PETRARCA

Petrarca tratta il tema dell’accidia nel II libro del Secretum e lo considera il male del suo tempo. Ma il poeta considera l’accidia anche un suo vizio e lo confessa a Sant’Agostino in quest’opera scritta tra il 1342 e il 1343. Si tratta di un vero e proprio dialogo tra Francesco stesso e Sant’Agostino, il filosofo che Petrarca considerava la sua guida spirituale. Il dialogo si svolge alla presenza di una donna bellissima che è allegoria della Verità. Nel terzo libro del Secretum Sant’Agostino esamina le due colpe più importanti che caratterizzano Francesco: il desiderio di gloria terrena e l’amore per Laura. Per il poeta si tratta di tendenze innocenti, ma per Sant’Agostino sono le passioni più basse. Inoltre, Francesco ritiene che il suo amore per Laura sia stato spirituale e che lo abbia purificato interiormente. Sant’Agostino al contrario sostiene che Francesco abbia amato Laura solo per la sua bellezza fisica.

Nel secondo libro del Secretum, Sant’Agostino si sofferma sui sette peccati capitali, in particolare l’accidia. Una delle colpe di Petrarca è infatti l’accidia, una debolezza del volere che annulla ogni possibilità di scelta o di azione e che come conseguenza ha una condizione sofferente dell’anima. Da qui nasce il discidium, l’incapacità di scegliere Dio o Laura, il cielo o la terra, la prospettiva divina o le passioni terrene. Nel dialogo Sant’Agostino cerca di convincere Francesco che l’incontro con Laura non sia stato positivo, ma al contrario sia stato la fonte da cui sono nate tutte le passioni negative del poeta: “Quello che sei, dunque, te l’ha dato la benignità della natura; ciò che potevi essere te l’ha tolto lei, o piuttosto l’hai gettato via tu, ché ella è innocente.” Il dialogo ha come scopo arrivare a raggiungere la pace interiore, ma nonostante i rimproveri e i consigli di Sant’Agostino, Petrarca non giunge al vero proposito di cambiare vita e anche se vorrebbe raggiungere subito la pace interiore si rende conto che non potrà vincere la sua natura.

L’IRREQUIETEZZA IN PETRARCA E LA DIFFERENZA CON DANTE

L’opera di Petrarca è profondamente influenzata dall’irrequietezza che lo caratterizzava e che lo ha accompagnato per tutta la vita. Petrarca prese gli ordini minori per garantirsi una vita tranquilla e la sicurezza materiale. A questa necessità però si contrapponeva il bisogno di conoscere e confrontarsi che lo portava a viaggiare, a scoprire posti nuovi dove poter andare alla ricerca di testi latini. Ma nella complessa interiorità di Petrarca c’era posto anche per un’altra esigenza: aveva infatti la necessità di conoscersi e chiudersi nella sua interiorità. Questa tendenza lo portò alla vita solitaria, alla meditazione e all’otium. Ma il conflitto interiore più significativo in Petrarca era sicuramente quello tra le gioie che la vita terrena poteva offrirgli e la consapevolezza che quei piaceri non fossero altro che illusioni che lo allontanavano da Dio. Le gioie terrene erano rappresentate da Laura, la donna amata dal poeta. La difficoltà che Petrarca trova a dedicarsi completamente alla religione è dovuta anche alla concezione della fede del poeta, molto diversa da quella di Dante. Dante, dalla visione del mondo  secondo la scolastica, traeva una fede incrollabile in Dio, una certezza assoluta nell’esistenza della divinità, gli sarebbe bastato attraversare i regni dell’oltretomba per poter finalmente godere della visione di tutti i beati, di Beatrice e di Dio. Per Petrarca non esistono queste certezze, la fede diventa una conquista, il poeta non riesce più a dominare la realtà con schemi concettuali e per questo rinuncia ad affrontare il mondo esterno nella sua concretezza e si rinchiude nel proprio io, nell’analisi delle proprie inquietudini. Ed è proprio in questa condizione di solitudine che Petrarca riesce a conciliare l’ideale cristiano della rinuncia al mondo con quello classico dell’otium letterario. Riconosce che per lui è irraggiungibile un’ascesa verso Dio e per questo sceglie un ideale più modesto.

Il dissidio e il conflitto di Petrarca, però, non si riflettono direttamente nella poesia. Questo perché Petrarca non intende la poesia come uno sfogo immediato del sentimento, ma come “esplorazione accanita dei processi interiori”. I conflitti dell’anima non si riversano sulla pagina con la stessa confusione con cui nascono, ma devono passare attraverso un filtro che li purifica e li decanta. Il compito di filtrare è assegnato alla letteratura. Questa operazione di purificazione si riflette anche sulla lingua. Il plurilinguismo di Dante, infatti, diventa monolinguismo perché Petrarca tratta di un’unica realtà: la sua interiorità. La lingua di Petrarca è aulica, controllata, raffinata, soggetta al più grande labor limae mai fatto fino ad allora. Il suo monolinguismo aspira a fissare nelle forme l’armonia negata ai temi.

Un ulteriore elemento che ha caratterizzato l’irrequietezza di Petrarca è la coscienza del distacco, assente in Dante. Dante considerava il suo periodo come naturale continuazione dell’era romana delle grandi personalità latine. Petrarca sente che c’è stata una frattura, il mondo di Virgilio e dei grandi autori da lui amati è ormai passato, non assimila più il mondo antico al presente. La coscienza del distacco è all’origine dell’atteggiamento di Petrarca con gli scrittori classici. In essi ritrova un modello insuperabile di sapienza, di perfezione stilistica. Perciò guarda ad essi con venerazione e nostalgia perché sente che ormai quella è una realtà lontana dalla sua.

In conclusione, l’irrequietezza che ha caratterizzato Petrarca è un elemento fondamentale per la comprensione delle sue opere, sono stati proprio i conflitti interiori a fornire il groviglio di contraddizioni e inquietudini che sta alla base di ogni suo scritto.