A Silvia di Leopardi

A Silvia di Leopardi A cura di Maria Cristina Cabani

A Silvia di Leopardi: testo annotato, parafrasi e commento della prima poesia dei canti pisano-recanatesi, uno dei capolavori di Leopardi

1A Silvia di Leopardi: testo e parafrasi

Testo

Silvia, rimembri ancora                                              1
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare                                  5
di gioventú salivi?


Sonavan le quiete
stanze, e le vie dintorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta                10
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.

Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.


Io, gli studi leggiadri                                     15
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,      20
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.    25

Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.


Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia                                     30
la vita umana e il fato!

Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.                 35

O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?


Tu, pria che l’erbe inaridisse il verno,                        40
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella.
E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,              45
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dí festivi
ragionavan d’amore.


Anche peria fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei             50
anche negâro i fati
la giovanezza.
Ahi, come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!                                     55

questo è quel mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte dell’umane genti?

All’apparir del vero                                       60
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.

Parafrasi

Silvia, ricordi ancora quel periodo della tua vita terrena quando nei tuoi occhi ridenti e pudichi splendeva la bellezza e tu ti accingevi, lieta e pensosa, a varcare la soglia della giovinezza? Quando sedevi occupata in lavori femminili, abbastanza contenta di quell’avvenire indefinito di cui fantasticavi, le camere tranquille e le strade tutt’intorno risuonavano del tuo canto incessante. Era il maggio profumato: e tu eri solita trascorrere così le tue giornate. Io, lasciando talvolta i begli studi e le carte su cui mi affaticavo e spendevo la prima e miglior parte della mia vita, dai balconi del palazzo paterno mi mettevo ad ascoltare il suono della tua voce e quello della tua mano che tesseva veloce la tela al faticoso telaio. Contemplavo il cielo sereno, le strade assolate e gli orti, e da un lato il mare in lontananza, dall’altro le montagne. Le parole non possono esprimere i miei sentimenti di allora. Che dolci pensieri, che speranze, che cuori erano i nostri, mia cara Silvia! Come ci apparivano in quel tempo la vita umana e il destino! Quando mi ricordo di quella così grande speranza, mi sento opprimere da un sentimento aspro e inconsolabile, e torno a dolermi della mia sventura. O natura, o natura, perché poi non dai quel che hai promesso a quel tempo, nella prima giovinezza? Perché inganni così tanto i tuoi figli? Tu, piccola e delicata Silvia, prima che l’inverno seccasse l’erba, morivi, combattuta e sconfitta da una malattia segreta. E non raggiungevi la tua piena giovinezza; non ti inteneriva il cuore la dolce lode dei tuoi neri capelli o dei tuoi timidi sguardi che facevano innamorare; e le tue amiche non parlavano con te d’amore nei giorni di festa. Allo stesso modo si spegneva poco dopo la mia dolce speranza: anche a me il destino negò la giovinezza. Come sei fuggita via, cara compagna della mia prima gioventù, mia speranza compianta! Questo è il mondo che un tempo avevamo immaginato? Queste (sono) le gioie, l’amore, le azioni, gli eventi di cui tanto parlammo fra noi? È questo il destino degli uomini? Quando si rivelò la verità, tu misera (speranza) crollasti: e con la mano indicavi in lontananza la morte fredda e una tomba spoglia.

2Analisi

A Silvia è una delle più celebri poesie di Leopardi. Composta a Pisa fra il 19 e il 20 aprile del 1828, questa canzone inaugura, assieme a Il risorgimento, la serie dei canti pisano-recanatesi (1828-1830).   

A Silvia di Leopardi inaugura una forma metrica del tutto nuova: quella della canzone libera. La canzone libera conserva l’uso dell’endecasillabo e del settenario, ma trasforma la strofa da schema rigido e chiuso a forma flessibile e variabile: il numero dei versi e lo schema delle rime possono, infatti, cambiare da una strofa all’altra. Dopo A Silvia, la canzone libera diventa la forma metrica più praticata da Leopardi.

2.1Temi e struttura

Le prime due strofe di A Silvia evocano uno dei due protagonisti del canto: Silvia, il ‘tu’ con cui dialoga l’io poetico, la fanciulla che risorge dal passato tramite i ricordi di lei conservati dal poeta.

La terza strofa introduce l’altro protagonista, l’io che in quel tempo passato dedicava «la miglior parte» (v. 18) della sua vita agli studi: studi che il suono della voce di Silvia di tanto in tanto interrompeva.

La quarta strofa introduce una serie di esclamazioni che riportano bruscamente al dolore e al disinganno del presente. La quinta strofa torna al registro narrativo ed evoca la ragione di tale disinganno: la morte precoce di Silvia.

La sesta e ultima strofa stabilisce, infine, un parallelismo tra la morte di Silvia e quella, di poco posteriore, della speranza del poeta: i sogni infantili di lei e di lui non si sarebbero mai avverati e, anzi, sarebbero svaniti una volta per tutte.

2.2Identikit di Silvia

Per delineare il personaggio di Silvia, Leopardi probabilmente si ispirò alla figura di Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta di tisi giovanissima nel 1818.

Contadina nel 1800
Contadina nel 1800 — Fonte: getty-images

Ma, molto più che alla reale biografia di Teresa Fattorini, questo personaggio poetico appartiene all’interiorità di Leopardi: la Silvia che prende forma in questo canto è anzitutto una grande figura del suo immaginario. Del resto, il contenuto stesso della poesia è l’esplicitazione del rapporto tra il personaggio di Silvia e il mondo interiore, affettivo e intellettuale insieme, del poeta: Silvia incarna la speranza distrutta precocemente, la giovinezza falciata nel suo cuore, il disincanto che travolge sogni e speranze.

2.3Il primato della rimembranza

A Silvia è una poesia straordinariamente struggente. Questa sua caratteristica nasce dal contrasto tra lo splendore e la purezza delle immagini della felicità sperata negli anni della giovinezza (un’età essa stessa indefinita, oscillante tra l’infanzia e l’adolescenza) e la loro irrevocabile scomparsa.

Presentandosi come appartenenti a una vita ormai spenta e quindi irrimediabilmente perdute, queste immagini felici sono coperte da un velo luttuoso: può sembrare un paradosso, ma è proprio nello spazio del passato e della morte che Leopardi dà corpo nel modo più aereo e splendido ai fantasmi della felicità.

Il testo originale della poesia A Silvia
Il testo originale della poesia A Silvia — Fonte: ansa

In questo senso, A Silvia segna una svolta nella poetica di Leopardi, che stabilisce ora un legame privilegiato non più con l’immaginazione, ma con la memoria di ciò che è perduto per sempre. Lo Zibaldone ne dà conferma: il 14 dicembre 1828, otto mesi dopo la composizione di A Silvia, Leopardi vi scrive: «La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro, se non perché il presente, qual ch’egli sia, non può esser poetico; e il poetico, in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago».  

“Ella negli occhi pur mi restava, e nell'incerto raggio del sol vederla io credeva ancora.”

Giacomo Leopardi