Il 1968 nella letteratura: autori, opere e pensiero

Il 1968 nella letteratura: autori, opere e pensiero A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Il Sessantotto nella letteratura italiana: autori, opere più importanti, pensiero politico e la cultura dell'epoca in una fase storica di grandi cambiamenti. Pasolini e gli altri.

1Introduzione

Un gruppo di beatnik (beat generation) a Parigi
Un gruppo di beatnik (beat generation) a Parigi — Fonte: getty-images

Il 1968 è un anno di svolta nella storia del mondo e l’Italia non fa eccezione. È il periodo della contestazione giovanile, della beat generation, dei Beatles e dei Rolling Stones, della psichedelia, delle droghe, dell’amore libero e del cambio di morale, della lotta al perbenismo borghese. Un cambio epocale, appunto.

L’atteggiamento degli scrittori di fronte a questo periodo storico fu vario e a volte imprevedibile. La letteratura affrontava i temi sociali con grande forza, ma si buttava anche nelle sperimentazioni di vario genere e quindi non è semplice fare la somma di tutte le tendenze artistiche.

2Pasolini e la sua provocazione: Valle Giulia

Partiamo da uno dei testi più noti e più discussi del ’68 italiano, la poesia di Pasolini Il PCI ai giovani!, con la quale Pier Paolo Pasolini stigmatizzò gli scontri che a Roma videro opporsi manifestanti e poliziotti, attorno alla Facoltà di Architettura (sita appunto a Valle Giulia, vicino Villa Borghese). 

Te ne riporto uno stralcio: 

«Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità. 

La madre incallita come un facchino, o tenera
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli; la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc. 

E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio
furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in un tipo d’esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare)». 

È significativo come Pasolini, tanto spesso perseguitato dall'autorità costituita, voltasse le spalle all'ondata della contestazione, visto come un miserabile effetto della cultura borghese e piccolo-borghese, ancor più pericolosa perché ammantata di ideali condivisibili. Infatti:

Così parlando,
chiedete tutto a parole,
mentre, coi fatti, chiedete solo ciò
a cui avete diritto (da bravi figli borghesi):
una serie di improrogabili riforme
l’applicazione di nuovi metodi pedagogici
e il rinnovamento di un organismo statale. I Bravi! Santi sentimenti!
Che la buona stella della borghesia vi assista!
Inebriati dalla vittoria contro i giovanotti
della polizia costretti dalla povertà a essere servi,
e ubriacati dell’interesse dell’opinione pubblica
borghese (con cui voi vi comportate come donne
non innamorate, che ignorano e maltrattano
lo spasimante ricco)
mettete da parte l’unico strumento davvero pericoloso
per combattere contro i vostri padri:
ossia il comunismo”.

Anche nelle Lettere luterane, Pasolini avrebbe compiuto altre clamorose prese di posizione, proponendo anche l'abolizione della scuola media unica, corruttrice dei costumi popolari, insegnando "cose inutili, stupide, false, moralistiche”. Non tutti i poeti, naturalmente, guardarono con diffidenza ai movimenti di contestazione.

3«Il mondo salvato dai ragazzini» di Elsa Morante

Elsa Morante. Roma, 1 giugno 1958
Elsa Morante. Roma, 1 giugno 1958 — Fonte: ansa

Ma il fatto che i giovani rappresentino la grande spinta vitale, capace di giungere sani e salvi fino al nuovo millennio è chiaro a tutti. Secondo Goffredo Fofi i testi più importanti del ’68 sono la Lettera a una professoressa di Don Lorenzo Milani, Contro l’Università di Guido Viale e Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante: ma se la Lettera a una professoressa è un pamphlet e Contro l’Università un saggio-manifesto, uscito sui «Quaderni piacentini» nel febbraio del ’68 – il maggior libro poetico del Sessantotto italiano è proprio quello di Elsa Morante

Nella nota introduttiva all’edizione del 1971, la stessa Elsa Morante chiarisce il rapporto di questo libro con il ’68:

«Il mondo salvato dai ragazzini, scritto in gran parte nel corso del 1966 e terminato nell’estate del 1967, è uscito in prima edizione nella primavera del 1968: sono gli anni cruciali del grande movimento giovanile contro le funebri macchinazioni del mondo attuale organizzato: e la corrispondenza delle date non è casuale. Un’analoga rivolta disperata e inarrestabile (che si definisce, secondo i suoi termini reali, ‘rivolta contro la morte’) è alle origini di questo libro e ne disegna il destino, risolvendosi, come suo tema liberatorio (unica possibile risposta alle domande) nell’Allegro della sua terza la parte, le «canzoni popolari», fra le quali si trova la serie di canzoni che dà il titolo al volume».

Si tratta di un'opera fascinosa ed eterogenea: i bambini sono rivoluzionari per natura e vitalismo, speranza incrollabile di fronte alle aberrazioni della maturità, «unico pubblico oramai forse capace di ascoltare la voce dei poeti». 

Molto bello questo passaggio che ci precipita nell’atmosfera festosa e, al tempo stesso, violenta di quegli anni: 

Qua, una notte di troppe bevute, i ragazzi ubbriaconi
possono, rincasando, scatenare in un estro furibondo
L’orchestra jazz sul giradischi, spostare
a calci i mobili per la pista dei balli, spalancare
la finestra, urlando degli osanna e dei gloria irripetibili
e al Colonnello condòmino che protesta gridare: Merda!
per poi, la mattina, alle sue successive proteste, con degnazione rispondere
«Quale indecorosa gazzarra?! Nel mio appartamento?!
Da me, per tutta la notte, non si è mossa nemmeno la gatta.
Secondo me, la sola dannata spiegazione, COLONNELLO,
è che lei, stanotte, dormendo, abbia avuto un incubo. Forse
aveva un poco bevuto?».

Naturalmente non si tratta della poesie più rappresentativa del brano, ma mi è parso un quadretto simpatico da farti leggere.  

Dal luogo illune del tuo silenzio mi riscuote ogni giorno l’urlo del mattino. O notte celeste senza resurrezione perdonami se torno ancora a queste voci. (Elsa Morante, Addio, I)

4Alba de Céspedes, «Le ragazze di maggio»

Manifestazione studentesca contro la Biennale. Venezia, 1968
Manifestazione studentesca contro la Biennale. Venezia, 1968 — Fonte: getty-images

Un libro importantissimo del ’68 e ingiustamente a lungo dimenticato è Le ragazze di maggio di Alba de Céspedes, scrittrice, partigiana, comunista di fede convinta, vicina al castrismo. Infatti in lei il senso rivoluzionario sfocia nella scelta convinta dell’ideologia comunista, più che dell’anarchia.

Il libro consiste in venti poemetti di versi brevi, ritmati sul parlato, con rime volutamente facili. Il libro fu scritto in francese e riscritto successivamente in italiano. Alcuni hanno carattere molto privato e annotano i pensieri non detti delle ragazze, altri hanno un carattere pubblico e raccontano gli scontri tra gli studenti e la polizia, registrando gli slogan, le cronache radiofoniche della rivolta e persino le dichiarazioni di De Gaulle.

Molto significativa è questa Lettera a una madre, che ci offre uno spaccato del ruolo della donna e della sua ostinata e quasi dogmatica sopportazione del mondo patriarcale.

Ascoltami, madre
della mia infanzia,
il tuo volto ansioso
presso il mio letto,
madre sfinita, madre
di guai,
e di commissioni,
madre piena di preoccupazioni,
madre di quattro figli
lunghi da portare,
madre straniera a tutto
quello che ero, eppure
madre che mi capiva
senza capire.
Non essere dalla parte della polizia,
dalla parte della borghesia,
non è la tua parte, quella,
madre dalla sporta
pesante,
dal portamonete
leggero,
dalle mani che emanano
decenni di rigovernatura,
di spazzatura, di minestra
di verdura, con le tue paure
di moglie d’impiegato
che può essere licenziato
da un giorno all’altro”.

5Le altre scrittrici (oscurate dalla Morante)

Dacia Maraini
Dacia Maraini — Fonte: getty-images

Paradossalmente la grandezza di Elsa Morante ha oscurato le altre importanti autrici del ‘68. Diciamo che gli autori hanno goduto di maggiore luminosità, in primis Pasolini, e a ogni decennale del Sessantotto vengono proposte riletture delle loro opere. Lo stesso discorso non si può invece fare per le scrittrici di questi anni così particolari, dal momento che ci sfugge a volte anche che cosa abbiano scritto le autrici sul Sessantotto e/o quali loro opere ne incarnino lo spirito.

Per questa ragione, Annalisi Andreoni segnala alcuni importanti romanzi di autrici che hanno interpretato lo spirito rivoluzionario del ’68 dalla prospettiva femminile.

Nel 1968 esce Mio marito di Dacia Maraini (1936), una silloge di dodici racconti narrati in prima persona da altrettante protagoniste donne, diverse per estrazione sociale e situazioni sentimentali, «uno spaccato della vita femminile alla fine degli anni Sessanta, che rimane sospeso tra la narrazione realistica e quella dell’assurdo» (Andreoni).

Nel 1969 Einaudi pubblica Le parole tra noi leggere di Lalla Romano, che avrebbe vinto quell’anno il premio Strega. Si tratta di un romanzo autobiografico nel quale il cambiamento è osservato attraverso la personalità del figlio.

Natalia Ginzburg
Natalia Ginzburg — Fonte: getty-images

Nel 1973 esce Caro Michele di Natalia Ginzburg, un romanzo epistolare ambientato nel 1970, nel quale la rivolta del ’68 si è ormai trasformata nella lotta violenta e armata, inaugurando un nuovo periodo di incertezze.

Il libro si conclude con l’uccisione del giovane Michele da parte dei fascisti nel corso di una manifestazione. Importante è anche la dissoluzione dei rapporti familiari, dei quali rimane in piedi soltanto la struttura: la madre di Michele continua nelle lettere al figlio a farsi delle domande senza più capire che cosa stia succedendo.

6Letteratura e musica: i cantautori

«Per aver creato nuove espressioni poetiche all'interno della grande tradizione della canzone americana»: così il Comitato dei Nobel a Stoccolma, nella persona di Sara Danius, ha svelato al mondo intero che il Premio 2016 era stato assegnato al cantautore, menestrello, Bob Dylan, una delle voci simbolo del 1968 e della rivolta.

Nel ‘68 la rivoluzione passa anche per la musica e la canzone è quindi un mezzo per cambiare la realtà ed esprimere valori e impegno sociale. Ci sono canzoni che possono sfociare nell’assurdo (nella psichedelia, come per i Doors e in modo diverso per i Pink Floyd), canzoni che invece racconto il disagio sociale e la povertà, il senso di una rivolta sempre in atto.

Woodstock Music Festival. New York, 15-17 agosto 1969
Woodstock Music Festival. New York, 15-17 agosto 1969 — Fonte: getty-images

Oltre al già citato Bob Dylan, icona per eccellenza della letteratura cantautoriale, bisogna ricordare Joan Baez, ma anche ricordare eventi epocali simboli del ’68, come il festival di Woodstock tenutosi nel 1969: vi presenziarono oltre 500.000 persone per tre giorni di pace, amore e musica.

Fu una stagione a suo modo irripetibile, con i suoi simboli provocatori e parossistici – come l’inno nazionale americano eseguito da Jimmy Hendrix – emblemi di quella stagione, nella quale fiorì anche in Italia una nuova generazione di musicisti impegnati, che definiamo cantautori: Francesco Guccini, Luigi Tenco, Piero Ciampi, Fabrizio De André.  

Soprattutto quest’ultimo, secondo molti, ma non secondo la scrittrice e critica Fernanda Pivano, è il corrispettivo italiano di Bob Dylan.  

7La narrativa, tra esperimenti e lotte operaie

La fine degli anni Sessanta segna una crescita d'interesse per la sperimentazione anche nella prosa, aperta più che mai a saggiare nuove possibilità e tecniche compositive.

Ad esempio Italo Calvino, che proprio in quegli anni si era trasferito a Parigi, prende a far parte dei membri dell'Oulipo (Ouvroir de littérature potentielle) e decide di «adoperare i tarocchi come una macchina narrativa combinatoria», componendo il suo romanzo Il castello dei destini incrociati.

Luigi Malerba, scrittore poliedrico e geniale, scempia i congegni tipici del romanzo giallo, in Salto mortale, affidando il racconto alla voce di un tale «Giuseppe detto Giuseppe», personaggio a dir poco tautologico e inafferrabile, che per caso si imbatte in una gamba umana «alla quale è attaccato il corpo di un uomo, sgozzato». La narrazione prende una piega surreale e lo stile diventa squisitamente postmoderno, accogliendo detriti dei linguaggi televisivi e pubblicitari.

Nanni Balestrini: poeta sperimentale italiano. Autore e artista visivo del movimento della neoavanguardia. Roma, 10 maggio 1990
Nanni Balestrini: poeta sperimentale italiano. Autore e artista visivo del movimento della neoavanguardia. Roma, 10 maggio 1990 — Fonte: getty-images

Malerba aveva partecipato all'avventura del Gruppo 63, al pari di Nanni Balestrini, che invece operò una scelta diversa in campo stilistico. Balestrini volle tener conto dell'insorgente spontaneismo collettivista, che intimava alla letteratura di intervenire sulla realtà senza adoperare eccessivi filtri narratologici e stilistici, in modo da scardinare gli ingranaggi del cosiddetto "sistema", in vista della rivoluzione. 

Nacque così Vogliamo tutto, romanzo documentaristico costruito a "lasse", incentrato sull'autunno caldo del 1969, colto dall'ottica di un giovane operaio della Fiat, immigrato a Torino dal Meridione. Balestrini tiene a offrire al lettore il sound della registrazione in presa diretta, come è facile comprendere dalla trascrizione di un brano del capitolo La lotta

«Volevo fare qualcosa stare lì non mi andava. Mentre ero così sento da lontano le urla. Le officine delle Carrozzerie sono dei capannoni grandissimi che non si vede in fondo. Per parlarsi tra loro gli operai devono urlare sempre. Sentivo dei casini urla e mi dico: Questi sono i compagni che cominciano a fare il corteo». 

8Il premio Nobel all'istrione Dario Fo: lo spettacolo «Mistero Buffo» (1969)

Il ’68 è stato un periodo in cui il teatro di matrice istrionica ebbe un forte sviluppo: viene da lì il nostro ultimo Premio Nobel per la letteratura, Dario Fo.

Nel 1969, infatti, portò sulle scene il suo capolavoro, Mistero Buffo, monologo recitato in «grammelot», un gergo padano nel quale sfilano diversi episodi narrati nei vangeli apocrifi, come in una specie di salmodiante processione.

La carica dirompente, radicalmente anti-autoritaria dell'opera si ritrova in tutt’altri termini anche nel successivo Morte accidentale di un anarchico (1970), ispirato alle controverse vicende relative alla morte di Giuseppe Pinelli.

9Un bilancio finale del 1968

Studenti a Milano, 1968
Studenti a Milano, 1968 — Fonte: getty-images

Il ’68 è per la cultura in generale un periodo di grande cambiamento e i cambiamenti fanno paura – quindi il ’68 viene a volte percepito come un «Ve l’avevo detto che non sarebbe servito a niente, che tutto sarebbe rimasto com’era».

Non so. Quello che percepisco è una sorta di fastidio, come se il mondo dei giovani avesse improvvisamente alzato la testa e avesse capito di quanta forza fosse capace, per poi capire come il logorio del potere invade ogni cosa. Il grande poeta Pound chiamava questo logorio «Usura», parola davvero inquietante. La società comunque cambiò per poi trovare nuovi assetti.

Anche gli artisti cambiarono, sperimentarono, si sentirono nuovamente al centro dell’attenzione, almeno per un po’. Credo che gli artisti siano più bravi di altri a cavalcare l’entusiasmo del cambiamento storico, anche se poi ne sembrano rimanere immancabilmente delusi.

Il discorso di Pier Paolo Pasolini durante la manifestazione contro la Biennale. Venezia, 1968
Il discorso di Pier Paolo Pasolini durante la manifestazione contro la Biennale. Venezia, 1968 — Fonte: getty-images

Mi vengono in mente le parole della canzone Heroes, di David Bowie, nel 1977, quando ormai quell’ondata di cambiamento sembrava spenta

«I, I will be king / And you, you will be queen / Though nothing will drive them away / We can be Heroes, just for one day / We can be us, just for one day». E cioè: «Io, io sarò un re e tu sarai una regina. E anche se niente li porterà via, noi possiamo essere eroi solo per un giorno, possiamo essere noi stessi solo per un giorno». 

Forse basta davvero un momento per cambiare il mondo; basta un lampo di autentico eroismo per rivoluzionare un’intera società

  • Nel 1975 viene assassinato Pasolini ad Ostia, all’idroscalo.
  • Nel 1980 viene assassinato John Lennon a New York.

Nel Carnevale del Medioevo si era soliti uccidere i re per un giorno, spesso gli scemi del villaggio, che incarnavano i sogni e le aspettative di una rivoluzione a tempo. Mi sembra che in qualche modo, sul piano simbolico, sia andata così.