Mussolini

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Benito Mussolini nacque a Predappio nel 1883. Iscrittosi al Partito Socialista Italiano sin dal 1900, mostrò subito un acceso interesse per la politica attiva stimolato tra l'altro dall'esempio del padre, esponente di un certo rilievo del socialismo anarcoide e violentemente anticlericale di Romagna

Materia: storia Tipologia: Superiori-Università

Emigrato in Svizzera per sottrarsi al servizio militare, conobbe Serrati, Balabanov e altri rivoluzionari, ponendo contemporaneamente le basi della propria cultura politica, in cui si mescolavano contraddittoriamente gli influssi di Marx, Proudhon e Blanqui, insieme a quelli di Nietzsche e Pareto. Ripetutamente espulso da un cantone all'altro per il suo esasperato attivismo anticlericale e antimilitarista, rientrò in Italia nel 1904 approfittando di un'amnistia che gli permise di evitare la pena prevista per essersi sottratto alla leva.

Insegnò, collaborò al periodico socialista La lima, fu segretario della Camera del Lavoro di Trento e diresse il quotidiano L'avventura del lavoratore dal quale fu presto espulso a causa della sua frenetica attività propagandistica che lo porto' in urto con gli ambienti moderati e cattolici.

Contemporaneamente la federazione socialista di Forlì gli offriva la direzione del nuovo settimanale Lotta di classe
e lo nominava proprio segretario.

Protagonista del congresso di Reggio Emilia, assunta la direzione dell' Avanti! alla fine del '12, M. diventò il portavoce di tutte le frustrazioni di una società caduta in una crisi economica e ideale, trascinando masse sempre più vaste verso esplosioni insurrezionali senza chiare prospettive, che culminarono nella "settimana rossa" del giugno 1914. Lo scoppio del conflitto mondiale trovò il direttore dell' Avanti! allineato sulle posizioni di radicale neutralismo del partito.

Tuttavia, nel giro di qualche mese M. maturò il convincimento – comune ad altri settori dell'"estremismo" di sinistra – che l'opposizione alla guerra avrebbe finito per trascinare il P.S.I. verso un ruolo sterile e marginale, mentre sarebbe stato opportuno sfruttare l'occasione offerta da questo sconvolgimento internazionale per far percorrere alle masse la via verso il rinnovamento rivoluzionario.

Dimessosi quindi dalla direzione dell'organo socialista due giorni dopo la pubblicazione di un articolo che indicava il suo mutato programma, creò un quotidiano proprio, Il popolo d'Italia, ultranazionalista e radicalmente schierato su posizioni interventiste a fianco dell'Intesa.

Tra Caporetto e i primi mesi del 1918, ruppe gli ultimi legami ideologici con l'originaria matrice socialista, in nome di un superamento dei tradizionali antagonismi di classe, prospettando l'attuazione di una società capace di soddisfare le legittime aspirazioni economiche di tutti i ceti. Con la fine della guerra, le fortune di M. parvero però destinate a tramontare.

La fondazione dei fasci avvenuta nel 1919, benché facesse appello alle simpatie di elementi eterogenei e si basasse su un programma che mescolava istanze radicali di sinistra e fermenti di acceso nazionalismo, non ebbe inizialmente successo.

Tuttavia, man mano che la situazione italiana si andava deteriorando e il fascismo si caratterizzava come forza organizzata in funzione antisocialista e antisindacale, M. otteneva crescenti adesioni e favori da agrari e industriali e quindi dai ceti medi.

Dopo la marcia su Roma del 1922 ottenne l'incarico di formare il governo ed il successo elettorale del 1924 consolidò ulteriormente il suo potere. L'assassinio di Matteotti lo mise in difficoltà ma egli rivendicò spavaldamente a sé ogni responsabilità politica e morale dell'accaduto. La sua controffensiva segnò la definitiva liquidazione del vecchio Stato liberale.

Nonostante il regime dittatoriale, M. seppe accrescere la sua popolarità sfruttando abilmente alcune iniziative populistiche e successi come la composizione della questione romana e realizzando attraverso i Patti Lateranensi del 1929 la conciliazione fra lo Stato italiano e la Santa Sede.

Un'incessante e soffocante propaganda cominciò così a esaltare in maniera spesso grottesca le doti di "genio" del "duce supremo".

Perduta però la dimensione del reale, ossia il contatto diretto con i problemi quotidiani ed erettosi a protagonista della scena internazionale, M. rivelò i suoi limiti di capo di Stato incapace di azioni lungimiranti, ovvero di una strategia a lungo termine non legata agli eventi contingenti.

In politica estera, desiderando rinnovare la potenza ed il prestigio della nazione in un miscuglio di cauto realismo imperialistico e di letterario culto della romanità, tenne una condotta incerta e contraddittoria. Dopo la dura opposizione all'annessione tedesca dell'Austria a cui fece seguito il Convegno di Stresa con Francia e Gran Bretagna che parve delineare un comune fronte antihitleriano, Mussolini si lancia alla conquista dell'Etiopia, un'azione che lo inimicò a GB, Francia e Società delle Nazioni, costringendolo ad un lento avvicinamento verso la Germania.

Nel 1940, convinto che si tratterà di una facile e veloce avventura, Mussolini decide di entrare nel secondo conflitto mondiale nonostante l'opposizione dei suoi più stretti collaboratori. In realtà la partecipazione dell'Italia alla guerra si rivela un disastro su tutta la linea e nel luglio del '43 viene sconfessato dal Gran Consiglio e fatto arrestare da Vittorio Emanuele II.

Liberato dai tedeschi si insedia a Salò da dove cerca di far rivivere il fascismo dei primi tempi; tuttavia sempre più isolato e privo di credibilità fugge con la sua compagna Claretta Petacci verso la Valtellina ma, nonostante il suo travestimento da militare tedesco, viene arrestato e giustiziato dal Comitato di Liberazione Nazionale.
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