In Italia tra gli anni '20 e '30, cioè nel periodo tra le due guerre mondiali, si afferma una corrente poetica: l'Ermetismo. Questo termine, che non si riferisce a un vero e proprio movimento letterario quanto piuttosto a un comune atteggiamento assunto da un gruppo di poeti, viene coniato dal critico Francesco Flora per sottolineare la difficoltà di comprensione di questo tipo di poesia
Rispetto alla produzione poetica precedente l'ermetismo
presenta diverse novità:
- L'esiguità, da un punto di vista quantitativo della
produzione, (tutte le poesie sono piccole).
- Il rifiuto della poesia a voce spiegata e (parole brevi e spezzate),
del ricco linguaggio letterario
- Per arrivare ad una poesia nuova gli ermetici puntano sulla
grazialità della parola e sul gioco analogico.
L'esigenza d'essenzialità porta al rifiuto del
linguaggio poetico tradizionale e
alla ricerca dell'espressione che, liberata da ogni intenzione
oratoria, sciolta da legami logico-sintattici, riesca a toccare il
fondo della realtà che si vuole esprimere. Per fare questo ricorre all'analogia che non
è stata
certo inventata dai poeti ermetici ma da loro è stata
elevata a
procedimento stilistico esemplare. L'analogia la si può
considerare un paragone, una similitudine in cui è stato
abolito
il “come” che introduce il rapporto tra le cose
paragonate.
I poeti ermetici, in modi concentrati ed essenziali, esprimono
il
senso di vuoto, la solitudine morale dell'uomo contemporaneo, il suo
“male di vivere” in un'epoca travagliata da
tragiche
esperienze sociali e politiche come quelle della prima guerra mondiale
e del ventennio fascista.
Giuseppe Ungaretti fu il massimo esponente di questa corrente.
Allo
scoppio della Prima Guerra Mondiale partì volontario per il
fronte del Carso; tra quelle rocce fredde ed esanimi (come lo stesso
Ungaretti le definisce) trovarono la morte circa seicentomila uomini e
ragazzi.
Da questa esperienza al fronte nacquero alcune sue poesie, come
"Veglia", "Soldati", "Sono una creatura", "San Martino del Carso",
"Fratelli".
Parlando della sofferenza di tutti, Ungaretti maschera la sua
sofferenza e amarezza,
ma a ciò risponde l'innato bisogno dell'uomo di reagire,
perché vivere in trincea è quasi un
peccato: non si
ha più la percezione della vita come tale, ma si tende a
desiderare una morte improvvisa pur di non soffrire più.
Dopo la guerra il poeta ritornò in Francia e
rientrò in
Italia nel 1921, dove partecipò a tutti i movimenti
artistici e
letterari, collaborando con riviste italiane e francesi.
Se nella sua prima fase poetica Ungaretti aveva composto liriche
brevissime (come "Mattina", in cui narra l'esplosione di gioia alla
vista dell'alba), dal 1933 in poi comincia a scrivere liriche
più lunghe, composte con parole più complesse. Nel 1944 inizia la terza fase poetica, più
meditativa (il
poeta riflette sulla vita) e meno innovativa stilisticamente. Dopo aver
scritto la sua ultima lirica, "L'impietrito e il vellutato",
morì a Milano nel 1970.
Durante la prima fase della vita poetica viene pubblicato
Allegria
che è la prima raccolta di Ungaretti, quella in cui
compaiono le
liriche più nuove ed originali. In questa raccolta
troviamo tutte le innovazioni portate dall'Ungaretti alla poesia:
- abolisce la punteggiatura, elimina tutte le parole strettamente
poetiche, sostituendole con quelle che vengono parlate e capite da
tutti.
- sconvolge la sintassi rompendo i "sintagmi“ scrive
con
versi liberi, rifiutando le forme metriche tradizionali va contro allo
stile di D'Annunzio, dei crepuscolari e dei futuristi, usando frammenti
I temi principali che troviamo nelle sue composizioni sono:
- le sofferenze patite in guerra
- la caducità della vita
- l'angoscia della morte che incombe
- la fratellanza umana
- la solitudine
- il dolore
- il desiderio di pace , di serenità, di sentirsi in armonia
con la natura