Materia:italianoRelatore: Alessandro MazziniIn collaborazione con Oilproject
Tramite l'analisi di tre lettere scritte in fasi differenti (a Claude Fauriel nel 1814, a Giorgio Briano nel 1848 e ad Emilio Broglio nel 1860), il professor Mazzini presenta il comportamento di Manzoni nella politica del tempo, utile per capire il modo che l'autore aveva di relazionarsi a tutta la realtà. Nel 1814 Manzoni aggiorna l'amico Claude Fauriel sulla situazione di Milano dopo la caduta del regime napoleonico: in particolare, si sofferma sull'analisi della reazione all'evento da parte del popolo, che aveva comportato l'uccisione del ministro delle finanze Giuseppe Prina. Manzoni esprime tutto il suo sgomento e riserbo verso i comportamenti "di massa", ritrovabili anche nei Promessi Sposi; nei confronti, cioè, di comportamenti che, seppur mossi da spinte legittime e giuste, vengono travolti dalla passione e degenerano in atti ingiustificabili. Lo stesso tipo di problema viene posto nella lettera a Giorgio Briano del 1848, in cui Manzoni motiva il rifiuto della nomina al Parlamento subalpino in cui era stato eletto: egli crede di non essere abile nell'arte del compromesso politico di conciliazione tra piano ideale e piano realmente concretizzabile e praticabile. Manzoni vive il conflitto tra il "fattibile", che non lo soddisfa, e il dover essere ideale, molto spesso irrealizzabile, in un modo che lo immobilizza rispetto alla possibilità di intervenire sulla situazione politica italiana, benchè essa susciti il suo interesse. Nella lettera a Emilio Broglio risalente al 1860, Manzoni è eletto al Senato e confessa le proprie indecisioni giustificandole con motivazioni più personali, come la paura degli spazi aperti e delle reazioni nevrotiche che gli impediscono di avere un atteggiamento sciolto nei confonti degli altri.
Tramite l'analisi di tre lettere scritte in fasi differenti (a Claude Fauriel nel 1814, a Giorgio Briano nel 1848 e ad Emilio Broglio nel 1860), il professor Mazzini presenta il comportamento di Manzoni nella politica del tempo, utile per capire il modo che l'autore aveva di relazionarsi a tutta la realtà. Nel 1814 Manzoni aggiorna l'amico Claude Fauriel sulla situazione di Milano dopo la caduta del regime napoleonico: in particolare, si sofferma sull'analisi della reazione all'evento da parte del popolo, che aveva comportato l'uccisione del ministro delle finanze Giuseppe Prina. Manzoni esprime tutto il suo sgomento e riserbo verso i
comportamenti "di massa", ritrovabili anche nei Promessi Sposi; nei confronti, cioè, di comportamenti che, seppur mossi da spinte legittime e giuste, vengono travolti dalla passione e degenerano in atti ingiustificabili. Lo stesso tipo di problema viene posto nella lettera a Giorgio Briano del 1848, in cui Manzoni motiva il rifiuto della nomina al Parlamento subalpino in cui era stato eletto: egli crede di non essere abile nell'arte del compromesso politico di conciliazione tra piano ideale e piano realmente concretizzabile e praticabile. Manzoni vive il conflitto tra il "fattibile", che non lo soddisfa, e il dover essere ideale, molto spesso irrealizzabile, in un modo che lo immobilizza rispetto alla possibilità di intervenire sulla situazione politica italiana, benchè essa susciti il suo interesse. Nella lettera a Emilio Broglio risalente al 1860, Manzoni è eletto al Senato e confessa le proprie indecisioni giustificandole con motivazioni più personali, come la paura degli spazi aperti e delle reazioni nevrotiche che gli impediscono di avere un atteggiamento sciolto nei confonti degli altri.