Veglia di Ungaretti: analisi, commento e parafrasi

Veglia di Ungaretti: analisi, commento e parafrasi A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Veglia: parafrasi, commento e analisi con figure retoriche del componimento scritto da Ungaretti sul fronte carsico durante la Prima Guerra Mondiale

1Veglia di Ungaretti: introduzione

Foto di Giuseppe Ungaretti in divisa da militare
Foto di Giuseppe Ungaretti in divisa da militare — Fonte: ansa

Nell’antivigilia di Natale, nella notte del 23 dicembre, a due giorni dalla festa che celebra la vita come valore sacrale, Giuseppe Ungaretti si trova in trincea a vegliare un compagno morto da poche ore. Partiamo da questo contrasto. L’esperienza della veglia di una salma capita prima o poi: la morte non manca nelle esperienze di nessuno. Siamo fortunati, in un certo senso, se questa prima esperienza ci capita con persone anziane della nostra famiglia: istintivamente capiamo che è un processo naturale. I vivi vegliano i morti che hanno terminato il loro viaggio terreno, e li accompagnano in un altrove che non ci è dato sapere. La morte prematura, per malattia, o per incidente, è ben altra cosa: è una domanda aperta che non dà scampo. Ancora peggio è la morte violenta, quella di cui ci parla il poeta: la morte in guerra, magari, quando si viene strappati giovani alle proprie case per andare a combattere.
Sembra tutto molto lontano, ma forse è solo il mondo che ha scelto di dimenticare. Per questo oggi ci stupiamo del terrorismo, per l’odio che lo fomenta, per il suo gratuito uccidere: ma esiste un uccidere motivato, ‘giusto’; esistono guerre giuste? La risposta nelle parole del poeta stesso:   

Non amo la guerra. Neppure allora l’amavo, ma ci sembrava che quella guerra fosse necessaria; pareva che fosse necessario rivoltarsi, pensavamo che la colpa della guerra fosse tutta della Germania - Mi ero fatto un’idea rigorosa e forse assurda [….]

Giuseppe Ungaretti

Ecco non giusta, ma necessaria, anche se è un’idea assurda, che nessuno vorrebbe mai trovarsi a prendere in considerazione. Il mondo è sempre stato pieno di guerre, ognuna a quanto pare necessaria. Il primo conflitto mondiale fu disastroso, anche se rischia di cadere quasi nel dimenticatoio. Si usciva fuori dalle trincee e si veniva uccisi come mosche: anzi era simile a un tiro al piccione. Si andava all’assalto per conquistare pochi metri. Ci si uccideva; poi si andavano a raccogliere i cadaveri durante la tregua. Si mangiava poco e male: in molti si ammalavano di dissenteria. Si attendeva. Arrivava l’ordine di assaltare nuovamente: poco importava se si andava al massacro. I generali decidevano. In molti, per essere riformati e spediti a casa, cercavano di ferirsi leggermente. Un espediente era aspettare la notte, accendere una sigaretta e metterla tra le mani; esporre la mano sopra la trincea. Puntuale arrivava il colpo del cecchino nemico. Se si veniva scoperti, però, si poteva anche essere fucilati. Una guerra logorante, infinita. 

Tra le testimonianze più intense del primo conflitto mondiale, oltre alle poesie di Ungaretti, abbiamo le pagine di Emilio Lussu, autore di Un anno sull’altipiano (1938). Dice: «Il dramma della guerra è l'assalto. La morte è un avvenimento normale e si muore senza spavento. Ma la coscienza della morte, la certezza della morte inevitabile, rende tragiche le ore che la precedono». Tutto è precario e Ungaretti descrive così la condizione dei soldati nell’omonima poesia: «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie» (1918). E ancora, Lussu: «Non è vero che l'istinto di conservazione sia una legge assoluta della vita. Vi sono dei momenti, in cui la vita pesa più dell'attesa della morte».
Cominciamo ad avvicinarci alla poesia, con un’ultima citazione da Un anno sull’altipiano, perché sembra particolarmente adatta:   

Prima tanto forte e pieno di vita, ora era sfinito. Steso sul lettino da campo, le labbra bianche, immobile, sembrava un cadavere. Solo una contrazione della bocca, simile ad un sorriso amaro, mostrava ch'egli viveva e soffriva.

Emilio Lussu, Un anno sull'altipiano

È la stessa scena descritta dal poeta: il particolare della contrazione della bocca è identico: «con la sua bocca / digrignata / volta al plenilunio…».
Di fronte a questa scena, il poeta avverte che quel cadavere potrebbe essere lui: solo una fatalità ha permesso questo scambio. E vuole la vita, con tutto se stesso, vuole le cose belle per cui vale la pena di vivere. Vuole in questo naufragio di morte, ritrovare la vita e renderla eterna grazie all’amore. Dice il poeta: «Esultanza che l’attimo, avvenendo, dà perché fuggitivo, attimo che soltanto amore può strappare al tempo, l’amore più forte che non possa essere la morte». Per questo di fronte al compagno scrive quelle «lettere piene d’amore» a dire che la prima vittoria sulla morte, sull’odio, sul tempo, è nel mistero del nostro cuore e della nostra umanità. 

2Testo e parafrasi

Testo

Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Parafrasi

Una nottata intera accasciato a fianco ad un compagno massacrato, guardando quella bocca serrata, a denti stretti, con i suoi occhi rivolti alla luna piena, guardando le sue mani gonfie che penetrano nel mio silenzio, ho scritto lettere piene d’amore. Non mi sono mai sentito tanto attaccato alla vita.

3Analisi retorico-stilistica

La poesia si compone di due strofe di diversa lunghezza: la prima è di 13 versi, la seconda di 3. I versi sono liberi, e abbiamo delle rime: nottata/ digrignata/ penetrata; e poi: buttato / massacrato. I suoni scelti sono duri: domina la /t/ che troviamo anche raddoppiata (geminata) /tt/: nottata/ buttato/ lettere / attaccato. Le scelte lessicali sono molto importanti perché il poeta insiste su parole «violentemente cariche e deformanti» (Luperdini-Cataldi), come: buttato, massacrato, digrignato, congestione, penetrata. Inoltre il poeta insiste sui suoi –ato /–ata con una forte presenza del participio passato, così da rendere con immediatezza la condizione in cui il poeta si trova a scrivere le lettere piene d’amore, che chiudono la prima strofa. Molto importante è la pausa perché permette all’emozione di trovare forma, creando un finale di grande potenza.

4Commento

Questa poesia ha un’atmosfera leopardiana grazie alla luna piena che rischiara la trincea. La luna, bella e insensata, è forse l’ultima immagine che il soldato morto ha contemplato durante la sua agonia. Una domanda è rimasta forse serrata dietro quei denti: perché? Sembra di risentire l’interrogativo che Giacomo Leopardi aveva affidato al pastore errante per l’Asia: «Che fai tu luna in ciel?», che prelude l’interrogativo sulla morte e sulla sofferenza. Ma la domanda non è solo del soldato morto, perché è in comunione col poeta che lo veglia: la mostruosità della morte, così vicina, opposta alla bellezza della vita, pongono una domanda senza scampo. Ed è un baratro. Eppure il silenzio diventa lo spazio comune in cui le due esperienze, la morte del soldato e la vita riamata dal poeta, trovano il passaggio l’una nell’altra. 

Giuseppe Ungaretti nel suo studio
Giuseppe Ungaretti nel suo studio — Fonte: ansa

Il ritmo spezzato delle parole, l’insistenza sui suoni duri diventano l’elemento portante delle immagini: ricordiamoci di quello che aveva scritto Lussu: «Prima tanto forte e pieno di vita, ora era sfinito. Steso sul lettino da campo, le labbra bianche, immobile, sembrava un cadavere. Solo una contrazione della bocca, simile ad un sorriso amaro, mostrava ch'egli viveva e soffriva.»
La contrazione della bocca, eccola. Possiamo quindi immaginare che quel tentativo di parlare attraverso i denti digrignati sia naufragato nel silenzio e che Ungaretti sia stato testimone di ciò, o lo abbia facilmente intuito. La domanda del soldato, in ogni caso, resta aperta, fermata nell’immagine che il poeta ci ha donato. 

C’è poi una comunanza che è bello far risaltare. La descrizione del soldato occupa la prima parte della poesia e il poeta la chiude con la sua confessione: «Non sono mai stato / tanto /attaccato alla vita». Possiamo però notare la comunanza dello spazio dei vv. 1-4. La notte è di entrambi, e i primi due participi appartengono uno al poeta («buttato») e uno al compagno («massacrato»). Quindi l’esperienza della morte chiede di essere ascoltata e accolta: è il poeta che deve dare voce a quel che non ha voce, anche se si tratta di restare in silenzio, che per un poeta è paradossale. Oltre la riflessione, c’è il tentativo di sopravanzare la morte con l’amore segno di una superiore armonia. L’amore è il mistero che ci rende vivi anche quando siamo costretti ad attraversare il dubbio della morte e del nulla. 

Foto di Giuseppe Ungaretti
Foto di Giuseppe Ungaretti — Fonte: istock

«Lo scatto positivo finale», secondo il manuale di Luperini-Cataldi, La scrittura e l'interpretazione, «risponde appunto a questa esigenza di ricomposizione e di armonia, affidata alla forza dell’”allegria” vitale». Ungaretti compie quasi un percorso dantesco: scende negli inferi e nell’orrore, nel dubbio che la morte istilla impietosamente, per poi attraverso l’amore risalire e ancorarsi in una dimensione di purezza che non esclude la morte ma la comprende come parte dell’armonia. E l’amore, l’amore per l’uomo – quando l’uomo dovrebbe essere odiato – per quel che di buono c’è nell’uomo che occorre lottare. E quella risposta è, e non potrebbe essere altro, che l’amore. Solo attraverso l’amore si può sentire l’attaccamento alla vita, alla speranza, alla bellezza: ed è la conclusione di questa straordinaria poesia.  

Veglia, mappa concettuale (clicca per ingrandire)