Urlo di Munch: analisi, spiegazione e biografia dell'artista

Urlo di Munch: analisi, spiegazione e biografia dell'artista A cura di Sonia Cappellini.

Urlo di Munch: analisi, spiegazione della celeberrima opera di Edvard Munch e eventi più importanti della biografia dell'artista norvegese

1Edvard Munch: biografia dell'autore dell'Urlo

Edvard Munch, Autoritratto
Edvard Munch, Autoritratto — Fonte: ansa

La biografia dell’artista norvegese Edvard Munch è segnata fin dai primi anni da gravi lutti, da perdite che lasceranno un vuoto incolmabile nella sua esistenza.
Figlio di un medico militare, nasce nel 1863 a Løten, un villaggio non lontano da Christiania. È il secondo di cinque figli. Quando è ancora un bambino perde la madre e l’amatissima sorella maggiore Sophie, più tardi moriranno anche il fratello Andreas e il padre, con il quale il pittore ha da sempre un rapporto difficile. La sorella minore Laura sarà invece consumata dalla malattia mentale.
Lo stesso Edvard Munch sperimenta più volte nella sua vita lo stato di malattia, sarà affetto da alcoolismo e crisi depressive.

Si forma nella capitale Christiania, dove frequenta la Scuola Reale di Disegno dopo aver abbandonato gli studi di ingegneria. Molto presto entra nella cerchia di artisti e intellettuali bohémienne della capitale, dove entra in contatto con le idee anarchiche dello scrittore Hans Jaegher e approfondisce il pensiero filosofico del danese Søren Kierkegaard.
Negli anni ’80 inizia a viaggiare. Prima la Francia, dove conosce la pittura di Van Gogh, quindi la Germania, dove di fatto pone le basi per la nascita del futuro movimento espressionista.
Sono gli anni cruciali in cui da un linguaggio post impressionista la sua pittura passa a un’accentuazione di linee e di colore e da problemi di visione si sposta verso l’indagine sull’aspetto emotivo, intimo dell’animo umano. 

Nei venti anni successivi arrivano il successo e il riconoscimento internazionale. Dopo aver vinto la battaglia contro le sue nevrosi, nel 1916 Munch torna stabilmente in Norvegia. Vivrà e lavorerà senza sosta fino alla fine dei suoi giorni (1944), in una condizione di totale isolamento nella sua casa di campagna a Ekely. 

Ho dovuto percorrere uno stretto sentiero lungo un precipizio. Da un lato le profondità del mare erano insondabili. Dall’altro c’erano campi, colline, case, persone. Qualche volta ho lasciato il sentiero per buttarmi nel mondo vivente dell’umanità e lottare con esso. Ma sempre ho dovuto ritornare sul sentiero sul ciglio del precipizio.

Edvard Munch, annotazioni sul diario

2L'urlo di Munch

Pochi dipinti possono vantare un successo universale come L’Urlo di Munch, e nessun altro ha saputo in una sola immagine incarnare il dramma esistenziale dell’uomo moderno.
L’opera nasce intorno al 1893, negli anni berlinesi e insieme ad altri dipinti era destinata a formare, nell’idea dell’artista, un grande manifesto dell’intera esperienza umana, dalla nascita alla perdita, dall’amore all’ossessione, dalla solitudine alla morte.

Edvard Munch, L'urlo (prima versione)
Edvard Munch, L'urlo (prima versione) — Fonte: ansa

L’Urlo di Munch mostra in primo piano il volto di un essere umano totalmente sfigurato, con la carnagione di un colore tra il giallo e il verdognolo. I suoi lineamenti sono così alterati e scarnificati da rendere impossibile distinguere se si tratti di un uomo o di una donna. Le orbite oculari sono due cerchi privi di colore e profondità, il naso è scomparso lasciando solo due punti neri a suggerire le narici, la bocca è spalancata in un urlo lancinante. La testa è clava e la sua struttura è più vicina a quella di un teschio che a quella di un essere umano vivo. È visibile anche parte del corpo. Il busto è reso attraverso linee ondulate, è ricoperto da una tunica scura, che mette in risalto l’eccessiva magrezza, la mancanza di proporzione. Questa figura sembra a malapena mantenersi in posizione eretta, quasi non avesse spina dorsale.
Le braccia sono piegate, le mani appoggiate al volto in un gesto che allo stesso tempo sembra suggerire la volontà di sostenere la testa e di chiudere le orecchie, come se la stessa persona non fosse in grado di sostenere il grido che lei stessa sta emettendo.

Alle sue spalle, verso sinistra, un ponte lunghissimo, descritto con sicure pennellate di colore bruno. In lontananza due sagome scure, due persone di cui si distinguono gli abiti borghesi. Sulla destra un paesaggio naturale, un lembo di terra, il mare e alcune piccole imbarcazioni che campeggiano all’interno di una chiazza gialla, evidente riflesso della luce del sole. Sullo sfondo, una porzione vasta della superficie pittorica è occupata dal cielo. Un cielo al tramonto, reso con larghe pennellate ondulate, giallo intenso e rosso sangue. 

Edvard Munch, autore de L'urlo
Edvard Munch, autore de L'urlo — Fonte: ansa

Una serie di domande colpiscono l’osservatore già dalla prima visione de L'Urlo di Edvard Munch.
Chi è la persona raffigurata in primo piano? Donna. Uomo. Il pittore medesimo. Quest’ultima è la risposta che più comunemente viene avanzata. Stando al dato oggettivo però nessuna di queste appare soddisfacente. L’autore ha infatti eseguito nel corso della sua carriera numerosi autoritratti e se avesse voluto rendersi riconoscibile all’osservatore lo avrebbe fatto con una accurata resa fisiognomica. Il personaggio in primo piano è un essere umano e l’impossibilità di determinarne l’identità rende possibile attribuirgli qualsiasi identità. In altre parole è “l’uomo”, è ciascuno di noi, è l’intera umanità.

Perché grida? Il grido è una reazione istintiva, primordiale, profonda. Si grida per la paura e per il dolore. L’essere umano raffigurato nel quadro è terrorizzato e scosso dalla sofferenza.
Qual è la causa del suo dolore? Qual è la causa della sua paura? La paura, il dolore, sono dentro di lui. Non c’è un agente esterno. a dircelo è quel primo piano agghiacciante. Smarrimento, solitudine, incomunicabilità, i temi su cui indagano le grandi menti dell’epoca, da Schopenhauer a Kierkegaard, da Ibsen a Kafka, fino a Freud
Che si tratti di uno spettro interno è il quadro a dirlo, o meglio a non dirlo. Nessun riferimento figurativo ci indica un’altra possibile causa e le due persone sullo sfondo non vedono, non sentono, non accorrono. 

Cosa succede alla natura? Tutto è sconvolto, i colori sono esagerati, esasperati, il contrasto cromatico è talmente forte da colpire lo spettatore con la stessa intensità di un pugno nello stomaco. Linee ondulate pervadono terra, cielo e mare, sembrano preludere a uno stato di cataclisma. Nemmeno questo però turba le sagome scure che incedono sul fondo.
Tutti gli elementi sono allo stesso tempo reali e irreali. Reali perché partono da dati plausibili della realtà: l’essere umano, il ponte, le figure che camminano, la natura selvaggia e impervia dei fiordi norvegesi, le striature rossastre del tramonto. Irreali perché amplificati, esagerati, sconvolti, portati all’eccesso. È l’interiorità che parla, che detta le regole della visione. La realtà è filtrata da uno stato emotivo. È puro espressionismo pittorico.

Oltre al dato cromatico un altro contrasto si presenta fortissimo all’interno de L'urlo di Munch. Linee ondulate che pervadono la persona, la terra, il cielo, il mare a cui si oppone con forza la prospettiva tagliente e rettilinea del ponte. Gli elementi della natura si muovono, sono scossi da quel grido, ne vengono attraversati come da onde sonore. Di più, accolgono quel grido, ne risuonano, lo amplificano, lo restituiscono con tale forza che il protagonista è costretto a difendersi portando le mani alle orecchie.
Il ponte è fermo, impassibile, immobile.

Una successiva versione dell'Urlo di Munch
Una successiva versione dell'Urlo di Munch — Fonte: ansa

La natura ascolta e parla, ma la sua voce non è consolatoria. L’elemento artificiale è muto e sordo.
La natura ha una bellezza magnetica e struggente ma l’uomo vi trova lo specchio della sua sofferenza. L’artificio, le sovrastrutture, la società sono indifferenti. Che possibilità ha dunque l’essere umano se non quella di gridare tutto il suo dolore?

Più volte nei suoi diari Edvard Munch racconta di come sia nata in lui l’idea dell’Urlo. «Camminavo lungo la strada con due amici, quando il sole tramontò. I cieli diventarono improvvisamente rosso sangue e percepii un brivido di tristezza. Un dolore lancinante al petto. Mi fermai, mi appoggiai al parapetto, in preda a una stanchezza mortale. Lingue di fiamma come fiamme coprivano il fiordo neroblu e la città. I miei amici continuarono a camminare e io fui lasciato tremante di paura. E sentii un immenso urlo infinito attraversare la natura».

Lo stato psichico che Munch descrive, tratteggia le caratteristiche di un attacco di panico, una condizione di paura e sofferenza paralizzanti, che rendono l’idea della morte immediata e ineluttabile. Si parte quindi da una esperienza privata e personale per giungere a un’immagine universale, «l’immagine di ogni essere umano, senza sesso, senza razza, senza età».

3L'urlo di Munch: un'opera bella o brutta?

Nello spettatore contemporaneo, così come in quello di fine ‘800, L'urlo di Edvard Munch suscita al contempo attrazione e repulsione. Innumerevoli sono le persone che ogni anno si spingono al Munch Museet per poterlo vedere dal vivo, per farsi investire a pieno da quell’onda di emozioni. Allo stesso tempo quasi nessuno sarebbe disposto ad appenderlo nel proprio salotto. Non c’è insegnante né critico d’arte che almeno una volta non si sia sentito rivolgere questa domanda: «L’urlo di Munch è bello o brutto?».

Complicato dare una risposta coerente e fondata senza scomodare venticinque secoli di teorie estetiche. Cercando di essere sintetici e comprensibili possiamo dire che le categorie di bello e di brutto sono state formulate nell’antichità e appartengono al mondo classico. Nell’arte greca del V secolo a. C. bello è ciò che riflette equilibrio e armonia, ciò che deriva dall’osservazione della natura ma che allo stesso tempo corrisponde a un canone ideale che ne fissa i rapporti proporzionali (ad esempio: la figura umana perfetta prevede che la dimensione della testa sia pari a otto volte la lunghezza totale del corpo, ecc).
Se dunque abbiamo la presunzione di valutare un’opera moderna secondo quegli antichi criteri siamo costretti ad ammettere che il dipinto è brutto, bruttissimo, un abbozzo, un mostro.

Ma certo non sono questi i canoni di cui ha tenuto conto Munch, di cui hanno tenuto conto tutti i pittori da Van Gogh in poi. L’arte moderna rivendica il diritto di non offrire allo spettatore un godimento estetico, di indagare nei recessi più nascosti dell’animo umano, di presentare tutti gli aspetti dell’esistenza, anche i più tormentati, i più angoscianti. Rivendica il diritto di porre domande anziché di fornire risposte, di non celebrare l’eroe ma di mostrare l’uomo nella sua debolezza.
Vuole Munch rappresentare un aspetto della vita umana sereno, rassicurante, armonico, in una parola “bello”? Certamente no, non è il suo scopo. Vuole invece condividere, esternare, mostrare senza pudore quanto di più profondo e tragico c’è nell’esistenza. Ci riesce? Certamente si.
In questo senso è lecito dire che il quadro funziona, che raggiunge pienamente il suo scopo. Che, esattamente come nelle intenzioni del pittore, colpisce, scuote, spaventa. Se quindi alla parola “bello” dobbiamo attribuire un altro significato, se dobbiamo intendere che il dipinto è in grado di suscitare un’emozione sconvolgente, allora dobbiamo ammettere che si tratta di un capolavoro straordinario.

4L'urlo e il silenzio

Il viandante sul mare di nebbia, dipinto olio su tela del pittore romantico Caspar David Friedrich (1818)
Il viandante sul mare di nebbia, dipinto olio su tela del pittore romantico Caspar David Friedrich (1818) — Fonte: ansa

Se nella storia della pittura è possibile individuare un dipinto che rappresenti una visione opposta a quella dell’Urlo di Munch, questo è senz’altro il Viandante in un mare di nebbia del tedesco Caspar David Friedrich.
Opera del 1818, conservata ad Amburgo, essa incarna pienamente l’ideale del Romanticismo.
In primo piano è ancora l’uomo, è solo anch’esso, ma si presenta di spalle. Da solo ha sfidato la natura, si è spinto su una vetta da dove domina un paesaggio sublime. Lo spazio è immenso davanti a lui, le rocce, le cime suggeriscono forze arcane e potenti. Può essere risucchiato, schiacciato in qualsiasi momento ma non ha paura, non teme il confronto, la sua figura resiste al vento e contro il vento e la natura sta lì, nel mare di nebbia, ad ammirare l’infinito ad ascoltare il silenzio.