Università e lavoro, tra opportunità e falsi miti

Di Lorenzo Ait.

Cosa si cela veramente dietro la scelta di frequentare l'università? E' davvero una decisione che parte da noi? Ed oggi, il famigerato pezzo di carta, serve davvero a trovare un buon lavoro?

Nella maggior parte delle persone il desiderio di frequentare l'università viene dai propri genitori. Mamma e Papà sono cresciuti in un periodo in cui una laurea faceva davvero la differenza: chi la possedeva era qualcuno! Come se non bastasse, molti di loro non hanno potuto prenderla, perché continuare gli studi non era una scelta tanto facile e accessibile come adesso. Quindi crescono col peso e l’impegno di non negare ai loro figli questa enorme opportunità; coltivando però delle false credenze:

Dottore: e sai cosa bevi!
Master, lava più bianco!
Dove c’è una Laurea c’è casa!

Sembriamo vittime di una pubblicità ingannevole: un vecchio spot trasmesso alla generazione precedente alla nostra che recitava:- “prenditi una laurea: diventerai una persona migliore e non avrai problemi a trovare un lavoro”. Degli Harry Thruman (personaggio interpretato da Jim Carrey, protagonista di “The Thruman Show”) del mondo reale, e gli aguzzini, alimentati ad arte, sono i nostri genitori inconsapevoli.

Che ripercussioni ha questa situazione da “spot elettorale” nella pratica?

Pensiamo alla condizione, difficilmente sostenibile, di “studente lavoratore”. Come mai è diventato così difficile trovare un lavoro sicuro? Vi propongo un’analisi:

1. La politica (ormai da tempo) non si preoccupa più della risoluzione e del miglioramento delle questioni dei cittadini: la preoccupazione dei politici è di conservare la loro posizione di potere, mantenendo il consenso dell’elettorato.
2. L’elettorato dal canto suo, (l’elettorato siamo noi, ndr), per la maggior parte non ha una “cultura della politica” e non guarda molto al di là degli slogan elettorali facendosi abbindolare da “politici pubblicitari”…
3. Invece di occuparsi dei problemi reali legati al mondo del lavoro quindi, i politici che hanno nel proprio elettorato un target di “giovani precari” mantengono tutte quelle tutele legate al contratto di lavoro a tempo indeterminato che rendono la posizione di un “dipendente” intoccabile. Perché? Perché se si modificassero tutte quelle tutele ormai anacronistiche gli elettori si sentirebbero “traditi”.
4. Ma quegli stessi politici hanno nel loro target anche gli “imprenditori”, ai quali con una mano “obbligano” a garantire dei contratti “blindati” agli assunti a tempo indeterminato, con l’altra promulgano questo ridicolo precariato con pseudo contratti di “collaborazione”, di “formazione” o “a progetto” che, di fatto, ci mettono in condizione di lavorare quasi gratis e con nessuna tutela.

Risultato?

Gli Imprenditori non trovano conveniente (a ragion veduta) assumere un dipendente a contratto indeterminato perché: "Uno stipendio costa all’imprenditore circa due volte e mezzo la stessa cifra in tasse, inoltre, grazie alle tutele sindacali, un dipendente che non fa il suo lavoro o che non posso più permettermi di pagare (nella maggior parte dei casi) non può essere cacciato perché non sussiste la “giusta causa”, etc, etc…
I “Precari” sono (giustamente) esausti poiché subiscono: Pseudoassunzioni ridicole con salari (spesso) inferiori al minimo sindacale e senza la minima tutela: in una parola “sfruttamento”, …

Hanno entrambi ragione e chi dovrebbe risolvere la situazione (qualunque politico ndr) si preoccupa invece di mantenere l’elettorato insoddisfatto per poter continuare a vendere i propri “spot” annunciandosi come colui che risolverà i problemi. (Per gli studenti che si occupano di Industrie Culturali altro non è che la dialettica circolare di Morin applicata alla politica ndr.). C’è un paese che riversava in una condizione simile alla nostra circa una decina di anni fa, si chiama “Stati Uniti D’America”, forse l’avete sentito nominare…ecco cosa scriveva Sharon L. Lechter, autrice di Best Seller e corsi sull’economia ed il benessere finanziario, in merito ad una condizione che a mio avviso non era troppo diversa dalla nostra situazione attuale:

Io e Michael andiamo molto d'accordo e abbiamo tre figli meravigliosi. In questo momento, due risiedono all'Università e un altro sta iniziando le scuole superiori. Abbiamo speso una fortuna per far sì che ricevessero la miglior istruzione possibile.
Una volta, nel 1996, uno di loro tornò a casa deluso dalla scuola. Era annoiato, stanco di studiare. «Perché dovrei spre­care tempo a studiare materie che non mi serviranno mai nella vita?» protestò. Senza riflettere, risposi: «Perché se non prendi ottimi voti non puoi iscriverti all'università».«Ma anche se non andrò all'università», replicò lui, «diven­terò ricco lo stesso».
«Se non ti laureerai, non troverai un buon lavoro», esclamai con una punta di apprensione (e gran cuore di mamma). «E se non avrai un buon lavoro, come credi di arricchirti?».

Lui sorrideva sotto i baffi e scuoteva la testa con espressio­ne annoiata. Ne avevamo parlato altre volte. Mio figlio soleva abbassare lo sguardo facendo ruotare gli occhi. Era di nuovo sordo ai miei consigli di madre apprensiva. Sebbene sia assai determinato, lui è sempre stato un giova­notto educato e rispettoso.

«Mamma», esordiva. Adesso ero io a ricevere una lezione. «È, ora che ti aggiorni! Guardati attorno; le persone di succes­so non si sono arricchite perché hanno studiato molto. Guar­da Madonna e Michael Jordan. Perfino Bill Gates, che non è riuscito a laurearsi a Harvard, però ha fondato la Microsoft: adesso è l'uomo più ricco d'America e non ha nemmeno qua­rant'anni. C'è un lanciatore di baseball che guadagna più di 4 milioni di dollari all'anno pur essendo stato definito "mental­mente ritardato"». Lungo silenzio. Mi stavo accorgendo di instillare in mio fi­glio i medesimi suggerimenti che mi avevano dato i miei geni­tori.

Il mondo è cambiato, ma non i loro consigli. Frequentare una buona scuola e meritarsi buoni voti non assicura più il successo: sembra non se ne sia accorto nessuno, tranne i nostri figli. «Mamma», continuava lui, «non voglio lavorare tanto come te o papà. Voi guadagnate bene; viviamo in una casa grande con un sacco di apparecchiature elettroniche. Seguendo i vo­stri consigli, finirò come voi a faticare sempre più solo per pa­gare le tasse e ritrovarmi indebitato. Non esiste più la sicurez­za del posto, so tutto sulle ristrutturazioni aziendali e sulla for­za-lavoro in esubero. So anche che oggi i laureati guadagnano meno di quando ti sei laureata tu. Guarda i medici: non sono più ricchi come una volta. Inoltre, oggi non si può fare affida­mento sulla previdenza sociale o sulle pensioni di anzianità. C'è bisogno di altre soluzioni».Aveva ragione. Aveva bisogno di altre soluzioni, come me, del resto. Forse i consigli dei miei genitori erano adatti per chi nasceva prima del 1945, ma possono rivelarsi disastrosi per chi nasce in questo mondo continuamente mutevole.
Non posso dire più ai miei figli: «Andate a scuola, prendete buoni voti e cercatevi un lavoro sicuro, un posto fisso». Mi rendevo conto di dover escogitare qualcosa di nuovo per l'istruzione dei miei figli. Quando noi, come genitori, consigliamo ai nostri figli di "andare a scuola, applicarsi nello studio e trovare un buon la­voro", lo facciamo per abitudine culturale. È sempre stata la cosa giusta da fare(…) alla luce di questi tempi mutevoli, in quanto geni­tori dobbiamo essere aperti alle idee audaci e innovative. Inco­raggiare i figli a impiegarsi in un ufficio significa condannarl
i (…)

Che ne pensate? Voglio conoscere la vostra opinione per potervi suggerire le strategie migliori alle vostre aspettative ed ambizioni! Facciamo diventare questa rubrica un luogo di confronto: avete visto Jerry Magguire? Aiutatemi ad aiutarvi! Vi rilancio la palla al prossimo intervento…