In tutte le
grandi città italiane
si susseguono le manifestazioni contro la Riforma della scuola e dell'università, ma i
ricercatori precari pur sostenendo, come è ovvio che sia, le ragioni delle proteste, vogliono chiarire le
modalità e la
legittimità delle proteste in atto.
La
Rete29Aprile, che insieme al
Coordinamento Ateneinrivolta è uno dei punti focali della protesta del mondo universitario italiano contro i tagli del Ddl gelmini, ci tiene a precisare alcuni punti.
Sottolinea che la
protesta dei ricercatori si esprime ormai da tempo con la
indisponibilità a svolgere
compiti didattici non obbligatori e non previsti dalle mansioni definite dalla legge.
"Non esiste pertanto - dicono -
una normativa che possa obbligare i ricercatori a fare quanto non è di loro competenza. I ricercatori hanno cercato per tempo di avvertire i nuclei di valutazione dei loro atenei, affinché si desse il via solo a quei corsi realmente sostenibili ai sensi delle norme vigenti, ma non sono stati ascoltati."
Le conseguenze di questa indisponibilità
(non un'astensione né, tantomeno, uno sciopero) sull'offerta didattica degli atenei, cadono unicamente, secondo i ricercatori,
"sulle irresponsabili scelte attuate dai governi in materia di Università e in gestioni spesso non oculate delle politiche di conduzione dei singoli atenei. Tali scelte sono oggi ulteriormente e pesantemente aggravate dalla inopportuna scelta del governo - sordo a qualunque dialogo che non sia pura apparenza - di forzare i tempi per l’approvazione di un disegno di legge dannoso per l'Università e per il futuro del Paese, un disegno di legge a costo zero che contiene centinaia di deleghe in bianco al governo. Tutto questo mentre lo stesso governo taglierà, nel 2011, 1.3 miliardi di euro di risorse, non coprendo neppure il costo totale degli stipendi."
I ricercatori della
Rete29Aprile ribadiscono quindi con forza la piena
legittimità della propria azione di protesta a salvaguardia del futuro dell’Università, del sistema della ricerca pubblica e, quindi, del futuro del Paese.
Link utili
Rete 29Aprile
AteneinrivoltaTUTTI GLI ARTICOLI DI STUDENTI.IT SULLA RIFORMA GELMINI
affamare la bestia
Chiarito che l'università italiana mediamente non prepara a nulla ed è solo un esamificio ad uso e consumo dei baroni, ben vengano i tagli.
Anzi, quelli della Gelmini non sono abbastanza: l'università italiana va affamata, al punto che possano sopravvivere solo quei gruppi di ricerca con le palle che sanno intercettare fondi non statali (dai privati, o daui bandi di ricerca europei o di altri enti).
Solo così si può sperare, tra una ventina d'anni, che all'università ci sia davvero gente seria e competente: la selezione verrà fatta dal necessario pensionamento di tutte le mandrie sessantottine di assunti e dalla morte per inedia di quei gruppi di ricerca che non fanno niente.
Chiaramente l'intero establishment si sta mobilitando contro tutto questo:
1. i baroni non vogliono perdere il loro potere o essere valutati per la ricerca che davvero producono;
2. i ricercatori temono la fine delle loro possibilità di carriera, che sono legate a quanto sono servili nei confronti dei suddetti baroni;
3. gli studenti seguono come un gregge, timorosi che una università selettiva e non più di massa possa mettere fine alla bella vita dello studente fannullone e bamboccione.
R: ammazzare la bestia (TE)
Per fortuna che c’è l’Ocse. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo sbugiarda il maestro unico della Gelmini. La scuola elementare italiana è una delle migliori al mondo, sostiene il rapporto che rapporta i paesi del mondo. Il problema? Non la disciplina, ma i bassi stipendi degli insegnanti.
L’Italia investe più della media Ocse negli alunni delle elementari ma perde poi terreno a livello di studi secondari e finisce nelle retrovie per le spese in licei e università. Alla boa dei 15 anni, gli studenti italiani si ritrovano così svantaggiati rispetto ai pari-età Ocse soprattutto nelle materie scientifiche e il loro rendimento misurato dall’indice P.i.s.a. È nettamente inferiore alle media ocse a 475 punti contro i 500 della media e i 563 dei primi della classe, i finlandesi. Sono queste alcune delle conclusioni del rapporto sulla scuola pubblicato a Parigi dall’Ocse.
Secondo i dati dell’organizzazione di Parigi, l’Italia spende 6.835 dollari per ogni suo alunno del ciclo primario contro una media Ocse di 6.252 dollari. A livello secondario il vantaggio tuttavia è già annullato con una spesa per studente pari a 7.648 dollari e una media Ocse di 7.804 dollari. Ma è al terzo gradino della scala educativa, che si produce il gap: a fronte di una media Ocse di 11.512 dollari, in Italia la spesa si assesta a 8.026 dollari. Un dato questo che tuttavia deve tener conto dell’anomalia Stati Uniti dove i prezzi delle università superano ampiamente i 20.000 dollari l’anno facendo dunque salire la media Ocse. In Italia, nota l’Ocse, i prezzi sono invece calmierati dal fatto che gli stanziamenti statali a favore delle università crescono solo modestamente e al tempo stesso gli atenei pubblici non possono aumentare oltre una certa soglia le rette che fanno pagare agli studenti. Un duplice trend che rischia di risultare in uno scadimento di lungo periodo dell’istruzione universitaria. Le cifre, prosegue l’Ocse, possono inoltre essere lette in diverse maniere. L’Italia infatti spende cumulativamente per ogni suo studente tra i 6 e i 15 anni 70.126 dollari, oltre 2mila in più della media Ocse di 67.895 dollari ma se si guarda all’incidenza delle spese in istruzione rispetto al pil, l’italia appare in netto ritardo. Mentre la media delle principali economie mondiali investe il 5,8% del pil nel proprio sistema scolastico, in italia questa percentuale scende al 4,7%. E ancora: se tra il 1995 e il 2005 gli investimenti nella scuola nell’Ocse sono aumentati del 41%, in Italia l’incremento è rimasto contenuto al 12%.
A livello di stipendi pagati agli insegnanti, l’Italia offre remunerazioni relativamente basse al suo corpo docente. Lo stipendio di un maestro di scuola elementare con 15 anni di esperienza si assesta attorno ai 29.287 dollari, in sesta posizione nella classifica Ocse ma con un trend che preoccupa: gli stipendi infatti crescono ogni anno meno della media Ocse. Se tra il 1996 e il 2006 gli stipendi in Italia sono cresciuti dell’11%, nei paesi Ocse l’incremento medio è stato del 15%.
A sorpresa i docenti e gli istituti scolastici sembrano invece godere della fiducia dei genitori. Secondo le indagini Ocse, infatti, l’80% dei genitori degli studenti di 15 anni sono convinti che gli standard degli istituti seguiti dai figli siano buoni o molto buoni contro una media Ocse del 77%. Per quanto riguarda la formazione degli adulti, la percentuale di italiani di età compresa tra i 25 e i 34 che persegue o hanno completato studi terziari rimane ampiamente al di sotto della media euro: 17% contro il 33% Ocse. L’introduzione della laurea breve ha permesso all’Italia di raddoppiare la percentuale di quanto finiscono gli studi universitari, dal 19% al 39% contro una media Ocse del 37% ma l’Italia rimane indietro negli studi più brevi per la qualificazione professionale al lavoro.
L’Italia inoltre continua ad avere il maggior numero di studenti che non terminano gli studi universitari: in Italia arriva alla laurea solo il 45% degli iscritti al primo anno contro una media Ocse del 69%. L’università italiana infine rimane una destinazione secondaria per gli studenti internazionali. Nel 2006, su un totale di 2,9 milioni di studenti stranieri che hanno scelto di trascorrere un anno di formazione all’estero, solo il 2% ha deciso di venire in Italia. A paragone il 20% è andato negli usa, il 9% in Germania e l’8% in Francia.
Il premier Silvio Berlusconi commenta la Finanziaria intervenendo all'inaugurazione del salone del Ciclo e Motociclo a Fiera Milano e spiega: «Devo ammettere una mia colpa, non mi ero accorto che nella Finanziaria 134 milioni sono stati tolti alla scuola privata cattolica. Cercheremo di non toglierli». Il premier ha sottolineato che «è una libertà per tutti - ha detto Berlusconi - che ci sia una scuola privata per le famiglie che abbiano a cuore lo studio dei loro figli anche secondo determinati valori».
Berlusconi inoltre è tornato sulla polemica di qualche giorno fa sulle forze dell'ordine nelle scuola. «Non ho mai detto - ha ribadito - che avrei mandato la polizia nelle scuole, come maliziosamente riportato dai titoli dei giornali». Il premier ha precisato: «Ho detto che manifestare è legittimo, ma lo stato deve garantire anche il diritto di insegnare e di imparare». Berlusconi ha quindi sminuito le dimensioni della protesta, «amplificata da una disinformazione eccessiva e inaccettabile». «Sono pochissime - ha detto - le scuole non dico occupate, ma presidiate». «Se lo leggete, nel decreto sulle scuole elementari non c'è nulla di quanto detto durante le proteste».
Il Ministro non comprende i motivi della mobilitazione: “non credo che scendere in piazza possa portare un vantaggio alle famiglie o agli insegnanti, mentre il Paese ha un bisogno enorme di riforme e l'approvazione alla Camera del dl è un primo passo". I sindacati, invece, puntano tutto sulla manifestazione unitaria a Roma: da decenni che non accadeva, sarà un evento storico.
Soddisfazione per l'accordo della maggioranza della Camera alla fiducia del decreto sulla scuola e amarezza per il comportamento ostruzionistico al dl dell’opposizione e anche dei sindacati che hanno proclamato lo sciopero generale per il prossimo 30 ottobre: sono queste le reazioni a caldo del Ministro del Miur, Mariastella Gelmini, a seguito della decisione della Camera di approvare il decreto legge 137 (che ora passerà al Senato per l’ok definitivo) e dei sindacati di incrociare unitariamente le braccia.
Prima il Ministro ha detto che con i provvedimenti varati in questi ultimi mesi ci stiamo avviando verso "il cambio di un'epoca perché la scuola torna alla sua missione fondamentale che è quella di agenzia di formazione e non di ammortizzatore sociale".
Difficile anche che il Senato metta mano al decreto sul maestro unico ed il voto di condotta: "Il Parlamento è sovrano – dice Gelmini - non entro nel merito. Di proposte dall'opposizione non ne ho viste, ho solo ascoltato bugie a ripetizione. La sinistra più che a fare proposte è impegnata a fare controinformazione che mi preoccupa relativamente perché spesso i fatti prevalgono sulla fantasia e sulle bugie".
Altrettanto irritata è la reazione a chi gli ricorda che il 30 ottobre tutte le principali sigle sindacali (in rappresentanza di oltre il 90 per cento dei lavoratori della scuola che hanno stipulato una delega) si asterranno dal lavoro e scenderanno in piazza a Roma. Nei giorni scorsi il responsabile dell’istruzione si era pubblicamente rivolto “ai sindacati più moderati perché prendessero le distanza dallo sciopero generale”. Gelmini ha dovuto tuttavia prendere atto che le cose sono andate diversamente: al momento solo l’Anp e i Cobas (che comunque il loro sciopero lo hanno indetto da giugno per il prossimo 17 ottobre) non hanno garantito la loro adesione alla mobilitazione di fine mese. Significativo che a poche ore di distanza dall’annuncio dello sciopero anche l’Unicobas, scesa in piazza solo una settimana fa, abbia aderito alla mobilitazione del 30: "la scuola unita - ha dichiarato il leader D’Errico - otterrà le dimissioni del ministro Gelmini".
Di fronte a questa improvvisa unitarietà, che per il leader Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo, “nella scuola non si riscontrava da decenni” e che per il coordinatore Gilda, Rino Di Meglio, porterà ad “una manifestazione storica”, il Ministro però si è limitato a dire che scendere in piazza in questo momento non serve: "non comprendo i motivi dello sciopero – ha dichiarato Gelmini - laddove servirebbe uno sforzo comune per migliorare la qualità della scuola non credo che scendere in piazza possa portare un vantaggio alle famiglie o agli insegnanti", ha rilevato il responsabile del dicastero di viale Trastevere.
A chi gli ha fatto rilevare che gli stipendi degli insegnanti sono bassi, Gelmini non ha però risposto in maniera piccata come aveva fatto il giorno prima il collega Brunetta (“1.300 euro sono comunque due milioni e mezzo di vecchie lire, oggi l´insegnamento è part-time e come tale è ben pagato"), ma ha spiegato come “servirebbe uno sforzo comune per la riforma del reclutamento e della carriera. Questo Paese – ha concluso il Ministro del Miur - ha un bisogno enorme di riforme. L'approvazione alla Camera del dl è un primo passo".
Intanto, mentre sul sito di social networking Facebook ha superato i 117mila il numero delle adesioni alla causa "A favore dell'istruzione e della ricerca", che contesta la legge 133 di riforma dell'Università, un sondaggio realizzato da Demos per conto del quotidiano "Repubblica" e reso noto oggi dice che il 47% degli italiani sono contrari al decreto Gelmini, contro il 38,5% di favorevoli e il 14,3% che non sa o non risponde.
Il sondaggio dice anche che il 49,4% appoggia la protesta degli studenti, mentre il 38,4% non è d'accordo con le manifestazioni.
Sull'uso delle forze delle ordine per prevenire occupazioni di scuole e università, evocato dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il 48,1% degli intervistati risponde che "è sbagliato occupare, ma va tollerato", mentre per il 26,7% "è giusto occupare le Università", dice Demos.
Un quarto degli italiani (il 25,3%) dice invece che occupare è inaccettabile e va impedito "anche con la polizia".
In generale, comunque, la scuola pubblica è difesa e apprezzata dalla grande maggioranza degli intervistati: il 69,3% del campione è soddisfatto delle Elementari pubbliche (contro il 47% delle elementari private), il 62,4% dalle superiori pubbliche e il 59,4% dalle Università.
I problemi principali della scuola, dice ancora il sondaggio, sono "la mancanza di fondi" (18,8%), "lo scarso collegamento col mondo del lavoro" (17,8%) e anche "la violenza negli istituti" (14%: ma rispetto a quattro anni fa, dice Demos, questa voce è cresciuta del 6,4%), la mancanza di sostegni per le famiglie e gli studenti più poveri (13%).
Il 12,6% attribuisce invece la responsabilità principale alla "scarsa qualità degli insegnanti", anche se poi la fiducia negli insegnanti delle scuole pubbliche registra complessivamente il 64,4%.
Il sondaggio è stato realizzato tra il 21 e il 23 ottobre tra 1024 persone di età superiore ai 15 anni.
Roma - Il Senato ha approvato il Decreto Legge del Ministro Gelmini sull' università. I partiti a favore sono stati Pdl e Lega Nord, contrario Pd e Idv. Non ha partecipato al voto l'Udc, come già aveva preannunciato il senatore Gianpiero D'Alia.
Si sono registrati nuovi episodi di protesta, il più clamoroso all'Università La Sapienza di Roma, che ha visto il rettore Luigi Frati costretto ad abbandonare la cerimonia di inaugurazione dell'anno accademico dopo che gli studenti avevano interrotto la celebrazione. Tensione anche sotto Palazzo Grazioli, residenza del premier Silvio Berlusconi, quando un centinaio di studenti si sono radunati grida "vergogna" e "buffone” .
“La gravità delle parole di Berlusconi – si apprende da un comunicato stampa di “Scuole di Rivolta” - che ha voluto vergognosamente ridurre a fatalità quello che è stato invece la conseguenza tragca di anni di tagli alla spesa sociale nel paese” .
Contestazioni anche alla sede de “Il messaggero” , gli studenti sostengono che “gli articoli di questi giorni hanno ridotto le mobilitazioni ad un problema di viabilità, confondendo causa ed effetto,e non parlando dei reali problemi di questa città dove le scuole cadono a pezzi e la viabilità è bloccata non certo per le manifestazioni”. Contenstato anche il quotidiano “Libero” per alcuni articoli sui fatti di Piazza Navona.
Intanto sono circa trecento gli studenti giunti in piazza della Repubblica, il corteo ha iniziato la sua marcia da Piazza Barberini. Uno striscione portato dai ragazzi "Per una scuola di tutti, per una istruzione libera, per il nostro futuro, combattere". In arrivo anche un corteo degli universitari partito dalla Sapienza. Cinque in tutto i cortei previsti nella capitale. "
Novantatré per cento di ammessi agli orali! Come resistere alla tentazione? E così, tra i furbetti che nel 2001 scesero dal profondo Nord a fare gli esami da avvocato a Reggio Calabria si infilò anche Mariastella Gelmini. Ignara delle polemiche che, nelle vesti di ministro, avrebbe sollevato con i (giusti) sermoni sulla necessità di ripristinare il merito e la denuncia delle condizioni in cui versano le scuole meridionali. Scuole disastrose in tutte le classifiche «scientifiche» internazionali a dispetto della generosità con cui a fine anno vengono quasi tutti promossi.
La notizia, stupefacente proprio per lo strascico di polemiche sulla preparazione, la permissività, la necessità di corsi di aggiornamento, il bagaglio culturale dei professori del Mezzogiorno, polemiche che hanno visto battagliare, sull'uno o sull'altro fronte, gran parte delle intelligenze italiane, è stata data nella sua rubrica su laStampa.it da Flavia Amabile. La reazione degli internauti che l'hanno intercettata è facile da immaginare. Una per tutti, quella di Peppino Calabrese: «Un po' di dignità ministro: si dimetta!!» Direte: possibile che sia tutto vero? La risposta è nello stesso blog della giornalista. Dove la Gelmini ammette. E spiega le sue ragioni.
Un passo indietro. È il 2001. Mariastella, astro nascente di Forza Italia, presidente del consiglio comunale di Desenzano ma non ancora lanciata come assessore al Territorio della provincia di Brescia, consigliere regionale lombarda, coordinatrice azzurra per la Lombardia, è una giovane e ambiziosa laureata in giurisprudenza che deve affrontare uno dei passaggi più delicati: l'esame di Stato.
Per diventare avvocati, infatti, non basta la laurea. Occorre iscriversi all'albo dei praticanti procuratori, passare due anni nello studio di un avvocato, «battere» i tribunali per accumulare esperienza, raccogliere via via su un libretto i timbri dei cancellieri che accertino l'effettiva frequenza alle udienze e infine superare appunto l'esame indetto anno per anno nelle sedi regionali delle corti d'Appello con una prova scritta (tre temi: diritto penale, civile e pratica di atti giudiziari) e una (successiva) prova orale. Un ostacolo vero. Sul quale si infrangono le speranze, mediamente, della metà dei concorrenti. La media nazionale, però, vale e non vale. Tradizionalmente ostico in larga parte delle sedi settentrionali, con picchi del 94% di respinti, l'esame è infatti facile o addirittura facilissimo in alcune sedi meridionali.
Un esempio? Catanzaro. Dove negli anni Novanta l'«esamificio» diventa via via una industria. I circa 250 posti nei cinque alberghi cittadini vengono bloccati con mesi d'anticipo, nascono bed&breakfast per accogliere i pellegrini giudiziari, riaprono in pieno inverno i villaggi sulla costa che a volte propongono un pacchetto «all-included»: camera, colazione, cena e minibus andata ritorno per la sede dell'esame.
Ma proprio alla vigilia del turno della Gelmini scoppia lo scandalo dell'esame taroccato nella sede d'Appello catanzarese. Inchiesta della magistratura: come hanno fatto 2.295 su 2.301 partecipanti, a fare esattamente lo stesso identico compito perfino, in tantissimi casi, con lo stesso errore («recisamente» al posto di «precisamente», con la «p» iniziale cancellata) come se si fosse corretto al volo chi stava dettando la soluzione? Polemiche roventi. Commissari in trincea: «I candidati — giura il presidente della «corte» forense Francesco Granata — avevano perso qualsiasi autocontrollo, erano come impazziti». «Come vuole che sia andata? — spiega anonimamente una dei concorrenti imbroglioni —. Entra un commissario e fa: "Scrivete". E comincia a dettare il tema. Bello e fatto. Piano piano. Per dar modo a tutti di non perdere il filo».
Le polemiche si trascinano per mesi e mesi al punto che il governo Berlusconi non vede alternative: occorre riformare il sistema con cui si fanno questi esami. Un paio di anni e nel 2003 verrà varata, per le sessioni successive, una nuova regola: gli esami saranno giudicati estraendo a sorte le commissioni così che i compiti pugliesi possano essere corretti in Liguria o quelli sardi in Friuli e così via. Riforma sacrosanta. Che già al primo anno rovescerà tradizioni consolidate: gli aspiranti avvocati lombardi ad esempio, valutati da commissari d'esame napoletani, vedranno la loro quota di idonei raddoppiare dal 30 al 69%.
Per contro, i messinesi esaminati a Brescia saranno falciati del 34% o i reggini ad Ancona del 37%. Quanto a Catanzaro, dopo certi record arrivati al 94% di promossi, ecco il crollo: un quinto degli ammessi precedenti.
In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà a Flavia Amabile: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta, per fortuna poi modificata perché il sistema è stato completamente rivisto». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria».
I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme.
Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». Del resto, aggiunge, lei ha «una lunga consuetudine con il Sud. Una parte della mia famiglia ha parenti in Cilento». Certo, è a quasi cinquecento chilometri da Reggio. Ma sempre Mezzogiorno è. E l'esame? Com'è stato l'esame? «Assolutamente regolare». Non severissimo, diciamo, neppure in quella sessione. Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno. Così facevan tutti, dice Mariastella Gelmini. Da oggi, dopo la scoperta che anche lei si è infilata tra i furbetti che cercavano l'esame facile, le sarà però un po' più difficile invocare il ripristino del merito, della severità, dell'importanza educativa di una scuola che sappia farsi rispettare. Tutte battaglie giuste. Giustissime. Ma anche chi condivide le scelte sul grembiule, sul sette in condotta, sull'imposizione dell'educazione civica e perfino sulla necessità di mettere mano con coraggio alla scuola a partire da quella meridionale, non può che chiedersi: non sarebbero battaglie meno difficili se perfino chi le ingaggia non avesse cercato la scorciatoia facile?
Aumento delle tasse
Ho letto sui giornali che è stato presentato un emendamento per aumentare le tasse universitarie, è vero? state protestando anche per eliminarlo?