Dopo le novità degli ultimi giorni, e il botta e risposta tra ricercatori e rettore dell'Università di Bologna, la
protesta dei ricercatori si allarga a tutto il paese. A Bologna, intanto,
persino nella facoltà di Medicina, solitamente restia a proteste e scioperi, i ricercatori sono pronti a far sentire la loro voce:
"Manterremo un solo insegnamento dei tanti corsi di cui siamo titolari", dicono.
Il
rettore dell'ateneo bolognese, intervenendo a Radio24, non ha escluso la necessità di
rinviare l'inizio dell'anno accademico, come già si temeva:
"Comunque la mia linea non cambia: attenderò la rilevazione dei presidi - dice il rettore Dionigi
- ascolterò le loro proposte e quelle dei ricercatori per trovare una soluzione".La
proposta di sostituire i ricercatori che si rifuteranno di fare didattica
con docenti a contratto è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. I problemi sono tanti, ma il
bersaglio dei ricercatori "in lotta" non è certo il Rettore:
"Non è Dionigi il nostro bersaglio, ma certo le lettere del rettore e dei presidi hanno radicalizzato le posizioni", dice un dottorando.

Di qui la decisione di
una protesta più soft, cioè tenere solo un corso.
Sarà la soluzione definitiva? Difficile.
"Noi ricercatori siamo l'ultimo baluardo a difesa del futuro del Paese", dice a Repubblica una ragazza.
E
a Roma nall'aula Ginestra della facoltà di Chimica, si è riunita l'
assemblea nazionale dei ricercatori riuniti nella Rete 29aprile.
Le proposte dei ricercatori sono chiare, esplicite, come testimonia il documento di convocazione dell'assemblea:
"Un corretto finanziamento delle università che nel 2011 subirà una riduzione tale da risultare inferiore agli stipendi; garantire il riconoscimento delle professionalità e del diritto alle carriere di ricercatori e professori con l'introduzione di un ruolo unico della docenza articolato in tre livelli; lo stanziamento di un fondo straordinario per reclutare giovani; una governance degli Atenei che non vada verso la svendita e la privatizzazione ma che veda una rappresentanza adeguata delle varie componenti del mondo dell'università".
E sempre a Roma la Facoltà di Ingegneria della
Sapienza e la Facoltà di Scienze di
Tor Vergata hanno già annunciato, afferma il
sindacato studentesco Link Roma, di voler far slittare l'inizio dell'anno accademico per protesta contro i tagli della Gelmini che rischiano di lasciare centinaia di cattedre scoperte.
In base al decreto del ministro Mariastella Gelmini,
ogni università dovrà tagliare del 50 per cento la spesa destinata a contratti atipici: borse di studio, dottorati, consulenze. Nel mondo accademico l'agitazione è totale, e rischiano di farne le spese gli studenti.
Nei prossimi dieci anni l'effetto delle misure finanziarie già decise e di quelle legislative attualmente in discussione sarà questo: il 50% del corpo docente andrà in pensione ma, se i fondi sono quelli annunciati
, si potrà coprire solo il 10% dei posti lasciati liberi. Ciò significa che la riforma non solo diminuirà ulteriormente le già scarse prospettive di carriera dei docenti in servizio, ma mette a rischio il futuro di tantissimi ricercatori.
La sensazione è che le proteste siano soltanto all'inizio. Come confermato dalla rete 29aprile il movimento di protesta è ben radicato in tutta Italia. I ricercatori indisponibili a fare la didattica non obbligatoria per legge sono 10.265 (pari al 58,56% dei 17.528 intervistati) e appartengono a 46 diversi atenei, per un totale di 322 facoltà.
TUTTI GLI ARTICOLI DI STUDENTI .IT SULLA RIFORMA GELMINI