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A Bologna non si esclude il rinvio dell'anno accademico. Assemblea nazionale dei ricercatori a Roma

Persino nella facoltà di Medicina, solitamente restia a proteste e scioperi, i ricercatori universitari sono pronti a far sentire la loro voce: "Manterremo un solo insegnamento dei tanti corsi di cui siamo titolari", dicono. La sensazione è che le proteste siano soltanto all'inizio. Come confermato dalla rete 29aprile il movimento di protesta è ben radicato in tutta Italia

di andrea maggiolo 17 settembre 2010
Dopo le novità degli ultimi giorni, e il botta e risposta tra ricercatori e rettore dell'Università di Bologna, la protesta dei ricercatori si allarga a tutto il paese. A Bologna, intanto, persino nella facoltà di Medicina, solitamente restia a proteste e scioperi, i ricercatori sono pronti a far sentire la loro voce: "Manterremo un solo insegnamento dei tanti corsi di cui siamo titolari", dicono.

Il rettore dell'ateneo bolognese, intervenendo a Radio24, non ha escluso la necessità di rinviare l'inizio dell'anno accademico, come già si temeva: "Comunque la mia linea non cambia: attenderò la rilevazione dei presidi - dice il rettore Dionigi - ascolterò le loro proposte e quelle dei ricercatori per trovare una soluzione".

La proposta di sostituire i ricercatori che si rifuteranno di fare didattica con docenti a contratto è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. I problemi sono tanti, ma il bersaglio dei ricercatori "in lotta" non è certo il Rettore: "Non è Dionigi il nostro bersaglio, ma certo le lettere del rettore e dei presidi hanno radicalizzato le posizioni", dice un dottorando.

ricerca_1Di qui la decisione di una protesta più soft, cioè tenere solo un corso. Sarà la soluzione definitiva? Difficile. "Noi ricercatori siamo l'ultimo baluardo a difesa del futuro del Paese", dice a Repubblica una ragazza.

E a Roma nall'aula Ginestra della facoltà di Chimica, si è riunita l'assemblea nazionale dei ricercatori riuniti nella Rete 29aprile. Le proposte dei ricercatori sono chiare, esplicite, come testimonia il documento di convocazione dell'assemblea: "Un corretto finanziamento delle università che nel 2011 subirà una riduzione tale da risultare inferiore agli stipendi; garantire il riconoscimento delle professionalità e del diritto alle carriere di ricercatori e professori con l'introduzione di un ruolo unico della docenza articolato in tre livelli; lo stanziamento di un fondo straordinario per reclutare giovani; una governance degli Atenei che non vada verso la svendita e la privatizzazione ma che veda una rappresentanza adeguata delle varie componenti del mondo dell'università".

E sempre a Roma la Facoltà di Ingegneria della Sapienza e la Facoltà di Scienze di Tor Vergata hanno già annunciato, afferma il sindacato studentesco Link Roma, di voler far slittare l'inizio dell'anno accademico per protesta contro i tagli della Gelmini che rischiano di lasciare centinaia di cattedre scoperte.

In base al decreto del ministro Mariastella Gelmini, ogni università dovrà tagliare del 50 per cento la spesa destinata a contratti atipici: borse di studio, dottorati, consulenze. Nel mondo accademico l'agitazione è totale, e rischiano di farne le spese gli studenti.

Nei prossimi dieci anni l'effetto delle misure finanziarie già decise e di quelle legislative attualmente in discussione sarà questo: il 50% del corpo docente andrà in pensione ma, se i fondi sono quelli annunciati, si potrà coprire solo il 10% dei posti lasciati liberi. Ciò significa che la riforma non solo diminuirà ulteriormente le già scarse prospettive di carriera dei docenti in servizio, ma mette a rischio il futuro di tantissimi ricercatori.

La sensazione è che le proteste siano soltanto all'inizio.
Come confermato dalla rete 29aprile il movimento di protesta è ben radicato in tutta Italia. I ricercatori indisponibili a fare la didattica non obbligatoria per legge sono 10.265 (pari al 58,56% dei 17.528 intervistati) e appartengono a 46 diversi atenei, per un totale di 322 facoltà.

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