Il primo anno di università a volte non è molto facile per i nuovi iscritti. L'impatto, rispetto alle scuole superiori, è molto diverso e le matricole spesso si sentono spaesate e non sanno bene come affrontare questa nuova esperienza. Magari quello che si trova in facoltà non corrisponde a ciò che ci si aspettava oppure non ci si riesce ad orientare tra mille corsi di studio da seguire, nuovi professori ed esami da preparare in poco tempo. Così dopo il primo anno, alcuni studenti decidono di cambiare facoltà, perché capiscono di non aver fatto la scelta giusta. Ma ci sono anche molti studenti che decidono di abbandonare gli studi per cercare lavoro. Il Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario, l'organo istituzionale del ministero dell'Università e della ricerca, ha pubblicato un rapporto in base al quale risulta che dopo appena 12 mesi dall'immatricolazione uno studente su cinque decide di "gettare la spugna".
Nell'anno accademico 2006/2007 si sono immatricolati 285.000 studenti. Tra questi 232.000 hanno continuato gli studi, mentre 53.000 hanno preferito smettere di studiare. Quindi il 18,5% delle matricole ha abbandonato, non riuscendo ad ambientarsi nell'università. Secondo Luigi Biggeri, professore dell'università di Firenze e presidente del Cnvsu, "appena incontrano delle difficoltà i giovani scappano. La motivazione più importante alla base di questo fenomeno è la mancanza dell'orientamento e del tutoraggio. Una parentesi fondamentale è la politica del diritto allo studio: gli studenti fuori sede devono viaggiare, prendere i mezzi pubblici, districarsi nel traffico e nelle difficoltà, anche economiche, che un qualsiasi corso di laurea impone. L'abbandono può essere una conseguenza importante di questo problema. Inoltre ancora pochi atenei fanno studi seri sul carico di lavoro assegnato agli studenti in rapporto ai crediti degli esami. È ora di cambiare le cose".
Negli ultimi 10 anni il tasso di abbandono si è mantenuto più o meno costante, tanto che secondo alcuni deve essere considerato come "fisiologico". Magari chi decide di lasciare l'università non era convinto nemmeno prima di iscriversi e l'ha fatto solo per accontentare i genitori. Ma confrontando questo dato con quello di altri paesi europei, si nota che il tasso di abbandono in Italia è tra i più elevati. In Francia, dopo un anno dall'immatricolazione solo il 6% degli studenti lascia gli studi; in Olanda il 7% e in Gran Bretagna l'8,6%. La Spagna si avvicina ai nostri dati, fermandosi però al 15%.
Secondo Marino Regini, prorettore dell'università di Milano, "ci sono tre spiegazioni a questo fenomeno. Innanzitutto l'Italia è, insieme alla Spagna, uno dei pochi Paesi a non avere un canale professionalizzante alternativo all'università. Ciò produce l'immissione negli atenei anche di studenti non particolarmente motivati a studi più teorici. Non abbiamo inoltre selezione all'ingresso, se non per alcuni corsi di laurea, e soprattutto abbiamo un sistema di diritto allo studio che è veramente scarso. L'80% dei nostri ragazzi non usufruisce di borse di studio, abbiamo pochissime residenze universitarie e spendiamo appena lo 0,04% del Pil in servizi agli studenti. È chiaro che i nostri ragazzi sono più attratti dei loro coetanei stranieri da qualche lavoretto che consenta loro di mantenersi".
Ma gli abbandoni avvengono prevalentemente nelle università statali, mentre in quelle private il tasso è molto più basso. Rispetto alle immatricolazioni effettuate nell'anno accademico 2007/2008 in atenei privati, dopo un anno solo il 6,5% ha lasciato gli studi. Tuttavia in Italia ci sono esempi di università statali dove il tasso di abbandono rimane basso: alla Bicocca di Milano tra gli immatricolati nel 2006/2007 il 4,3% ha lasciato gli studi; a Bergamo il 4,9%; a Trieste il 7,9%, alla Federico II di Napoli il 5,6%; all'Aquila l'8,3% e a Urbino il 6,3%. Per quanto riguarda le singole facoltà, la maglia nera spetta a Scienze matematiche, fisiche e naturali con un 26,6% di abbandono. Seguono Farmacia con il 23,9%, Agraria con il 23,7%, Sociologia con il 22,6% e Giurisprudenza con il 21,5%.
Il Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario sottolinea comunque che questi dati non rappresentano un "stima del reale tasso di abbandono", in quanto non considerano i passaggi da una facoltà all'altra. Per questo Franco Cuccurullo, rettore dell'università di Chieti e Pescara, che risulta essere quella con il maggior numero di abbandoni, non accetta le stime pubblicate: "questi calcoli sono sbagliati perché comprendono sia i trasferimenti che i riconoscimenti creditizi. Da noi gli immatricolati effettivi per l'anno 2006-2007 sono stati 5.237 e non 7.513 come dice il Miur. L'anno successivo abbiamo avuto 4.564 iscrizioni con un tasso di abbandono effettivo del 13,1% e non del 39,3%". Da parte degli studenti arriva comunque un invito alle scuole di svolgere un'attività di orientamento migliore e maggiore, come sottolinea Diego Celli, studente di Giurisprudenza a Bologna e Presidente del comitato nazionale degli studenti universitari : "la difficoltà maggiore è che i ragazzi si iscrivono a un corso di laurea senza sapere effettivamente in cosa consiste. L'orientamento che si fa oggi agli studenti non approfondisce la cosa più importante, ossia cosa si studierà all'università".
Non c'è altra possibilità
Ciao.Sono uscito l'ann oscorso con 87 da un Liceo Scientifico e ora sono una matricola iscritta al Politecnico di Torino..L'articolo mi descrive pienamente.Mi sono iscritto al'università prima di tutto perchè non c'è altra scelta,se non quella di buttarmi sul mondo di un certo tipo di lavoro di cui non sono particolarmente attratto;l'ho fatto anche,penso inconsciamente,per dare una soddisfazione ai miei genitori,seppur loro non mi costringano a studiare;ho scelto la mia facoltà ad esclusione,non per vera passione per le materie ke si studiano.
Risultato?Ho attuato varie alternative:
1)Andare a studiare(qua è davvero da manicomio x ki preferisce la pratica alla teoria) e/o lavorare all'estero
2)Sono in graduatoria per entrare all'accademia navale di Livorno,quindi x arruolarmi in marina militare (e penso che per andare qua un minimo di volontà ci debba essere,quindi non si può venire a dirmi che nn ho voglia d far niente)
3)Cambiare facoltà,cercando una strada "migliore".
Sono tutti espedienti per raggirare il problema di fondo ke la scuola italiana non va bene..Non c'è una via d mezzo fra le cose,non c'è preparazione globale ma solo particolare;è tutto un pò un insieme di problemi.E come vedete ciò mi spinge anche ad andar via dal mio paese..c'è da esserne orgogliosi..
Re: Non c'è altra possibilità
Guarda, io ero nella tua stessa situazione. Non ho avuto il coraggio di cambiare. Mi sono accorto di avere fatto una grande cretinata.
università italiana? zero stimoli
Mi chiamo Arianna e sono al secondo anno di università. Sono sempre stata una persona studiosa, sono uscita con 100 alla maturità, questo perkè imparare nuove cose mi è sempre piaciuto e nella mia scuola superiore, benche davvero tosta, ho sempre trovato stimoli di ogni genere. Parlo di quel qualcosa in piu oltre al puro nozionismo che spinge ogni persona intelligente allo studio.
all'università quel qualcosa in piu non c'è!! Si studia per un esame, ripetendo la pappardella, si passa l'esame e quell'argomento è chiuso! Non c'è interdisciplinarietà, mancano i collegamenti fra le varie materie, (tranne che in casi rari), ogni esame è un capitolo a se stante.
La cultura non si forma cosi! la cultura non si forma x scompartimenti! e non si forma x nozionismo ma x capacita di critica!
Io per questo sto meditando di mettere da parte l'universita (nonostante abbia una media molto alta,senza molti sforzi x altro): non trovo stimoli.....