Tra le professioni più di moda ci sono sicuramente quelle del mondo dell'editoria. I corsi in questi anni si sono moltiplicati, assecondando una moda che ha portato tanti studenti verso le lauree umanistiche a scapito di quelle scientifiche. Per saperne di più abbiamo intervistato il prof. Vittorio Vidotto presidente del corso di Laurea Specialistica in Editoria e scrittura (Giornalismo), classe LS13, sorto nella facoltà di Lettere e Filosofia sulla scia di Editoria, comunicazione multimediale e giornalismo, classe LS13, della facoltà di Scienze della Comunicazione.
Professor Vidotto, che differenze ci sono tra i due corsi di laurea?
I due corsi sono simili. A Scienze della Comunicazione però c'è il numero chiuso, mentre a Lettere no. A Comunicazione c'è una formazione più sociologica, da noi più umanistica.
I profili formati sono però praticamente identici ed entrambi promettono uno sbocco lavorativo che probabilmente non c'è.
Lo sbocco lavorativo non lo garantisce nessuno. Se ci basassimo sugli sbocchi lavorativi allora dovremmo chiudere un sacco di corsi.
Secondo lei quindi è giusto che in una stessa università ci siano corsi di laurea praticamente identici?
Intanto si tratta di due facoltà molto diverse, con una formazione profondamente diversa. Loro non hanno né corsi di letteratura italiana, né di storia dell'arte.
Mettiamola diversamente. Quali delle due formazioni può essere più utile a livello lavorativo?
Beh questo non lo so. Probabilmente il loro rispetto al nostro è un approccio molto più pratico. Comunque ora i due corsi di laurea si dovranno distinguere: non potremo avere più di 40 crediti in comune.
Quindi un problema di sovrapposizione c'è...
I cambiamenti li dovremo fare in base a quelle che sono state le modifiche alla legge 270 che andranno in vigore dal prossimo anno. I problemi di sovrapposizione in un ateneo con 180.000 iscritti penso siano inevitabili. Penso ad esempio ai tanti corsi che abbiamo in comune con Scienze Umanistiche.
Ma qual è il motivo di queste sovrapposizioni?
Il motivo fondamentale è che c'è una grande richiesta di un certo tipo di corsi ed è normale che ci siano queste sovrapposizioni. Capisco tutti i dubbi e le perplessità che questo proliferare può suscitare, ma le chiedo: è meglio chiudere le porte a chi vuole un certo tipo di istruzione superiore oppure le apriamo, pur con una modesta garanzia occupazionale?
Nessuno dice di chiudere l'Università. Però visto il proliferare di certi corsi fotocopia, viene spontaneo chiedersi: l'Università deve servire a dare un'istruzione superiore o a trovare lavoro?
Una cosa non esclude l'altra. Nel mondo occidentale è risaputo che chi ha una laurea trova più facilmente lavoro rispetto a chi una laurea non ce l'ha.
Negli ultimi anni però per i laureati italiani le cose non sembrano andare troppo bene...
Non limiterei le difficoltà ai soli laureati. E' più un discorso generale dell'Italia, dove tutti hanno difficoltà a trovare lavoro. Però in generale un laureato è sempre avvantaggiato. Poi, portando alle estreme conseguenze questo discorso, penso sia improponibile legare gli ingressi all'università al numero di lavoratori che il mercato è pronto a raccogliere.
Però l'università può assecondare o non assecondare i flussi verso certe facoltà. Se si sa, come si sa, che le lauree umanistiche non piacciono al mercato del lavoro, si potrebbe evitare di aprire nuovi corsi di laurea, non crede?
Guardi che chi si iscrive a facoltà umanistiche conosce bene queste difficoltà e probabilmente si iscrive a corsi come il nostro perché sa che, rispetto a corsi scientifici (che pure non offrono la certezza assoluta del posto di lavoro), troverà meno difficoltà a laurearsi.
Non trova contraddittorio che nell'Università riformata che avrebbe dovuto accompagnare prima e meglio i laureati nel mondo del lavoro, ci sia competizione per accaparrarsi l'iscritto in più?
La competizione nell'Università di oggi è cosa normale. Il problema sta a monte del sistema: fin quando non sparirà il principio che vuole i finanziamenti legati al numero degli iscritti, probabilmente gli atenei, e le facoltà dentro di essi, saranno giustamente in competizione. Purtroppo non viene premiata la qualità.
Quindi se dico che ci sono corsi nati seguendo quelle che erano le mode del momento non vado lontano dalla verità.
Beh, la facoltà di Scienze della Comunicazione, e non lo dico solo io, è nata in questo modo, ma non penso assolutamente sia da abolire.