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Tutto e' cambiato perche' nulla cambiasse

Le vecchie patologie e contraddizioni da cui l'Università era affetta, con la "riforma" non sono certamente state sanate, anzi talune di esse si sono fatte più acute, e nuove patologie e contraddizioni si sono affiancate a quelle preesistenti, anche grazie all'apporto del ministro Moratti. Ce ne parla Salvatore Casillo, professore ordinario di sociologia industriale all'Università di Salerno e direttore del Centro Studi sul Falso

di Matteo Scarlino 12 novembre 2007

L'Università italiana è immersa in una crisi profonda che si trascina oramai da molti anni. Troppi. Le ragioni della grave condizione in cui essa versa sono di varia natura e chiamano in causa una pluralità di soggetti e di situazioni: dalle scarse risorse finanziarie e dalle troppo spesso inadeguate strutture messe a disposizione di tutti coloro i quali operano nell'Università, alla pervicace presenza in molte facoltà ed in molti curricula di insegnamenti scientificamente e culturalmente insignificanti; dal modo di operare quotidiano di alcuni docenti, di vario ordine e grado, a quello di vivere il rapporto con gli studi e con l'obiettivo di una agognata laurea da parte di non poche generazioni di iscritti; da certe "tradizioni" e "prassi" consolidate, che sembrano immuni dalla possibilità di essere messe in discussione da qualcuno, al peso di vecchie e nuove forme di potere che da tempo immemorabile hanno condizionato e condizionano gli assetti e le attività di singoli Atenei, dei diversi organismi del governo universitario, di intere aree scientifiche e di ricerca; dal dilagare di episodi di nepotismo e di lottizzazione (i quali oltre che per le cattedre si manifestano anche per i posti di "semplice dottorato), a quelli di puro mercimonio (si veda lo scandalo dei test di accesso alla Facoltà di Medicina e chirurgia); dall'improvvisazione e dalla estemporaneità che hanno caratterizzato gli interventi che, a livello ministeriale, sono stati effettuati in materia di studi universitari, al costituirsi attorno ad essi di una serie di attività lucrative, con iniziative, più o meno imprenditoriali, finalizzate a fornire "aiuto e assistenza" per la preparazione degli esami e delle tesi di laurea e, soprattutto, mettere sul mercato master, nella stragrande maggioranza di casi, utili solo a consentire loro di fare profitti.

Alla fine degli anni Novanta, qualcuno si è illuso che un rimedio alle difficoltà in cui versava l'Università potesse venire da un provvedimento come quello approntato dai ministri Berlinguer e Zecchino, pomposamente offerto all'opinione pubblica come una riforma destinata «a portarla in Europa», a dare più «autonomia agli Atenei» ed a ridurre il numero degli iscritti fuori corso, rendendo più veloce l'acquisizione del titolo di laurea e offrendo ad un mercato che era lì ad invocarli centinaia di migliaia di laureati i quali - questa sì era un'idea davvero rivoluzionaria - nell'arco di un triennio avrebbero imparato a "saper fare" (grazie agli stages ed ai tirocini [!]) in modo da essere pronti per essere chiamati al lavoro, ma a cui, se essi avessero voluto o si fossero sentiti particolarmente vocati per continuare a restare studenti per altri due anni, un biennio specialistico avrebbe fornito loro l'opportunità di capire perchè quello che essi (sulla carta) "sapevano fare" andava fatto secondo quelle modalità che erano loro state insegnate.

Solo chi dell'Università italiana sapeva poco o nulla poteva davvero credere alla "favola della riforma", tant'è che se i baroni dell'accademia e le loro corti non si sono scomposti più di tanto rispetto ad un progetto che i loro ideatori definivano rivoluzionario ed anzi, gattopardescamente, si sono schierati a suo favore assieme ai soliti furbi per i quali l'insegnamento universitario è una sine cura rispetto all'attività professionale, gli altri, quelli che speravano in una trasformazione dell'istituzione che, rinnovandola davvero, la rendesse più trasparente, più democratica, più seria e più efficiente, sono rimasti così sconcertati dai contenuti del Decreto Legislativo 599/1999, e dall'alluvione di atti e formalismi che l'hanno seguito, da rassegnarsi, rinunciando a levare qualsiasi protesta, soffocati dalla miriade di insulsi adempimenti formali conseguenti alla pretesa riforma che su molti di loro sono stati alla fine scaricati.

Insomma, le vecchie patologie e contraddizioni da cui l'Università era affetta, con la "riforma" non sono certamente state sanate, anzi talune di esse si sono fatte più acute, e nuove patologie e contraddizioni si sono affiancate a quelle preesistenti, anche grazie all'apporto del ministro Moratti.

Si pensi all'idea secondo la quale l'Università deve essere una forma di sostegno allo sviluppo delle imprese. Tradotto in relazione agli iscritti significa "formazione professionale" gratuita per chi utilizzerà la manodopera. Già, chi utilizzerà questa manodopera. Chi sarebbero questi utilizzatori nel nostro Paese? Imprese che fanno di tutto per avere sempre meno dipendenti e per pagarli sempre meno, che hanno il licenziamento facile, che sono abituate a pretendere continue agevolazioni dallo Stato, che, salvo poche eccezioni, non fanno ricerca, hanno una certa avversione ad investire, in generale, ed una certa propensione ad evadere il fisco.

Si pensi agli Atenei che si sono trasformati in supermercati di lauree e che propongono un' "offerta formativa" taroccata, inventando denominazioni suggestive e ad effetto per attirare iscritti tant'è che, l'anno scorso, per 47 classi di laurea istituite dal Ministero sono stati capaci di inventare 1.056 nomi diversi guardandosi bene dal segnalare (si potrebbe dire "sull'etichetta") che, secondo quanto specificato dal Decreto Legislativo 509/1999, «i titoli conseguiti al termine dei corsi di studio dello stesso livello appartenenti alla stessa classe hanno identico valore legale», per cui, ad esempio se, da un lato, chi si laurea in "Civiltà letterarie e storie delle civiltà" o in "Comunicazione interculturale", o in "Informatica umanistica", o in "Letteratura, musica e spettacolo" o in "Letterature europee per l'editoria e la produzione culturale" o in "Scienze della comunicazione scritta ipertestuale" si laurea semplicemente nella "Classe delle lauree in lettere", dall'altro lato chi si laurea in "Acquacoltura e ittiopatologia", o in "Tecniche di allevamento del cane di razza ed educazione cinofila", o in "Sicurezza igienico sanitaria degli alimenti" o in "Scienze dell'allevamento e del benessere del cane e del gatto" si laurea semplicemente nella "Classe delle lauree in scienze e tecnologie zootecniche e delle produzioni animali".

Si pensi ai Corsi attivati dagli Atenei telematici che fanno incetta di iscritti e che il Nucleo Nazionale di Valutazione ha autorizzato ed autorizza ad operare, così come fa per varie Università non statali a didattica tradizionale, anche in assenza di "requisiti minimi" di docenti o di strutture o di entrambi, prorogando, quando ce ne è bisogno, le scadenze ultimative in precedenza date ad alcuni di essi per mettersi in regola.

Si pensi ai laureati di primo livello i quali, non trovando alcuna domanda di loro prestazioni professionali, pur di non stare con le mani in mano si iscrivono alle lauree specialistiche (dove spesso vengono loro propinate le stesse attività didattiche di cui hanno fruito nei corsi triennali) o che spendono varie migliaia di euro per frequentare master dai quali il più delle volte non solo non apprendono granché ma hanno nemmeno l'occasione (come qualcuno spera) di conoscere almeno qualcuno che possa loro offrire un aggancio con un lavoro, un qualsiasi lavoro.

Non occorre una grande capacità d'indagine per formulare un lungo elenco di altre patologie e contraddizioni come queste e per evidenziare come queste esse abbiano reso l'istituzione universitaria italiana culturalmente povera e malsana e per scoprire che coloro i quali, siano essi studenti che docenti, non sono stati contagiati da questa povertà e malsanità culturale lo devono solo e soltanto ai loro personali anticorpi.

Prima che non ci sia più nulla da fare, riuscirà l'attuale Ministro a trovare il modo per impegnarsi a porre in essere una terapia ed una bonifica dotate di qualche ragionevole probabilità di risultare efficaci?

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