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L'opinione di un ricercatore

Ecco cosa ne pensa Alessandro De Angelis dell'Università degli studi di Messina

di Matteo Scarlino 17 settembre 2007

Mettiamo un episodio che appartiene oramai al più classico dei cliché del localismo italico: l'immatricolata al primo anno universitario in una città del Centro o del Nord, che tornando a casa, spaesata e confusa, confidi in famiglia il suo smarrimanto nell'essersi ritrovata "accerchiata" da studenti fuorisede in grossa parte calabresi o siciliani; l'incontro come un'invasione ostile e poco gradita degli spazi privati, culturali e sociali, il localismo perduto, l'accento inusuale, chissà da quale remoto spazio del Sud più profondo.

Poi, se si ha voglia di perdersi nella mole di dati che confluiscono nell'annuale rapporto sullo stato dell'Università italiana curato da "la Repubblica" in collaborazione con il CENSIS, ti accorgi che la realtà è ben diversa, che questa traiettoria migratoria di studenti da sud a nord non è una linea isolata, ma si inserisce in un reticolato molto più fitto: del più di mezzo milione di studenti che possono essere considerati fuori sede, emerge, infatti, che oltre l'80% degli studenti universitari siciliani, sardi o campani preferisce completare gli studi nella propria regione, percentuali, scrive Federico Pagliai nel citato rapporto sulle Università italiane, «in linea con regioni come Piemonte e Friuli, di poco superiori a Liguria, Veneto e Umbria».

Le stesse classifiche degli Atenei non danno conferma all'immagine di un Sud che anche nel sistema universitario è affossato al di sotto della media nazionale: tra i dodici mega Atenei italiani (oltre 40.000 iscritti), considerando le Università meridionali sotto Napoli, Palermo è al quinto posto, Bari al settimo, Catania all'undicesimo, mentre "La Sapienza" romana è ultima, un dato che forse è preferibile che non legga chi spende una fortuna per mandare i figli a chilometri di distanza da dove sono nati e cresciuti, secondo il principio che nelle direttive di transizione l'importante è comunque salire, scendere mai.

Poi, siccome mi capita di stare spesso in Sicilia per lavoro, sono arrivato forse a comprendere qualcosa di più; percorrendo, nei lunghi periodi di bassa stagione turistica, strade isolate del Sud, tratti di costa settembrina che solo qualche settimana prima erano popolati da folle di turisti ansiosi del mare, del mangiar bene e del divertimento nei locali marini, avverti una percezione che man mano diventa sensazione stringente di abbandono a sé stessi, di isolamento non solo geografico.

Ma il vuoto geografico, questo senso del nulla, non è una sensazione di accecamento solo per occhi abituti alle invasioni estive. È la superficie di altri vuoti, di deserti culturali e di enormi difficoltà a inserirsi entro realtà lavorative: perché sai, specie per i laureati in Facoltà scientifiche, che se rimani dopo la laurea le prospettive sono assenti o quasi.

Da questo punto di vista alcuni dati sopra riportati vanno forse riletti: perché, se è vero che lo scarto in percentuale, tra fuorisede dell'estremo Sud e migranti di altre regioni italiane, non è così sensibile, ed è altrettanto vero che la qualità degli Atenei non presenta sostanziali fratture tra i due poli opposti della nostra Penisola, sono però altrettanto vere almeno due altre considerazioni quantitativo/qualitative: primo, il fatto che questa migrazione è tendenzialmente verticale, da sud a nord, e unidirezionale, nel senso che non si documentano canali di spostamento in direzione contraria, il che, almeno da un punto di vista numerico, è altamente significativo; secondo, la valutazione degli Atenei tiene conto di una serie di parametri, ma non prende in considerazione un'altra serie di dati, ugualmente indispensabili per una corretta valutazione, come ad esempio il numero delle biblioteche (non solo universitarie) e dei libri che queste contengono. Se, ad esempio, una città come Roma non ha le sue tre università statali ai primissimi posti della classifica, la rete delle biblioteche è di assoluto rispetto, a differenza di molte realtà meridionali: dei 63 poli locali che raggruppano le 3171 biblioteche nella rete Sbn, Roma conta, considerando solamente il Polo che comprende l'Università "La Sapienza" e la Regione Lazio, ben 447 biblioteche, che salgono al numero complessivo di 611 se consideriamo anche le biblioteche degli Istituti culturali, quelle giuridiche e quelle del Comune; il confronto è qui schiacciante non tanto con regioni di piccola dimensione quali il Molise o la Basilicata, quanto con regioni di maggiore estensione, quali la Puglia (77 biblioteche in rete) o la Sicilia, la cui situazione è a dir poco inquietante (soltanto 18 biblioteche nella rete Sbn, delle quali 14 del Comune di Palermo e 4 del Polo regionale); se è vero che il futuro delle biblioteche è ormai instradato sulla via dei servizi on-line e della digitalizzazione dei testi, allora il divario tra Sud e Centro-Nord rischia di essere incolmabile.

Proprio questo è il vero problema, se allargato su più ampio raggio: la mancanza di un aggancio, in molte delle Università del sud italiano (fortunatamente non tutte), con altre realtà culturali, non tanto e non solo perché l'aggancio sia impossibile, ma perché queste alternative culturali, di cultura universitaria e di cultura in senso lato, sono spesso assenti.

Si spiega così perché per molti studenti fuorisede la partenza dai luoghi di origine assuma le connotazioni antropologiche di un vero addio. Ho visto a Villa San Giovanni parenti e amici salutare un ragazzo che prendeva un treno per il Nord con la stessa malinconia che trapela da quelle foto dove al porto si dava l'ultimo saluto a chi partiva per l'America quando ancora non c'erano aerei, una sorta di "addio-quasi-per-sempre"; perché sai, se vivi da queste parti, che tornare in molti casi equivale a non lavorare, o, peggio, entrare nel giro di vite della mafia, della camorra o della 'ndrangheta, nomi diversi per una stessa fine.

Questa è l'italica e autentica fuga di cervelli, che spesso priva il Sud delle sue menti migliori, che sradica ventenni da una realtà come quella meridionale connotata da una fortissima identificazione etnico-sociale. Come esistono in ogni nostra grande città gruppi extracomunitari di etnìa diversa che si ritrovano insieme nello stesso posto, mantenendo tradizioni, usanze gastronomiche, credo religioso dei luoghi d'origine, allo stesso modo tra i fuorisede nasce una fortissima solidarietà, un bisogno di condividere spazi e di non perdere le proprie radici: basta fare una passeggiata a Roma, nei mesi primaverili e della prima estate, tra Piazza Bologna e Piazzale delle Province, per rendersi conto di tutto questo; un romano è qui una sorta di straniero in patria, nei bar si riconoscono accenti tipicamente meridionali, in grossa parte calabresi; immagino le case intorno riempite da conserve e da primizie alimentari di cui il Sud può fare vanto, condizioni spesso disagiate, per una transizione temporanea che si trasforma spesso in definitiva. Per non parlare del sacrificio economico che subisce chi finanzia tasse universitarie e affitti delle case:
a Roma, come pure a Milano, una stanza singola costa, ovviamente senza un regolare contratto, 350 euro nei casi più fortunati.

Ha scritto il grande storico medievista David Abulafia che «al cuore di molti di problemi del XII secolo stava la convinzione che la Sicilia e l'Italia meridionale fossero terre baciate dalla fortuna»; se capovolgiamo l'immagine, inserendo al posto del XII secolo i nostri giorni, Roma al posto della Sicilia e l'Italia settentrionale in luogo della meridionale, potremmo ugualmente affermare che questi, per molti degli studenti del Sud, sono oggi i luoghi avvolti dal fascino della Fortuna e della ricerca della soddisfazione delle proprie ambizioni e delle proprie aspettative: Roma, Bologna, Firenze, Milano diventano quasi nomi esotici, di un vicino che è ben più lontano dei milleduecentosettanta chilometri che separano Reggio Calabria da Milano; persino l'insegna dell'IKEA a Bari rischia di diventare per chi è sotto quella linea l'ultimo avamposto di un benessere che ha tutte le sembianze di una fata morgana.

Alessandro De Angelis (Ricercatore all'Università degli studi di Messina)  

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