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Studenti transitivi università fluttuanti e metropoli comunicazionali

L'opinione di Massimo Canevacci, professore di Antropologia Culturale facoltà Scienze della Comunicazione La Sapienza Roma

di Massimo Canevacci 15 ottobre 2007

L'università è spazio che innova i saperi. Non è un luogo che riproduce il sapere. Questa la premessa per introdurre la posizione che dovrebbe avere una università pubblica in particolare rispetto agli studenti stranieri. Infatti uno degli indicatori per verificare le attività di ricerca di un ateneo e dei suoi docenti dovrebbe essere semplicissimo: verificare l'attrazione che si esercita verso studenti di altri paesi, la partecipazioni a convegni internazionali, la traduzione delle opere dei propri ricercatori. Tra questi indicatori, quello che attira uno studente di altri paesi a venire a studiare in una facoltà italiana (a volte con un determinato professore) sia eccellente. Se uno studente viene da lontano, lui/lei deve avere una forte motivazione intellettuale la cui scelta potrebbe essere decisiva per l'intera sua vita.

Accanto a queste considerazioni di ordine scientifico, gli atenei - in concerto con i vari comuni di riferimento - dovrebbero predisporre condizioni di accoglienza che possano favorire al massimo l'arrivo di questi studenti motivatissimi. Ed è noto che le condizioni di affitto delle nostre città per studenti è disastrosa: pare lasciata all'arbitrio più assoluto. Invece l'interesse pubblico dovrebbe capire che accogliere uno studente straniero implica un investimento i cui risultati culturali ed economici si vedranno nel tempo. È un indicatore dal valore aggiunto di lunga durata.

Infine, le politiche culturali o interculturali delle amministrazioni locali a volte si chiudono in una banale apologia delle proprie tradizioni storiche – una visione dell'identità basata solo su oscure radici spesso "inventate" – che favorisce atteggiamenti pieni di pregiudizi e insofferenze temperati dalla sola brama di guadagno. Così l'altro – lo straniero - è incorniciato dentro uno schema da cui estrarre il massimo di utile col minimo di coinvolgimento.

Politiche degli atenei, amministrazioni delle città, comportamenti dei cittadini circuiscono in una spirale di indifferenza e inefficienza la condizione studentesca straniera le cui conseguenze sono a volte disastrose.

Lo studente straniero, ancor più di quello fuorisede, transita. Questo suo transitare è un tratto fondamentale della contemporaneità glocal. Mix complesso e a volte felice di tratti culturali fluttuanti tra globale e locale. Nel transito si afferma una condizione decisiva per intraprendere non solo l'acquisizione e modificazione dei saperi universitari. Si affermano nuove visioni del mondo, si intrecciano orizzonti, stili di vita, di degustazioni amorose e di passioni soniche che informano nuove sensibilità cognitive. Tali sensibilità possono contribuire a mutare in modo significativo transitive interzone culturali dalla enorme ricaduta esperienziale e comunicazionale. Una creatività che ibridizza saperi, moltiplica identità, fludifica culture si sprigiona da questi innesti.

E' compito della nostra università contribuire a trasformare ogni ateneo collocato in qualsiasi città storica nei flussi delle metropoli comunicazionali: contesto mobile e, appunto, transitivo – transurbano - che accende diverse composizioni per nuovi saperi. E gli studenti stranieri sono un soggetto fondamentale di questa spazialità espressiva-digitale del vivere metropolitano. Sono loro che contribuiscono a produrre metropoli con il loro essere altro. Per questo le iniziative di atenei, comuni, singole persone dovrebbe essere di apertura desiderante per accogliere studenti transitivi. Nelle mie esperienze di docente, incontro specialmente studenti brasiliani, spagnoli, portoghesi e tedeschi; qualche africano, diversi rumeni: e una crescente presenza di studenti italo-albanesi, italo-somali, italo-svedesi: e come ha scritto una mia studentessa italo-ceka nella sua tesi, nel trattino c'è la bellezza di un transitare tra identità, culture, saperi.

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