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L'Articolo 33? Leggetelo per intero

Intervista al professor Paolo Simoncelli. "E' assurdo che l'Università pubblica dia questo vantaggio alle private"

di Matteo Scarlino 18 giugno 2008

Studenti MagazineNon tutti i professori sono a favore della possibilità di avere incarichi nelle università non Statali. Ad esempio alla Sapienza, facoltà di Scienze Politiche, c'è un docente, Paolo Simoncelli, che dal 1998 è contrario ai nulla osta per incarichi in università private.
Abbiamo voluto intervistarlo per capire meglio il suo punto di vista ed alcuni aspetti del fenomeno.

Professor Simoncelli, ci può innanzitutto spiegare cosa avviene in consiglio di facoltà quando c'è una richiesta di nulla osta?
Accade che il professore o il ricercatore presentino domanda e il consiglio voti per alzata di mano sempre ed unanimemente a favore. Io, dal 1998 e fino a dicembre ho votato contro. Da gennaio, dopo i fatti che hanno portato all'annullamento della visita di Ratzinger, non partecipo alle votazioni.
Non c'è una discussione o valutazione?
Nessuna discussione. Dopo la proposta si vota per semplice alzata di mano. Chi è contrario può far richiesta che la propria contrarietà sia messa nominativamente a verbale.
Perchè è contrario a che un docente di ruolo pagato dalla Sapienza abbia un incarico in un'università privata?
Farei una distinzione. Sul piano giuridico-formale, non essendo proibita, tale prassi è lecita. Ho da eccepire invece da un punto di vista deontologico e per diversi motivi. Innanzitutto c'è un problema di concorrenza. Le università non Statali, da quando rilasciano titoli con valore legale uguale a quelle delle università pubbliche, sono in concorrenza con le università pubbliche. Il punto è che, con questa pratica, loro sono in una condizione di vantaggio ed è paradossale che a tale condizione contribuisca la stessa università pubblica, avvantaggiandosi paradossalmente del concorso dei professori delle università di Stato.

Può spiegarci meglio il perchè?
Ad un'Università pubblica il professore costa circa 100.000 euro. Un incarico dello stesso professore nell'università privata costa all'incirca 15.000 euro, ovvero quasi 7 volte meno. In più l'incarico nella privata è soggetto a verifica perchè da rinnovare ogni anno. Ciò significa che un professore rischia di fornire il massimo del proprio impegno nella privata, forse anche a discapito della sua attività nell'Università pubblica. A tutto questo va poi aggiunto che le rette delle private arrivano a 4.000/5.000 euro l'anno. Bastano due calcoli per capire che ad un'Università privata servono 3/4 studenti per pagare un professore, mentre invece ad un'università pubblica, dove le tasse sono giustamente più basse, occorrono anche più di 100 studenti.
I suoi rilievi sono stati fatti anche da altri durante la discussione che in Senato Accademico ha portato all'approvazione del regolamento. I favorevoli, a giustificazione del regolamento, hanno posto varie motivazioni. Tra queste quella economica, visto che le private versano una quota alla Sapienza per ogni professore prestato. Lei che ne pensa?
E' una motivazione risibile. Innanzitutto andrebbe verificato se il Ministero competente paga (o pagava) anche una parte dello stipendio della privata. Chieda al Rettorato per informazioni. Poi si sottovaluta quel che l'università statale guadagnerebbe se l'attività didattica di quel professore fosse svolta, invece che nella privata, interamente nella pubblica.

E a chi chiama in causa l'articolo 33 della Costituzione cosa dice?
Che quell'articolo 33 andrebbe letto per intero. Il terzo comma recita che “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Mi pare che in questo caso l'onere per lo Stato ci sia.
Qualcun altro invece sostiene che incarichi nelle “non statali” siano un'opportunità soprattutto per la carriera dei ricercatori...
La  invito a verificare quanti ricercatori hanno le università private. Le basteranno le dita di poche mani per contarli.
Per chiudere, c'è chi dice: “è impensabile che un prof di Yale insegni a Stanford pagato da Yale”. Perché invece nel nostro paese una cosa del genere non solo è pensabile, ma trova anche ampia realizzazione?
La differenza è nella struttura girudica privata del sistema statunitense. In America gli studenti pagano rette altissime, sui 30.000 / 40.000 dollari. I professori sono pagati 2/3 volte più dei docenti italiani. E' quindi impensabile che un professore non faccia il suo dovere. Qui da noi invece il discorso è questo: gli studenti pagano poco, i professori vengono pagati poco, quindi se saltano un ricevimento o fanno fare una lezione ad un collaboratore, non succede nulla. Ed è proprio questo lassismo che porta poi ad accettare un incarico in altre università.

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Commenti

Marco giovedì, 4 settembre 2008

fatta la legge...trovato l'inganno

Concordo pienamente con il Proff., ma sono anche convinto che nessuna università pubblica, nessun rettore e annessi chiederà e farà mai pressioni perchè venga posta una limitazione ai professori di un università pubblica in ordine all'insegnamento nelle università private.
Non conviene a nessuno, sopratutto se si pensa "chi" elegge il rettore di un università pubblica....!

In ogni modo, se venisse emanata una norma limitatrice per i proff., si troverebbe comunque la scappatoia, come si è trovata per i medici, che dovettero scegliere se lavorare presso ospedale pubblico o privatamente.
Fatta la legge... trovato l'inganno....

n° 1
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