Non
tutti i professori sono a favore della possibilità di avere
incarichi nelle università non Statali. Ad esempio alla
Sapienza, facoltà di Scienze Politiche, c'è un
docente, Paolo Simoncelli, che dal 1998 è
contrario ai nulla osta per incarichi in università private.
Abbiamo voluto intervistarlo per capire meglio il suo punto di vista ed
alcuni aspetti del fenomeno.
Professor Simoncelli, ci può innanzitutto spiegare
cosa avviene in consiglio di facoltà quando c'è
una richiesta di nulla osta?
Accade che il professore o il ricercatore presentino domanda e il
consiglio voti per alzata di mano sempre ed unanimemente a favore. Io,
dal 1998 e fino a dicembre ho votato contro. Da gennaio, dopo i fatti
che hanno portato all'annullamento della visita di Ratzinger, non
partecipo alle votazioni.
Non c'è una discussione o valutazione?
Nessuna discussione. Dopo la proposta si vota per semplice alzata di
mano. Chi è contrario può far richiesta che la
propria contrarietà sia messa nominativamente a verbale.
Perchè è contrario a che un docente di
ruolo pagato dalla Sapienza abbia un incarico in
un'università privata?
Farei una distinzione. Sul piano giuridico-formale, non essendo
proibita, tale prassi è lecita. Ho da eccepire invece da un
punto di vista deontologico e per diversi motivi. Innanzitutto
c'è un problema di concorrenza. Le università non
Statali, da quando rilasciano titoli con valore legale uguale a quelle
delle università pubbliche, sono in concorrenza con le
università pubbliche. Il punto è che, con questa
pratica, loro sono in una condizione di vantaggio ed è
paradossale che a tale condizione contribuisca la stessa
università pubblica, avvantaggiandosi paradossalmente del
concorso dei professori delle università di Stato.
Può spiegarci meglio il perchè?
Ad un'Università pubblica il professore costa circa 100.000
euro. Un incarico dello stesso professore nell'università
privata costa all'incirca 15.000 euro, ovvero quasi 7 volte meno. In
più l'incarico nella privata è soggetto a
verifica perchè da rinnovare ogni anno. Ciò
significa che un professore rischia di fornire il massimo del proprio
impegno nella privata, forse anche a discapito della sua
attività nell'Università pubblica. A tutto questo
va poi aggiunto che le rette delle private arrivano a 4.000/5.000 euro
l'anno. Bastano due calcoli per capire che ad un'Università
privata servono 3/4 studenti per pagare un professore, mentre invece ad
un'università pubblica, dove le tasse sono giustamente
più basse, occorrono anche più di 100 studenti.
I suoi rilievi sono stati fatti anche da altri durante la
discussione che in Senato Accademico ha portato all'approvazione del
regolamento. I favorevoli, a giustificazione del regolamento, hanno
posto varie motivazioni. Tra queste quella economica, visto che le
private versano una quota alla Sapienza per ogni professore prestato.
Lei che ne pensa?
E' una motivazione risibile. Innanzitutto andrebbe verificato se il
Ministero competente paga (o pagava) anche una parte dello stipendio
della privata. Chieda al Rettorato per informazioni. Poi si sottovaluta
quel che l'università statale guadagnerebbe se
l'attività didattica di quel professore fosse svolta, invece
che nella privata, interamente nella pubblica.
E a chi chiama in causa l'articolo 33 della Costituzione cosa
dice?
Che quell'articolo 33 andrebbe letto per intero. Il terzo comma recita
che “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed
istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Mi pare
che in questo caso l'onere per lo Stato ci sia.
Qualcun altro invece sostiene che incarichi nelle
“non statali” siano un'opportunità
soprattutto per la carriera dei ricercatori...
La invito a verificare quanti ricercatori hanno le
università private. Le basteranno le dita di poche mani per
contarli.
Per chiudere, c'è chi dice: “è
impensabile che un prof di Yale insegni a Stanford pagato da
Yale”. Perché invece nel nostro paese una cosa del
genere non solo è pensabile, ma trova anche ampia
realizzazione?
La differenza è nella struttura girudica privata del sistema
statunitense. In America gli studenti pagano rette altissime, sui
30.000 / 40.000 dollari. I professori sono pagati 2/3 volte
più dei docenti italiani. E' quindi impensabile che un
professore non faccia il suo dovere. Qui da noi invece il discorso
è questo: gli studenti pagano poco, i professori vengono
pagati poco, quindi se saltano un ricevimento o fanno fare una lezione
ad un collaboratore, non succede nulla. Ed è proprio questo
lassismo che porta poi ad accettare un incarico in altre
università.
fatta la legge...trovato l'inganno
Concordo pienamente con il Proff., ma sono anche convinto che nessuna università pubblica, nessun rettore e annessi chiederà e farà mai pressioni perchè venga posta una limitazione ai professori di un università pubblica in ordine all'insegnamento nelle università private.
Non conviene a nessuno, sopratutto se si pensa "chi" elegge il rettore di un università pubblica....!
In ogni modo, se venisse emanata una norma limitatrice per i proff., si troverebbe comunque la scappatoia, come si è trovata per i medici, che dovettero scegliere se lavorare presso ospedale pubblico o privatamente.
Fatta la legge... trovato l'inganno....